L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Piero De Fazio

Un ospite insolito per L’ora del tè. Uno scrittore, certo. Ma un po’ sui generis.
Piero De Fazio è un personaggio molto singolare: riservato ma a tratti socievole, aperto quando vuole e chiuso molto spesso, generoso ed altruista per vocazione.
Sto scherzando sulla caricatura di questo scrittore perché, come potrete notare dalla nostra chiacchierata, da adesso in poi non ci sarà nulla di serio ma sarà tutto estremamente serio.
Vi prego di leggere fuori e dentro le righe.
Di non azionare la razionalità ma di essere tutto fuorché irrazionali.
Siete pronti?
Dopo questa doverosa premessa diamo il benvenuto a Piero De Fazio, il bravissimo autore di Zanne, L’eredità del cane, pubblicato nella collana Oscura di Antonio Tombolini Editore, curata da Massimo Padua.
Un avvertimento! Tenetevi forte alla sedia, però, perché ci sarà da ballare.

 

Pier1Piero, è un piacere ospitarti nel mio salotto, come stai? Prima di iniziare a parlare di te, dei tuoi libri e della tua passione per la scrittura, ti chiedo cosa posso offrirti. Tè, caffè, cioccolata?
Tè, caffè, cioccolata? Non sono mica malato! Una birra va benissimo, magari scura. Grazie.

Se sei pronto e comodo diamo il via alle danze! Che ne pensi?
Sono nato pronto! Come afferma Kurt Russell, in “Grosso guaio a Chinatown”. Quindi cosa stiamo aspettando?

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere in occasione dell’esame di quinta elementare, praticamente l’anno scorso.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Di solito indosso una vestaglia di seta indiana, le luci devono essere soffuse, l’aria impregnata di essenza al bergamotto, poi mi occorrono una tazza di tè “Green Royal Special Edition” alla temperatura di settantaquattro gradi centigradi e un paio di biscotti al burro, fatti a mano da una signora che abita a Dublino. Indispensabili sono il mio portatile da battaglia e il sottofondo di Cartoonito e di mio figlio che uccide draghi immaginari.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Il luogo non conta, no, mi confondo, quelle sono le dimensioni!

Il libro più bello che hai letto?
Ovviamente il tuo, anche se non l’ho ancora letto!

Il luogo più strano in cui scrivi?
Mi piace scrivere mentre mi riposo durante le ascensioni himalayane, al riparo della mia tenda sospesa sull’abisso. In mancanza il mio angolo preferito è il tavolo della cucina.

 

Piero, eccoci qua! Inizio subito con una curiosità. Visto che hai fatto riferimento alla scuola vorrei chiederti come erano i tuoi rapporti con la letteratura, i romanzi e i grandi autori ai tempi del liceo e dell’università e quali erano i tuoi generi preferiti? Inoltre vorrei anche che ci raccontassi quando hai capito che oltre a leggere ti piaceva anche scrivere. Sei stato colpito dalla frenesia creativa oppure hai ricevuto un colpo in testa e ti sei ritrovato autore senza neanche capire come? Ma giusto per la nostra serenità, hai superato l’esame di quinta, vero?
Well, come dicono gli anglofoni, i miei rapporti con la letteratura ai tempi della scuola erano ottimi. Sono stato l’autore di una raccolta di sonetti vagamente erotici dedicati a Cinzia della terza C e di un carme ispiratomi da Marisa, ripetente della quarta B, tutti incisi sul banco durante le ore di lezione. La mia attività letteraria mi è costata una settimana di sospensione. Da questo episodio premonitore avrei dovuto capire che l’arte è incompresa, specie nei suoi accenti più profondi e sinceri. In compenso Cinzia si è fidanzata con il capitano della squadretta di calcio locale e Marisa, dopo una breve relazione con il bidello, ha preso i voti ed abbracciato la vita monastica.
Ricordo che all’epoca noi maschi prediligevamo tutti lo stesso genere letterario: i fumetti che Luciano trafugava al padre, camionista con una spiccata preferenza per le storie che non lasciavano spazio all’immaginazione.
Da ragazzo ho iniziato a praticare pugilato. Volevo diventare professionista. Una sera, durante un match particolarmente impegnativo, mentre riverso al tappeto sentivo l’arbitro contare, ho avuto una specie di illuminazione e mi son detto: non sarà il caso di rivederlo, questo progetto di fare il professionista? Così ho pensato a qualcosa che mi piacesse altrettanto, ma fosse meno doloroso. Ho iniziato a scrivere; da allora ho molti meno lividi, ma in una cosa mi sbagliavo: scrivere non fa meno male che ricevere un pugno.

 

Pier2Spero tu non indossassi una vestaglia di seta indiana mentre tiravi di pugilato e che questa abbia causato la tua rovinosa caduta sul ring. Se così fosse sono davvero grata a quella vestaglia per averti restituito a noi come scrittore. Senza quella botta in testa forse oggi avresti un naso rotto in più ed un libro pubblicato in meno. E noi una storia in meno da leggere.
Parliamo di lettura, ti va? Poi ci dedicheremo anche a Zanne.
Il rapporto fra lo scrittore e la lettura è un sodalizio estatico che tocca corde sensibili e ricettive. Voglio dire che spesso l’autore legge per nutrire quella piccola fiammella creativa che brucia dentro di lui, da qualche parte, più o meno nascosta o più o meno visibile. È impossibile prescindere dalla lettura, non credi? Quanto ho appena affermato vale anche per l’autore Piero De Fazio? Quali sono i tuoi generi letterari preferiti come lettore? Sei onnivoro o prediligi gli stessi generi di cui sei anche scrittore? Noir, fantasy, thriller…
Ti ringrazio per la domanda. Leggo soprattutto la domenica mattina, quando i ragazzi delle consegne mi lasciano depliant pubblicitari nella cassetta delle lettere. Ecco, allora indosso la mia vestaglia di seta e mi sdraio sul divano in compagnia di offerte speciali e confezioni famiglia super scontate.
Poi, se proprio devo, leggo saggi storici e romanzi di ogni genere. Apprezzo in modo particolare autori come Dino Buzzati, Stephen King, William Gibson, Valerio Evangelisti, per citarne alcuni, e possiedo ogni cosa scritta da Stefano Benni.

 

Anche il top di paillettes che indossi oggi non è niente male. Poi, a fine intervista, ti chiedo l’indirizzo del negozio dove lo hai comprato.
Torniamo a noi. Ti faccio una domanda a bruciapelo.
«Vivono nel mondo reale e nello stesso tempo nel mondo di cui stanno scrivendo».
Ovviamente ci riferiamo agli scrittori.
Vorrei il tuo parere su questa frase e sapere quanto ti rappresenta.
Nessun mondo è reale. E non sono reali neppure le paillettes che indosso, così come io non sono Piero De Fazio, bensì il postino: quindi signora questa raccomandata l’accetta oppure no? Ecco, brava firmi qui, in calce al modulo di ricevuta.

 

Pier3Mi dica, dove devo firmare? Qui?
La busta cosa contiene? Un libro?
Ah, ma è Zanne, L’eredità del cane di Piero De Fazio. Mi perdoni, devo salutarla, ora devo parlare con l’autore.

Eccomi Piero, scusa sono tornata, era il postino che mi ha consegnato il tuo libro. Che dici, vogliamo parlare di Zanne? Niente spoiler però, d’accordo? Non raccontiamo che l’ispettore De Falco non è proprio quello che sembra e che appare fin dalle prime pagine come un personaggio molto particolare. Inquietante è la parola giusta?
Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea e qualche curiosità sulla stesura del romanzo, se ce ne sono… E poi, quanto di vero c’è nella storia!
Che razza di domanda! È tutto vero! Non c’è nulla di inventato nella storia, mi sembra evidente!
Visto che ho cominciato a rispondere all’ultima parte del quesito, adesso mi sono incartato e non so più come rispondere alla prima, bella figura per uno scrittore! Comunque abbozzo una difesa abborracciata, come facevo sul ring, e provo a dire qualcosa di sensato. Il filo conduttore di Zanne e il suo impianto narrativo di base sono incentrati sul tema della giustizia, che quando è negata spinge a invocare la vendetta. Curiosità sulla stesura del romanzo non ce ne sono, a parte il fatto che durante le sessioni di scrittura ho avuto improvvise e inspiegabili voglie di carne al sangue, molto al sangue. Come sono andato?
Bene Piero, stai andando molto bene!
Desideri un’altra birra o posso farti l’ultima domanda?
Sono una lettrice curiosa e soprattutto una scrittrice invidiosa. Se so che un autore sta scrivendo, mi metto subito in moto per scoprire a cosa stia lavorando e soprattutto mi fa venire voglia di scrivere.
Sono troppo invadente se ti chiedo se hai qualcosa in cantiere?
Inoltre dimmi, hai mai pensato di cambiare genere e scrivere un romanzo rosa?
Ancora sei o sette birre e posso scrivere qualunque cosa!
Comunque sì, ho in cantiere parecchi progetti: una raccolta di racconti che spaziano dalla fantascienza all’horror, passando per hard boiled e thriller, con l’aggiunta di una spruzzata di fantasy; poi ho alcuni thriller già pronti, in attesa di revisione, e per finire ti stupirò dicendoti che rinchiuso nel cassetto conservo anche un romanzo rosa, che forse vedrà la luce, se troverò un editore tanto pazzo da pubblicarlo.

 

Anche per oggi abbiamo finito. E’ un peccato che questa ora sia trascorsa così velocemente; ringrazio di cuore Piero per avermi fatto compagnia e per la sua simpatica amicizia e rinnovo l’invito ad una nuova esilarante chiacchierata per la presentazione del suo romanzo rosa.
Un ultimo appello ai miei lettori. Zanne, L’eredità del cane di Piero De Fazio è un grande libro, sentiremo parlare ancora di questo autore che non ha nulla da invidiare ai famosi scrittori di thriller e noir. Quindi che aspettate? Compratelo, leggetelo e fateci sapere cosa ne pensate.
A presto per il prossimo numero de L’ora del tè.

 

 

 

 

 

“Per brevità chiamato artista” è il titolo del nuovo numero de Il Colophon

E’ online, da qualche giorno, il nuovo numero de Il Colophon, la rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore.

Il direttore de Il Colophon, Michele Marziani, ci racconta qual è il tema di questo numero nel suo editoriale.

“A volte ci si innamora di cose che non c’entrano niente. Così mi è successo per il titolo della bella canzone di Francesco De Gregori Per brevità chiamato artista. L’ho preso in prestito, ne ho stravolto il significato — nella canzone indica contrattualmente la professione del cantautore — e l’ho usato per Il Colophon. Mi è piaciuto il gioco tra la brevità e l’artista. Gioco che sta all’argomento di questo numero della rivista: le short story, i racconti, la narrativa breve.”

E’ un numero interessante, assolutamente da leggere. Contiene anche un mio articolo sulla vocazione di Antonio Tombolini Editore di pubblicare racconti e il mio racconto Tè al gelsomino.

Buona lettura!

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Michele Marziani

Lo presento, ma il suo nome parla da sé. Michele Marziani – giornalista, scrittore, maestro di scrittura, editor, direttore editoriale di Antonio Tombolini Editore per il quale dirige anche la rivista Il Colophon – è nato a Rimini ma è cittadino del mondo. Ha vissuto in Romagna, in Piemonte e in Lombardia. Oggi vive in tre luoghi: a Rimini, a Dublino e sulle alpi piemontesi. Però se pensa a “casa”, pensa al Monte Rosa. Questa ce la faremo spiegare da lui!
Michele ha al suo attivo sette romanzi più una serie di libri di viaggi enogastronomici.
La scrittura non è il suo lavoro, ma la sua vita.
È un’emozione averlo qui con me, oggi, nel mio salotto. Prepariamo il tè e iniziamo subito la nostra chiacchierata.

Michele, benvenuto nel mio salotto e grazie per aver accettato il mio invito. Sono le cinque di mercoledì otto febbraio e stiamo per iniziare la nostra chiacchierata. Prima però ti chiedo cosa gradisci? Tè, caffè, infuso? Biscotti, crostata?
So che sarebbe l’ora del tè, ma prendo volentieri un caffè lungo, americano, senza zucchero e una fetta di crostata. Buona la marmellata di lamponi.

Fantastico! Se sei comodo, iniziamo con le cinque domande introduttive.
Comodissimo. Davvero onorato di essere qui.

A che età hai iniziato a scrivere?
A sei anni, più o meno. Quando ho imparato. All’inizio preferivo i fumetti. Poi la poesia. La narrativa è venuta dopo.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Tazza di caffè sempre piena.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Dove vivono i miei personaggi.

Il libro più bello che hai letto?
Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline.

Il luogo più strano in cui scrivi?
L’angolo delle macchinette del caffè al piano interrato del Trinity College a Dublino.

10858434_795450307171516_6764053761804055060_nPer me non esiste altro. Una frase bellissima di Bernard Malamud (che prenderò in prestito!) a cui fai riferimento nella tua biografia. I libri, prima come lettura e poi come scrittura, permeano la tua vita da sempre. Ci racconti com’è iniziata questa passione così grande?
Chi ti conosce (ed io sono fortunata ad avere questo onore) percepisce in te l’amore smisurato per la parola scritta. Un amore che supera ogni altra passione. So che la domanda può sembrare sciocca ma vorrei che tu ci raccontassi perché hai deciso che da grande avresti fatto lo scrittore e se hai mai preso in considerazione un altro mestiere. Io personalmente ti vedo bene nei panni che indossi, ma per curiosità, ti sarebbe piaciuto fare, che ne so, l’astronauta, il giardiniere, il cuoco? In fondo hai scritto anche libri di ricette…
Guarda, io sono sempre stato affascinato dalla parola scritta perché mi indica qualcosa di nuovo, mi insegna qualcosa che non so. Se non so leggere e vedo un cartello blu con dentro una scritta bianca non so nulla, ma quando imparo a leggere ci leggo dentro “Milano” e allora imparo dove sono.
Ho sempre letto di tutto, da quando sono nato, compresi i bugiardini delle medicine e le istruzioni degli elettrodomestici, mi piacciono le parole scritte dentro la vita vera, come i cartelli stradali. Per questo sin da bambino sono stato un divoratore di fumetti. Nei fumetti c’è la parola scritta dentro alla vita disegnata. Li amavo. E amavo il disegno, non facevo altro che disegnare, ovunque, comprese le pareti della mia stanza (mio papà era un seguace convinto del pediatra Benjamin Spock). Questo avrei voluto fare: il fumettista. Però non mi riusciva, non riuscivo a far combaciare quello che avevo in testa con quello che disegnavo. Il segno grafico mi tradiva. E tutto questo è stato per me molto frustrante, per parecchi anni. Leggevo tantissimo, ho sempre letto tantissimo, oltre ai fumetti, libri di ogni tipo. Lo facevo perché ero spesso malato e la televisione non c’era e andavo sovente dai medici, finivo in ospedale e i libri, assieme, appunto, ai fumetti, mi facevano compagnia, mi permettevano di vivere vite più interessanti di quella di un ragazzino nella sala d’attesa di un ambulatorio.
Non ho capito subito che oltre a leggere potevo scrivere. Ho avuto la ventura di comporre delle poesie, come tutti gli adolescenti. Erano brutte. Poi una sera ho attaccato i versi tra loro e ho visto qualcosa che non avevo compreso prima: un racconto scritto sì da me, ma nato da solo. La mia scrittura è questo: lasciare spazio a cose che nascono per conto proprio. Certo, dopo un lungo lavoro di ricerca e di immedesimazione, anche, ma le parole prendono posto autonomamente e come le ritrovo mi piace. A differenza dei disegni: anche loro vengono da soli, ma non sono come li vorrei. Racconti e romanzi non li immagino in qualche modo, li lascio liberi. Per questo, probabilmente, mi vengono abbastanza bene.
Appartengo a una generazione che ha creduto fortemente nella fine del lavoro: io, semplicemente, non vorrei lavorare. Se qualche volta ho immaginato un mestiere diverso dal mio è quello di non fare nulla, di andarmene in giro per il mondo, guardare che cosa accade. Mi piace moltissimo guardare la vita degli altri. Scrivere e leggere non sono un mestiere, sono la vita. La mia almeno.

Tazza di caffè sempre piena. Io di solito la riempio di tè o infusi. Il rito della scrittura in cui ogni scrittore si riconosce. Parlando di manie ed abitudini vorrei curiosare un po’ in casa Marziani, trasformarmi in farfalla ed osservarti nella tua giornata tipo dedicata alla scrittura: come ti organizzi, quale luogo scegli o preferisci, come gestisci i disturbatori, quando decidi che è il momento di iniziare a scrivere c’è qualcosa che deve succedere oppure inizia e basta? In sostanza, raccontaci quali sono le tue abitudini, se ne hai, quando scrivi.
Il punto è capire dove comincia la scrittura. Se inizia quando cominci a stendere le parole sul foglio allora ho poco da raccontare. Per me la scrittura parte molto prima, a volte anni prima, quando vengo avvolto da una sorta di frenesia e improvvisamente mi interessano cose di cui prima non mi importava niente e comincio a viaggiare dentro a idee che a volte diventano romanzi.
Provo a farti un esempio, sono un paio di mesi che penso a Garibaldi, all’Uruguay, alle fisarmoniche, ai migranti italiani, ai pellerossa americani, alla Beat Generation e a un viaggio coast to coast negli Stati Uniti che vorrei fare ma senza dimenticare Montevideo, il Rio della Plata, Buenos Aires… C’è nulla di sensato in questo? Ancora no, ma io avverto un prurito da qualche parte nell’anima che mi dice che anche solo un particolare di tutte queste cose diventerà una storia. Siccome però non so quale sarà mi guardo in giro, progetto viaggi, leggo libri, vado in luoghi che mi sembrano adatti. Adatti a cosa? Boh, lo scoprirò. Intanto obbedisco ad una sorta di istinto narrativo e ci vado. Poi mi faccio mandare vecchie riviste dai posti più strani. Cerco di incontrare esperti delle varie suggestioni che mi riempiono la testa. Questo accade piano piano. All’inizio sono pensieri che stanno di lato, mentre tu fai altro, ti occupi delle cose della vita. Poi diventano idee fisse. Infine un giorno, per caso, all’improvviso, come le illuminazioni Zen, intravedi una storia che spesso non c’entra nulla col casino che hai messo in moto. Però la riconosci e dici: quella è la storia. Così cominci a cercare con maggiore precisione e a costruirne il percorso nella testa. In tutto questo tempo io non scrivo una sola riga, disegno piuttosto, perché disegnare mi dipana i pensieri. Lo faccio su piccoli taccuini che riguardo raramente.
Poi un giorno qualcosa nella mia testa dice che è il tempo di scrivere. Allora mi apparto, mi metto in un angolo, metaforico e reale, chiudo la porta, non concedo accesso a nessuno e comincio a scrivere. A volte senza neppure fermarmi per giorni. Senza togliere il pigiama. Mangiando quello che avanza nel frigo e non rispondendo a nessuna sollecitazione dall’esterno. Nasce quasi sempre così la prima stesura.
Poi un giorno metto il punto e chiudo tutto in un cassetto. Mi guardo allo specchio. Mi faccio una doccia. Metto a posto la casa, mi vesto bene e esco a cena con la persona più cara che ho intorno. Rientro comunque nel mondo.
Dopo un mese, ritiro fuori il manoscritto e comincio a lavorare. Qui allora posso parlare di giornata tipo. Se riesco lavoro sul libro la mattina presto. Diciamo dopo colazione, dalle 7 alle 10. Poi se sono al mare vado in giro in bicicletta, pranzo e mi dedico alle altre cose della vita e del mio lavoro fino a sera quando vado a dormire prestissimo. Se invece sono in montagna vado a pesca oppure a funghi o semplicemente in giro fino all’ora di pranzo. Credo che sia in questo tempo liberato che la mente cominci a raccogliere stravaganze pronte per il libro successivo.
Il lavoro di limatura, riscrittura, messa a punto è il più lungo. Dura molti mesi. Con pause necessarie anche di un mese tra una lettura e l’altra, perché a quello che hai scritto con tanta ferocia verso te stesso e verso il mondo, adesso occorrono la cura del riposo e della riconciliazione. L’editing è spesso una carezza.

309443_2390791007480_1182024689_2746144_523145277_n1Grazie Michele, hai espresso molto bene quello che per te è la tua vita dedicata alla scrittura e come nascono le storie che scrivi. Prima di parlare nello specifico di alcuni dei tuoi libri, riprendo una cosa che hai detto poco fa, per ragionarci un po’ assieme. Le tue storie sono ambientate dove vivono i tuoi personaggi. Che è, più o meno, quello che tutti gli scrittori rispondono. La domanda forse sembra banale, ma l’ho rivolta a tutti gli autori per svelare quelle abitudini che tutti noi abbiamo quando scriviamo e di cui forse non ci accorgiamo, come ad esempio fare vivere i personaggi in luoghi più o meno sempre simili e vicini a ciò che amiamo. Ti faccio un esempio. Tempo fa feci leggere ad un’amica alcune storie che avevo scritto e dopo la lettura lei mi disse che facevo abitare i miei personaggi sempre in un casolare. Io non me ne ero accorta ma dovetti convenire che aveva ragione e da allora ci feci caso: amo la campagna e i miei personaggi di solito vivono lì.
Ho letto tutti i tuoi romanzi e la maggior parte di essi hanno un elemento in comune: l’acqua. Credo tu abbia capito cosa intendo. Ce ne vuoi parlare?
Ho scritto un libro per spiegare il mio rapporto narrativo con l’acqua e neppure so se ne sono stato capace fino in fondo. Comunque si intitola Il pescatore di tempo e attraversa tutti i luoghi e le mitologie della mia narrativa. Lo fa con la canna da pesca in mano, ma perché io sono anche un pescatore.
I protagonisti dei miei romanzi vivono tutti nei luoghi de Il pescatore di tempo, ne respirano il senso, ne percepiscono la forza anche quando odiano quella zona salmastra tra il fiume e il mare (Franco Botteghi in Barafonda); anche quando l’acqua è solo un pretesto cittadino (penso alla ciclofficina di Arnaldo Scura sulla riva del Naviglio della Martesana a Milano in Umberto Dei). Ma i due romanzi dentro ai quali io sono nato, perché dentro alla scrittura accade anche questo, di nascere un’altra volta, sono La trota ai tempi di Zorro in cui Stefano Baldazzi Morra impara a crescere grazie alle trote che nuotano nel torrente del suo paese e Fotogrammi in 6×6 dove il protagonista, un altro Stefano, fa esperienza diretta della diseguaglianza pescando i tritoni col suo amico Igor, uno zingaro, occasionale compagno di scuola. Persino in Nel nome di Marco che è la storia di un sacerdote tifoso di Marco Pantani, uno degli episodi cardine del libro è nell’incontro tra il padre del protagonista e il parroco del paese: sono su un torrente a pescare. La signora del caviale, poi, è completamente ambientato sulla golena del Po, cioè in quello spazio che sta tra il fiume e l’argine. Uno spazio che le stagioni regalano spesso agli uomini e ogni tanto al fiume in piena. Possibilità di vita e devastazione. Un rapporto che un tempo la gente accettava forzatamente e del quale oggi restano solo storie da raccontare: lungo il fiume Po ci sono 35000 (sì, hai capito bene, trentacinquemila) case abbandonate nelle golene. Nessuno oggi, giustamente, vuole più vivere lì, ma questo non vuol dire che chi ci è vissuto non abbia originato un’epica del fiume. Cito i primi autori che mi vengono in mente: Riccardo Baccelli e Beniamino Guareschi.
Per me l’acqua, narrativamente, è tutto. Ho scritto altri romanzi che arriveranno prima o poi in libreria: tutti seguono il filo di un fiume. Uno addirittura attraversa i mari, partendo da una piccola valle alpina italiana, passando per l’isola di Ventotene, poi la Spagna, per approdare nel Connemara, nell’ovest dell’Irlanda sulle sponde di un piccolo lago. In questo specchiarsi di acque si specchia la storia del Novecento. Sarà in libreria a luglio. Si intitola La figlia del partigiano O’Connor. Per la prima volta è una storia con una protagonista femminile. Di più ora non posso dirti.
L’acqua sulla quale si svolge la vita è il mio sogno infantile e lo ripeto all’infinito. Rubo le parole a Renzo Casali, indimenticato uomo di teatro e fondatore della Comuna Baires di Milano: «Tutto quello che faccio è cercare di realizzare quello che sognavo a otto anni». Anch’io.

libri micAllora, Michele, arrivata a questo punto della chiacchierata, di solito, cerco di catturare l’attenzione dei lettori sulla produzione letteraria del mio ospite. Come vedi, qui sul tavolino, ho una bella pila di tuoi libri: i romanzi, i racconti ed infine i libri dei viaggi enogastronomici. Ho l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto sono condizionata da due cose: dal mio amore per i romanzi e soprattutto per i tuoi romanzi. Non vorrei togliere importanza alle altre tue opere, come ad esempio Un ombrello per le anguille, una bellissima serie di racconti scritti sull’acqua, oppure Fotogrammi in 6×6, un piccolo libretto che contiene tre storie intense e forti o Nel nome di Marco il tuo bellissimo romanzo dedicato al grande Pantani. Non vorrei togliere importanza alle altre tue opere, dicevo, ma mi piacerebbe che ci parlassi di due tuoi romanzi in particolare. Iniziamo con il primo, e cioè con Umberto Dei, biografica non autorizzata di una bicicletta. Prima di tutto vorrei che ci raccontassi com’è nata l’idea di questa storia e perché hai scelto proprio, come protagonista, una Umberto Dei; poi vorrei sapere perché è una biografia non autorizzata di una bicicletta e come è nato il titolo; ed infine, già che ci sei, raccontaci anche qualche curiosità, se ce ne sono, su questo libro.
L’idea è nata percorrendo in bicicletta il Naviglio della Martesana ogni giorno. All’epoca abitavo a Milano. Non mi piace la metropolitana, se posso preferisco andare a piedi o in bicicletta. E in bici, appunto, andavo a lavorare in viale Monza. Ogni volta che passavo davanti al portone dove poi ho ambientato il romanzo qualcosa mi attraeva, mi costringeva lì. Piano piano è nato il personaggio, è nata la storia, ma era una storia del cavolo perché raccontava di un ex rivoluzionario, di un cocciuto, estremista ed estremo, che andava in giro con la cosa meno estrema che c’è al mondo, una paciosissima bici da città. Poi ho scoperto le Umberto Dei, biciclette per maniaci, per feticisti direi. La bicicletta estrema. È nato tutto così, ad ogni passaggio sul Naviglio. È una biografia di una bicicletta perché è lei, il mezzo meccanico, che accompagna tutto il percorso narrativo. Non è autorizzata perché Umberto Dei, il costruttore, mica l’avrebbe mai scritta una biografia così delle sue biciclette. E suonava bene. Come suona bene Umberto Dei, prova a ripeterlo ad alta voce: dura il tempo di un giro di pedale. La sonorità è tutto nella scrittura. Curiosità? Tantissime, non saprei da dove cominciare. Anzi sì, mandai il manoscritto da leggere a due amici e loro, dopo averlo terminato, per tutta risposta mi regalarono una bicicletta Umberto Dei. Fu commovente. Anzi no, fu molto bello. Commovente fu invece una lettera che ricevetti da un professore universitario di Milano che mi disse che gli avevo raccontato la sua vita, o almeno la parte che lui sognava, compresa, purtroppo, la moglie amatissima che muore di un tumore. Proprio come nel libro. Umberto Dei è stato il mio tributo a Milano, l’unica città italiana per cui provo affetto.

Giuro, ho provato a ripetere a voce alta Umberto Dei e suona davvero bene. Se dura il tempo di un giro di pedale non lo so perché qui non ho una Umberto Dei ma mi fido di te. Sono stupita nello scoprire che abbiamo a cuore la stessa città e non ti nascondo che ho passeggiato più volte lungo il Naviglio della Martesana curiosando nei portoni e cercando qualche indizio per capire quale fosse il luogo in cui avevi ambientato la bottega di Arnaldo Scura. È davvero emozionante andare a caccia dei luoghi e dei personaggi dei nostri libri preferiti.
Ed ora veniamo ad un altro tuo capolavoro; l’ho scelto perché mi ha incuriosito il titolo e quando l’ho letto mi sono ritrovata immersa in un sogno.
Nella mia recensione a questo tuo libro ho riportato un estratto particolarmente significativo: Per pescare sul serio serve imparare il silenzio e il passo felpato. Occorre lo stupore di trovare pesci incredibilmente grandi in corsi d’acqua spaventosamente piccoli, stretti, gallerie di frasche con sponde di rovi. Quasi rigagnoli. Luoghi intricati, dove l’accesso costa fatica, punture d’insetto, braccia segnate, sudore… I pesci vivono spesso in luoghi che non immagineresti mai. Saperli invece immaginare è l’arma vincente. Credere l’incredibile.”
Avrai già capito che mi riferisco a Il pescatore di tempo, a mio avviso, forse, il tuo libro più profondo. Profondo perché parla di acqua e di pesci da pescare? Profondo perché parla di vita? Di viaggi? Di tempo? E silenzio?
Raccontaci tu di cosa parla e del significato che hanno per te il tempo e questo piccolo grande libretto.
Ha a che fare anche con la leggerezza del vivere?
Che dire? Grazie di spendere delle parole così importanti, così grandi, per un libro piccino che in fondo racconta solo che un pescatore può avere una chance in più per affrontare la vita: immaginarla. Giacomo Leopardi diceva che l’immaginazione è il primo fonte della felicità umana. Credo che nessuno sia costretto a immaginare più di un pescatore che si trova di fronte all’acqua e deve pensare che lì sotto ci siano pesci di ogni specie, grandezza, tipo, colore, tane, sassi, piante, ostacoli sommersi… E magari non c’è nulla, ma lui pesca convinto perché immagina un mondo sotto alla superficie dell’acqua. Un mondo migliore. Pescare è un’applicazione pratica dell’immaginazione.
Poi a me, come al protagonista del libro, la pesca ha insegnato la libertà della natura, l’uguaglianza dettata dal merito, la fraternità delle osterie. La contraddizione eterna tra amare e uccidere (ami il pesce, ma lo uccidi), l’affascinante antinomia della parola amo che è l’uncino per prendere i pesci e la prima persona singolare del verbo amare.
Credo che Il pescatore di tempo sia prima di tutto un libro sulla vita, che racconta di un ragazzo che diventa un uomo, nel caso specifico uno scrittore, portando l’immaginazione a spasso sui fiumi, mescolando libri e natura, passione e istinto. È una storia di grande fortuna e anche di piccole cose. È infine un percorso personale, quello di un bambino innamorato di una canna da pesca per la sua somiglianza con una lancia di un indiano Cheyenne e che per questo ha imparato a pescare sui libri, portando poi quei libri a sentire lo scorrere del fiume.
Il pescatore di tempo è uno scritto nato per caso. Anzi su richiesta dell’editore. Ho risposto a un invito, quello di raccontare cosa fosse la pesca. Per me, come per tantissimi scrittori che ne hanno narrato storie bellissime, penso a Ernest Hemingway di Grande fiume tra due cuori (più tutto il resto che non è poco), alla follia di Pesca alla trota in America di Richard Brautigan, alla religiosità della natura di In mezzo scorre il fiume di Norman Maclean, alla vita sull’acqua raccontata ne Il grande silenzio di Thomas McGuane, all’utopia di Pesca al salmone nello Yemen di Paul Torday, alla pace bucolica e ironica di certe acque di pianura del centro Europa raccontate da Ota Pavel ne La morte dei caprioli belli ma anche, se vogliamo citare autori vecchi e nuovi di casa nostra, alla pennellata di Novecento italiano de L’amo e la lenza di Mario Albertarelli, al mitico Colombre di Dino Buzzati che fa il paio con le splendide descrizioni dello storione del Po scritte da Gianni Brera ne La pacciada, fino ad arrivare a Fabio Genovesi con il suo romanzo Esche vive. Credo che pescare sia, prima di tutto, occuparsi di sé e del proprio tempo. E farlo con leggerezza perché, come diceva Mark Twain, comunque non ce la faremo ad uscirne vivi.
Per raccontare tutto questo, per scrivere Il pescatore di tempo, non sapendo da dove iniziare, ho cominciato come quando si giocava coi Lego: ho sparso davanti a me libri, oggetti, canne da pesca, esche artificiali, un vecchio cestino di vimini, tante foto sbiadite, qualche mappa di sperdute vallate montane… Ho riempito il tavolo, mi sono versato un bicchiere di vino e ho cominciato a osservare tutte quelle cose appoggiate lì alla rinfusa. Guardandole ho sentito l’odore del fiume – che per me è quello della vita – e ho cominciato a scrivere.

947236_10201133272632234_385289796_nSe sostituisco la parola pescatore con la parola scrittore in una frase che hai appena detto ottengo: “uno scrittore può avere una chance in più per affrontare la vita: immaginarla”. Credo che avere la possibilità di poter vivere altre vite, oltre alla propria, sia una opportunità unica, sia per lo scrittore che inventa la storia, sia per il lettore che in quella storia si immedesima. Quando ho letto Il pescatore di tempo ho trovato tante analogie fra la pesca e la scrittura e dove tu scrivevi pesca io leggevo scrittura. È un libro che parla di vita e tutti dovrebbero leggerlo.
Il tempo è volato, Michele e la nostra ora del tè è giunta al termine.
Ti chiedo solo altre due cose prima di salutarci.
La prima è una richiesta: promettimi che verrai di nuovo a trovarmi dopo la pubblicazione del tuo prossimo romanzo.
La seconda è una curiosità: nella tua biografia hai scritto che se pensi a casa, pensi al Monte Rosa. Ci spieghi perché proprio il Monte Rosa?
Con questo io ti lascio la parola, perché voglio finire questa bellissima intervista con la tua voce. Saluto i nostri lettori e do appuntamento a tutti alla prossima puntata de L’ora del tè. Grazie di cuore, Michele, per essere stato qui con me oggi!
Beh, è stata un’ora piacevolissima, almeno per me, e quindi tornerò sicuramente dopo l’uscita del nuovo romanzo.
La domanda sul Monte Rosa è difficile. Provo a risponde e parto da lontano: mio nonno paterno è cresciuto in un casello ferroviario dell’alto Molise, dove i bisnonni facevano i casellanti, non so bene da dove venissero, credo dall’Abruzzo ma potrei sbagliare.
Domenico Tommaso Marziani, questo il nome del nonno, entrò in ferrovia, divenne capostazione e girò mezza Italia. Mio padre è nato a Gorizia, mia madre viene dal basso Friuli. Quando sono nato io vivevano a San Leo che allora era nelle Marche, dopo pochi anni ci siamo trasferiti a Rimini ma a tutte le feste comandate andavamo a Padova a trovare i nonni materni che nel frattempo erano andati ad abitare lì.
Finite le scuole elementari ci spostiamo di nuovo, per motivi familiari, in Piemonte, nel Novarese, sul lago d’Orta. Credo che quegli anni siano stati i più belli della mia vita, a contatto con una natura che prima non avevo avuto occasione di conoscere.
Da Gozzano, dove abitavo, ma anche da Novara dove ho studiato e pure da Milano dove ho vissuto, nelle giornate terse si vede il Monte Rosa. Il vederlo mi rende sicuro dello stare al mondo. Mi fa sentire meno sradicato, meno perduto nei miei venticinque traslochi.
Mi sono innamorato della Valsesia, il versante più bello del Monte Rosa, quando da ragazzo in certe giornate di primavera invece di andare a scuola prendevo il trenino per Varallo. È un amore che è rimasto sempre lì. Ogni tanto torno e tutto mi sembra più bello. Ovviamente non lo è, anzi. Non c’è alcun motivo se non il respiro forte della montagna. Forse è solo un luogo dove immaginare delle radici che non ho. Magari perché è il posto di tante scorribande da ragazzo. Non è però l’unico luogo del cuore, ne ho altri, anche in montagna, la vicina val d’Ossola ad esempio.
L’ho fatta lunga inutilmente, la verità è che il Monte Rosa è semplicemente il pezzetto di mondo dove senza nessun motivo mi sento a casa. Grazie per la pazienza di tanto ascolto.

Il sito di Michele Marziani è michelemarziani.org.
Per info sui suoi libri navigate questa pagina.

Un assaggio. Il capitolo 22.

Ieri sera sfogliavo il mio romanzo. Non amo farmi pubblicità, anche se capisco quanto sia sempre più importante fare marketing di sé stessi.
Io non sono brava in questa veste ma ogni tanto ci provo.
Più che parlare del mio libro vorrei che il mio libro parlasse al posto mio.

Ieri sera sfogliavo il mio romanzo, dicevo, e l’ho aperto a caso al capitolo 22, un numero che ha per me un significato molto particolare. Come particolare è il capitolo stesso, di cui vi regalo un assaggio.

Capitolo 22

Quando bussò alla mia porta, la notte del 22 marzo, Rocco era ubriaco, urlava e vomitava. In preda a non so quali allucinazioni o forse solo pazzo di dolore gridò più volte che dovevo salvarla, resuscitarla.

«Falla vivere!» urlava.

Aveva gli occhi spiritati, le mani tremanti ed era sudicio; puzzava di alcol, sudore e vomito. Lo invitai a entrare e sedere. Si buttò a terra, vicino al camino. Si prese la testa fra le mani e solo allora notai il sangue. Aveva un taglio su un polso e la ferita era sporca di terra e sangue raggrumato. Lo medicai, nonostante le sue proteste, e gli feci bere un infuso di erbe. Si calmò e mi raccontò del giorno maledetto.

Quando arrivai alla fontana vidi le macchie di sangue vicino alla cesta coi panni.Sapevo che l’avrei trovata lì. Mancavano pochi giorni. Eleonora era sicura che sarebbe nata il 21.
«Nascerà il primo giorno di primavera» diceva; era felice. Non vedeva l’ora di stringere la sua bambina.
Sapevo che sarebbe scesa verso le tre; di solito puliva la cucina e aspettava che Giovanni uscisse per andare al mercato, prima di recarsi alla fontana. Una tenaglia mi strinse lo stomaco. Non respiravo. Attorno alla fontana c’era molta acqua. Qualcosa l’aveva fatta tracimare fuori. I panni della cesta erano bagnati e insaponati. Ma lei non c’era. Il mio cuore sembrava impazzito. Sbatteva, picchiava, non mi faceva capire niente. Era l’unico rumore che sentivo. Dalla fontana presi il sentiero che conduce alla contrada. Pregavo Dio che Eleonora fosse a casa, stesse bene, e che i miei timori fossero solo il frutto di un brutto presentimento.
Camminavo, correvo, ansimavo, non avevo fiato.
«Dio mio, ti prego, ti prego…»
Erano le uniche parole che riuscivo a pronunciare. Affrontai la salita in poche falcate e quando arrivai in cima il cuore mi cadde a terra. Eleonora era là, appoggiata ad un albero, sudata, bagnata, sporca di sangue. La raggiunsi e la presi fra le braccia. Tremava come un filo d’erba. Si abbandonò fra le mie braccia e io la sollevai. Respirava a fatica. La stesi a terra, ma si contorceva dal dolore. Strillava il mio nome.
«Rocco! Aiutami!»
Mi gridava di aiutarla ed io non sapevo cosa fare.
«Amore, ti prego, resisti! Cerco aiuto e ti porto dal medico».
Gridava più forte.
«Non mi lasciare! Chiama Diana!»
Parlava a singhiozzi, in mezzo alle fitte atroci e ai morsi di dolore.
«Aiutami!»
«Amore, ti prego, resisti!»
Si strinse a me con tutta la forza che aveva. Infilò le unghie nella mia carne. La presi in braccio e lei gridò. Sapevo di farle male ma non avevo scelta.
«Perdonami amore. Ti porto a casa».
La vidi stringere i denti. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Si aggrappò con entrambe le braccia e nascose il viso nell’incavo del mio collo.
«Amore, manca poco. Resisti!»
La sentivo contrarsi. La pancia contro il mio torace. La sua bambina fra me e lei. Eleonora mi guardò ed aveva gli occhi asciutti, belli come non li avevo mai visti. Mi sorrise e quello fu l’ultimo sguardo che mi rivolse. Poi una doglia ancora più forte delle altre la fece urlare come non avevo sentito mai.
Davanti a casa sua chiamai il marito. Urlavo.
«Giovanni! Giovanni!»
Presi a calci la porta.
«Giovanni apri! Ti prego!»
Picchiavo sempre più forte. Stavo per sfondare la porta quando si aprì.
«Cosa…»
«Giovanni, Eleonora… bisogna chiamare Diana».
Giovanni sbiancò e corse via, verso il bosco.
Entrai. Eleonora era aggrappata a me. Ma non era cosciente.
La coricai sul letto. Sembrava non provasse più dolore. Era immobile, inerte, abbandonata. Le accarezzai i capelli ma non si mosse.
«Ele, amore».
Non rispose.
La baciai.
Non si mosse.
Il suo torace si alzava e poi si abbassava ed io lo guardavo come se temessi che smettesse di respirare da un momento all’altro.
Perdeva sangue e liquido. Presi un asciugamano e la pulii.
Teneva gli occhi chiusi e non reagiva.
L’accarezzai sul viso.
«Ele, ti prego amore, rispondimi. Dimmi qualcosa. Mandami al diavolo, ma parlami. Ti prego!»

Quando entrai nella camera da letto, Rocco era vicino a lei. Aveva la fronte appoggiata alla pancia di Eleonora, pregava e piangeva. Giovanni era dietro di me. Vide l’uomo disperato al capezzale della moglie ed uscì di casa.
«Rocco!»
«Diana, ti prego, devi aiutarla».
«Cos’è successo?»
«Non lo so. L’ho trovata vicino alla fontana. Ha perso sangue».
«Lascia fare a me, ora. Chiama Antonietta. Falla venite qui. Mi servono asciugamani, lenzuola pulite e acqua calda. Subito!»
Rocco uscì di corsa. Mi avvicinai a Eleonora e le toccai la pancia. Gridò e spalancò gli occhi. Le divaricai le gambe.
«Perdonami figlia mia».
Infilai la mano e toccai il collo dell’utero. Era già dilatato, ma non abbastanza. Potevo aiutarla ad accelerare il travaglio ma non sapevo ancora in che posizione era il feto. Dovevo aspettare. Non potevo rischiare. Eleonora era già abbastanza provata.
Poi iniziò il vero travaglio. I dolori violenti, insopportabili. Antonietta restò con me per due giorni. Per tutto il tempo che trascorremmo là dentro, Eleonora non fu mai cosciente. A volte sembrava ritornare, ma poi crollava di nuovo in uno stato di completa assenza dal mondo. Tremava per i dolori, gridava, si contorceva e fra una doglia e l’altra sveniva.
Non mangiammo, non dormimmo. A nessuno era consentito entrare.
Alla fine del primo giorno, capii che c’era qualcosa che non andava e quando vidi che non era la testa quella che sarebbe uscita per prima cominciai a pregare anch’io. Antonietta non mi chiese nulla e, con un riserbo che mi commosse, pregò assieme a me. Il ventuno mattina Eleonora era pronta per partorire ma il feto non si era girato. Ormai era stremata. Non aveva neanche la forza di gridare. E le doglie erano finite. Le mie preghiere non erano servite a nulla. Forse non basta chiedere aiuto una volta per ottenerlo. Continuai a massaggiare la pancia di Eleonora sperando di vedere apparire i capelli. Non mi fermai mai, neanche quando il cuore di Eleonora smise di battere.
«Diana!»
Antonietta appoggiò una mano sulla mia spalla ed io crollai.
«Diana, è finita!»
Uscii dalla stanza, parlai con Giovanni e chiesi a Antonietta se era pronta ad assistermi. Lei mi guardò con gli occhi enormi e si avvicinò a Eleonora. Chiusi a chiave la porta e ricoprii il letto di asciugamani e cerate. Dopo mezz’ora estrassi Michela dalla pancia della madre e la deposi fra le braccia di Antonietta.

 

Zanne, l’eredità del cane, di Piero De Fazio

Se conosceste Piero immaginereste che potrebbe scrivere un libro come questo. Non per la crudità degli argomenti, ma per lo stile sottile e acuto ricco di quella spigliata ironia che fa parte dell’autore.
Mentre scrivevo la parola crudità pensavo al significato del termine, calzante nel suo voler intendere asprezza ma nello stesso tempo anche crudo, cioè non cotto.
Ho finito poche ore fa la lettura di questo libro che ha reclamato la mia presenza costante al suo cospetto per alcuni giorni. Non ne voleva sapere di mollarmi, un po’ come il protagonista, l’ispettore De Falco, uno che non molla, neanche quando, dopo un incidente, la sua vita cambia e quello che era sempre stato il suo istinto viene accentuato da una inaspettata forza interiore.
Una vita in solitaria, la sua, con una missione che ha scelto di  compiere e che non ammette ospiti o amici. Una decisione pericolosa, presa senza rimpianti, che lo allontana sempre di più da una vita che forse gli andava stretta, quella di una giustizia che non riscuote da chi merita di essere condannato e che lascia le vittime sospese al vento e senza protezione.
Zanne è un noir poliziesco con tratti un po’ fantastici che trascina il lettore ad una immersione senza fiato nelle vicende dell’ispettore, in una storia particolare, insolita e ricca di colpi di scena.  Una scrittura leggera, a tratti leggermente ironica, che scorre senza intoppi descrittivi esagerati. Un andamento narrativo sempre acceso e volto a lasciare sparsi qua e là alcuni falsi bersagli che disorientino il lettore e lo costringano a proseguire nella lettura del libro.
Come dico sempre il noir non è il mio genere preferito, ma dopo Angelo Ricci e Piero De Fazio credo di poter dire di avere letto alcuni dei più bei libri del momento.
Nella mia malata ossessione per la parola scritta quando leggo un libro non riesco a distaccarmi dallo stile e lasciarmi trascinare dalla storia, ma devo immergermi nelle vicende di cui si parla senza tralasciare la scrittura e se una delle due cose non mi convince non riesco a superare le venti pagine. Spesso anche molto meno.
Non è il caso dei libri che recensisco, che leggo tutti fino all’ultimo, e tanto meno di questo bellissimo libro che ho consumato in pochissimi giorni, in un’ansia da lettura che pochi testi mi danno.
Zanne è edito da Antonio Tombolini Editore e pubblicato nella collana Oscura.
Un libro per chi ama i bei libri.

SINOSSI

Solo chi è vigliacco o chi ha un cuore puro sogna di diventare un supereroe. Ma cosa succede quando qualcuno riesce davvero ad acquisire straordinarie capacità, elevandosi così dalla massa degli uomini?
A questa domanda, l’ispettore di Polizia Pietro De Falco, tormentato e in crisi di vocazione, non può ancora rispondere. Non completamente. Sebbene sia dotato di eccezionali competenze e impensabili abilità, la sua è una vita di interrogativi. Mosso da un istinto che non riesce a tenere a freno, in bilico tra morale e giustizia, tra lecito e mostruoso, si avventura in strade che non dovrebbe frequentare, sfrutta facoltà che nessun uomo potrebbe immaginare.
Eppure la sua è una personale battaglia contro il male.
Il buio è insieme compagno e nemico, è il solo custode di un segreto che arriva da lontano. Il destino che si delinea ha la forma di una notte carica di promesse e portatrice di un’eredità ancestrale e pericolosa.

“Tranne il colore degli occhi” a Caffè Letteradio

Quando ho scritto Tranne il colore degli occhi a tutto ho pensato tranne di portarlo in radio.
Non l’ho pensato ma l’ho fatto. Grazie a Francesca Scherini che ha apprezzato il mio romanzo e mi ha invitata a presentarlo in radio.
Ho accettato subito. Era per me un’esperienza unica, mai vissuta prima che, a conti fatti, è stata davvero molto divertente.
E’ bello per un autore parlare del proprio libro, ma è ancora più bello quando sai che le tue parole hanno toccato nel profondo l’anima dei lettori.
Francesca è un’ottima padrona di casa, con lei sembra proprio di essere seduti attorno ad un tavolo a chiacchierare come se ci si conoscesse da sempre.
Caffè Letteradio è una trasmissione bella ed interessante, un incontro settimanale con i libri e i loro autori che consente, soprattutto agli emergenti, di fare conoscere le proprie opere.
Per chi se la fosse persa, ecco la trasmissione del 17 gennaio, io, Francesca, Andrea e Tranne il colore degli occhi

© 2017 Roberta Marcaccio

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