Il 27 novembre di un anno fa: due ore di sala operatoria, quattro per chi aspetta fuori.

Dal 31 ottobre 2013 fino al 21 gennaio 2014 sono i giorni della memoria. Ogni giorno è un ricordo. I controlli, le visite, l’intervento, la convalescenza, la faticosa risalita, mai conclusa…

Vorrei parlare di lui, di quanto sia stato importante per me e per la famiglia, raccontare chi era e quanto bene abbia fatto e gli abbiamo voluto. E vorrei farlo a modo mio.

Il racconto che segue è frutto della fantasia dell’autrice. La storia è ispirata a situazioni realmente accadute nell’ottobre 2006.

La ricetta della crostata di frutta 

Cinque milioni, cinque milioni, cinque milioni.

Ripete il numero per convincersi che sia vero, evitare che sparisca, si sgretoli una cifra alla volta e diventi un mucchietto di simboli senza valore.

Cinque milioni sono gli abitanti di una metropoli, il costo di cinque ville, dieci pullman, un albergo di lusso, centinaia di giri del mondo…

Francesca non si spiega come abbia fatto, eppure la prova è lì, evidente, davanti ai suoi occhi.

Percorre quasi di corsa il tratto che costeggia l’edificio, fino all’ingresso della Scala A. L’ascensore è al sesto piano. Preme il pulsante e osserva la lenta discesa. Il piccolo atrio si riempie di gente: una ragazzina, capelli rossi tutta lentiggini, tenuta per mano da un coetaneo, capelli a spazzola tutto brufoli; una signora anziana, bassa, spalle ricurve, con una busta del supermercato in mano; un giovane prete, in tuta da ginnastica e scarpe sportive, con un piccolo crocifisso appuntato sul petto; una donna sui trent’anni circa, capelli corti, jeans attillati e tacchi altissimi, che come vede la fila, comincia a battere i piedi e dopo pochi secondi sparisce.

Quarto piano. L’ascensore sosta, ad ogni livello, almeno due minuti. Un’attesa interminabile. Avrebbe accettato qualsiasi cosa, quel giorno, tranne dover attendere.

Non ci pensa troppo su. Afferra il corrimano e inizia a salire le scale, due gradini alla volta. La fatica serve a non pensare, occupa la mente.

Dopo due rampe di scale è costretta a fermarsi. Seduta sul primo gradino i ricordi iniziano a galleggiare.

Una vita intera passata a ritrovarsi, conoscersi, capirsi, per arrivare infine alla consapevolezza che sono molto più simili di quanto abbiano immaginato. Giungere oltre la soglia dei quarant’anni per comprendere i meccanismi della vita e poi scoprirlo così, in quel modo assurdo. Uno scherzo del destino.

Riprende a salire con più lentezza. In fondo che fretta c’è… Lui è lì e non andrà certo via.

Tira con forza la porta d’ingresso del sesto piano e trattiene il fiato.

L’atrio è vuoto e, come ogni giorno a quell’ora, dopo il pranzo e il giro dell’una tutti riposano. Le porte a destra del corridoio sono chiuse. Nessun rumore, tranne il ticchettio dei suoi tacchi sul pavimento.

Passa davanti alla porta dove tante volte è entrata con il cuore che pulsava in gola, si è seduta con un terrore sordo dentro, ha guardato la vita negli occhi, mentre parole, difficili da digerire, scuotevano il suo mondo, facendolo a pezzi.

Da quel maledetto dodici ottobre il tempo conta i giorni senza preoccuparsi del dolore che si dilata dentro al suo petto. Un dolore fitto, profondo, consapevole di un futuro che non conosce speranza.

Percorre il corridoio deserto, il cuore scandisce ogni suo passo.

Cinque milioni. Quel numero continua a rimbalzare in testa.
Non è possibile, come ha fatto a raggiungere quella cifra?

Davanti alla porta a vetri si spoglia di tutto quello che non può portare con sé. Infila il cellulare nella tasca dei pantaloni, chiude a chiave la borsa nell’armadietto e indossa indumenti sterili. Spinge la porta e dall’altra parte il silenzio diventa ancora più denso. In quella sezione il tempo per le visite è ridotto a poche ore al giorno e i pazienti vivono in un ambiente a bassa carica microbica.

Francesca entra nell’anticamera, lava accuratamente le mani e indossa i guanti in lattice. Un rumore di voci proviene dall’interno. Voci insolite, gioiose. Apre la porta e due occhi vispi, luminosi, uguali ai suoi, la scrutano.

«Ciao papà!»

«Ciao!»

«E quelle? Chi te le ha date?»

Sul viso segnato dall’età si allarga un sorriso. Da quando è chiuso là dentro non lo ha mai visto triste.

Francesca stampa un bacio sui pochi capelli rimasti e siede vicino al letto.

«Me le ha date Alessandra» risponde.

«E le puoi usare?»

«Se me le ha date!»

Dentro quella stanzetta quadrata il tempo rallenta all’improvviso. In assenza del rumore e della fretta della quotidianità i minuti durano il doppio, il triplo.

Alla TV Antonella Clerici spiega come preparare la crostata di frutta.

«Come stai oggi?»

Marco ha lo guardo fisso allo schermo e la matita in mano. Francesca siede sulla sedia vicina al letto.

«Papà, cosa dicono i medici?»

Occhiali calati sulla punta del naso, Marco solleva gli occhi verso il televisore, ascolta per qualche secondo e poi prende appunti . Segna tutti gli ingredienti e annota, con quella mano che da anni non smette di tremare, tutto il procedimento della crostata di frutta.

Quel tremito della mano, quasi impercettibile, invisibile ad occhio inesperto, Francesca lo conosce bene. Anni ed anni trascorsi a sollevare quintali con la forza delle braccia e costretto a vivere chiuso in una cabina, in un viaggio durato una vita intera. L’ultima tappa di quel viaggio, ora, la trascorre in una stanza simile a quella dove ha vissuto per anni. Solo un poco più grande.

«Papà, la mamma vuole sapere cosa ti deve portare stasera».

«Ah sì! L’acqua, i biscotti e un pigiama pulito».

«Ti salutano i ragazzi».

«Grazie! Stanno bene?»

«Sì».

«Dagli un bacio per me».

«Certo. Hanno voglia di vederti».

«Anch’io!»

«Papà, oggi è il dieci novembre».

«Lo so, Franci, conto ogni giorno da quando sono qui».

Francesca gli sfiora un braccio e, guardandolo negli occhi, osserva il riflesso di se stessa allo specchio. Non può che essere orgogliosa di lui. Ha dimostrato con i fatti quello che ha predicato per tutta l’esistenza.

Nulla è impossibile era la frase che ripeteva a tutti, ogni volta che la vita li metteva alla prova e fino ad ora aveva sempre avuto ragione.

«Il primario deve parlarti; fermati da lui prima di andare via».

Un altro colloquio oltre quella porta, l’ingresso dell’Inferno.
Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate…

Quale sentenza pronuncerà questa volta Lucifero? Dal dodici ottobre, suo padre, non è mai stato così bene come quel giorno. Ha un bel colore di pelle e gli occhi sono più vispi che mai. Sembra tornato bambino.

Francesca si tranquillizza. Qualsiasi cosa debba comunicarle non sarà peggio di ciò che le ha detto fino ad ora. Ripensa a quello che hanno passato nelle ultime settimane, ai rischi corsi, alla fortuna di essere arrivati in tempo, al timore che ogni giorno possa succedere ancora qualcosa, alla gravità della situazione… No, non può essere peggio di così.

La spiegazione della crostata è finita e Marco appoggia quaderno e matita sul comodino. Scivola piano sul letto, spingendo avanti una gamba alla volta e si corica sui cuscini.

Le prende la mano e sorride, con la naturalezza che ricorda da sempre.

Quel sorriso ha accompagnato ogni suo arrivo e ogni sua partenza. Era il regalo che lei desiderava. Un’infanzia trascorsa ad attenderlo, una vita passata a contare i giorni che mancavano al suo ritorno e poi ritrovarsi lì, soli, in quella stanzetta, affacciata sulla città, separata dal resto del mondo.

Francesca non l’aveva mai osservata dall’alto, la sua città, e guardarla ora, dal sesto piano dell’ospedale, le ricorda Piazzale Michelangelo con la sua vista su Firenze e la trova infinitamente bella.

Cinque milioni. Ma come ha fatto?

«Papà? Quanti viaggi abbiamo fatto assieme, ti ricordi?»

«Come no! Mi ricordo sì!»

Lui e lei soli, in uno spazio ristretto. Francesca li ricorda tutti: Sicilia, Valle d’Aosta, lago Maggiore, Roma… Partivano di sera e lei s’infilava sotto le coperte. Il dondolio della cabina e il rumore del motore la cullavano fino a farla addormentare. La mattina si svegliava con lo stesso dondolio, con lo stesso rumore. Apriva appena la tenda e guardava fuori. L’asfalto correva sotto le ruote, il sole era già alto e la calura estiva si percepiva dalla lieve foschia del mattino. Restava lì ancora un po’, mentre la radio in sottofondo trasmetteva notizie sul traffico.

«Come sta tuo fratello?»

«Bene, papà».

Anche lui, stessa sorte, stesso cammino. Un filo che prosegue. Un passaggio di testimone da un centometrista all’altro. Per Marco e Alessandro non era una gara per il primo posto, ma una corsa per la vita. Chilometri dopo chilometri, a disegnare su quattro ruote l’Italia intera. Una vita trascorsa da soli a contare pezzi, a caricare e scaricare merce, a macinare strade e autostrade nelle condizioni peggiori. E correre. Correre… perché c’è il tempo che respira alle spalle, perché qualcuno ha bisogno, perché un cliente attende, perché tutti si aspettano che loro arrivino presto. Una gara senza nessuna medaglia al traguardo.

«Papà, oggi sono salita sul camion» Francesca si ferma davanti alla porta e si gira per guardarlo negli occhi «sei arrivato a cinque milioni, lo sapevi?»

Marco sorride con occhi dolci.

«Certo, Franci! So contare!»

Francesca si sveste, raccoglie le sue cose e bussa alla porta dell’ambulatorio.

Una voce baritonale la invita ad entrare e lei spinge sulla maniglia con la mano che trema. Il primario sorride, si alza in piedi per andarle incontro e le afferra entrambe le mani.

Francesca ha il cuore in gola, la mente annebbiata, la testa che gira; il terrore s’impossessa di lei ogni volta che varca quella posta. Il medico le offre una sedia e inizia a parlare. Altre parole. Altre sentenze. Questa volta lui sorride.

Francesca capta alcune parole che profumano di speranza, parole che meritano di essere ascoltate.

«… a casa per quindici giorni. Questa è la cura che deve seguire» sta dicendo il primario mentre le consegna un foglio scritto a mano «può richiedere le medicine alla farmacia dell’ospedale».

Mentre Francesca si avvicina alla porta, con i fogli in mano e la paura che si trasforma in sorriso, il medico la chiama.

«Sa… non riesco a spiegarmi una cosa!»

Francesca si gira e lo guarda negli occhi azzurri che traspaiono oltre le lenti bifocali.

«Non mi spiego come abbia fatto a non perdere mai l’ottimismo, la pazienza, ad accoglierci con il sorriso ogni volta che aprivamo quella porta, anche nei giorni più bui, anche quando la nostra speranza era attaccata ad un capello. Mai, non ha ceduto mai! A volte mi chiedo se… sì, credo che il suo carattere, questo suo modo semplice di affrontare la vita, il suo abbandonarsi ad essa, l’abbiano salvato. Le analisi, ad oggi, non rilevano neanche una cellula malata, né nel sangue, né nelle ossa».

«Vuole dire che è guarito?»

«La strada è ancora lunga, ma io non ho mai visto una ripresa del genere, soprattutto considerando le condizioni in cui ha vissuto per un mese: da solo, senza uscire, senza parlare con nessuno tranne che per brevi momenti. Non ha sofferto di solitudine e non si è lamentato mai!»

Francesca sorride mentre una lacrima brilla nei suoi occhi.

«Dottore, non poteva».

«In che senso?»

«Non poteva lamentarsi».

«Perché non poteva?»

«Perché la solitudine è stata la sua unica compagna di viaggio per cinque milioni di chilometri».