Essere grassi non è una questione fisica. È anche un modo mentale di vivere la vita.

Ed io sono grassa.

L’ho capito a quasi 50 anni.

Essere grassi è come si affronta la vita, come si vivono i rapporti, come ci si siede a tavola.
Essere grassi è scegliere dal menu il piatto preferito, masticare a 32 e specchiarsi dentro ad un calice di vino giallo dorato.

Quello che c’è nel piatto deve essere profumato, esteticamente stimolante e gustoso al palato.
Ma soprattutto ci deve piacere.

Ieri ho pranzato in un ristorante alla periferia di Milano e quando ho letto il menu ho pensato che quello era il posto adatto a me.
Per la prima volta non ho avuto dubbi e dopo quindici minuti il cameriere consegna nelle mie mani un piatto su cui sono adagiati due degli ingredienti che adoro di più al mondo.

Le foto non esprimono sapori, colori e profumi, ma vi assicuro che era sublime. L’occhio ha ricevuto la sua parte di soddisfazione. Ogni cosa era ben disposta e gradevole alla vista.

Per ingannare l’attesa, il proprietario del locale si è fatto ben volere e ha ingannato il nostro tempo con una ciotola di ceramica a forma di cappello rovesciato piena di una vellutata dal gusto impeccabile. Perfetta.

E non vuoi assaggiare il dolce? Quando il cameriere ha pronunciato la parola “meringa” solo io ho detto sì.

No, non si può, ho pensato. Sono ingorda, affamata e grassa di natura, anche se ho perso 10-4 chili in un anno e mezzo (10-4= 6, perché 4 li ho già ripresi).

Ok. Ho mangiato anche il dolce alla meringa e sono stata contenta perché una squisitezza così non l’avevo mai assaggiata. Fantastica.

Il caffè non lo bevo. Paghiamo il conto e sulla porta (di uscita) la cuoca ci offre, distesi su un immenso vassoio, dei dolcetti fatti in casa che assomigliano ai biscotti di pasta sfoglia, ma con un sapore tutto particolare. Ho fatto trenta, ne prendo due e mordo.
Sono fuori di testa, tanto che vorrei mangiarne ancora, ma mi vergogno un po’. I miei colleghi hanno pagato il conto e finalmente ho la scusa per uscire all’aperto e dimenticare quel Paradiso.

Un Paradiso dove sembra di entrare su una barca attraccata in porto, dove non sento la nostalgia della mia lontana Riviera. Mi guardo attorno e il mare è lì, attorno a me.

Esco dall’ufficio di Milano dicendo a tutti che non avrei cenato. Arrivo in Stazione Centrale e consumo il tempo ammirando le vetrine dei negozi e controllando i tabelloni delle partenze per scoprire quale sarà il mio binario. Mi prende un’insana voglia di té, sono giorni che ne parliamo con i colleghi e mi manca la mia dose quotidiana di tè verde. Decido e scelgo un bar dove servono frullati di frutta, pasti freschi da asporto, macedonie, frutta secca e yogurt. Sono entrata per ordinare un tè verde e esco invece con un bicchiere di yogurt con cereali e frutti di bosco. Sono grassa, ma ho scelto il bicchiere piccolo. Lo mangio seduta al tavolino mentre controllo l’ora e divoro le ultime pagine di un libro di cui vi parlerò.

Il Freccia Rossa mi deposita alla stazione di Rimini alle 20. Corro a casa stanca ma soddisfatta. Due giorni di lavoro pieni e di nuovi amici. Scarico la valigia dal baule, metto in spalla lo zaino del computer e apro il portone di casa. Profumo di cibo buono, preparato con materie prime fresche e ingredienti naturali.

Sono grassa. Ma ho detto che non avrei cenato.

Quel 4 deve diventare un 3 al più presto.

Apro il frigo e preparo la mia cena: yogurt, mandorle, frutta e tè nero con limone e tanto miele.