Aveva preparato quella giornata, come tante altre prima, con la stessa meticolosa cura. Ogni dettaglio studiato in modo perfetto, dall’argomento, alla documentazione ed anche il suo abbigliamento.
Fine, graziosa, seducente.
Sapeva di avere un potere oltre l’immaginabile, sapeva e ne era cosciente. Avrebbe ricevuto complimenti, di cui non poteva fare a meno, avrebbe ricevuto sorrisi, sguardi. L’adrenalina l’avrebbe schiacciata come sempre, liberando tutta l’energia in suo possesso e facendola camminare a due metri dal pavimento.
Ormai viveva di questo. Del sentirsi al centro dell’attenzione, del piacere, per piacersi.
E tutto procedeva secondo i suoi piani. O quasi. Non era preparata a quello che aveva di fronte. Non l’aveva previsto.
Si muoveva nell’aula con la sua solita sicurezza, delicata come una farfalla, frusciante e leggera. Sui tacchi altissimi, sulle gambe sottili da cerbiatta.
Parlava con gestualità controllata, calibrando il tono della voce che a tratti diveniva seducente. Le mani si libravano, sottolineavano, descrivevano il senso, il contenuto, il peso di ogni parola detta.
Ma diversamente dalle altre volte una leggera inquietudine s’impadronì di lei. Traspariva dall’incessante sollevarsi ed abbassarsi del suo seno, impercettibile ma evidente ad un occhio esperto. La giacca, corta e stretta sui fianchi sottili, allacciata solo da un bottone in vita, lasciava scoperta la maglietta troppo scollata e la curva dei seni con il loro incessante alzarsi ed abbassarsi.
Anche le mani, di solito sicure, presero a tremare invisibilmente, come una sottile luce che vibra senza dare presenza di sé ad occhio nudo. Mani piccole, discrete, curate, che nervose sfioravano ogni cosa che toccavano, con delicatezza, sinuosità.
La chiamavano, le chiedevano, le comunicavano e lei pronta, sempre in ogni istante a comunicare con ognuno di loro.
Tranne lui.
Seduto in ultima fila, capelli lunghi, brizzolati, carnagione scura, con un’aria trasandata da eterno ragazzo, la spogliava con quei meravigliosi, inquietanti occhi azzurri. Accarezzava con lo sguardo le sue forme, seguiva il tratto ondulato dei suoi fianchi, delle sue cosce, dei suoi seni, delle sue braccia.
Camminava in mezzo ai tavoli, parlava con ognuno la chiamasse.
Tranne che con lui.
Aveva pronunciato un asciutto buongiorno al suo arrivo. Poi niente più. Aveva fame della sua voce.
Era consapevole dei suoi occhi su di lei, del tocco del suo sguardo sulle sue gambe, di quella penetrazione dolce e azzurra, che sentiva anche quando era seduta, a ginocchia strette. Lui entrava, l’accarezzava, si scioglieva sotto il suo sguardo. Mentre si muoveva, percepiva la presenza di lui, come un dolce peso sulle spalle, sui fianchi, sulla vita, sul ventre.
Troppo spesso gli occhi di lei si posavano su quelli di lui, sempre fissi su di lei, pungenti, quei suoi maledetti occhi azzurri. Splendidi da togliere il fiato, chiari come l’acqua, insidiosi come un laser.
Comunicazione verbale. Comunicazione non verbale. Gestualità. Comunicazione del corpo. I titoli erano tutti scritti sulla lavagna ed ogni titolo era la personificazione della sua immagine, del suo corpo, di cui era così consapevole.
Scriveva alla lavagna, con movimenti lenti, come per sottolineare la sua presenza. Il pennarello cadde, lei si chinò a raccoglierlo, scendendo giù con la schiena, come le lavandaie al torrente, china su se stessa. Il tessuto trasparente della gonna, svasata, lunga appena sopra il ginocchio, aderì alla sua carne, mostrando il colore indistinto della sua pelle rosata.
Si rialzò con lenta naturalezza, lasciando il tessuto accarezzare, sfiorare, eccitare. E non fece nulla per evitare che la stoffa rimanesse incastrata nel taglio della schiena, lasciando immaginare il sottile indumento indossato sotto. Con la stessa naturalezza non si aggiustò la gonna. Lasciò che gli occhi cadessero sulla linea dei suoi glutei e delle sue cosce, cogliendo tutti gli sguardi su di sé.
Una pausa, un caffè. Tutti uscirono. Solo lei, solo lui rimasero nell’aula.
Sei troppo distratto. Cosa sei venuto a fare?
Lo sai che amo guardarti muovere in mezzo ad altri uomini. Guardare come ti atteggi e ti rendi provocante. E mi eccito al pensiero che loro ti eccitano.
Hai ascoltato quello che ho detto oggi?
No.
Se non ascolti, poi non ti rispondo quando hai bisogno di me.
Sono sempre il tuo capo. Mi devi ubbidire, senza obiettare.