Mi chiamo Sara, ho trentacinque anni e vivo all’ultimo piano di un palazzo dell’ottocento, in pieno centro a Milano. In questo momento mi trovo in una delle più grandi librerie della città per un evento importante nella vita di uno scrittore: la presentazione, al pubblico, del suo primo libro. Ho desiderato tanto che arrivasse questo giorno ed ora mi sento come una barca arenata sulla sabbia: fuori posto e a disagio. Mi siedo sul divanetto, mentre le persone cominciano ad arrivare numerose. Mi scrutano, osservano, cercano di capire se sono davvero io, quella che ha scritto La mia vita in collegio, e se davvero ho vissuto le cose terribili che sono contenute lì dentro. Nella vita non ho mai amato espormi, ed ora eccomi qua, a sfondare il palcoscenico, ricevere domande e dare risposte. Come mi manca la mia piccola soffitta! Appena posso scappo dal frastuono della città e mi ritiro lì, mi siedo sul pavimento, metto su un po’ di musica, prendo il mio notebook e lascio che sia la fantasia a guidarmi. La sala comincia a riempirsi, di uomini e donne, arrivati fin qui per ascoltarmi. Dovrò fare i conti con la loro curiosità: le donne osserveranno il miei abiti, come mi muovo, che colore di rossetto ho steso sulle labbra, se le mie unghie sono naturali o rifatte; gli uomini invece, appoggeranno i loro sguardi sui miei fianchi e su tutto ciò che di tondeggiante abbellisce il mio fisico. Per prima si avvicina una donna. Ha in mano una copia de La mia vita in collegio. Lo sguardo mi cade sul primo piano in quarta di copertina. Come fa quel volto ad appartenermi? Mi chiedo se lo stesso dubbio assale le persone presenti in questa sala. Quanto siamo diversi, eppure noi stessi, in alcuni momenti della vita, quando il nostro stato d’animo e il nostro benessere decidono il ritmo della vita! Le chiedo come si chiama. “Maria?”, dice. Che coincidenza, penso mentre le mie mani cominciamo a tremare. Sento che qualcosa è cambiato. “Ti piace leggere?” le domando mentre scarabocchio una frase. Mi risponde di no, non le piace leggere, ma il libro è per lei. Scrivo: A Maria che legge la vita attraversando la vita, perché possa trovare le parole dentro di sé. Con affetto Sara. Sono convinta che una dedica così possa persuaderla ad imparare a leggere, ad amare una delle poche cose per cui secondo me vale la pena vivere. Non è una dedica qualsiasi. Quella frase l’ho già scritta. Maria la legge davanti a me, mi guarda e mi chiede: “Come fai a sapere che ho bisogno di parole?” Non lo so, non posso saperlo, sto per rispondere. “Tutti abbiamo bisogno di parole” dico. “Io … vorrei parlare un po’ con te” mi dice in un fiato come se avesse timore di chiedere. “Sono qui per due ore” rispondo “quando ho finito se vuoi ci beviamo un the al bar del piano di sopra.” “Ok” mi dice, e se ne va. Io resto sovrappensiero per un secondo, cerco di concentrarmi sulla nuova persona che ora siede al mio fianco, ma la mia mente ormai è in viaggio nel passato, dove tutto ha avuto inizio. Nel luogo in cui sono nate le storie che vivono nelle pagine del libro che ho in mano.

La scriverò la mia storia, mi dissi un po’ di tempo fa. Avevo tre anni, quando, dopo la morte di mia madre, entrai in orfanotrofio. Non avevo altri parenti al mondo. In quel luogo, abbandonato dagli uomini e da Dio, vivevano quaranta bambini, dieci suore e quattro inservienti. “Abbandonato da Dio” è il termine giusto. Le giornate, lì, erano lunghe e terribili: sveglia all’alba, preghiera, colazione – latte e biscotti ammuffiti -, in aula tutto il giorno, pranzo veloce, preghiera, brodo per cena, a letto alle otto. E camomilla, bevevamo solo camomilla. Era vietata qualsiasi attività ludica: non potevamo giocare, fare sport, leggere, scrivere, ridere. La madre superiora era molto severa in questo e, se uno di noi disobbediva alle regole, lo puniva molto duramente. Nessuno sapeva cosa succedesse, dentro la stanza in fondo al corridoio dell’ultimo piano, quando lei e il malcapitato si chiudevano dentro. Il collegio piombava nel silenzio totale. La mia grande passione, per i libri e per la scrittura, mi portò a trasgredire le leggi dell’orfanotrofio. Non potevo fare a meno di apprendere dai grandi della storia, dai luminari della prosa, dai magnifici della poesia. Amavo ogni tratto, ogni simbolo, ogni graffio sulla carta. Mi sfamavo con le storie che i padri della letteratura avevano creato e desideravo anche io, un giorno, diventare come loro. Quando tutti dormivano, mi nascondevo sotto le coperte e tiravo fuori il libro che una delle novizie mi aveva passato dopo averlo preso per me in biblioteca. Finito quello gliene chiedevo un altro e lei, nonostante borbottasse che era pericoloso, che ci potevano scoprire, che poteva finire male, mi accontentava. Leggevo favole, storie di grandi donne, racconti fantastici e vicende drammatiche. Qualche altra volta invece prendevo il quaderno e la matita e scrivevo per ore. Inventavo storie di maghi che sconfiggevano il male, di draghi cattivi che diventavano buoni, di gnomi dispettosi e di folletti che facevano tornare indietro il tempo. Sognavo ad occhi aperti di vivere nel mondo di cui narravo. Un giorno lei mi scoprì. Fu terribile. Mi portò nella stanza in fondo al corridoio e lì mi abbandonò, dopo avere bruciato tutte le mie cose.  Dopo non so quanto tempo, fu la sorella più anziana a tirarmi fuori. Mi disse, con voce dolce, che alcune persone volevano parlare con me. Le diedi la mano e lei mi condusse in un salotto dove un uomo e una donna attendevano. La signora si inginocchiò di fronte a me, mi accarezzò le guance, spostò i miei luridi capelli attorcigliati, liberandone il volto, e mi chiese se volevo andare a vivere con loro. Io dissi di sì, avevo dodici anni e quel giorno divenni loro figlia adottiva.

Infuso ai frutti di bosco. Sceglierà quello. Allungo la mano, sto per prendere la bustina di camomilla, ma lei è più veloce. Con una manata scaraventa tutto a terra, il piattino di ceramica va in mille pezzi, le bustine finiscono tutte sparse sul pavimento. La guardo. Ha gli occhi sporgenti, il viso lucido e arrossato e il respiro affannoso. Allungo una mano per prendere la sua, ma lei la ritrae. “Scusa” dico. Lei fa ondeggiare la mano in aria, come per dire “fa niente”. “Perché mi hai scelta?” mi chiede. “Prego? Cosa intendi dire con mi hai scelta?” “Non fingere. Hai capito appena mi hai visto oggi. Perché mi hai scelta come protagonista del tuo romanzo?” “Non lo so, Maria, non sono io che scelgo i personaggi. Sono loro che bussano alla mia porta e chiedono di entrare. E così hai fatto tu.” “Tu lo sai, vero, perché sono venuta a cercarti?” L’intensità dei suoi occhi mi ricorda qualcosa. Per qualche istante cala fra di noi un silenzio pesante, gelido come quello del collegio. Ognuna aspetta che l’altra parli per prima. “Mi hai cambiato nome” dice sorseggiando un po’ di bevanda calda, “Maria mi piace, ma perché lo hai scelto?” “È il tuo nome…” sussurro. “Lo sai” dice “sei così diversa di persona! Quando scrivi le parole scorrono fluide, mentre invece ora fai fatica ad articolare poche frasi.” Mi osserva per un po’, in silenzio e poi mi chiede: “Senti, mi dici una cosa?”. “Certo” rispondo sorpresa. “Come nasce in te l’idea di un personaggio?” mi chiede. “I miei personaggi non fanno parte di un disegno. Quando io li scelgo, loro già esistono, hanno delle caratteristiche precise, un nome, tratti fisici ben definiti e una vita vera. All’inizio uso la tecnica e creo un progetto all’interno del quale ti coll … colloco il personaggio. Per un po’ di tempo lui segue le mie orme, fino a quando le sue scelte non prendono il sopravvento. Così se io decido di fargli fare una cosa, lui ne fa un’altra, se io penso di mandarlo in un determinato posto, lui prende e cambia strada.” Maria mi guarda, alza un sopracciglio e mi fa l’occhiolino. “E da dove prendi l’ispirazione per una storia?” mi chiede. “E’ la parte che più amo di questo mestiere, l’essenza dell’arte. E’ come compiere un atto magico, è puro amore. La storia matura in me mentre io scrivo; le vicende accadono, i personaggi si muovono, la trama si svolge.” “Qual è l’ambientazione dei tuoi romanzi?” “Domanda difficile. Sai, perché ho ambientato il mio romanzo in un collegio? No … non penso. I luoghi ideali in cui ambientare le mie storie sono quelli che mi ricordano il mare, oppure sono i posti che mi riportano alla mente momenti di dolore.” “Ti sbagli! Io lo so!” mi dice dura. “Hai scelto il collegio perché è il tuo passato, è il tempo in cui la tua anima si è spezzata e tu hai capito che esisteva solo un modo per ricucirla. Hai usato la scrittura per uscire dall’inferno e mentre lo facevi hai imparato che quando stai male e ti trovi nel tuo momento peggiore, quello è l’istante in cui dai il meglio di te.” “Maria, ma tu che ne sai? Sono io la scrittrice, non tu! Sono io quella che crea, che mette assieme i tasselli di una storia, quella che condisce la vita con i sapori, con i colori, con la passione. Sono io quella che ha lottato per essere felice. Tu ti sei sempre lamentata di tutto. Ho paura, ho freddo, tienimi stretta. Basta!” Lei mi guarda in silenzio, ascolta il mio sfogo come ha fatto tante volte, come io ho fatto con lei, su pagine e pagine di diario. “Un’ultima cosa” dice “poi ti prometto che me ne tornerò per sempre dentro la storia in cui mi hai rinchiusa e non sentirai più parlare di me. Perché non hai ascoltato i consigli del primo editore? Perché non hai tagliato, cancellato? Hai paura di buttare via quello che non serve più…” “Tu non puoi sapere cosa significa creare, dare una forma all’anima, darle voce. Non sai del dispiacere di dovere eliminare una parte di ciò che hai creato con tanto amore. Penso di avere fatto quello che andava fatto. Ma i ricordi, seppure dolorosi, quelli non li posso rimuovere. Non posso.” “Comunque, grazie!” mi dice con dolcezza, spiazzandomi. “Come? Di cosa mi ringrazi?” le chiedo. “Hai dato voce e parole alla mia anima. Ero chiusa nel mio dolore. Grazie a te l’ho attraversato ed ora sono libera.”

Non riesco a pensare, le parole che ho in testa fanno troppo rumore. Maria se n’è andata per sempre dalla mia vita. E’ uscita dalla mia penna ed infine è tornata nella storia. Non ricordo di essermi alzata, di averla salutata ed essere tornata nella sala dove ho incontrato i miei lettori. Non ricordo. Mi sento spenta, come se qualcuno avesse pigiato un bottone e cancellato la mia memoria. Forse è stato il troppo sforzo e l’eccitazione degli ultimi giorni. Domani penso che chiuderò a chiave la porta di casa, prenderò la macchina, e mi allontanerò per un po’ di giorni dal frastuono del successo. Il mio impresario capirà. “Scusi?” una voce alle mie spalle mi fa girare di scatto. Non c’era nessuno qui, fino a poco fa. “E’ tardi?” chiede. Non l’ho sentito arrivare. Lo guardo a bocca aperta. Cosa ci fa lui qui? Che faccia tosta! Presentarsi dopo avermi ridicolizzata più volte davanti ai suoi collaboratori. Vorrei ridergli in faccia, ferirlo. Ma a cosa servirebbe se non a rovinare questo momento meraviglioso! Ha in mano una penna e una copia di La mia vita in collegio. Penso di avere fatto una faccia strana perché lui mi guarda con un mezzo sorriso ingenuo. In effetti tutto questo mi sembra incredibile. Mi siedo e, come in un film, mi passano davanti tutti i momenti in cui quest’uomo mi ha umiliata e trattata come una donna di strada. Le sue parole hanno ancora un sapore amaro. ”Ci dispiace. La sua opera non è male, ma la narrazione è piatta, priva di suspense, di colpi di scena. Nessuno muore, nessuno vince. A chi interessa un romanzo patetico come questo? I lettori vogliono azione, avventura, morti … sesso. Ha capito? … magari, se vuole, ne possiamo parlare … a cena … potrei aiutarla …”

Ipocrita! È dunque questa la mia grande occasione per fare morire o vincere qualcuno? Prendo la penna, il libro, lo apro alla prima pagina e scrivo:

“Non esiste un momento in cui ci è permesso tornare sui nostri passi per riscrivere la storia. Quando l’attimo è passato resta solo il sapore amaro del senso di colpa. La mia vita in collegio è diventato un capolavoro, senza sesso né morti! Grazie per l’invito a cena … sarà per un’altra volta!!”

 

Dietro ogni storia, ogni vita c’è una morale, e così anche questa ne ha una. Ognuno di voi troverà, su queste pagine, quello di cui ha bisogno per affrontare la vita con grande consapevolezza.

La mia è un credo: “non vivo per scrivere, ma scrivo per vivere”.

 

(Pubblicato nell’antologia “Parole per un mondo migliore 2”)