La montagna era alta e per scalarla impiegai quasi tutta la mattina.

Il cielo era color azzurro polvere, forse a causa dell’aria così fresca da tagliare la pelle.

Non c’era anima viva attorno a me, neanche un animale passeggiava in quella terra desolata.

Nello zaino avevo una bottiglia d’acqua, due tavolette di cioccolata, un cannocchiale ed alcuni indumenti di ricambio.

Ero sempre più stupita per le indicazioni che ricevevo, nessuna aveva senso per me fino a quel momento.

          Fra otto giorni esatti da oggi, recati in cima alla montagna di fuoco – mi aveva detto il mio maestro – là ti aspetterò.

E così lo trovai, seduto in meditazione su un enorme blocco di pietra, ad attendermi.

Appena percepì la mia presenza, mi fece un cenno. Appoggiai lo zaino a terra, mi levai scarpe e calze e mi sedetti.

La meditazione aveva il potere di raccogliere tutta l’energia che l’universo produceva e iniettarla, come una droga, dentro le mie vene.

Dopo circa mezz’ora si alzò e mi disse: – Andiamo.

Scendemmo a piedi nudi dall’altro lato della montagna e lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi fu agghiacciante: una landa desolata, spoglia, bruciata, appannata dal calore e dall’umidità che fuoriuscivano dalla terra.

Arrivati ad un certo punto del nostro cammino, il terreno si fece più impervio che mai.

I nostri piedi faticavano a trovare una pietra o una striscia di terra pulita, fresca, dove poggiarsi. A volte il mio maestro mi aspettava, piantandosi con i piedi a terra, mi allungava la mano, diventando per me il bastone. Quando non potevamo aiutarci, allargavamo le braccia e, come equilibristi, saltellavamo da un sasso all’altro, da un lembo di terra all’altra, per evitare di scottarci.

Un silenzio pesante si espandeva attorno a noi: nessuna creatura vivente era presente in quella terra infuocata dove i vapori, l’afa e il vento bollente rendevano l’aria irrespirabile.

Il nero e il rosso coloravano ogni cosa e tutto era avvolto dalla nebbia.

          Maestro, – dissi – ho paura.

          Di che cosa hai paura? – mi chiese.

          Di non sapere che strada prendere e di incontrare, sul mio cammino, degli ostacoli difficili da superare.

          Quali ostacoli?

          Non so, – risposi – forse … il dolore, ad esempio. Quando attorno a me non c’è più nulla e tutto è dolore, io non so che strada intraprendere.

          E cosa faresti in quel caso?

Non risposi subito. Sapevo che se avessi buttato lì una frase qualunque, non sarebbe stato saggio.

Mi guardai attorno cercando di capire cosa fare. Il mio maestro aspettava.

Se restavo dov’ero avrei rischiato di finire arrostita, se continuavo potevo incontrare qualche ostacolo.

Cosa fare? Quale scelta era quella giusta?

La montagna rigurgitava fuoco, fumo e polvere, sembrava dovesse esplodere di lì a poco.

Decisi che dovevo agire senza paura.

Andare avanti, questa era l’unica strada possibile. Forse più in là avrei trovato un riparo o forse no.

Dovevo tentare.

– Proseguo nel cammino – dissi al mio maestro.