L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Giulia De Gasperi

La si smaschera non appena apre bocca. Il suo accento trevigiano se l’è portato fino in Canada dove vive insieme a marito e cane su un’isoletta. Con la passione per la lettura fin da bambina e per la letteratura canadese fin dalle superiori, ha messo in piedi un’agenzia letteraria, Radici Translation and Wordcraft [www.radici.ca], attraverso la quale spera di poter portare più libri canadesi in Italia e più libri italiani in Canada. È direttrice della collana Roads di Antonio Tombolini Editore.
Un vulcano di energia e vitalità.
Io l’ho conosciuta grazie al reciproco amore per i libri e sono felice di averla qui con me oggi a L’ora del tè.
Ve la presento: il suo nome è Giulia De Gasperi.

Eccoci qua, Giulia, benvenuta nel mio salotto. Sono le cinque, è l’ora del tè, cosa posso offrirti? Chiedi pure quello che desideri. Io oggi penso che sceglierò il mio infuso preferito, tè nero, zenzero e cannella.
Io berrei caffè sempre e ovunque, ma mi devo regolare, purtroppo, e allora, se posso, amerei tanto una tazzona di camomilla alla lavanda con dentro una strizzatina di limone e un cucchiaio di miele d’acacia. Grazie!

Se sei pronta e comoda possiamo cominciare la nostra chiacchierata. Che ne pensi?
Mani attorno alla tazza calda, che qui in Canada fa ancora un pochino freddo, e sono prontissima. Procediamo pure.

A che età hai letto il primo libro? Ricordi il titolo?
Non ricordo. L’orco di Cornovaglia.

Cosa ha fatto scattare in te l’amore per i libri?
L’aver imparato a leggere.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando leggi?
La mia unica mania è il non sapere smettere.

Il luogo più strano in cui leggi?
Io leggo ovunque mi capiti.

Il tuo libro preferito?
L’anello forte di Nuto Revelli in italiano e The Glace Bay Miners’ Museum di Sheldon Currie in inglese.

 

giulia1Ben arrivata nel mio salotto, Giulia! Sono felice di ospitarti perché oggi parleremo di lettura. Ho ospitato tanti scrittori ma per una volta vorrei fare due chiacchiere con una lettrice forte che ha una profonda conoscenza dell’arte della scrittura.
L’elemento che accomuna tutti coloro che siedono sulla poltrona dove sei seduta tu è l’amore per i libri. Un amore viscerale e irrefrenabile; una passione di pochi, purtroppo. Conosco alcune persone che leggono un centinaio di libri all’anno, ma anche tante che leggono solo uno o due libri durante le vacanze o che non leggono affatto. Un dato triste, confermato purtroppo anche dalle statistiche. Personalmente non potrei concepire la mia vita senza libri. Ma evidentemente non la pensiamo tutti allo stesso modo.
Ovviamente non possiamo disquisire sul perché i lettori siano pochi e quali siano le motivazioni che spingono le persone a non leggere. Però c’è una domanda che voglio rivolgerti che forse può fare capire, a chi segue questo numero de L’ora del tè, che leggere è bello.
Secondo te perché leggiamo? Potremmo scegliere mille passatempi diversi invece ci siamo innamorati proprio della lettura. Io sono convinta che leggere sia benefico, quando leggo mi sento meglio e credo che questo piccolo vizio condizioni positivamente anche il mio stato di salute, fisica e mentale. È giusta o sbagliata questa mia convinzione?
Grazie a te, Roberta, per avermi accolta nel tuo salotto e avermi invitata a parlare di libri e di lettura. Mi chiedi perché secondo me noi leggiamo e io penso che una risposta (perché ognuno di noi ne ha una diversa) a questa domanda la si possa trovare in quello che scrivi successivamente e cioè che “potremmo scegliere mille passatempi diversi…”. Ecco, secondo me, proprio qui sta la risposta. La lettura ci permette di non dover scegliere tra le tante cose che potremmo fare con e nel nostro tempo libero, ma di poterle farle tutte e molte, molte di più. Ogni libro che leggiamo è un’avventura che ci trasporta in un altro mondo. Anche i luoghi, le persone, le vicende che pensiamo di conoscere come le nostre tasche ci appaiono nuove quando ci vengono presentate tramite le parole e le esperienze altrui. Leggendo si viaggia, si visitano luoghi esotici, lontani, vicini, fantastici, straordinari; si incontrano persone nuove, cibi diversi, ci si confronta con tradizioni, usi e costumi di altri paesi e di altre culture; si entra nella mente altrui; si soffre insieme a chi soffre, e si ama con chi ama. Si ride, si piange, ci si innamora, ci si arrabbia, si provano emozioni vecchie, nuove, si scava nel proprio io e a volte si affrontano situazioni poco piacevoli. Vedi quante vite ci permette di vivere la parola scritta?
Come te sono inoltre convinta che l’atto della lettura sia benefico. Leggere è il mio rifugio. Lo è diventato non appena ho imparato a leggere. E lo è ancora e spero rimanga tale fino alla fine dei miei giorni. Per me è un potere straordinario. Uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto. Anche nella disperazione più totale, nello sconforto più profondo, ho sempre trovato pace anche nel solo tenere un libro in mano. Il sapere che mi basta aprirlo per immergermi nella pace mi calma.

 

Quello che hai appena detto mi ricorda le parole che dissi ad un’amica qualche tempo fa. «Quando sono triste e depressa prendo uno dei volumi di Harry Potter e mi stacco dal mondo». È la realtà, forse criticabile, ma è successo davvero. In un periodo di particolare crisi esistenziale, mi sono estraniata dai miei problemi immergendomi nella vita del maghetto più famoso del mondo. Un’altra cosa che mi ha colpito nelle tue parole è “anche nel solo tenere un libro in mano”… una sensazione fantastica, vero, quella della carta, il profumo, le pagine che croccano, i colori della copertina, la percezione del contatto nelle nostre mani. Certo che parlare di carta nell’era di Internet e degli ebook potremmo essere condannate per eresia.
Ti dico il mio pensiero e chiedo il tuo parere.
Il libro è la storia, con un titolo ed un’immagine che lo contraddistingua; che poi sia confezionato in un volume di carta o in un file ePub o Mobi o altro quello che conta, per me, è ciò che contiene. Avere la possibilità, inoltre, di poter mettere in borsa dieci libri con peso e dimensioni ridottissime è il massimo; non devo più scegliere, butto tutto dentro il mio kindle e parto.
Ci racconti qual è il tuo pensiero rispetto alla riflessione che ho appena fatto e quale rapporto hai con il libro elettronico?
Forse risulterò impopolare, ma io penso che una realtà non escluda necessariamente l’altra. I libri di carta (riciclata, aggiungo io) possono tranquillamente convivere con la loro versione digitale. Anche io sono d’accordo nella praticità dell’avere i libri che si stanno leggendo o quelli che si amano in particolare, in un solo e-reader e di poterli portare così ovunque si vada, ma quando parlo dell’effetto terapeutico della lettura, io mi riferisco anche al potere calmante che hanno su di me i libri di carta. Quando non ne posso davvero più, mollo tutto e vado a prendermi un libro, lo sfilo, ne osservo la copertina, l’accarezzo con la mano, lo porto al naso e lo annuso, chiudo gli occhi e sono già altrove. Poi riapro gli occhi e inizio a sfogliarlo. L’atto del girare una pagina dopo l’altra è per me terapia che mi permette di regolare il battito del cuore, di calmarmi e di spazzare via i pensieri che fino a poco prima mi disturbavano. Io poi leggo per lavoro e la maggior parte delle opere che mi si chiede di valutare arrivano sulla scrivania in formato Word o PDF. Fisso lo schermo tutto il giorno e quando stacco, io voglio ritrovarmi fra le mani un libro in carta e inchiostro e nulla di più.

 

giulia21Direi che è comprensibile, Giulia, e concordo con te sul potere terapeutico della carta, sulla possibilità di segnare le pagine, sottolineare paragrafi che vogliamo ricordare, aprire il libro a caso ed iniziare a leggere, tenerlo fra le mani e cominciare a sognare… ecco, sì, sono d’accordo con te che il libro di carta scateni tutte queste sensazioni.
Andando un po’ più nello specifico vorrei affrontare con te l’argomento “libri che fanno compagnia”: quelli che leggi per il gusto di leggere. Quali sono i tuoi generi preferiti? I libri che hai amato? Raccontaci aneddoti legati a questi romanzi. E poi consigliaci qualcosa che davvero ti è piaciuto tanto e che non dovrebbe mancare nell’esperienza di un lettore.
Vorrei iniziare con il dire che io leggo sempre per il piacere di leggere. Anche gli argomenti che forse mi potrebbero interessare meno, io li affronto sempre con entusiasmo. Se anche leggere diventasse un peso, allora sarei perduta! Leggo di tutto. Se dovessi scegliere un genere che avvicino con diffidenza, dovrei dire la poesia, ma solo perché penso di non essere in grado di capirla. Tutto qua. Amo i racconti brevi perché penso che ci voglia molto talento per acchiappare un lettore in poche pagine. Tra i miei autori preferiti ci sono Sheldon Currie, scrittore che adoro e che spero presto di portare in Italia. La critica dice che scrive come Flannery O’Connor e quindi mi sembra di non dover aggiungere altro. Degli scrittori che conosco personalmente e quelli con i quali collaboro per una cosa o per l’altra non voglio parlare perché rischierei di dimenticare qualcuno e non mi sembra giusto. L’unica eccezione che mi concedo è Sheldon perché è stato il primo a credere in me.
Tra i libri che amo ricordo Il copista di Marco Santagata (Sellerio 2000). Lì è stato amore a prima vista, ancora prima di leggere il libro mi sono innamorata delle sensazioni scaturite dal volume tra le mani. Sempre di Santagata, ho adorato I frammenti dell’anima (il Mulino 2004) che ho usato per preparare un esame di letteratura italiana all’università. Ricordo con moltissima emozione la lettura di Memorie di un cacciatore di Turgenev, letto da giovanissima.
Se però devo scegliere un libro italiano su tutti, un libro che ho amato e che consiglierei, per ora sceglierei L’anello forte di Nuto Revelli (Einaudi 2005). L’ho letto mentre anche io cercavo di svolgere ricerche sul campo; dare voce a chi pensa di non averla o a chi crede che a nessuno importi di sentire storie di vita altrui, è un atto direi necessario. Io sono sempre più convinta che ogni singola storia meriti di essere raccontata e condivisa.

 

Parliamo ora della tua attività di editor e di direttrice di collana. Un ruolo importante e difficile soprattutto perché la tua materia prima (il manoscritto) è quanto possa esistere di più caro per il suo creatore.
In sostanza, vorrei spostare l’attenzione sui libri che leggi per lavoro. Mi farebbe piacere che ci spiegassi in cosa consiste il mestiere dell’editor e poi ti domando, quando ti viene sottoposto un manoscritto da selezionare cosa succede, cosa cerchi, quali sono le caratteristiche a cui devi fare attenzione?
Inizio col rispondere alla tua ultima domanda: il processo di selezione di un manoscritto. Prima di arrivare ad avere una collana tutta mia, quella di narrativa di viaggio, Roads, che curo per Antonio Tombolini Editore (collana che era stata sospesa, ma che ora riprendo con più grinta di prima), ho collaborato con Michele Marziani a due delle sue collane: Officina Marziani e Oceania. Michele mi passava i manoscritti oppure le sinossi, io li leggevo. Se mi piacevano, stilavo una scheda; se non mi piacevano e/o li trovavo mal scritti inviavo a Michele un semplice no. Fin da subito lui mi aveva avvertita consigliandomi di leggere solo le prime venti pagine. Se entro le venti pagine ero presa, finivo, altrimenti l’avventura terminava lì. All’inizio però, io che sono testarda e pure un po’ ingenua, mi sono imposta di leggere tutto, fino alla fine perché pensavo che per dare un giudizio onesto il lavoro doveva venire letto tutto, fino all’ultima parola, fino alla parola ‘Fine’. Speravo sempre che anche i manoscritti più brutti avessero da qualche parte qualcosa che li facesse redimere. Purtroppo però ho capito ben presto che il mio era un errore e che dalle prime pagine, ma a volte anche solo dalle primissime righe, si capisce se il manoscritto merita oppure no. Una delle cose che scrivevo nelle schede per Michele era se quello che leggevo mi faceva venire la pelle d’oca. Ecco, io vado a emozioni, a pelle, e se arrivo a provare quella sensazione, allora il manoscritto lo mando avanti e devo dire che mi è successo per tutti i manoscritti ai quali ho detto finora di sì.
Applico le stesse regole per Roads, ma lì conta anche il tema nella valutazione. Per quanto ampia sia l’interpretazione che do alla parola ‘viaggio’, quell’elemento ci deve sempre essere nei manoscritti che ricevo.
Mi chiedi poi in che cosa consiste il lavoro dell’editor e io ti rispondo dicendo che per me la parte più importante è il rapporto che si instaura tra me e lo scrittore. Chiedo sempre, nel limite del possibile, di ‘incontrare’ la persona con la quale lavorerò. Ho avuto dei bellissimi incontri Skype che mi hanno permesso di conoscere meglio l’autore o l’autrice. Sembra impossibile ma si riescono a cogliere moltissime cose anche in pochi minuti di conversazione. Io poi sono un’attenta osservatrice. Il resto poi, il lavoro sul testo, le correzioni, la pulizia, sono tutti passaggi che faccio insieme allo scrittore.
Per quanto riguarda invece il lavoro che svolgo attraverso la mia agenzia letteraria, la scelta di rappresentare o meno un’opera letteraria e di proporne la traduzione in Italia o in Canada dipende soprattutto dal contenuto. I libri sono già stati pubblicati e quindi si presuppone che il lavoro di scelta e di revisione sia già stato fatto. Mi aspetto di trovarmi fra le mani un’opera scritta bene, curata nella presentazione, nella forma, nel messaggio. È vero che non sempre quello che viene pubblicato vale, ma l’errore lì è stato già fatto a monte tramite una selezione poco attenta e mirata. Io valuto l’opera chiedendomi se possa interessare al pubblico italiano (se si tratta di un’opera canadese) o a quello canadese (se si tratta di un’opera italiana). Sceglierei di rischiare se mi trovassi fra le mani un libro originale, diverso, nuovo perché penso che chi lavora nell’editoria abbia anche il potere, con le scelte che fa, di influenzare i gusti, i trend, le aspettative dei lettori. Se diamo a chi ama leggere sempre le stesse cose come si fa a crescere come individui e come lettori? Come si allargano gli orizzonti? Come si imparano cose nuove e come si viaggia verso luoghi ancora sconosciuti?

 

giulia3È vero, leggere fa viaggiare verso luoghi sconosciuti in cui probabilmente non andremo mai. Si dice che sia come avere sempre una valigia pronta con qualche abito e pochi effetti personali e partire per destinazioni che non avevamo previsto o neanche immaginato. È l’autore che conduce il lettore nei luoghi che ha scelto, lasciandolo libero di immaginarli, viverli, sentirli.
Giulia, io ti ringrazio infinitamente per essere stata qui, oggi, in mia compagnia. È stata una chiacchierata piacevole e spero avremo altre occasioni d’incontro.
Ti lascio ai nostri lettori con un’ultima domanda personale. Lo sai che mi piace curiosare anche nella vita dei miei ospiti. Sono troppo indiscreta se ti chiedo come sia nata l’idea di lasciare l’Italia e andare a vivere in Canada? Un paese interessante, immenso, ricco. Avere lasciato l’Italia e scelto il Canada è stato determinante per le scelte professionali che hai fatto nella tua vita?
La tua è una domanda che mi fanno in molti. Non mi dispiace affatto raccontare di come sono finita a vivere qui. Fa parte della persona che sono diventata e della storia della mia vita. Sono venuta in Canada la prima volta nel 1993 grazie a Intercultura i cui programmi di scambio ti permettono di trascorrere tre, oppure sei mesi o addirittura un anno intero in un altro paese. Io ho voluto stare via un anno perché volevo migliorare il mio inglese. Sono arrivata sull’isola nella quale vivo ora (Prince Edward Island, costa orientale del Canada, isola per la maggior parte anglofona) e ci ho trascorso un anno che mi ha aperto gli occhi, gli orizzonti e che mi ha fatto riflettere sul fatto che ci possono essere altri luoghi che ti fanno sentire a casa. Sono ritornata qui a intervalli più o meno regolari fino al 2004, quando ho vinto una borsa di studio di un anno durante il mio dottorato di ricerca. Ho trascorso quell’anno in una piccola università della Nova Scotia, che si trova vicino all’isola nella quale avevo fatto lo scambio culturale. Dovevo stare via solo un anno, ma poi la borsa di studio mi è stata prorogata di altri sei mesi, e nel frattempo ho conosciuto la persona che ora è diventata mio marito. Anche lui, nato in Pennsylvania da madre canadese e da padre italo-americano, aveva trascorso un anno di scambio sulla stessa isola. Viviamo qui a pianta stabile dal 2013. Non so se ci fermeremo. Gli occhi li ho dovuti aprire ancora di più da quando sono diventata una residente permanente. Trovo che il Canada, visto da fuori, goda di una reputazione che non sempre si merita. Io e mio marito abbiamo vissuto in Scozia, a Edimburgo, per quattro anni prima di ritornare in Canada. Sono tutte esperienze queste che ti arricchiscono, ti fanno diventare più sensibile, più umano (si può dire?), più attento alle persone che ti circondano. Mi piace il luogo nel quale vivo ora, nonostante i problemi, anche grandi e gravi, che ci sono, ma se ci fosse la possibilità di iniziare una nuova avventura altrove, io sarei la prima a dire di sì. Sono una persona che si adatta a nuove situazione piuttosto facilmente e cerco di trovare positività ovunque vada.
Non so se l’essere qui ora dopo il percorso fatto abbia influenzato in modo determinante le mie scelte professionali. Sicuramente sono stata messa in contatto con persone e luoghi che mi hanno ispirata a prendere certe decisioni, ma forse farei quello che sto facendo anche se fossi altrove. Una ‘chiamata’ è pur sempre una ‘chiamata’ o no?

Con un po’ di nostalgia, chiudo un altro appuntamento de L’ora del tè, ringrazio Giulia di cuore per avermi fatto compagnia in questo viaggio attraverso i libri e l’amore per la lettura e vi aspetto per la prossima puntata.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Amanda Pitto Melling

La mia ospite di oggi è di origine italo-tedesca, è nata a Londra e vive in Irlanda con il marito e i figli. È appassionata di cultura contadina, folklore montano, tradizioni popolari, fotografia e cucina.

Ha diverse pubblicazioni al suo attivo (romanzi, saggi, racconti, storie per bambini) per le quali ha ricevuto alcuni premi letterari. É appassionata di fotografia, e a questo proposito è uscito ad agosto del 2016 per Flook, l’app dello scrittore Federico Moccia, un suo Taccuino di viaggio dedicato all’Irlanda.

Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Racconti di umana natura di Montedit, I racconti di Boscomagico, Pagan Pride Italia, tradotta per una tesi universitaria all’Università di Leeds, Il Testimone del Diavolo, Anguana edizioni, un noir con prefazione a firma di Danilo Arona.

I suoi ultimi due libri, editi da Antonio Tombolini Editore, sono Il peso sul cuore (collana Oceania) e Il capolavoro (collana Amaranta). Oltre ad essere scrittrice, è anche direttrice della collana Amaranta per Antonio Tombolini Editore.

Questo è quello che dice di sé: “Amo anche le eccellenze culinarie, e i miei imminenti progetti letterari verteranno proprio su questo. Mi piace sperimentare e unire vari generi letterari, e difficilmente amo ripetermi in ciò che scrivo. Nelle mie particolarità ci sono senz’altro l’adorazione smisurata per i corvi, i miei diciotto tatuaggi e la fissazione per ogni forma, vera o presunta, di gingerbread man.“

La vogliamo conoscere assieme? È un onore averla qui con me oggi, lei è anche una delle persone che ha creduto in me e nella mia capacità creativa. Il suo nome è Amanda Pitto Melling.

amanda1Eccoci qua, Amanda. Intanto benvenuta nel mio salotto. È un piacere averti qui oggi. Come sai, noi, a L’ora del tè, prima di iniziare a chiacchierare beviamo tè, caffè, c’è chi mi ha chiesto della birra o, addirittura, alcolici. Abbiamo una dispensa ben fornita. Cosa posso offrirti?
Grazie a te per l’invito. Prenderei se possibile un vino bianco sapido, bello fresco, e magari due patatine, ho fatto il voto di non bere il tè almeno fino a novant’anni.

Pronta per iniziare la nostra chiacchierata?

Sono pronta, anche perché adoro le interviste.

A che età hai iniziato a scrivere?
Da quando ho preso in mano fisicamente la penna. A scuola ero un disastro, ma facevo i temi senza quella che veniva definita la versione “brutta” già dalle elementari.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non deve parlarmi nessuno da quando mi alzo la mattina, l’interazione sociale mi devasta la mente.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Preferisco luoghi tendenzialmente isolati e piccole comunità.

Il libro più bello che hai letto?
Il Manuale del guerriero della luce di Coelho, perché mi sento una guerriera in cerca di giustizia.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Sono maniaca della routine, posso scrivere solo seduta sull’erba in giardino o in casa mia sulla poltrona.

 

Se non ti dispiace inizierei con una domanda personale, di quelle che gli autori odiano ma di cui noi, de L’ora del tè, siamo curiosi. Spero mi perdonerai! Vorrei curiosare un po’ nella tua giornata tipo, sapere come organizzi il momento della scrittura (hai dei figli piccoli, quindi sei molto impegnata), cosa succede mentre scrivi, di che cosa hai bisogno, se bevi, mangi, ascolti musica, se hai bisogno di Internet, di un vocabolario, di un foglio degli appunti, di disegni…
Sono troppo curiosa?
No al contrario, più le domande sono personali, e più mi fa piacere rispondere. La mattina porto i figli a scuola e all’asilo, che qui in Irlanda iniziano alle nove e mezza, torno a casa con il più piccolo, mi siedo con una tazza di caffè lungo e organizzo la giornata. È in quel momento che capisco se sono nel mood giusto per immergermi nella scrittura. L’orario ottimale per scrivere è sempre un’ora prima di pranzo e un paio d’ore nel primo pomeriggio, quando i bambini sono tornati e magari si rilassano un po’. Qualsiasi rumore di sottofondo mi disturba, ad esclusione dei cartoni animati che ho imparato a non ascoltare. In questo senso sono fortunata, vivo in aperta campagna e tutto tace. Non prendo appunti, e possibilmente non uso internet. Spesso guardo fuori dalla finestra, dove vedo le fronde degli alberi muoversi e i corvi appollaiati sulla mia recinzione del giardino, e cerco di svuotare la mente. Intorno a me le cose continuano a scorrere, i bambini hanno sempre esigenze, ma ho imparato a isolare una parte della mente per quel tempo che mi serve, nonostante il mio corpo continui a svolgere delle azioni come prendere un succo di frutta, cambiare canale, o cercare i giochi che i cani nascondono. Ho provato ad ascoltare della musica un paio di volte, ma non fa decisamente per me, a volte mi ha anche creato il classico blocco per giorni. Non a caso quando in passato ero insegnante di danza del ventre, occupata a creare coreografie con i pezzi in sottofondo, ho passato molti anni senza scrivere nulla. Poi sono stata proprietaria di un Guest House per due anni nel Clare, e anche in quel caso, con la gente che andava e veniva, non riuscivo a ritagliarmi uno spazio intimo. Da quando mi sono trasferita nel mio cottage, riesco a scrivere molto di più. Ne deduco quindi che anche i luoghi in qualche modo influiscano sulla capacità creativa. E a proposito di postazioni, le mie sono il breakfast table, oppure la poltrona reclinabile, sempre rigorosamente con ipad mini.
Per tornare alla mia giornata, verso le otto di sera ci mettiamo tutti a tavola, e poi se non siamo troppo stanchi, quando tutti i bambini dormono, io e Jonathon (mio marito) torniamo in salotto a rilassarci. A volte mi vengono delle idee durante la notte, e quello è un grosso problema, perché poi non riesco più a prendere sonno. Se devo trovare ispirazione, invece, ho solo un oggetto che mi salva: il binocolo.

 

amanda3Grazie Amanda per averci consentito di sbirciare dentro la tua giornata tipo. A noi lettori (ed a me in particolare) piace conoscere le abitudini dei nostri autori preferiti.
Molto interessante il luogo in cui vivi, immerso nella natura e, da come racconti, molto semplice e naturale. Interessante ed anche stimolante.
Mi riallaccio a quest’ultima riflessione per la prossima duplice domanda.
Prima di tutto ti chiedo di raccontaci com’è nata e poi si è realizzata l’idea di trasferirvi in Irlanda e poi, legando questo concetto alla scrittura (il tuo lavoro primario), vorrei sapere quanto, secondo te, il luogo in cui vivi è da stimolo per nuove storie e nuovi progetti oppure l’ispirazione arriva a te da un’altra fonte.
L’idea iniziale era di trasferirci in Danimarca, dove viveva mia suocera, oppure in Spagna, che in campo alberghiero offriva diverse soluzioni. Poi abbiamo pensato che per snellire la burocrazia, forse era meglio venire sull’isola di smeraldo, visto che mio marito è irlandese. Quando sono arrivata non conoscevo nulla del posto, non ci ero mai stata nemmeno in vacanza. Le temperature qui non salgono quasi mai sopra i 20 gradi, e per me, che ho l’anemia mediterranea, significa avere ossigeno sempre, anche grazie al vento, che io adoro. Trasferirci è stato piuttosto complesso, siamo partiti con una macchina con dentro bambini, gatti e cane, e una volta arrivati, abbiamo dovuto subito sostituirla per la guida al contrario. È stato anche un viaggio tragicomico, a Parigi in albergo un gatto si è infilato nell’intercapedine del bagno ed è rimasto bloccato, e il cane è scappato al ristorante. Quindi tutti ci vedevano correre in giro con i passeggini senza capire cosa stesse succedendo. E poi quando cambi paese cambi letteralmente il tuo mondo. Non credo però che il luogo stia contribuendo alle mie idee per nuovi libri, ad esclusione di un ricettario mediterraneo che ho quasi finito, dedicato ai paesi anglosassoni.  Per qualche motivo, da quando vivo in Irlanda, ho iniziato ad avere una grande passione per la cucina. Quando lavoro a un romanzo, ascolto una voce che non ho ancora capito da dove arriva, ma fortunatamente non parla in gaelico!

 

Ho una domanda tecnica da rivolgerti. Quando si pensa alla scrittura, ci si immagina che lo scrittore sieda davanti al computer (in un giorno di piena ispirazione) ed inizi a rigettare parole su carta come un forsennato. Ovviamente io so che non è così ma credo che molti lo pensino (lo capisco dalle domande che mi rivolgono).
Nell’ultima biografia (Terry Brooks) che ho letto, l’autore spiega l’importanza di lavorare in maniera organizzata, costruendo uno schema, predisponendo delle schede per i personaggi, affinando la trama a tal punto da “avere la storia in mano”.
Cosa ne pensi? Anche tu utilizzi questa tecnica oppure hai un tuo modo di approcciarti al foglio bianco.
Il mio metodo è questo: cammino da qualche parte e a un certo punto una voce mi racconta la storia in sintesi di qualcuno, come se non fossi io ad avere l’intuizione. Lo so che è un po’ strano, ma è quello che accade. Torno a casa e scrivo la trama in poche righe, come se stessi presentando a me stessa il romanzo, e nel modo più commerciale possibile. Poi lascio che mi raggiungano dei dettagli nella mente, ma in questa fase, che può durare anni, non scrivo nulla. Quando sono pronta, inizio. Non lavoro mai a un romanzo più di due o tre mesi, poi se mi viene richiesto, allungo il brodo successivamente. Non so bene cosa succederà, non sono per nulla organizzata, lascio andare dove deve finire il tutto per un paio di ore al giorno tutti i giorni, cercando di non prendere mai una pausa. Ad esempio, ora sto pensando a un fantasy per ragazzi, e conosco l’isola dove si muove il protagonista, ho presente tutta la scenografia, e anche quei quattro o cinque punti cruciali che ci saranno grazie a delle immagini di oggetti che mi sono arrivate, ma cosa succederà, precisamente, non lo so. E non so nemmeno quando sarà il momento di scriverlo sul serio. Sono una persona dal temperamento molto vulcanico e questo mi porta ad essere forse impetuosa anche nei progetti letterari. Se parto, non mi fermo più, e tendo a rappresentare bene l’immagine dello scrittore tormentato che non si cura della realtà. Io però per forza di cose mi sdoppio, il corpo fa una cosa, e la testa un’altra. Senz’altro sono una scrittrice forsennata.

 

amanda2Lo scrittore vive due vite contemporanee: una nella realtà, l’altra nel sogno.
Raccontaci due sogni: quello che ti ha suggerito Il peso sul cuore e quello che invece ti ha condotto verso creazione de Il capolavoro.
Il peso sul cuore è nato osservando le rose rampicanti di una casa nella località di Cong. La voce mi ha detto che quella proprietà con una parete a filo d’acqua, nei pressi del parco del paese, era in realtà un B&B dove una ragazza doveva scoprire qualcosa sul suo passato. Essendo a circa venti minuti da casa mia, ci tornavo spesso, e altri luoghi adatti al romanzo si sono presentati: il negozio di libri antichi, Ashford Castle, il pub, il negozio di alimentari. Avevo una strana urgenza di far uscire quella storia dalla mia testa. Sono anche successe delle cose molto curiose, durante la stesura. Nel libro c’è un passaggio in cui racconto del Claddagh Ring, un anello tipico irlandese che spesso include uno smeraldo, forse perché di quel verde brillante tanto simile al muschio dell’isola, e nello stesso istante in cui lo scrivevo ho ricevuto in regalo proprio quell’anello. È un romanzo con un grande potenziale, sarebbe perfetto per essere trasformato in un film, e spero che un giorno verrà tradotto in inglese per poter essere letto proprio dalla gente che vive nella contea di Mayo.
Il capolavoro invece nasce grazie a tanti ricordi d’infanzia. In Valsesia, dove è ambientato il giallo, ci ho passato molti anni, e ci sono luoghi che fatico a dimenticare. Io poi sono una grande appassionata di folklore e cultura contadina, quindi poter ambientare un romanzo in una casa Walser è stato divertente. In quel caso particolare, ho dovuto necessariamente preparare uno schema per la storia, perché si trattava di un omicidio, doveva entrare in gioco anche la razionalità. Tendenzialmente, essendo una grande amante del cinema, mi faccio trascinare in questi mondi paralleli anche da dettagli che si imprimono per sempre nella mia mente tramite le scenografie. Ci sono film che mi ossessionano, come The Wicker Man di Robin Hardy, dove mi sono innamorata del negozio dell’isola. Ce ne sono altri che sono entrati in gioco durante la stesura del giallo, ad esempio un sospettato in particolare ha preso spunto dal capitano della nave di Stardust, interpretato da Robert De Niro, e Misery non deve morire ha avuto un ruolo cruciale sulla mia scelta stilistica. Il capolavoro ha preso anche spunto dalla serie tv di Agata Raisin, investigatrice un po’ bizzarra estremamente famosa in Inghilterra. Mi sto giusto rendendo conto ora che forse per ogni romanzo che scrivo entrano in gioco dinamiche completamente differenti. A volte, forse, la realtà e il sogno si avvicinano. Potrebbe dipendere molto dal genere di appartenenza del romanzo. Ogni volta sperimento nuovi modi di lavorare, quindi si può affermare che mi ritrovo sempre come se fosse la prima volta che scrivo. Ho iniziato con i racconti drammatici, per passare alla saggistica esoterica, poi al genere noir, rosa e giallo. Con Moccia ho poi pubblicato un taccuino multimediale di viaggio. Ora sto lavorando a un ricettario e a un romanzo mainstream. Non amo ripetermi, ma non so se sia un bene o meno. Prima o poi esaurirò i generi letterari.

 

amanda4Ovviamente noi speriamo che tu esaurisca i generi letterari il più tardi possibile così da concederci il piacere di leggerti in tutte le tue forme; ed una volta esauriti io mi auguro che tu possa ricominciare daccapo.
Ultima domanda, Amanda, purtroppo siamo arrivate alla fine.
Anzi, per la verità ne ho altre due.
Per prima cosa ti chiedo di raccontarci dei libri che leggi, quali sono i generi e gli autori che preferisci e quanto queste letture influiscono sulla tua produzione letteraria.
L’ultimissima domanda poi la rivolgo ad Amanda, direttrice della collana di Antonio Tombolini Editore e ti chiedo di parlarci della tua attività per Amaranta, di cosa si tratta, qual è la mission e come selezioni le opere da pubblicare.
Sono una lettrice infedele. Ad esclusione di Stephen King, di cui ho letto una decina di romanzi, tendo a innamorarmi dei libri ma non degli autori. La mia libreria è piuttosto eccentrica, ma certamente i miei romanzi preferiti sono La foresta incantata di Mary Stewart, Gli occhi dell’Amaryllis di Natalie Babbitt, La notte dei desideri di Michael Ende e Lo stregone di Robert Westall. E poi adoro i libri illustrati come Il grande libro degli gnomi di Wil Huygen, C’era una volta di Hermann Vogel e Il cammino dei maghi di Tom Cross. Lo so, non è propriamente letteratura per adulti, ma dovresti vedere la mia casa piena di casette colorate e gingerbread man per capire che non ho ancora deciso di crescere. Di autori italiani ne ho letti veramente pochi, ma voglio rimediare prima o poi con Mauro Corona, che mi affascina molto.
Come direttrice editoriale invece mi trovo ad affrontare tematiche completamente differenti. Cerco di scegliere storie originali, dove l’amore è il contorno ma il piatto principale è qualcosa di più intrigante, e se possibile, cerco anche di differenziare molto le uscite, come stile, lunghezza, tema e atmosfera, che magari si avvicina ad altri generi letterari. Dicono che i romanzi d’amore abbiano uno schema preciso da seguire, non è quello che cerca Amaranta. L’originalità e la scorrevolezza sono i due punti su cui mi soffermo maggiormente. Nei romanzi del 2016 ci sono state sfumature politiche, drammatiche, ironiche, e due gialli. Ora mi piacerebbe esplorare il fantasy, lo storico, il noir, l’erotico. Certo non dipende da me, ma da ciò che di veramente buono mi arriva da valutare. La prima uscita del 2017 parla di streghe ed esoterismo, la cosa mi entusiasma molto, e la collana ha già pronti nuovi titoli molto interessanti.

 

Capisco cosa intendi con “lettrice infedele”. La voglia di leggere di tutto e assaggiare il più possibile ci costringe a tradire autori che amiamo o con cui vorremmo trascorrere più tempo possibile.
Amanda, ti ringrazio di cuore per questo incontro molto piacevole, per aver aperto la tua casa ai nostri occhi e averci parlato di te. Spero verrai a trovarmi di nuovo nel mio salotto. Grazie ancora!

Un’anticipazione per i lettori de L’ora del tè. Nella prossima puntata non ospiterò uno scrittore. Non siete curiosi? E allora seguitemi !!
A presto!

 

L’elogio del barista di Caterina Ferraresi

Sottotitolo: Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta sull’inutilità della psicanalisi

 

Solitamente scrivo le recensioni dopo qualche giorno dal termine della lettura del libro. Preferisco lasciare riposare le parole dentro di me, sedimentarle, coccolarle e poi riviverle durante la stesura del mio commento. Ci sono libri che richiedono calma e tempo giusto, ci sono altri libri, invece, che sgomitano per attirare la tua attenzione fin da subito.
Mentre leggo ho il malsano vizio di sottolineare (proprio l’altro giorno mia figlia mi ha rimproverato quando mi ha vista sottolineare con il mio Faber Castell rosso preferito un saggio di scrittura; rosso passione, un connubio perfetto per quella lettura) per ricordare e rileggere le parti che mi hanno scosso e che mi richiamano indietro, a riaprire quel volume e riandare dove l’anima ha messo un segno.

In questo interessante e ricco libretto dal titolo L’elogio del barista, che già dal titolo fa venire voglia di sedersi ad un tavolino con cappuccio e brioche e iniziare a chiacchierare, di parti ne ho sottolineate parecchie. Perché? Me lo sto chiedendo da quando ho iniziato a pestare con le dita sulla tastiera. Provo a rispondermi.

Perché ho scoperto di avere in comune con Caterina Ferraresi l’amore per i treni. Pendolare lei, pendolare io (con distanze differenti ma sempre treni sono). Il treno è il luogo preferito per scrivere e leggere (con auricolari e musica nelle orecchie per separare la mente dai vicini rumorosi) ed è sul Frecciarossa che mi culla ogni settimana che la mia anima ha sottolineato paragrafi di questo saggio psicologico molto utile, ma anche divertente, che vi permetterà di scegliere se: andare in terapia, andare dal barista a fare colazione, arrangiarvi da soli.

Caterina Ferraresi, da buona psicoterapeuta, ci lascia aperte tutte le possibilità. È come se ci dicesse: «Scegliete! O andate da uno psicoterapeuta ma non aspettatevi che vi risolva i problemi o vi dia consigli perché il lavoro dovrete farlo dentro di voi, oppure andate dal barista, gli raccontate la vostra vita e lui (gratis) di consigli ve ne darà parecchi, o, se non vi piace né l’uno né l’altro metodo, potete fare da soli magari leggendo L’elogio del barista che qualche dritta utile ve la dà».

Continuiamo coi perché.

Perché i saggi di psicologia sono i miei preferiti, ne ho letti alcuni anche molto interessanti, ed ogni volta trovo riflessioni che interessano la mia vita, che mi vestono su misura, che scuotono anche i miei pensieri e le cose in cui credo. Mi sono utili? Sicuramente sì, altrimenti cosa li sottolineerei a fare (si dice così?), mi limiterei a chiudere il libro, una volta terminato, e a dimenticarlo nel mio kindle o in mezzo alla polvere della libreria.

Perché L’elogio del barista mi ha ricordato il mio amico Gigi, il mio barista preferito, appunto, e alle chiacchierate (non psicoterapeutiche) che quando passo da lui facciamo. Ed in effetti è vero, il barista è perfetto nel ruolo di dispensatore di consigli. Non chiede (tanto sei tu che racconti), non sparla (perché non avete amicizie in comune, quindi a chi mai potrebbe raccontare la vostra vita) e ti consiglia (si sa, è sempre facile dare consigli alla vita degli altri, no? Io per prima sono maestra in questo).

Vediamo se riesco a passarvi qualcosa di interessante (senza spoilerare troppo) ma soprattutto a convincervi a leggere questo bel libro.

“Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D’altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore perché amarla non ti costa fatica.”

Anche io quindi ho una speranza, quella di riconoscere un giorno la mia strada del cuore. Quella che non mi causa fatica e mi rende leggera.

Vediamo se ho qualche altra chicca interessante.

“…e buttare, buttare, buttare, perché la vita sia una cosa leggera, da intraprendere con passo lieve e con il cuore puro.”

Bello, no? Aprire gli armadi e buttare tutto quello che non usiamo da due anni. Ne avrei ante stracolme. Voi no? E non solo di calze, borse e libri…

Il libro contiene anche consigli pratici, ad esempio, prendi un foglio dividilo in due, a destra scrivi questo (non dirò cosa, dovete leggere L’elogio del barista per scoprirlo) e a sinistra quest’altro e poi fate così… che mentre leggi cominci ad elencare mentalmente cosa scrivere a destra e cosa a sinistra ed immediatamente le domande schizzano ovunque come le animazioni delle slide di Power Point (per chi non conoscesse le animazioni di Power Point, le frasi saltano fuori da ogni parte del monitor a seconda del tipo di movimento che hai programmato di fare; nel caso specifico il monitor è la tua mente).

La leggerezza è qualcosa che mi colpisce sempre: in ordine di apparizione il primo fu Calvino (con la sua lezione sulla leggerezza) e l’ultima è Caterina Ferraresi. Dalla scrittura alla vita, una standing ovation alla leggerezza. Ed è proprio quello che, in questo anno domini (marzo 2017), Caterina Ferraresi mi ha insegnato attraverso le sue parole piene, ricche, ironiche. Leggere e leggero hanno, non a caso, in comune sei lettere su sette. Il che significa che leggere è un atto che dà leggerezza, spazza via le ombre, gli armadi colmi e riporta la vita su un piano vivibile. Leggere è un dono che facciamo a noi stessi.

L’elogio del barista, edito da Corbaccio, è quel regalo che ognuno di noi dovrebbe farsi perché come dice Caterina “…la vita sia una cosa leggera, da intraprendere con passo lieve e con il cuore puro.”

 

SINOSSI

 

Caterina Ferraresi invita tutti a non perdere di vista il concetto chiave: la nostra responsabilità per ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.

«Perché la vita sia una cosa leggera, da intraprendere con passo lieve e con il cuore puro.»

Caterina Ferraresi ha raccolto in questo libro le sue riflessioni su anni di lavoro come psicoterapeuta. L’amore per la sua professione traspare da ogni pagina, ma ancor più traspare la solidarietà che la lega alle persone che a lei si rivolgono, sempre con una ragione, ma a volte con una ragione sbagliata. Il disagio esistenziale o l’infelicità, l’incapacità di vivere bene la propria vita possono derivare da traumi più o meno profondi, o da personalità particolarmente complesse, ma attenzione a non far diventare queste cause delle scuse per arrendersi, prima ancora di cominciare a voler cambiare in meglio la propria vita. In una carrellata divertente e spiritosa di piccoli esempi, di casi clinici, di psicologismi superficiali, di “trappole” tese dagli altri o peggio da se stessi, di “modelli per l’infelicità” e di “strategie per combatterli”, Caterina Ferraresi invita tutti a non perdere di vista il concetto chiave: la nostra responsabilità per ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. “Perché la vita sia una cosa leggera, da intraprendere con passo lieve e con il cuore puro.”

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Anna Maria Falchi

Ho conosciuto Anna Maria Falchi grazie ad un comune amico e devo dire di essere grata di avere avuto la possibilità di incontrarla, parlarle e conoscerla sia attraverso le sue opere sia attraverso le sue parole.
Anna Maria è una splendida scrittrice nata “per caso a Firenze” e vissuta in Sardegna fino ai vent’anni.
Quando le ho chiesto di raccontarmi qualche dettaglio della sua vita ho percepito immediatamente l’amore che Anna prova per la terra in cui ha vissuto da bambina, adolescente e ragazza, quella terra che ritorna prepotentemente nella sua prosa: «Ho vissuto in Sardegna quasi 20 anni, a Cabras precisamente, il paese famoso per lo stagno e le lagune, per l’asfodelo, per il mare cristallino, per i chilometri di spiagge meravigliosamente uniche e… per la bottarga di muggine. Ci sono rimasta fino al 1988, data della mia ‘rimpatriata’ a Firenze».
Una vita ricca di passione per la famiglia, il marito, il figlio, il lavoro e poi la scrittura.
«La scrittura è arrivata dopo, molto tempo dopo. Fino a qualche anno fa ho dato la precedenza a tante altre cose, la famiglia, il lavoro, la casa, il figlio, la scuola. Tutte cose belle, cercate, volute, ma avevo escluso dai miei progetti ciò che amavo di più fare, ovvero disegnare e scrivere. Il disegno l’ho abbandonato da tempo, ma la scrittura mi ha trascinato con forza lungo un percorso nuovo ed emozionante».
Ed è davvero emozionante leggerla, come lo è stato trascorrere con lei le ultime due settimane per costruire questa bellissima ed intensa chiacchierata. Sono contenta di averla conosciuta e di potervela presentare.

Anna Maria Falchi ha pubblicato due romanzi L’isola delle lepri e La spiaggia di quarzo (edizioni Guanda) ed alcuni racconti.

Anna, è un piacere averti mia ospite qui a L’ora del tè. Di solito inizio preparando tè e offrendo dolci. Cosa gradisci?
Il piacere è tutto mio, sono felice del tuo invito e adoro il tè verde, meglio se accompagnato da alcuni biscotti al cioccolato.

Direi di iniziare subito con la nostra chiacchierata! Sei pronta?
Adoro anche chiacchierare, quindi sì, sono pronta.

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho pubblicato il mio primo romanzo, L’isola delle lepri, a 46 anni. Ho sempre amato la scrittura, ma non avevo mai pensato di scrivere un romanzo prima di allora. Poi una serie di fortunate coincidenze mi hanno accompagnato fino alla mia prima pubblicazione.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Più che manie le definirei esigenze. Ho bisogno di silenzio, di pace. Ho bisogno di ascoltare mentalmente la mia voce mentre scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Luoghi che conosco bene, perché ci ho vissuto o perché me li hanno descritti. Amo descrivere l’ambiente, la natura è uno dei principali protagonisti dei miei romanzi.

Il libro più bello che hai letto?
Ne ho letti molti bellissimi, l’ultimo Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, che ho riletto dopo trentadue anni. Un romanzo potente.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Non ho una casa grande, vado alla ricerca delle stanze più silenziose quindi mi sposto tra il salotto e la camera da letto. Talvolta scrivo in cucina, per non dimenticare le pentole sul fuoco.

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Eccoci qua, Anna Maria, ora che abbiamo scaldato l’ambiente, vorrei entrare con te nel tuo mondo. Qui a L’ora del tè amiamo curiosare nella vita dei nostri ospiti, scoprire cosa amano, che rapporto hanno con la scrittura ed i libri in genere.
Noi abbiamo già fatto conoscenza ma vorrei che raccontassi a chi ci legge come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura, quando hai capito che potevi sviluppare a fondo questa passione e raggiungere il grande pubblico dei lettori. Durante la stesura de L’isola delle lepri hai mai pensato che un giorno l’avresti pubblicato? Come è avvenuto l’incontro con Guanda?
A dire il vero ho sempre avuto un rapporto piacevole con la scrittura. A volte mi sono affidata alla stesura di brevi racconti per descrivere situazioni che avevo vissuto, ma non avevo mai pensato ad una pubblicazione. Farlo avrebbe significato raggiungere un numero di lettori più ampio, rispetto alla ristretta cerchia di amici cui affidavo i miei pensieri, non mi sentivo pronta per un passo del genere, e non mi interessava.
Nel 2011 è successa una cosa incredibile, una serie di ‘fortunate coincidenze’, cose straordinarie, non volute, non cercate, che hanno cambiato totalmente il mio approccio nei confronti della scrittura.
All’improvviso ho capito che il manoscritto al quale stavo lavorando poteva trasformarsi in qualcosa di diverso dalle mie solite, intime riflessioni, e che se fossi riuscita a prenderne le distanze avrei potuto farlo leggere e mettermi alla prova.
Per parlarne devo tornare indietro nel tempo.
Nel 2009 ho dovuto affrontare un periodo molto difficile, una serie di disgrazie familiari mi aveva abbattuto al punto da rendermi incapace di reagire, di affrontare i piccoli problemi di tutti i giorni. Avevo bisogno di aiuto e mi sono rivolta a un medico il quale mi disse che la soluzione ai miei problemi era dentro di me, dovevo cercarla.
Mi chiese di dedicarmi soltanto alle cose che riuscivano ancora a regalarmi equilibrio e pace. Così ho fatto, ho iniziato a scrivere un racconto del quale ero gelosissima, per due anni l’ho tenuto per me, nascosto agli occhi di tutti, anche dei miei familiari. Ricorrevo alla scrittura ogni volta che mi sentivo fragile. Inizialmente ho messo nero su bianco le mie paure, cercando così di prenderne le distanze. A poco a poco mi sono liberata di un peso e a quel punto la scrittura è diventata leggera, scrivevo per costruire un mondo alternativo e parallelo al mio, attraverso il quale vedere riflessi i miei stati d’animo riuscendo a osservarli da un punto di vista nuovo. Per mesi è stato come riscrivere la storia della mia famiglia alternando alcune situazioni autobiografiche a molte altre totalmente immaginarie, mi sono sentita padrona del mio passato e ho potuto manipolarlo a mio piacimento. Affidavo ai protagonisti le mie emozioni, ma allo stesso tempo mi sentivo padrona di cambiare il loro destino, la loro storia. Era una sensazione incredibile che giorno dopo giorno mi restituiva forza e fiducia.
Non avevo mai pensato a una pubblicazione. Scrivevo per ritrovarmi e questo era appagante.
Nel frattempo, sono entrata in contatto con uno scrittore fiorentino, Marco Vichi. Avevo letto un suo romanzo, Un tipo tranquillo, che mi aveva profondamente turbato. Ho sentito la necessità di scrivergli per parlargli di ciò che avevo provato e così ho fatto. Gli ho inviato una lettera ‘ottocentesca’, come dice Marco, scritta a mano e spedita per posta. Lui gentilmente mi ha risposto comunicandomi però il suo indirizzo email. Da allora ci siamo scritti saltuariamente e per mesi, quasi sempre per commentare l’uscita di un suo nuovo romanzo. Leggendo i suoi libri ho capito che avrei potuto condividere il mio grande segreto senza timore, così ho trovato il coraggio di parlargli del manoscritto. Mi ha chiesto di inviargliene una copia, lo avevo incuriosito. Ho esitato per mesi, non mi decidevo a separarmene. Alla fine però l’ho fatto, non so bene perché, avevo bisogno di capire fin dove mi ero spinta, volevo il parere obiettivo di chi i libri li sapeva scrivere sul serio.
Forte del suo incoraggiamento, ne ho inviato una copia in lettura alla casa editrice Guanda, che mi ha proposto di pubblicarlo.
Da quel momento in poi ho vissuto settimane di incertezza, a volte ero felice, altre emozionata, molto spesso impaurita.
Per mesi ho letto e riletto le bozze, ero indecisa su tutto. Ho smesso di farlo quando alla fine ho ricevuto a casa le prime copie omaggio. Allora ho capito che quello che avevo tra le mani non era più il ‘mio manoscritto’, ma una storia dalla quale ero riuscita a separarmi e che quindi non mi apparteneva più.

 

C’è una cosa che ci accomuna, Anna, ed è l’amore per la Sardegna, la terra in cui hai vissuto fino ai ventun anni. La Sardegna è una terra che comunica, coinvolge, esprime, è un luogo intenso, colorato, forte. Nel tuo romanzo, di cui parleremo fra poco, emerge tutto il tuo rapporto con questa terra che immagino abbia influito prepotentemente anche sui contenuti delle tue storie. Ce ne vuoi parlare?
E poi vorrei un tuo parere su questa mia riflessione: il paese in cui l’autore vive o ha vissuto per buona parte della vita influisce sulla scelta dei luoghi in cui ambienta le sue storie. Cosa ne pensi?
Nelle mie storie l’ambiente ha sempre un ruolo da protagonista.
Sono convinta che i luoghi possano influenzare i nostri stati d’animo.
Nei miei libri la natura è sempre presente, talvolta osserva ciò che accade, come uno spettatore impassibile, altre ancora invece freme, ansiosa di partecipare. In ogni mio romanzo o racconto l’ambiente accompagna le inquietudini che agitano i protagonisti.
La Sardegna inoltre è una terra unica, mi ha aiutata a dare voce e colore alle emozioni. È un’isola capace di esprimersi in mille modi diversi e a me piace molto l’idea di usare i luoghi per far parlare i sentimenti.
Credo sia impossibile dimenticare il posto nel quale si è cresciuti, il luogo della propria formazione, pertanto penso che per uno scrittore sia naturale lasciarsi influenzare. Non per niente i miei primi due romanzi sono ambientati in Sardegna. Nonostante siano passati tanti anni non sono mai riuscita ad allentare la presa, è un’isola che mi chiama a sé ogni volta che sento bisogno di solidità, di sicurezza, di conforto.
Mi è venuto spontaneo ambientarci due storie familiari, sebbene così diverse tra loro, accomunate da un ritorno difficile ma necessario, quando si fa forte il desiderio di ritrovare se stessi.

 

Non è difficile credere che un luogo così intenso come la Sardegna sia capace di influenzare e caratterizzare una storia. E confermo quanto hai affermato: «Nelle mie storie l’ambiente ha sempre un ruolo da protagonista». Ho letto La spiaggia di quarzo e devo dire che la tua capacità di teletrasportare il lettore nel luogo in cui si svolge la storia senza appesantire la narrazione è davvero singolare e unica.
Uno dei miei maestri mi ha insegnato che esiste un luogo della scrittura, che non è solo il luogo in cui si scrive o il luogo di cui si scrive, ma è anche il luogo (predisposizione, senso creativo, ispirazione, idea, passione…) che c’è dentro di noi e che deve esistere nel momento in cui ci sediamo davanti alla macchina da scrivere (nel mio immaginario lo scrittore siede sempre alla macchina da scrivere).
Il luogo della scrittura è un insieme complesso di condizioni che mettiamo in moto e che ci facilitano nel complicato atto di scrivere. Ci racconti qual è il tuo luogo della scrittura? Sia fisico (luogo in cui scrivi e luogo di cui scrivi) sia interno (predisposizione, ispirazione, idea…).
Il mio luogo fisico è la casa, spesso un angolo del salotto, ma anche la cucina.
Ho bisogno di un posto silenzioso e raccolto, un luogo familiare.
Devo scrivere in assoluta libertà, libera di alzarmi e di muovermi quando ho necessità di raccogliere le idee o di staccarmi dalla storia.
Libera di sfogliare un libro o delle foto per ritrovare il filo, di parlare da sola quando mi inceppo su una parola che proprio non vuole venire, di coccolare il gatto quando ho bisogno di rilassarmi.
Un luogo che mi dia la sicurezza necessaria per andare lontano e trasferirmi altrove con la mente.
I luoghi di cui parlo non sono mai vicini, devo fare appello al ricordo e all’immaginazione per riuscire a descriverli come se in quell’istante mi trovassi davvero lì.
Pertanto non è importante che il posto in cui scrivo sia proprio quello che andrò a descrivere, anzi. Più bianche e spoglie sono le pareti che mi circondano e più riesco a immaginare e a fantasticare luoghi dei quali sento persino nostalgia, ne ricordo i profumi, gli odori, sono capace di percepire la luce e il buio, il caldo e il freddo. A ogni luogo che descrivo attribuisco una percezione fisica molto forte.
Quando esco di casa sento il desiderio di toccare tutto ciò che vedo, soprattutto quando mi trovo a stretto contatto con la natura.
Raccolgo i sassi e li accarezzo per sentirne la ruvidità o la politezza, annuso le conchiglie, raccolgo foglie, rami secchi, tutto ciò che ha una forma particolare devo toccarla e molto spesso la porto con me per un lungo tratto.
Non so resistere lontano dal mare, quando visito una spiaggia sconosciuta devo subito immergermi in acqua e sporcarmi di sabbia, diversamente ho come la sensazione di non esserci mai stata.
Forse è proprio per questo che nei miei libri riesco a descrivere in modo così realistico i luoghi.
Ho un rapporto molto fisico con l’ambiente, trovo emozionante riuscire a descrivere uno stato d’animo anche attraverso il movimento leggero di un’onda che si rompe sulla riva, un cielo che si rabbuia all’improvviso o che so, grazie al rumore del vento.

 

isola quarzoÈ arrivato il momento di parlare de La spiaggia di quarzo, il tuo secondo romanzo pubblicato da Guanda. Io l’ho letto, l’ho recensito QUI e mi è piaciuto davvero tanto.
Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea della storia, a cosa ti sei ispirata e quali difficoltà hai incontrato (se ce ne sono state) durante la stesura del libro.
E poi svelaci (tutti noi lettori siamo curiosi di saperlo) se contiene qualcosa di autobiografico.
L’idea è nata nel 2013. Era estate, mi trovavo in Sardegna per il festival letterario di Gavoi. Da Firenze mi avevano chiesto di scrivere un brevissimo racconto che sarebbe uscito sul Corriere fiorentino. Dovevo scrivere una storia che avesse i colori e gli odori dell’estate. Dopo il festival ci siamo trasferiti nel Sinis, il luogo nel quale ho vissuto una buona metà della mia vita. Ho cercato l’ispirazione immergendo i piedi nella sabbia di quarzo della spiaggia di Is Aruttas. Ho chiamato a raccolta tutte quelle sensazioni che avrebbero potuto ispirare il racconto. Pensare all’adolescenza in quei momenti mi è venuto spontaneo. Cercavo un contrasto forte tra il candore della spiaggia, la sua purezza, le trasparenze dell’acqua e una condizione emotiva travagliata, complicata, sporcata dai pregiudizi. Lo stato d’animo di un adolescente, in pratica, in quella stagione della vita che ci accompagna verso nuove scoperte, nuove sensazioni, e che può essere causa di turbamenti anche dolorosi.
Tornata a casa mi sono resa conto che quella breve storia mi era rimasta dentro, come un compito in classe consegnato al suono della campanella, ma non ancora finito. Sentivo la necessità di farla crescere, di arricchirla, completare la descrizione di quelle sensazioni che in ottomila battute avevo solo accennato, sfiorandole appena.
Così dopo qualche settimana ho ripreso il breve racconto e ho iniziato a scrivere.
Parlare di adolescenza non è facile, si rischia di cadere in facili banalità o in retorica spicciola.
E qui rispondo anche alla domanda più spinosa.
Per parlarne con sincerità ho ricordato la mia adolescenza, i dubbi, le incertezze, le mie fragilità. Ma anche il desiderio forte di fare nuove esperienze, di sentirmi libera, di staccare quel filo sottile e resistente che mi legava alla famiglia al punto da farmi sentire prigioniera. Il personaggio di Alessia raccoglie molte mie pulsioni, le riflessioni di un tempo sul significato della vita e delle amicizie, sulla lealtà, le prime delusioni. Le ingenuità di Alessia sono le mie, la sua sincerità anche e, perché no, la sua imbranataggine. E ora farò una grande rivelazione: quel motorino Sì Piaggio rosso, che nel romanzo rappresenta la fuga verso la libertà desiderata, era proprio il mio. Me lo regalarono per i miei quindici anni. Esiste ancora.
Anche le baracche descritte nel romanzo sono esistite davvero. La storia raccontata no, è frutto della mia fantasia.
Devo dire che ho incontrato molti più ostacoli dopo la stesura del romanzo, in particolare tra alcuni familiari. Come spesso accade, quando in una storia ci sono anche pochi riferimenti autobiografici, l’intera narrazione può diventare motivo di imbarazzo, specie in chi non è riuscito a cogliere il significato più profondo del romanzo e si limita a un giudizio approssimativo e superficiale.
Per leggere La spiaggia di quarzo è necessario abbandonare i pregiudizi, sforzarsi di ricordare quali e quante pulsioni hanno accompagnato la crescita e la formazione di ognuno di noi.

 

Anna1Siamo arrivate alla fine, Anna. L’ora trascorsa con te è stata piacevole e molto intensa. Sentirti raccontare del tuo mondo, ha suscitato immagini, colori e sapori che corrispondono alla tua scrittura che io definirei “sensoriale”. Leggerti mette in moto tutti i sensi. È un ascensore di emozioni che salgono e scendono, riempiono gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e il cuore. E che non ti consentono di scendere.
Nel tuo curriculum hai due romanzi e diversi racconti.
Ci racconti la tua esperienza come scrittrice di short story, che rapporto hai con i due generi, il romanzo e il racconto, e per quale ti senti più portata?
Ai racconti mi sono avvicinata in un secondo tempo, dopo la stesura del primo romanzo. È stato un incontro casuale, Vichi cercava autori per il Decameron 2013 e mi ha chiesto se me la sentivo di partecipare con alcuni miei scritti.
Mi sono accorta che sul computer avevo archiviato alcune storie brevi che avevo iniziato e lasciato lì, in attesa che potessero prendere vita. Le ho riprese e le ho elaborate portandole a una conclusione breve. Non è stato facile, mi sento più portata per le storie lunghe che mi danno il tempo di rallentare, quando la narrazione si fa intensa, e di riprendere, allontanando nel tempo la fine, che mi preoccupa.
Per me è difficilissimo chiudere un racconto o un romanzo. Iniziare non mi spaventa, ma concludere mi obbliga a pensare che su quelle pagine non ci tornerò più e questo mi agita, perché penso che, così come nella vita, le storie non hanno mai una fine definitiva.
I primi tempi, quando mi chiedevano di scrivere un racconto, mi facevo sorprendere dall’ansia, la sintesi non è la mia migliore dote.
Ora invece vivo l’idea della brevità di una storia come una sfida, uno stimolo a sintetizzare in poche pagine emozioni che, di solito, riesco a sciogliere solo se diluite in un intero romanzo.

 

Ringrazio di cuore Anna Maria per avermi accompagnato in questa bellissima ed emozionante chiacchierata ed invito tutti i lettori che ci seguono a leggere i suoi romanzi.
Arrivederci presto con un’altra puntata de L’ora del tè.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Piero De Fazio

Un ospite insolito per L’ora del tè. Uno scrittore, certo. Ma un po’ sui generis.
Piero De Fazio è un personaggio molto singolare: riservato ma a tratti socievole, aperto quando vuole e chiuso molto spesso, generoso ed altruista per vocazione.
Sto scherzando sulla caricatura di questo scrittore perché, come potrete notare dalla nostra chiacchierata, da adesso in poi non ci sarà nulla di serio ma sarà tutto estremamente serio.
Vi prego di leggere fuori e dentro le righe.
Di non azionare la razionalità ma di essere tutto fuorché irrazionali.
Siete pronti?
Dopo questa doverosa premessa diamo il benvenuto a Piero De Fazio, il bravissimo autore di Zanne, L’eredità del cane, pubblicato nella collana Oscura di Antonio Tombolini Editore, curata da Massimo Padua.
Un avvertimento! Tenetevi forte alla sedia, però, perché ci sarà da ballare.

 

Pier1Piero, è un piacere ospitarti nel mio salotto, come stai? Prima di iniziare a parlare di te, dei tuoi libri e della tua passione per la scrittura, ti chiedo cosa posso offrirti. Tè, caffè, cioccolata?
Tè, caffè, cioccolata? Non sono mica malato! Una birra va benissimo, magari scura. Grazie.

Se sei pronto e comodo diamo il via alle danze! Che ne pensi?
Sono nato pronto! Come afferma Kurt Russell, in “Grosso guaio a Chinatown”. Quindi cosa stiamo aspettando?

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere in occasione dell’esame di quinta elementare, praticamente l’anno scorso.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Di solito indosso una vestaglia di seta indiana, le luci devono essere soffuse, l’aria impregnata di essenza al bergamotto, poi mi occorrono una tazza di tè “Green Royal Special Edition” alla temperatura di settantaquattro gradi centigradi e un paio di biscotti al burro, fatti a mano da una signora che abita a Dublino. Indispensabili sono il mio portatile da battaglia e il sottofondo di Cartoonito e di mio figlio che uccide draghi immaginari.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Il luogo non conta, no, mi confondo, quelle sono le dimensioni!

Il libro più bello che hai letto?
Ovviamente il tuo, anche se non l’ho ancora letto!

Il luogo più strano in cui scrivi?
Mi piace scrivere mentre mi riposo durante le ascensioni himalayane, al riparo della mia tenda sospesa sull’abisso. In mancanza il mio angolo preferito è il tavolo della cucina.

 

Piero, eccoci qua! Inizio subito con una curiosità. Visto che hai fatto riferimento alla scuola vorrei chiederti come erano i tuoi rapporti con la letteratura, i romanzi e i grandi autori ai tempi del liceo e dell’università e quali erano i tuoi generi preferiti? Inoltre vorrei anche che ci raccontassi quando hai capito che oltre a leggere ti piaceva anche scrivere. Sei stato colpito dalla frenesia creativa oppure hai ricevuto un colpo in testa e ti sei ritrovato autore senza neanche capire come? Ma giusto per la nostra serenità, hai superato l’esame di quinta, vero?
Well, come dicono gli anglofoni, i miei rapporti con la letteratura ai tempi della scuola erano ottimi. Sono stato l’autore di una raccolta di sonetti vagamente erotici dedicati a Cinzia della terza C e di un carme ispiratomi da Marisa, ripetente della quarta B, tutti incisi sul banco durante le ore di lezione. La mia attività letteraria mi è costata una settimana di sospensione. Da questo episodio premonitore avrei dovuto capire che l’arte è incompresa, specie nei suoi accenti più profondi e sinceri. In compenso Cinzia si è fidanzata con il capitano della squadretta di calcio locale e Marisa, dopo una breve relazione con il bidello, ha preso i voti ed abbracciato la vita monastica.
Ricordo che all’epoca noi maschi prediligevamo tutti lo stesso genere letterario: i fumetti che Luciano trafugava al padre, camionista con una spiccata preferenza per le storie che non lasciavano spazio all’immaginazione.
Da ragazzo ho iniziato a praticare pugilato. Volevo diventare professionista. Una sera, durante un match particolarmente impegnativo, mentre riverso al tappeto sentivo l’arbitro contare, ho avuto una specie di illuminazione e mi son detto: non sarà il caso di rivederlo, questo progetto di fare il professionista? Così ho pensato a qualcosa che mi piacesse altrettanto, ma fosse meno doloroso. Ho iniziato a scrivere; da allora ho molti meno lividi, ma in una cosa mi sbagliavo: scrivere non fa meno male che ricevere un pugno.

 

Pier2Spero tu non indossassi una vestaglia di seta indiana mentre tiravi di pugilato e che questa abbia causato la tua rovinosa caduta sul ring. Se così fosse sono davvero grata a quella vestaglia per averti restituito a noi come scrittore. Senza quella botta in testa forse oggi avresti un naso rotto in più ed un libro pubblicato in meno. E noi una storia in meno da leggere.
Parliamo di lettura, ti va? Poi ci dedicheremo anche a Zanne.
Il rapporto fra lo scrittore e la lettura è un sodalizio estatico che tocca corde sensibili e ricettive. Voglio dire che spesso l’autore legge per nutrire quella piccola fiammella creativa che brucia dentro di lui, da qualche parte, più o meno nascosta o più o meno visibile. È impossibile prescindere dalla lettura, non credi? Quanto ho appena affermato vale anche per l’autore Piero De Fazio? Quali sono i tuoi generi letterari preferiti come lettore? Sei onnivoro o prediligi gli stessi generi di cui sei anche scrittore? Noir, fantasy, thriller…
Ti ringrazio per la domanda. Leggo soprattutto la domenica mattina, quando i ragazzi delle consegne mi lasciano depliant pubblicitari nella cassetta delle lettere. Ecco, allora indosso la mia vestaglia di seta e mi sdraio sul divano in compagnia di offerte speciali e confezioni famiglia super scontate.
Poi, se proprio devo, leggo saggi storici e romanzi di ogni genere. Apprezzo in modo particolare autori come Dino Buzzati, Stephen King, William Gibson, Valerio Evangelisti, per citarne alcuni, e possiedo ogni cosa scritta da Stefano Benni.

 

Anche il top di paillettes che indossi oggi non è niente male. Poi, a fine intervista, ti chiedo l’indirizzo del negozio dove lo hai comprato.
Torniamo a noi. Ti faccio una domanda a bruciapelo.
«Vivono nel mondo reale e nello stesso tempo nel mondo di cui stanno scrivendo».
Ovviamente ci riferiamo agli scrittori.
Vorrei il tuo parere su questa frase e sapere quanto ti rappresenta.
Nessun mondo è reale. E non sono reali neppure le paillettes che indosso, così come io non sono Piero De Fazio, bensì il postino: quindi signora questa raccomandata l’accetta oppure no? Ecco, brava firmi qui, in calce al modulo di ricevuta.

 

Pier3Mi dica, dove devo firmare? Qui?
La busta cosa contiene? Un libro?
Ah, ma è Zanne, L’eredità del cane di Piero De Fazio. Mi perdoni, devo salutarla, ora devo parlare con l’autore.

Eccomi Piero, scusa sono tornata, era il postino che mi ha consegnato il tuo libro. Che dici, vogliamo parlare di Zanne? Niente spoiler però, d’accordo? Non raccontiamo che l’ispettore De Falco non è proprio quello che sembra e che appare fin dalle prime pagine come un personaggio molto particolare. Inquietante è la parola giusta?
Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea e qualche curiosità sulla stesura del romanzo, se ce ne sono… E poi, quanto di vero c’è nella storia!
Che razza di domanda! È tutto vero! Non c’è nulla di inventato nella storia, mi sembra evidente!
Visto che ho cominciato a rispondere all’ultima parte del quesito, adesso mi sono incartato e non so più come rispondere alla prima, bella figura per uno scrittore! Comunque abbozzo una difesa abborracciata, come facevo sul ring, e provo a dire qualcosa di sensato. Il filo conduttore di Zanne e il suo impianto narrativo di base sono incentrati sul tema della giustizia, che quando è negata spinge a invocare la vendetta. Curiosità sulla stesura del romanzo non ce ne sono, a parte il fatto che durante le sessioni di scrittura ho avuto improvvise e inspiegabili voglie di carne al sangue, molto al sangue. Come sono andato?
Bene Piero, stai andando molto bene!
Desideri un’altra birra o posso farti l’ultima domanda?
Sono una lettrice curiosa e soprattutto una scrittrice invidiosa. Se so che un autore sta scrivendo, mi metto subito in moto per scoprire a cosa stia lavorando e soprattutto mi fa venire voglia di scrivere.
Sono troppo invadente se ti chiedo se hai qualcosa in cantiere?
Inoltre dimmi, hai mai pensato di cambiare genere e scrivere un romanzo rosa?
Ancora sei o sette birre e posso scrivere qualunque cosa!
Comunque sì, ho in cantiere parecchi progetti: una raccolta di racconti che spaziano dalla fantascienza all’horror, passando per hard boiled e thriller, con l’aggiunta di una spruzzata di fantasy; poi ho alcuni thriller già pronti, in attesa di revisione, e per finire ti stupirò dicendoti che rinchiuso nel cassetto conservo anche un romanzo rosa, che forse vedrà la luce, se troverò un editore tanto pazzo da pubblicarlo.

 

Anche per oggi abbiamo finito. E’ un peccato che questa ora sia trascorsa così velocemente; ringrazio di cuore Piero per avermi fatto compagnia e per la sua simpatica amicizia e rinnovo l’invito ad una nuova esilarante chiacchierata per la presentazione del suo romanzo rosa.
Un ultimo appello ai miei lettori. Zanne, L’eredità del cane di Piero De Fazio è un grande libro, sentiremo parlare ancora di questo autore che non ha nulla da invidiare ai famosi scrittori di thriller e noir. Quindi che aspettate? Compratelo, leggetelo e fateci sapere cosa ne pensate.
A presto per il prossimo numero de L’ora del tè.

 

 

 

 

 

“Per brevità chiamato artista” è il titolo del nuovo numero de Il Colophon

E’ online, da qualche giorno, il nuovo numero de Il Colophon, la rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore.

Il direttore de Il Colophon, Michele Marziani, ci racconta qual è il tema di questo numero nel suo editoriale.

“A volte ci si innamora di cose che non c’entrano niente. Così mi è successo per il titolo della bella canzone di Francesco De Gregori Per brevità chiamato artista. L’ho preso in prestito, ne ho stravolto il significato — nella canzone indica contrattualmente la professione del cantautore — e l’ho usato per Il Colophon. Mi è piaciuto il gioco tra la brevità e l’artista. Gioco che sta all’argomento di questo numero della rivista: le short story, i racconti, la narrativa breve.”

E’ un numero interessante, assolutamente da leggere. Contiene anche un mio articolo sulla vocazione di Antonio Tombolini Editore di pubblicare racconti e il mio racconto Tè al gelsomino.

Buona lettura!

© 2017 Roberta Marcaccio

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