Racconto: Non sono affascinante

 

Non sono affascinante. Normale, è così che mi considero. In effetti sono l’antifemminilità in persona: evito gli specchi e davanti alle superfici riflettenti chiudo gli occhi. Niente trucco e tacchi 4 centimetri. Gli abiti – i tailleur e le giacche aderenti – sono ormai un ricordo.

Forse un giorno, chissà!

Per rientrare in uno dei miei tubini con abbinato tacco 12 dovrò prima smaltire la zavorra che circonda il mio punto vita. Ho un marito che ama le donne curate, i sorrisi disegnati, gli occhi da egiziana, le curve morbide e le gambe nude… Come può sopportami se io non sopporto me stessa?

 

Ho le mani impastate – acqua, lievito, farina – quando arriva il primo segnale. La riconosco all’istante: una fitta interminabile che toglie il respiro e piega le gambe.

Respira! Ce lo ripetevano fino alla nausea. Respira! Io, con questo dolore, non ce la faccio a respirare. Mi lavo le mani e un’altra fitta squarcia l’inguine.

Ho una smorfia sul viso. Manca poco, presto incrocerò i suoi occhi.

Stai calma, penso. Ma come cazzo faccio a stare calma con questi dolori? Un bagno caldo, sì, è quello che ci vuole. Oppure… il training autogeno. Sì, è facile, diceva l’istruttrice al corso, lei sussurrava ordini e il nostro corpo rispondeva. Ma com’è che si faceva? Rilassa ogni arto con la forza della mente e poi quando arriva la prossima fitta… Io lo penso e lei arriva, ed è così terribile che mi piega in due. Il training autogeno non fa per me. Apro l’acqua calda e mi stendo nella vasca.

Quando mio marito torna mi trova così, immersa in un bagno di sudore e schiuma.

«Dobbiamo andare» gli dico «è ora».

 

La sala d’attesa è illuminata dalle luci notturne. Mi hanno detto «aspetta qui», ed io aspetto con le mie fitte, sempre più dolorose, e una piccola valigia. La visita conferma quello che il mio istinto sa già. Non serve essere dottori. Basta viverle certe cose, per capirle.

«Sei già di cinque centimetri» mi dice un Angelo moro; si chiama Giuseppe «prima di mezzanotte il tuo bimbo nasce». È una bimba, lo penso ma non lo dico.

Mi accompagna al travaglio e mi guarda negli occhi.

«Andrà tutto bene, vedrai».

Mi spoglia e mi lega al letto, con una fascia sulla pancia, collegata ad una macchina. Affonda lo sguardo nei miei occhi, spegne il monitor e mi dice: «Ok, per ora te la risparmio. Preferisci camminare, vero?»

«Sì, grazie».

«Devo andare. Mi raccomando, sii forte».

«Non mi lasciare, ti prego».

«Non posso restare».

Sulla porta si gira e il suo sorriso mi abbraccia.

«Ci vediamo domani mattina».

 

La notte più lunga della mia vita.

Giuseppe mi lascia in compagnia di una tipa che è più interessata al programma in TV che al mio travaglio. Mi dice che possiamo accelerare i tempi e pronuncia quella parola che odio: ossitocina. Vuole convincermi a partorire la mia bimba in mezzo a spasmi incontrollati, solo perché non ha voglia di trascorrere una notte in bianco con me. Non voglio un ago in vena, voglio Giuseppe e nessun altro.

Sono stremata, i dolori mi stanno abbandonando ma io non mollo. Mio marito dorme con la testa appoggiata al materasso. Gli accarezzo i capelli. Lui apre gli occhi e sorride.

 

Il mattino dopo non so più chi sono. Quando Giuseppe, alle sei e mezza, apre la porta e mi trova stesa sul letto della sala travaglio, ancora con la mia panciona intatta, esplode in un’esclamazione che riscalda il mio cuore ed in quell’istante tutto è chiaro: ho aspettato che lui tornasse.

«Fra poco nasce» mi dice con i suoi occhi buoni «ti fidi di me?»

Niente ossitocina! Come faccio a dirgli no?

«Adesso tieni duro, ti farò male».

Cosa ci può essere di più doloroso ancora?

Mi cullo nel suo abbraccio e tutto accade in pochi minuti: una fitta atroce, una corsa, una voce che mi dice di spingere, un vagito.

 

L’ho attesa per nove mesi. L’ho desiderata e amata dal primo giorno. La stringo a me e, con quel batuffolo fra le braccia, capisco tante cose. Mia figlia è dolce, forte e determinata come quell’Angelo che l’ha aiutata a venire al mondo. E lo è tutt’oggi.

3 Comments

  1. Non avere figli … l’unico rimpianto … la vita che si rinnova è la cosa più magica che esista. Dolcissimo racconto, tenero, emozionante. Brava Roberta, buon sabato. 🙂

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© 2017 Roberta Marcaccio

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