Tutto iniziò la notte in cui conobbi Paula, la “zingara”. Viveva in una piccola dimora vicino al mare, in una zona in cui non esistevano case ma solo baracche e capanne. Bussai alla sua porta e lei mi accolse con uno sguardo silenzioso. Nella penombra della stanza notai i suoi occhi tristi e infossati, la bocca contornata di rughe sottili, i lunghi capelli color sabbia, spettinati e attorcigliati che facevano da cornice a un volto senza età. Con la mano mi fece cenno di sedermi su una piccola sedia di legno, su cui era appoggiato un cuscino blu scuro di raso con un ricamo che raffigurava un drago dai mille colori.

Mi sedetti e mi guardai intorno. La casetta, formata da un’unica stanza, era buia. La flebile luce che illuminava l’ambiente era emanata da decine di candele le cui fammelle zampillavano proiettando ombre su tutte le pareti. Dappertutto c’erano oggetti ammassati uno sull’altro: libri consumati, stoviglie sbeccate, stracci lacerati. In un angolo notai una cassapanca con sopra strani oggetti: legni contorti, candele dalle forme e dai colori insoliti, collanine con ciondoli stravaganti, bottiglie piene di sabbia o sassi, erbe secche legate a mazzi disposte in una grande cesta.

Mi guardò ed io feci altrettanto. Non parlò, ma mi scrutò dentro l’anima con i suoi grandi occhi, grigi come il mare. Sparse sul tavolino una miscela di erbe e foglie tritate che emanavano un profumo inebriante, e accese davanti a me un piccolo moccolo di candela. Non mi resi conto delle frasi che pronunciai, la mia voce uscì cavernosa come in uno stato di trance.

«Mi sento scucita, ho perso il mio uomo e ora vago nella vita senza sapere qual è il mio destino. Il mio corpo è devastato dalla stanchezza e dall’insonnia. Uso droga e alcool, ma non trovo sollievo».

Rimasi stupita di me e delle mie parole, erano così semplici e terribili che nemmeno se le avessi pensate sarei riuscita a dipingere un quadro più preciso della mia inquietudine.

Lei non parlò. Faceva strani segni con le dita sul tavolino, spostava le piccole foglie tritate e pronunciava frasi sconnesse in una lingua che non comprendevo. Capii solo due parole: dea e anima.

Mi prese la mano sinistra e la unse con olio essenziale di melissa, prese una pietra di quarzo e me la passò sulla fronte e sui seni.

Non pensavo a nulla, avevo la sensazione di essere fuori dal mio corpo. Mi sembrava di essere seduta al mio fianco ad osservare una scena in cui la protagonista non ero io. Mi trovavo in un posto che non conoscevo, dove nulla apparteneva al mondo di cui facevo parte, seduta di fronte ad una sconosciuta che mi spogliava delle mie barriere senza parlare e senza fare domande.

Il giorno in cui decisi di recarmi in quella casa non sapevo che cosa avrei trovato e chi fosse la donna che l’abitava. Ora mi trovavo lì di fronte a lei, una strega, una di quelle donne nei cui poteri non avevo mai creduto. E nell’ultimo posto della terra in cui avrei mai pensato di recarmi.

Fuori dalla baracca un silenzio inanimato. Il mare non emetteva un gemito. Il vento ascoltava le nostre mute parole e la luna piena, in quella notte senza nuvole, guardava attraverso le ombre e scrutava nel mio cuore.

Paula si alzò. Io non guardai che cosa stesse facendo. La sentivo muoversi attorno a me. Si spostava da un angolo all’altro della stanza, raccogliendo oggetti e deponendoli nel suo grembiule. Rovesciò tutto sul tavolino: un libro, una candela, un vaso, una pietra, un sacchetto di sassi, sabbia di mare e semi.

Mi disse che cosa dovevo fare di lì a un mese, al termine del quale sarei dovuta tornare da lei. La ascoltai distratta, presi gli oggetti e lasciai la casa. Aprii l’uscio e fui travolta da una ventata gelida che mi sollevò i capelli. Mi strinsi nella giacca e chiusi la porta dietro di me.

Guardai il mare e il suo frastuono mi assordò. Com’era possibile che dentro quel piccolo tugurio non si udissero il fragore e la tempesta che si scatenavano all’esterno?

Mi sentivo stupida e cretina per avere dato retta a chi mi aveva consigliato di andare in quello strano posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Mentre risalivo la sporgenza che sovrastava la casa di Paula incrociai un uomo che scendeva verso la spiaggia. Il vento giocava con i suoi capelli e io non riuscii a scorgerne il volto. Rallentò il passo e guardò verso di me. Sembrava volesse dirmi qualcosa, ma le parole rimasero mute sulle sue labbra.

Era quasi mezzanotte e quaranta, mi affrettai e raggiunsi la macchina. Mi sedetti al volante e per la prima volta dopo tanto tempo mi fermai a rifettere sugli avvenimenti del mio recente passato. Gli ultimi tre anni erano stati devastanti. Avevo perso il mio uomo, morto per una tremenda malattia. Se n’era andato dopo solo sei mesi di sofferenza e di dolore. Avevo assistito a tutta la sua agonia che era stata penosa non solo per gli atroci dolori che aveva patito, ma anche perché in molti momenti lui aveva rifiutato la mia compassione e il mio amore. Dopo la sua morte avevo chiesto un trasferimento di lavoro e avevo cambiato città nella speranza di  poter ricominciare da zero. Avevo deciso di rompere per sempre con il mio passato e di abbandonare tutto.

Era ora di guardare avanti e non pensare a ciò che ormai apparteneva al mio ieri. Era tempo di cambiare me stessa, diventare un’altra donna, vivere una nuova esistenza. Cercai nuove amicizie nella città in cui scelsi di vivere, ma non fu facile. Imparai a plasmare il mio carattere a seconda delle circostanze e delle convenienze. Quando parlavo con gli altri non dicevo mai quello che pensavo davvero, e ogni mio gesto era dettato da una sorta di adeguamento all’altro. Tornavo a casa la sera e morivo nel letto in un delirio d’incubi terrificanti che mi tormentavano tutta la notte.

Uno era il sogno più ricorrente. Il più sconvolgente. Ogni volta mi svegliavo in preda all’ansia, tremante e fradicia di sudore. Mi trovavo in una stanza senza pareti, senza solaio e senza pavimento. Dal nulla apparivano lunghi tentacoli neri, sottili e forti, che si avvicinavano e si avvinghiavano a me, partendo dai piedi, salivano sul mio corpo fino ad arrivare alla testa. Mi avvolgevano stretta fino a chiudermi come all’interno di un bozzolo. Non riuscivo a respirare. Mi svegliavo in preda a un’angoscia estrema, con il cuore chebatteva all’impazzata, e non riuscivo più a chiudere occhio. Il mattino successivo ero stremata e dopo due moke di caffè nero e amaro mi recavo in ufficio dove ero sommersa di problemi, reclami e grane da risolvere. Vivevo ogni giorno con la pressante sensazione di volermene andare via, in un posto dove stare sola e dove nessuno potesse raggiungermi. Neanche la mia solitudine.

Durante le riunioni con il comitato direttivo, in cui si discuteva per ore di problemi da risolvere, avevo la continua sensazione di nausea allo stomaco. Non sopportavo più le chiacchiere inutili che non portavano a nessuna conclusione. Diventavo sempre più arida e avvertivo l’insopportabile sensazione che la terra si sgretolasse sotto i miei piedi. Non avevo voglia di parlare con nessuno e cominciai a chiudermi in me stessa.

Fu in quel periodo che dopo l’orario di lavoro presi l’abitudine di bere un aperitivo analcolico al bar di via del Mare. Dopo poche settimane l’aperitivo divenne alcolico e poi superalcolico.Cenavo con salatini e tartine e fumavo dieci sigarette solo nelle due ore che trascorrevo al bar. Una sera un uomo mi si avvicinò. Era bello da togliere il fiato. Si sedette al mio fianco, parlammo e bevemmo per ore. Ci incontrammo allo stesso tavolo tutte le sere per una settimana. L’ottavo giorno mi chiese se poteva accompagnarmi a casa.

Accettai. Gli offrii un whisky e parlammo ancora. Non so cosa lui volesse da me, né cosa io volessi da lui. Fra di noi si era creato uno strano rapporto. Non era amicizia e neanche attrazione fisica. Stavamo bene assieme perché nessuno dei due chiedeva nulla all’altro. Lo stare assieme ci serviva per colmare quel pesante vuoto interiore che solo una presenza umana al proprio fianco avrebbe potuto riempire. Io sapevo solo il suo nome, lui sapeva solo il mio nome. Non parlammo mai del nostro passato, ma ero convinta che lui sapesse tutto di me, fino alla mia essenza più profonda. Una sera, dopo un mese dal giorno in cui ci conoscemmo, Luk, questo era il suo nome, venne da me, a casa mia, e mi chiese di spogliarmi.

Mi spogliai come fosse la cosa più naturale del mondo. Non provai vergogna né pudore.Rimasi in piedi, completamente nuda, sul tappeto al centro del salotto. Lui spense tutte le luci. Solo qualche raggio di luna rischiarava l’oscurità che ci avvolgeva. Lo sentivo camminare. Un soffo d’aria solleticava la mia pelle. Le sue dita scorrevano sul mio corpo come fossero mille. Lo sentivo respirare vicino a me. Avvertivo la sua presenza. Poi nulla.

Il buio mi avvolse trasmettendomi una forte sensazione di vuoto allo stomaco. Capii che stava per succedere qualcosa. Erano secoli che non avevo rapporti con un uomo e ne sentivo il bisogno. Luk si avvicinò a me ed appoggiò il suo corpo nudo al mio. Sentivo tutti i suoi muscoli e percepivo ogni battito del suo cuore. Mi accarezzò i capelli. Il suo tocco era dolce ma deciso. Ero eccitata come non mai. Non toccò mai il mio corpo. Non ce ne fu bisogno. L’orgasmo che giunse in me fu esplosivo e immediato. Luk uscì da casa mia senza parlare e non lo vidi più.

Le settimane che seguirono furono piene di ombre. Di giorno mi trascinavo senza voglia di vivere e la notte tremavo per la paura di morire.

Da quando Luk se ne era andato quella piccola luce che mi teneva in vita si era nuovamente spenta, ed io ripiombai nell’oscurità. Quando Erika mi chiese se volevo partecipare con lei a una festa di sole donne, accettai subito. Immaginavo un incontro piacevole fra persone dello stesso sesso che parlavano di cose banali e trascorrevano qualche ora piacevole: una serata di risate e civetterie, chiacchiere inutili che non fanno pensare a nulla.

Arrivammo in un casolare in piena campagna alle nove di sera. Una cameriera ci aprì la porta e ci fece accomodare in una stanza molto grande che in passato era stata la stalla per le bestie.

Al centro era apparecchiata un’enorme tavola, sulla quale erano poste numerose ciotole piene di frutta e ortaggi. Le pareti erano ricche di quadri che raffiguravano battute di caccia, paesaggi montani e di campagna e animali. Vicino alle pareti erano poste numerose panche di legno e poltrone di vimini. Negli angoli, tappeti enormi con cuscini colorati. Le ragazze invitate alla cena erano quasi tutte arrivate. Ci sedemmo a tavola. La padrona di casa si alzò e fece un breve discorso.

«Sono molto felice di accogliervi qui nella mia modesta casa, in questa serata così particolare. La “festa del sesso” è alla sua settima edizione. Divertiamoci!».

Rimasi senza parole, lo stupore dipinto sul mio volto. Chiesi ad Erika che cosa intendesse dire. Lei appoggiò una mano sul mio braccio e disse di non preoccuparmi. «Lasciati andare e pensa solo a divertirti. Vedrai che dopo starai meglio».

Mangiammo, bevemmo e fino a quel momento tutto lasciò intendere che si trattasse solo di una normale festa tra amiche di vecchia data.

A fine cena servirono bevande calde molto aromatiche. La padrona di casa accese alcuni spinelli e li fece girare fra le ospiti. Erika mi fece bere una di quelle tisane e poi mi passò una canna. Feci tre tiri e all’istante provai una piacevole sensazione di allontanamento dalla realtà. I miei problemi non esistevano più, mi sentivo un’altra donna, diversa, la mia inquietudine era svanita.

Da lì in poi mi sembrò di vivere in un sogno. Mi ritrovai sul tappeto; il mio corpo, meraviglioso e nudo, era avvinghiato ad un altro corpo altrettanto statuario. Le nostre membra nude si strusciavano, le gambe si avvolgevano alle altre, le mani affamate di carne affondavano nelle vulve vogliose, le bocche cercavano labbra da baciare, mentre le lingue, ansiose, bramavano turgidi capezzoli.

Non so quanto durò la festa. Quando aprii la porta di casa erano le sei del mattino. I ricordi della sera prima erano sfocati e avvolti dalla nebbia.

La testa mi girava e facevo fatica a camminare. Mi sdraiai sul divano in preda alla nausea. Non avevo idea di quanto bevvi e neanche di quanta droga assunsi. Ero diventata una larva. Il nulla e il buio della mia esistenza mi avvolgevano. Avevo paura e non sapevo come uscirne. Forse avrei dovuto chiedere un aiuto. Cedetti di fronte all’incessante trascorrere dei giorni, lasciandomi cullare dagli eventi. Dopo la “festa del sesso” cominciai a fare uso di spinelli, lo sballo mi aiutava a non pensare allo schifo di donna che ero diventata.

Mi guardavo allo specchio e di fronte a me vedevo una sconosciuta. Un’estranea viveva dentro di me.

Dov’ero finita? Come mi ero ridotta? E la mia anima? Distrutta, ridotta a brandelli.

Che fine avevano fatto i sani principi in cui avevo sempre creduto?

Capii che tutto era morto quando avevo perso il mio uomo.

La donna che ero stata era sepolta con lui.

Non riuscivo più a trovare me stessa, mi ero persa nell’oscurità della mia esistenza, in un bosco di ombre che mi avvolgevano e nascondevano ai miei occhi la strada che dovevo percorrere per tornare alla luce.

Quando ormai pensavo di essere giunta così in basso da non potere più risalire, sentii crescere dentro di me un estremo bisogno di rinascita.

Un mese dopo la festa comprai una rosa, una rosa rossa da donare al mio uomo. Dovevo parlargli. Il cimitero era silenzioso, grande, deserto. Infondeva nella mia anima una pace immensa. La sua tomba era molto curata, come un piccolo giardino. Mi sorrideva, dalla foto, ed io lo guardai con un mesto sorriso. Aveva sempre avuto un forte ascendente su di me. Era stato un uomo di polso, determinato, deciso, generoso con tutti.

M’infondeva sicurezza, anche ora che mi guardava attraverso una foto.

Mi sentivo sola al mondo da quando lui era scomparso.

«Mi sento persa» gli dissi con voce sommessa. «Ho bisogno del tuo aiuto».

Lo guardai e cominciai a piangere in silenzio lacrime di tristezza e di sfogo.

«Ho deciso di andarmene per un po’. Così non riesco ad andare avanti. Devo allontanarmi da questo posto, troppi ricordi mi legano a te ed io non riesco più a vivere. Addio amore mio, ti porterò nel mio cuore».

E così feci.

Chiesi un’aspettativa dal lavoro per malattia e partii senza meta. Vagai per il mondo con pochi effetti personali e pochi soldi. Mangiai quello che trovavo nei campi o che potevo comprare con i pochi spiccioli che avevo con me e, quando questi finirono, con ciò che ricevevo in elemosina. Mi sedevo davanti alle chiese oppure davanti alle botteghe. Spesso ricevevo cibo o qualche monetina. Qualche volta avanzi, sassi, bottiglie vuote o pane ammuffito. Non conoscevo la lingua dei Paesi che attraversavo e d’altra parte non desideravo parlare con nessuno.

Camminavo per giorni e giorni e dormivo nei posti che mi trasmettevano pace.

Attraversai molti Paesi e mi scontrai con abitudini e costumi diversi dai miei. E mi adattai.

Conobbi poveri, disadattati e affamati di cibo e d’amore…come me.

Non chiedevo nulla e nessuno mi dava nulla. Speravo che allontanandomi dal mio paese avrei cancellato il mio vuoto interiore, ma quel vuoto era dentro me e non mi avrebbe abbandonata mai, mi avrebbe accompagnata in ogni luogo in cui mi fossi recata, anche ai confini del mondo. Terminati i sei mesi di aspettativa e di vagabondaggio tornai a casa.

Durante la mia lontananza alcune cose erano cambiate.

Il bar di via del Mare aveva chiuso e la mia “amica” Erika aveva lasciato la città senza avvisare nessuno. Il luogo che più avevo frequentato prima di partire e la persona con cui avevo diviso le serate di sballo non c’erano più.

Il primo giorno di lavoro dopo il mio rientro il direttore mi chiamò nel suo ufficio. Il mio aspetto era orribile: gli occhi erano segnati da occhiaie scure, il viso scavato e stanco era attraversato da rughe profonde, ero molto magra, quasi scheletrica, e le mani erano scosse da un tremore appena percettibile. Scocciato, mi domandò che cavolo mi stesse succedendo e che, per Dio, era ora che riprendessi a lavorare con diligenza o mi avrebbe cacciata via.

Io gli risposi malamente, gli urlai che ero stanca del suo menefreghismo e del suo modo arrogante di trattare le persone.Non mi avrebbe mandata via. Mi alzai, gli dissi che ne avevo le tasche piene di lui e di tutti i casini ai quali per colpa sua avevo dovuto porre rimedio. Lo mandai a quel paese e uscii sbattendo la porta.

Da responsabile di reparto mi ritrovai in mezzo a una strada, senza lavoro e senza soldi. Non ero psicologicamente e neanche fisicamente in grado di sostenere un colloquio di lavoro soddisfacente. Fu così che mi rivolsi alla sola persona che conoscevo e che mi potesse dare una mano: la padrona della casa del sesso.

L’andai a trovare. Mi fece accomodare e mi offrì uno spinello. Fui tentata dall’idea dello sballo ma rifiutai. Le dissi che non conoscevo nessuno e che avevo bisogno di aiuto.

«Sono disperata!».

Si fece seria, mi fissò con gli occhi stretti e sentii la profondità del suo sguardo pungermi l’anima. Mi accompagnò in una stanza piccola che si affacciava sul retro della casa. Dalla vetrata si scorgeva un giardino, limitato da un bosco e da un piccolo laghetto. Mi fece cenno di sedermi su un tappeto e lei fece altrettanto. Era una donna sottile, il suo corpo smilzo si muoveva silenzioso, ad ogni passo scivolava sul pavimento con un sibilo leggero, le sue mani erano anch’esse lunghe e affusolate e così pure le dita, la carnagione era chiara come la luna e i suoi occhi pungenti ed astuti.

Mi guardò dall’alto e mi disse: «Vai alla capanna sulla spiaggia. Chiedi di Paula. È una strana donna che parla una lingua incomprensibile. Dicono che possieda poteri straordinari».

Qualunque cosa fosse, avevo troppo bisogno di dividere il peso che portavo con un’altra persona. Una che comprendesse i miei pensieri più intimi, senza pregiudizi. Il ricordo di quel lungo periodo mi fece rabbrividire, non era freddo ma tremai. Appoggiai l’involucro che Paula mi aveva consegnato sul sedile a fianco e misi in moto l’auto.

Arrivata a casa, mi sedetti sul divano e aprii il pacco.

Seguii alla lettera le istruzioni che avevo ricevuto dalla strega. Accesi la candela davanti alla finestra a nord, ripetendo tre volte la frase che mi aveva detto di pronunciare. Presi un vaso con terra asciutta, scavai con le dita e versai il contenuto del sacchetto che conteneva, oltre alla sabbia e ai sassi, dei piccoli semini rossi. Presi un altro vaso e lo riempii di acqua fresca, nella quale immersi la pietra, riponendolo poi nell’angolo a est della casa.

Poi presi il libro, lo rigirai fra le mani e lessi il titolo sulla copertina: IL MITO DELLA DEA PERSEFONE.

La strega mi aveva imposto di leggerlo in trenta giorni. Contai le pagine e le divisi per trenta. Dovevo leggere due pagine al giorno. Non era un compito difficile.

Quando m’immersi nella lettura mi resi conto che il difficile era chiudere il libro dopo due pagine.

La storia di Persefone era avvincente, mi prendeva e m’invitava a leggere tutto d’un fiato.

Mi dovevo violentare ogni sera, costringendomi a chiudere il libro. Di giorno dormivo fino a tardi. Uscivo e camminavo per ore. Mangiavo poco per non spendere soldi e giravo per la città come una disperata in cerca di un lavoro qualsiasi. Parlavo con centinaia di persone, ma nessuno sembrava interessato alla mia assunzione. In quel periodo difficile era forte in me il bisogno di una presenza amica al mio fianco, una persona con cui dividere i miei pensieri, i miei sentimenti: uno che mi capisse al volo e che fosse presente, in maniera incondizionata, ogni volta che ne avvertivo il bisogno. Semplicemente perché era.

Un’anima gemella.

Non sapevo che volto darle. Se uomo o donna. Poco importava il sesso. Era fondamentale che fosse un tutt’uno con me.

La storia di Persefone mi teneva compagnia ogni sera. Leggevo due pagine, come da istruzioni, prima di addormentarmi.

La vicenda parlava di dolore, sofferenza, violenza, ma anche di amore e generosità.

Ade, il dio degli Inferi e fratello di Zeus, durante una visita nel regno dei vivi incontrò una giovane fanciulla che passeggiava nei prati, raccogliendo fiori. Come vide Persefone, la giovane figlia della dea Demetra, se ne innamorò e decise che doveva prenderla in moglie. La rapì strappandola alla madre e la condusse con sé nel regno dei morti.

Quando la madre scoprì il rapimento della figlia, fu lacerata dal dolore. Le urla di disperazione si udirono in ogni luogo della terra, in ogni anfratto. La sofferenza che avvertì per la perdita di Persefone fu tale che Demetra trascurò la terra, le messi e i raccolti di cui era la padrona. Nessun germoglio e nessuna pianta crebbero più, non nacquero più frutti e la terra divenne sterile e arida. Lunghe, profonde crepe solcarono il terreno, e tutto divenne deserto. Zeus, di fronte a tanta desolazione, inviò Ermes, il dio messaggero, dal fratello Ade, pregandolo di restituire la giovane Persefone alla madre disperata.

Ade promise, ma prima di lasciarla andare le donò alcuni semi di melograno, che la giovane dea mangiò. Quando raggiunse la madre, che fu lieta di gioia per il ritrovamento della figlia, questa le chiese se nel regno degli inferi avesse accettato del cibo dal dio Ade. Lei rispose che sì, aveva mangiato quattro semi di melograno.

La madre si alterò per la stupidità della figlia, la quale a causa del sortilegio legato a quei semi fu costretta a tornare da Ade per quattro mesi all’anno.

Ogni sera mi sdraiavo sul divano con il libro in mano e leggevo solo due pagine.

Mi addormentavo e sognavo di correre nei prati in mezzo ai fiori. Un demone infuocato sbucava dal terreno, mi prendeva per la vita e mi poneva con forza sul suo carro. Io gridavo con tutto il fiato che avevo in gola, ma per quanto mi sforzassi la voce si spezzava e dalla mia bocca non usciva alcun suono. Ogni notte il sogno si ripeteva. Nei miei incubi la terra era secca, arida e segnata da solchi profondi, il cielo non aveva colore, era cupo da far paura. Ogni mattina mi svegliavo sudata e più stanca della sera precedente.

La trentesima notte sognai che ero stata liberata dalle fiamme dell’inferno da una donna bellissima, la quale mi prese per mano e mi tirò con forza, facendomi riemergere sulla terra. I campi erano verdi e rigogliosi.

Mi svegliai di soprassalto e mi ritrovai seduta sul letto. Ero riposata.

Quella sera a mezzanotte bussai all’uscio della piccola dimora di Paula.

Il mare era tranquillo e il cielo scuro della notte non era così nero come nelle notti di tempesta.

La storia di Persefone mi aveva scosso. Percepivo che una parte di me era stata rapita, che io non ero più la stessa donna. Ogni volta che mi guardavo allo specchio non vedevo me. Ma un’altra persona. Cercavo di chiudere a chiave l’immagine terrificante e disperata che si rifletteva, sperando di non rivederla mai più. La odiavo.

La piccola dea Persefone aveva toccato in me qualcosa di profondo. La mia bambina, quella che era chiusa nella mia essenza, che aveva bisogno di rivedere la luce e di respirare ossigeno, scalpitava mani e piedi, per liberarsi dal buio dell’inferno.

Spinsi con delicatezza l’uscio, Paula mi stava aspettando con in mano una lunga camicia di cotone. M’indicò uno sgabello senza schienale, al centro della stanza.

Meccanicamente mi spogliai, indossai la camicia e mi sedetti.

I battiti del mio cuore risuonavano contro le mie costole, come i rintocchi di una campana. Paula si avvicinò, mi cosparse il capo di gocce di olio di gelsomino e accese attorno a me numerose candele disposte in cerchio sul pavimento.

Chiusi gli occhi ed attesi, piena di timore e speranza.

Sentivo le sue dita muoversi sul mio corpo. Il suo tocco, delicato e deciso allo stesso tempo, rinvigoriva i miei muscoli e faceva scorrere nuovamente la linfa vitale dentro di me. Massaggiò i miei piedi, salì lungo le gambe, plasmò tutto il mio corpo infondendogli forza. Mentre le sue mani si muovevano libere e sciolte su di me alcune immagini mi passavano davanti agli occhi: alcune apparivano sfocate, altre nitide. Nessuna ricordava il mio vissuto, ma la sensazione che mi trasmettevano era di profondo e inquietante terrore. La paura s’impossessò di me.

Cercai di liberarmi da quel massaggio, allontanando le mani di Paula, ma lei era più forte e resisterle era impossibile. Provai a lottare, le sue mani sembravano mille. Dopo trenta minuti ero stremata.

Avevo rivisto, come in un film, tutta la mia vita. Paula rallentò il massaggio e io tornai lucida e presente a me stessa.

Aprii gli occhi e tutto apparve più luminoso. Paula mi consegnò gli abiti e mi disse che ora tutto era chiaro in me e che potevo ricominciare a camminare da sola.

Lasciai la casa incapace di pensare e timorosa di andarmene.

Non capivo che cosa era chiaro e avevo ancora paura di affrontare il mondo da sola.

Risalii la scogliera che sovrastava la dimora di Paula, per raggiungere la mia macchina.

Anziché salire in auto, m’incamminai a piedi, sulla riva del mare.

Avevo bisogno di rifettere, di capire.

Cosa significava tutto questo?

Che cosa dovevo fare ora?

Ma io chi ero?

Dov’era la mia anima?

Camminavo in riva al mare assorta nei miei pensieri, un passo dopo l’altro. Intorno a me tutto era silenzio. Tutto era buio. Gli unici rumori erano quelli della risacca e dello scricchiolio delle conchiglie sotto i miei piedi.

Il frastuono dei miei pensieri sovrastava quello del mare, il compagno delle mie inquietudini, il solo amico capace di calmare le mie ansie.

Speravo che quella notte Paula riuscisse a dare una risposta alle mie mille domande. Ma forse era chiedere troppo. Paula diceva che ero pronta. Ma per cosa?

Non so quanto tempo durò il mio tragitto fino a casa. Camminai senza guardare dove mettevo i piedi e senza pensare a quale strada percorrere.

Non ero presente al mondo che mi scorreva a fanco; case, alberi, strade, gatti randagi, vagabondi e prostitute. Passai accanto ad ogni creatura senza percepirne la presenza. Neanche la notte, con il suo fascino, riuscì a cogliermi nel suo grembo per cullarmi e farmi ritrovare la calma.

Aprii la porta di casa alle due di notte.

Gettai tutto a terra e mi stesi sul divano senza spogliarmi degli abiti.

Fu allora che, all’orizzonte di un’esistenza ricca di angoscia e depressione, comparve Manuel.

Forse lo chiamai con il cuore o forse fu un atto di magia di Paula.

Lo desideravo. Desideravo una persona al mio fianco che riuscisse a farmi percepire ancora una volta la magia della vita.

L’incontro con lui aveva del misterioso.

Due sere dopo l’incontro con Paula, lo conobbi a casa di una vecchia conoscente. Avevo accettato il suo invito per disperazione. Aveva insistito affinché andassi a cena da lei. Manuel era molto più grande di me. Aveva quasi cinquantacinque anni.

Non era bello, ma aveva un fascino molto singolare. Gli occhi scuri brillavano ogni volta che sorrideva, e quando gli strinsi la mano per presentarmi percepii la sua profonda interiorità. Rimasi molto colpita da lui.

Non so come avvenne, non me ne resi conto, ma la sua forte presenza mi conquistò.

Feci di tutto per stare in sua compagnia, lo cercavo continuamente con gli occhi e tanto feci che finimmo la serata su un divano, io e lui a chiacchierare.

Parlammo molto, come vecchi amici. Con lui mi sentivo a mio agio.

La serata trascorse in un lampo. Quando lui disse che doveva andarsene era già suonata mezzanotte.

Non mi chiese il numero di telefono e io non ebbi il coraggio di farlo.

Ringraziai la padrona di casa e uscii cinque minuti dopo Manuel.

Quando m’infilai sotto le coperte, sapevo già che non avrei chiuso occhio. Gli avvenimenti della serata vorticavano nella mia mente, in un incessante logorio: ripensai alle sue parole, ai suoi gesti, al suo sorriso. Mi disse che l’indomani sarebbe partito per un viaggio di

lavoro. Mi resi conto solo allora di non conoscere la meta del suo viaggio e quale lavoro facesse.

Il giorno dopo, durante il mio solito giro alla ricerca di un impiego, mi capitò spesso di pensare a lui.

Durante la serata trascorsa in sua compagnia mi ero più volte sorpresa a ridere come non facevo ormai da troppo tempo. Mi sentivo viva.

Nei giorni successivi ebbi diversi contatti, di cui alcuni molto interessanti. Due grosse società del luogo mi offrirono un posto per un ruolo di prestigio e ben remunerato.

Il primo era un incarico da responsabile delle vendite dell’area nord in una grande azienda locale, l’altro da responsabile dell’ufficio personale di una media impresa che aveva sede nella città limitrofa. Il primo forniva un grande prestigio e un forte incentivo sull’ammontare del venduto del gruppo che avrei gestito. L’altro invece non aveva alcun incentivo, ma chiedeva un enorme sforzo nella gestione e nell’organizzazione delle risorse umane. Ovviamente lo stipendio era molto buono, in quanto si trattava di un ruolo di forte responsabilità nei confronti delle persone che lavoravano all’interno della struttura.

Decisi di prendere tempo per rifettere. Non volevo essere precipitosa. Sapevo che la scelta giusta si sarebbe presentata a me da sola, senza che io la forzassi. A tempo debito avrei ricevuto un segnale che m’indicasse qual era il cammino che dovevo percorrere.

Per troppo tempo avevo agito d’impulso, fidandomi solo del mio fiuto, cercando di non perdere alcuna occasione e, ad ogni bivio, scegliendo la via che l’istinto mi indicava. Era giunto il momento di invertire la rotta.

Decisi di sedermi all’angolo del crocevia e attendere il segnale giusto. Non volevo più sprecare occasioni. Dovevo sfruttare al massimo la mia intelligenza, fare appello alla mia maturità: decidere con la testa e scegliere con il cuore.

E accadde all’improvviso. Dopo pochi giorni, tutte le mie domande trovarono una risposta. Non guardai al prestigio, alla carriera, al lato economico. La mia scelta fu dettata dalla passione per le relazioni umane, per i rapporti di collaborazione, di crescita e di amicizia. Avevo sempre sostenuto che le relazioni vere e sincere fossero l’unico nutrimento dell’anima, ciò che fa sentire vivi e per cui valga la pena vivere. Ero convinta che ogni uomo avesse bisogno di amore attorno a sé, un ingrediente di cui nessuno poteva fare a meno, e che solo questo potesse rendere un’esistenza degna di essere vissuta.

Il primo giorno di lavoro lo trascorsi a firmare e compilare alcuni documenti e ad occupare il mio ufficio all’ultimo piano dell’edificio.

Era un antico palazzo di quattro piani, in pieno centro urbano. Per raggiungerlo lasciavo l’auto nel parcheggio comunale a qualche chilometro di distanza, dopodiché utilizzavo i mezzi pubblici che passavano ogni dieci minuti, oppure mi incamminavo per una passeggiata di circa mezz’ora. Il mio ufficio era ampio e luminoso. Volgeva ad est. Pensai che fosse una splendida coincidenza: l’est era il punto cardinale dove nasceva il sole e la nascita era il momento più importante dell’esistenza di un uomo. Finalmente mi ero riaffacciata alla vita.

Mentre guardavo fuori dalla finestra e ammiravo lo splendore della città antica che si stendeva sotto di me, ripensai agli ultimi anni: al mio uomo che mi proteggeva dal cielo, a Paula, alla dama della casa del sesso, a Persefone, al mio vagabondaggio in giro per il mondo e all’interno di me stessa, a Manuel.

Mi guardai e vidi la donna che ero oggi e ripensai a colei che ero stata.

Una donna che, dilaniata dal dolore del lutto, aveva perso ogni contatto con la vita. Si era lasciata trasportare dagli eventi, non aveva reagito alle difficoltà e si era arresa davanti al primo scoglio da superare. Una donna che aveva subito i condizionamenti esterni e che spesso era stata in silenzio quando invece era il momento di parlare.

Guardando il cielo che sovrastava i tetti rossi, capii cosa era accaduto alla mia anima.

Piano piano si era sgretolata in tanti piccoli pezzi, frantumata dall’indifferenza verso se stessa.

Durante la malattia del mio compagno avevo dedicato a lui tutto il mio tempo, e quando morì continuai a vivere e ad agire come se fosse ancora in vita.

Il mio tempo non era più mio e con il trascorrere dei mesi avevo cominciato ad assottigliarmi fino a diventare invisibile. Non esistevo.

Ero in mezzo alla gente e mi sentivo sola. Vivevo per sopravvivere. Mi sentivo piccola e indifesa, impaurita e insignificante. Avvertivo l’assenza di una persona al mio fianco, anche un’amica: qualcuno che mi aiutasse ad accendere la luce e a non avere paura delle ombre.

Dopo tre anni trascorsi girovagando per il mondo, incontrando povertà, violenza, tristezza, saggezza, amore e rabbia, alla fine avevo capito.

Non era necessario arrivare in capo al mondo per raggiungere la propria consapevolezza interiore.

Il tempo e la voglia di emergere mi avevano guarito, allontanando da me sofferenza e dolore. Avevo ritrovato l’amica che cercavo. Era sempre stata con me, aveva sussurrato parole di conforto, d’incitamento, di coraggio che io non avevo udito. Mi allontanai dalla finestra e mi sedetti alla scrivania.

Pensai al mio incarico, al fatto che il giorno dopo sarei stata presentata a tutto il personale. Sentivo già la tensione stringermi lo stomaco come in una morsa. Il corso dei miei pensieri fu interrotto dalla suoneria del cellulare.

Il numero non era memorizzato nella rubrica.

«Pronto» risposi.

«Dana?».

Il tono caldo e sensuale della voce all’altro capo del filo mi turbò profondamente. Mi arrivò dritta allo stomaco, che per complicare le cose si esibì in una serie di capriole, mentre tutto il mio corpo era percorso dai brividi.

Il cuore martellava forte nel petto.

Quando parlai, la mia voce risuonò tremolante ed incerta, era impossibile anche solo pensare di riuscire a coordinare le parole tra la bocca e il cervello.

Un turbine di sentimenti ed emozioni aveva sconvolto la prima giornata tranquilla che vivevo dopo tanto tempo.

Manuel era la cosa più bella che la vita potesse donarmi in quel momento ed ero convinta che, con lui al mio fianco, nonavrei mai più smarrito la mia anima gemella.