Ci sono periodi in cui scrivere è difficile – il lavoro, la casa, i figli – e ricominciare praticamente impossibile.

Non ho mai (per fortuna) sofferto del blocco dello scrittore, ma quell’irrigidimento dovuto alla immobilità ha colpito anche me.

Quando sto giorni e giorni senza scrivere neanche una parola, riprendere in mano una storia – abbandonata per fare altro – ha il sapore del senso di colpa.

Potrebbe sembrare un’affermazione esagerata, ma chi mi conosce sa che normalmente dico e scrivo quello che penso e sento. Difficilmente mi addentro in temi che non rispecchiano la mia natura.

E allora, come uscire dall’irrigidimento creativo?

La mia tecnica è una sola, l’unica che so mettere in pratica: siedo da qualche parte, musica in cuffia, computer sulle ginocchia o sul tavolo, tazza di té e le parole che escono dalle dita senza controllo e senza collegare il cervello. Scrivo di getto: 10 righe, 500 parole, 2000 caratteri, fino a che le frasi non escono libere e la creatività si scioglie. A quel punto sono pronta per affrontare un nuovo capitolo.

C’è stato un periodo in cui scrivevo qualsiasi cosa uscisse dalla penna, senza pensare al risultato, alla forma, alla scelta delle parole. Scioglievo le briglie e quello che veniva, veniva. Scrivere di getto è bellissimo, libera l’anima, la ripulisce di tutte le scorie che ha accumulato giorno dopo giorno. Il lato negativo di questo metodo è la riscrittura: quando rileggi sei costretto a buttare via la maggior parte di quello che hai prodotto in prima stesura.

Ci sono voluti anni di esperienza e studio, prima di trovare il “mio stile” (e non è detto che ci sia riuscita!).

Quello che faccio ora è cercare di costruire, già in prima stesura, qualcosa che abbia un senso. Rileggere subito ogni capitolo per ottenere un manufatto che sia il più pulito e controllato possibile.

È il metodo giusto oppure no?

Non sono ancora certa che esista un metodo da applicare in scrittura. Si parla tanto di corsi di scrittura; io li ho frequentati, li frequento ancora e ne sono felicissima. Alcuni mi sono serviti tantissimo.

Con gli anni mi sono convinta che una delle regole fondamentali in narrativa sia l’allenamento, la pratica costante, continua, incessante. Quando il mio maestro si riferiva allo scrittore come artigiano intendeva questo. Dopo anni di tentativi, cancellazioni, riscritture ho capito finalmente cosa volesse dire. Non serve a nulla la tecnica, il sapere perfettamente cosa fare, se alla fine non si scrivono almeno 3000 parole al giorno.

E quando, dopo mezz’ora di inoperosità davanti al foglio bianco di Word, ti rendi conto che non hai nulla da dire vuol dire che c’è qualcosa che non va. La stasi non è un buon segno. Sei in compagnia di tutti quei personaggi e non sai come andare avanti, devi decidere in fretta, capire cosa non funziona. Quando mi capita solitamente mi deprimo, comincio a chiedermi se sono capace di scrivere davvero e mi dico che devo lasciare perdere. Una sensazione orribile che dura pochissimo. Non esiste crisi che possa abbattere una forte passione. Al massimo può farla evolvere.

Quando cado nella depressione creativa posso fare solo una cosa: chiudere tutto e lasciare che quella orribile sensazione di vuoto passi da sola.

Ascolto musica, leggo, esco, vivo e mi distacco completamente dalla storia.

A volte invece mi accorgo che la storia non funziona, è spenta, non trasmette. In questo caso devo ricominciare daccapo e riprendere in mano il progetto dall’inizio: è sbagliato l’incipit, il soggetto narrante, l’ambientazione? Oppure il tempo verbale, il personaggio in primo piano, i dialoghi? Oppure devo modificare lo spazio in cui scrivo, spostare me stessa o lo spazio attorno cui ruota la storia?

Negli anni sono state più le pagine che ho cestinato di quelle che ho conservato. Ho eliminato frasi che amavo e ritenevo indispensabili; le prime volte è stato come tagliare un pezzo di me, poi col tempo ho capito che cancellare vuol dire esaltare (mettere in risalto, rendere più forte). Potare i rami secchi rinvigorisce la pianta.

Non ci credevo ma poi l’ho provato sulla mia pelle.

Ed ora, quando ho dubbi, preferisco cancellare piuttosto che aggiungere. Se una frase non riesco a scriverla o, peggio ancora, a correggerla, la butto via.

Qualche mese fa ho cestinato un intero romanzo. Sono pazza? Probabile, ma quando ho iniziato a editarlo ho capito che ormai non era più parte di me, non mi riconoscevo più in mezzo a quelle pagine.

Per chi avesse letto le bozze mi riferisco a Rosa e Michele.

Non piangete. Io non l’ho fatto. So che se avranno voglia di farsi leggere, Rosa e Michele torneranno.

P.s.: Pensavo di scrivere un post sul blocco dello scrittore! Ma dove sono andata a finire?