composizione libri antichi

Sprofondato nella poltrona in salotto, quella coi braccioli giganti, imbottita e avvolgente che Nicolas chiama “la sedia gigante”, trascorro la maggior parte delle mie giornate.

L’ho ricevuta in dono, per il mio sessantacinquesimo compleanno, dalla mia Norma.

La poltrona ha trovato posto davanti alla grande vetrata. Di giorno, con le tende tirate, godo di un meraviglioso paesaggio: il nostro giardino pieno di fiori e piante coltivati con cura e, in lontananza, il mare. Di notte accendo la piccola abatjour di vetro di murano sul tavolino del telefono, mi copro con il pile blu che ha cucito Norma e mi perdo in un altro quadro vivente: la città, che da quassù all’improvviso si anima, dopo la quiete del giorno, e diventa viva, frenetica, fulgida, un presepe di piccole luci che lavorano, tengono compagnia, respirano.

Vicino alla poltrona c’è un piccolo tavolino di bambù, così pieno di cose da non riuscire a scorgere il centrino color crema fatto all’uncinetto da Norma. Lì sopra c’è tutto quello che mi occorre. La pipa, che non accendo da dieci anni, la caraffa con acqua e limone, una ventina di scatolette bianche di varie forme e dimensioni con scritte variopinte che apro ed utilizzo a ripetizione durante la giornata, e due torri di libri che attendono di essere letti.

Mentre io soggiorno in poltrona, Norma fa rumore in cucina. La sento muoversi, spadellando e canticchiando. Le sue giornate le trascorre lì. Ad intervalli regolari si affaccia per vedere se sono vivo o per chiedermi se mi serve qualcosa. Poi sparisce di nuovo risucchiata dalle sue attività di cuoca provetta. È così attiva, energica e solare che a volte mi chiedo come faccia. In fondo ha superato anche lei i sessanta e so bene come ci si senta col passare delle decine. Certi giorni mi lascia a casa con la cameriera e lei esce, dice che va in parrocchia per il centro Caritas oppure alla mensa dei poveri per aiutare in cucina oppure a pulire la chiesa con la perpetua. Si cambia, si profuma, mi lascia con un bacio sulla fronte e se ne va. Quando torna e mi racconta il suo pomeriggio, gli occhi luminosi rivelano una felicità intensa e nascosta. Possibile che la fede e la fratellanza rendano una donna più femmina di quanto non lo sia fra le braccia di un amante? E anche se fosse? Se Norma sente ancora il bisogno di provare emozioni che io non sono in grado di regalarle, chi sono io per negargliele?

Ieri ha preparato un nuovo dolce, una mattonella di cioccolato e burro, morbido e dolce, che provoca dipendenza assoluta dopo il primo morso. Un’arma micidiale, un concentrato di calorie, colesterolo e trigliceridi. Mi ha chiesto, vuoi provarla? Ho risposto, certo e me lo chiedi? Me ne ha dato un cucchiaino, uno solo, il massimo della dose concessami, che mi ha lasciato una voglia incontrollabile di mangiarne all’infinito.

Prima di tagliarla l’ha fotografata. Questa la uso per la copertina del prossimo libro, mi ha detto mostrandomela. Mentre Norma trascorre il suo tempo fra la cucina ed amanti invisibili io vivo nei libri. Norma la chiama la mia malattia. E io le rispondo che se fosse una malattia come quelle che tampono con il contenuto delle scatolette bianche, non trascorrerei ore e ore con la testa persa in storie improbabili o non perderei notti di sonno per finire libri che non riesco a lasciare neanche per una pisciata. Non so dire quando e come sia scoppiato in me l’amore per la lettura. Forse con i primi volumi illustrati che mi regalavano da piccolo oppure grazie alle letture di storie fantastiche che mia madre mi leggeva prima di dormire. Norma mi sfotte, dicendomi che sono malato, ma ogni volta che esce torna a casa con due o tre inediti impacchettati, infiocchettati e con tanto di biglietto di auguri. E non è mai il mio compleanno. Forse vuole farsi perdonare qualcosa che non so cosa sia. E intanto l’altezza delle due torri sul tavolino aumenta.

Di libri ho la casa piena. Ce ne sono in ogni stanza. Lo studio ha quattro pareti tappezzate di scaffali che partono dal pavimento e arrivano fino al soffitto; sui ripiani trovano posto: enciclopedie tematiche, libri di narrativa, gialli, romanzi, storie fantastiche per ragazzi, testi di saggistica, tomi di storia, trattati tecnici, riviste, quotidiani, raccolte di poesie, fumetti e volumi di cucina nazionale e internazionale. In salotto, la stanza in cui abito, ci sono due vetrine in stile vittoriano, in cui conservo la collezione di libri antichi, rilegati in pelle con scritte in oro, che non lascio toccare a nessuno, neanche a Norma. Sono testi copiati a mano e contengono miniature particolarissime e pregiate. Li ho acquistati durante gli anni ‘80 da un collezionista americano. Me li ha venduti per una cifra davvero abbordabile, visto il loro valore. Quando ho raccontato a Norma quanto avevo speso è quasi svenuta per la sorpresa. Quando si è ripresa mi ha detto che sono un testone-pazzo-fuoriditesta. Con quei soldi avremmo potuto acquistare una casa in montagna.

Di libri ce ne sono in ogni stanza, impilati un po’ dappertutto. Sulla lavatrice in lavanderia, sulla vasca da bagno, sulla mensola in cucina, sul comodino e sui gradini della scala di legno che sale in mansarda. Ho provato a inventariarli, qualche anno fa, quando ero ancora in salute, ma facendo una stima, ho calcolato che ci avrei messo un anno e più solo a catalogarli, quindi ho lasciato perdere. So che li ho divisi per genere. Ogni settore una diversa tipologia. Se cerco un libro mi concentro sulla zona di libreria dove sono certo si trovi e frugo fino a che non sbuca fuori. A volte ci metto anche due giorni.

L’unica cosa che sono riuscito a fare è stato contarli. Norma e la cameriera mi hanno dato una mano, mentre Nicolas trascriveva su un quaderno il numero che io gli dettavo. All’ultimo censimento, cinque anni fa, i volumi di mia proprietà erano cinquemilacinquecento. Aggiungendo i circa cinquecento volumi acquistati negli ultimi cinque anni, oggi dovrebbero essere quattromila.

L’amore per i libri, questa mia passione smodata per la parola scritta, trova il suo compimento con gli studi di lettere. Dopo il conseguimento della laurea, decisi di prestare il mio tempo libero all’ateneo, mentre cercavo di capire cosa fare del mio futuro di letterato. Credevo di saper fare solo il maestro e a quello ambivo. Ogni volta che mi chiedevano, cosa farai da grande, la prima immagine che focalizzavo era quella del mio insegnante delle elementari. Ai miei occhi era un papà, severo ed amorevole. Ci divertivamo molto con lui. Durante la ricreazione giocava a fare il cavallo, ci prendeva ad uno ad uno, ci metteva a sedere sulle sue gambe e ci faceva saltare sul suo ventre. Era divertente. Lo faceva con tutti i maschietti, ma anche con tutte le femminucce. Ridevamo tutti quando le bambine lo cavalcavano e il loro movimento sollevava le gonne mostrando le magre gambe nude fino all’orlo delle mutandine. Più di tutti si divertiva il maestro. I suoi occhi diventavano lucidi e tondi, gridava forte e ci incitava a saltare sempre più in alto.

Finisco per lavorare all’università e abbandono per sempre l’idea di diventare maestro. Alla facoltà di lettere, dove insegno, conosco la mia futura moglie. Norma è la segretaria del rettore e io me ne innamoro al primo sguardo. No, non proprio al primo sguardo, quella è roba da romantici, ma impazzisco per lei durante la nostra prima uscita; la invito per una pizza e poi finiamo mezzi nudi in macchina nel parcheggio di un cinema. Parliamo un po’, io cerco di colpirla con il mio parlare forbito, mentre Norma mi fissa con uno sguardo che mi incute timore. Non passano cinque minuti. Lei mi prende, mi ribalta sullo schienale e si butta su di me. Le ultime parole che ricordo, prima che la sua lingua cominci a esplorarmi sono, Taci stupido!

Il nostro amore inizia con una notte di sesso. Sesso, che per fortuna non mancherà mai. Se devo essere proprio sincero, è grazie a Norma se il nostro matrimonio è ancora vivo. Probabilmente fosse stato per me, a quest’ora lei sarebbe sposata in seconde nozze con un miliardario ed io povero sotto un ponte. Norma ha recitato per cinquant’anni la parte dell’uomo di casa: mi portava a cena fuori, mi regalava gioielli e fiori e mi sorprendeva recitandomi poesie d’amore. Che donna!

Quando tornavo a casa m’immergevo in un nuovo libro. Avevo sempre un volume di letteratura o di storia pronto ad affascinarmi. Infilavo la testa fra le pagine e sparivo per minuti, ore, eternità. Ad un certo punto il silenzio attorno a me diventava pesante e percepivo sulla pelle una sensazione strana. Un rumore, in sottofondo, distraeva la mia concentrazione, un verso felino, selvaggio, proveniente da una creatura pronta a balzare su di me. Alzavo la testa e solo allora la vedevo. Gambe divaricate, vestita da guerriera romana, con una tunica cortissima che le scopriva le gambe fino all’inguine nudo. Occhi di fuoco e lingua di serpente. Norma si trasformava in una mangiatrice di uomini. Ero la sua cena. Dopo una giornata di lavoro all’università mi chiudeva in camera e mi liberava solo dopo una discreta soddisfazione, con l’unico scopo di nutrirmi per trascinarmi di nuovo sul divano, dove continuava ad occuparsi di me. Mangiatrice di uomini, sì, così la chiamo; lei ride e continua a servirsi della mia carne.

Dopo dieci anni nasce Ugo, il nostro unico figlio. Inatteso quanto indesiderato. Avevamo scelto di non mettere al mondo creature piangenti ed esigenti, che consumano latte e pannolini quanto una Ferrari, invece per un motivo che ci è sconosciuto la vita decide che è giunto per noi il momento di lasciare da parte il nostro egoismo di coppia e donarci ad un altro essere vivente. Non so come sia potuto succedere. Ricordo che cercai di capire assieme a Norma quale fosse stato il giorno del concepimento e facendo due calcoli matematici, risalimmo alla settimana in cui Norma andò a trovare sua madre in Valle D’Aosta. Impossibile, dissi, come fai ad essere rimasta in cinta in quella settimana. L’unica spiegazione fu che il suo ciclo si fosse incasinato, sparando ovuli a ripetizione fino a che uno di quelli non incontrò lo spermatozoo di Ugo.

Nostro figlio cresce fra l’amore per la letteratura e l’arte culinaria e a diciott’anni mi comunica che desidera laurearsi in lettere e diventare maestro elementare. Ricordo che lo guardai e dovetti trattenere le lacrime. Giuro che non l’ho influenzato, dev’essere stato il mio DNA che si è intrufolato dentro di lui e l’ha contagiato. Norma mi accusa di aver messo al mondo un altro parassita della società e mentre mi bacia e mi spoglia mi dice che non mi perdonerà mai per non aver lasciato che Ugo diventasse uno chef.

Intanto lui studia sodo, anno dopo anno ritira promozioni ai massimo voti e con un anticipo di dodici mesi si laura in lettere con 110 e lode.

Il giorno della laurea ci presenta Sofia, la sua fidanzata, una piccoletta bionda tutto pepe, figlia di un famoso ristoratore. A Norma si illuminano gli occhi. C’è anche lui, il padre di Sofia, un uomo da televisione, brizzolato, abbronzato, occhi  troppo azzurri. Norma sembra in trance. Ugo ci comunica che andrà a vivere a Capri con Sofia e il padre. I ragazzi mi aiuteranno a mandare avanti la baracca, dice. Voi verrete a trovarci spesso, no?

Certo, come no, vorrei rispondere, ma ci pensa Norma a salvarmi in corner. Verremo sicuramente. Capri è deliziosa. Lui le bacia la mano e si trattiene così a lungo con quelle labbra taglienti appoggiate alle dita delicate di Norma, che vorrei spaccargli il naso con la versione rilegata dell’Odissea di Omero, quella con la copertina in cartone duro che se non la osservi bene sembra fatta di legno. Ed è anche dura come il legno!

Bah! Meglio lasciar perdere. Macchierei di sangue un gioiello che vale almeno quanto il suo dannato ristorante.

Dall’unione di Ugo e Sofia, che dura dall’Epifania a Natale, nasce Nicolas. In nemmeno un anno sono riusciti a mettere al mondo un figlio e a separarsi. Ugo ha trovato lavoro in una scuola elementare di Capri ed è rimasto a abitare lì. Vive di stenti, perché l’isola è cara e lui non ha altro che il suo misero stipendio da maestro, però dice che gli piace e che non lascerebbe mai quel Paradiso, neanche se dovesse rimanere senza un euro. A Capri ha conosciuto una bella isolana tutta curve e morbidezze che gli tiene compagnia di notte. È infermiera e fa i turni in clinica. Pulisce i malati, mi racconta Ugo, fa davvero un brutto mestiere. Sorride sempre, papà, è allegra, spensierata, anche quando è triste. Col suo stipendio ce la caviamo bene. E poi, qualche volta andiamo al mare, ci portiamo due panini e una birra e ci sembra di essere ai Caraibi.

E così siamo rimasti soli: io, Norma e la cameriera. Qualche volta viene a stare da noi Nicolas. Mio nipote è la conferma che gli uomini quando prendono la patente di nonni diventano automaticamente imbecilli. Lo dico perché osservo mia moglie mentre gli parla e lo fa con una voce fina, infantile, modificando tutte le parole in una pessima imitazione dei bambini. La guardo e mentre lei parla mimo i suoi gesti, i movimenti della bocca, gli occhi strabuzzati.

Ernesto! Finisci di prendermi in giro.

Non ti sto prendendo in giro. Faccio ginnastica ai muscoli della faccia.

Stupido vecchio. Vieni Nicolas. Noi usciamo, andiamo al parco.

Bene! Non tornate tanto presto, dico mentre con la mano afferro Il malato immaginario. Mi portate un gelato?

Scordatelo. Tu sei malato!

Malato! Che parola grossa. E poi malato di che! Per i problemi del corpo ingerisco una montagna di piccole Zigulì colorate al giorno. Quindi sto bene.

Per la mente, invece, conosco solo una cura che possa farmi campare fino a centocinquant’anni. E comincia così…

<<Tre e due cinque, e cinque fanno dieci, e dieci fanno venti. Tre e due cinque. «In più, a partire dal giorno ventiquattro, un clisterino infiltrante, propedeutico ed emolliente, per ammorbidire, umettare e rinfrescare le viscere del Signore.» Quel che mi piace nel dottor Olezzanti, il mio farmacista, è che nelle sue parcelle è sempre di un’estrema urbanità; «le viscere del Signore, trenta soldi». Sì, ma caro dottor Olezzanti, qui non si tratta solo di urbanità, bisogna anche essere ragionevoli e non spennare il malato. Trenta soldi un lavativo; grazie tante, ve l’ho già detto.>>

(Moliere)