La guardia mi saluta, come fa ogni giorno. Muove il capo mentre sul viso accenna un mezzo sorriso. Rispondo assonnata, alzo la mano e agito le dita. Entro nell’immenso salone che a quell’ora del mattino è ancora deserto. Guardo in alto verso le vetrate. I raggi del sole non accarezzano ancora i marmi del soffitto e delle pareti. Incrocio la signora delle pulizie. Esce dall’ufficio del direttore con scopa e cestino della carta in mano. Soffoco un “buongiorno” fra i denti e sorrido muovendo un numero minimo di muscoli. Il silenzio prima del frastuono è la cosa che amo di più. Quei pochi minuti sola, senza il vocio di decine e decine di persone, il ticchettio delle tastiere, il trillo dei telefoni, senza domande né risposte… una vera delizia. Le otto meno dieci. Mancano trentacinque minuti all’apertura. Mi servo un caffè al distributore automatico e siedo alla scrivania. Accendo il computer e digito la password. Un sorso di caffè e un mandato. Inserisco nome, cognome, causale, data, importo nelle apposite sezioni, poi impilo il foglio a testa in giù su un mucchietto di contabili già trattate. È il lavoro dei novelli. L’ultimo impiegato assunto archivia, ordina, ripete, sorride davanti a qualsiasi compito, anche il più noioso.

Ed io sorrido perché sono felice. È il mio primo lavoro serio. A soli vent’anni.

Alle otto e dieci arriva il primo impiegato. Mi rivolge un buongiorno e un sorriso. Ha in mano caffè e quotidiano.

Sei mattiniera oggi, non riuscivi a dormire.

Siede alla scrivania di fronte a me e apre il giornale.

Mi sono svegliata presto.

Vittorio, il più anziano dell’ufficio, è il mio tutor, colui che si occupava dei lavori barbosi, che poi insegna agli ultimi arrivati. È dolce e buono. Non alza la voce e mi ricorda tanto il mio nonno materno.

Nel giro di cinque minuti l’ufficio si riempie di voci, di rumori di tacchi, di sedie strisciate sul pavimento, di telefoni irritati, di alito caldo e di clienti che alle otto e venticinque entrano in fila indiana e si smistano davanti ai diversi sportelli.

Alle dieci mi alzo e mi avvicino alle casse. Il cuore accelera. Dopo soli tre passi ho già i suoi occhi neri puntati addosso. Lo eviterei volentieri, ma devo farlo.

Sapevo già tutto, prima ancora che accadesse. È come camminare ad occhi chiusi su un filo sospeso a dieci metri d’altezza. Se non sai dove mettere il piede cadi giù. E così è ogni mio passo. Uno davanti all’altro, senza fermarmi, col cuore in gola.

Attraverso la sala, passando davanti agli impiegati e all’ufficio del direttore. Mauro sorride alla signora sessantenne che è davanti a lui, allo sportello. L’aiuta a compilare il documento e a contare i soldi. Lei prende il resto e copia della quietanza e si allontana con il sorriso felice di chi ha appena ricevuto un bel complimento.

Cosa le hai detto per renderla così felice?

Che è la più bella signora che avessi mai visto. Buongiorno Principessa. Pensavo non venissi a trovarmi oggi. Come stai?

Bene. E tu?

Ora che ti ho vista, va molto meglio. Questa sera sono al Novecento. Vieni?

Ci penserò…

Raccolgo il pacco di mandati che Mauro ha già incassato e torno alla mia scrivania.

Mentre mi allontano lo sento canticchiare Russians.

Trascorro un’ora buona seduta sul letto di fronte all’armadio aperto e indosso decine di abiti che ora riposano ammucchiati sul letto. Ho truccato e struccato il viso almeno tre volte prima di trovare la giusta combinazione di colori abbinati all’abbigliamento. Alla fine scelgo un paio di jeans azzurri molto attillati, una canotta grigio perla e trucco leggero. Parcheggio l’auto all’inizio dell’isola pedonale e percorro a piedi il tratto di molo che conduce al Novecento, maledicendo l’inventore dei tacchi a spillo. Il locale, ricavato dalla ristrutturazione di una vecchia palafitta usata anni addietro dai pescatori, è situato in cima alla banchina, dove il marciapiede termina sugli scogli.

Il vento soffia leggero e accarezza i capelli. Serata calda e serena. Silenziosa. In giro solo poche persone.

Il locale è buio e pieno di fumo. Il silenzio della notte contrasta violentemente con il rumore assordante che imperversa all’interno. Chiedo un tavolo davanti al palcoscenico e siedo. Ordino una Coca Cola e accendo una sigaretta.

Il cantante intona Russians ed io sobbalzo. Sollevo lo sguardo. Gli occhi neri di Mauro di fronte a me, incrociati ai miei. Sono nuda. Impaurita.

Vieni stasera?

Mauro mi aveva telefonato a casa, alle otto, pregandomi.

Verrò!

Non resisto alle sue richieste anche se so che è tutto sbagliato. Il tempo, il momento, la situazione. Non deve andare così. Doveva essere tutto diverso. Eppure…

La canzone è terminata e Mauro si avvicina a me col bicchiere in mano. I suoi occhi puntati addosso e il suo sorriso. Sono solo due mesi e ancora non mi abituo all’intensità della sua presenza. Siede vicino a me, accarezza la mia mano, la stringe e mi bacia.

Quello che non avevo considerato potesse succedere, si avvera senza che io me ne renda conto. E non ricordo nemmeno come fu che riuscimmo a gestire una relazione così complicata senza che nessuno se ne accorgesse. Complicata dagli eventi, dalla situazione, dalle nostre vite incasinate.

Mauro continua a ripetermi che mi ama ed io sono la donna più felice della terra. Sentirmi amata riempie ogni poro della pelle, ogni vena, ogni cavità del mio cuore. Lui è la mia ragione di vita.

O dovrebbe esserlo…

Lui mi bacia ed io tremo. Lui mi ama ed io piango. Mauro sa come arrivare al mio cuore e accenderlo. Ma non è come dovrebbe essere.

Mi guarda e il suo sguardo di uomo vissuto apre una crepa nella mia anima. Quegli occhi verdi trafiggono la mia sicurezza.

Devo andare.

Sei appena arrivata.

Sono venuta a dirti addio.

Come?

Mauro, è finita. Domani mi trasferisco alla filiale di Riccione e non ci vedremo più. È meglio così per tutti. Nessuno deve soffrire a causa nostra.

Non puoi… Senza di te nulla ha senso.

Accarezzo il volto stanco e triste dell’uomo che amo, mi alzo ed esco. Oltre le lacrime un domani che ancora non riesco a disegnare.

Senza di lui la vita non ha senso.