Edito da Antonio Tombolini Editore, collana Amaranta.

È mezzanotte e nevica, senza sosta, da tre giorni e tre notti.
San Felice Maggiore è ricoperto da un manto bianco. Si distinguono solo i triangoli dei tetti, il campanile della chiesa e i sentieri scavati nella neve che collegano gli ingressi delle case. Non c’è luna. Il vento accompagna i fiocchi che cadono, ondeggiando, sopra altra neve ghiacciata.
San Felice Maggiore dorme dentro le case. Le strade sono vuote e c’è silenzio ovunque.
Dall’ultima abitazione del paese esce un uomo. Apre l’uscio, osserva per un minuto nel buio e poi chiude il portone dietro le spalle. Non accende luci, s’incammina nell’oscurità con passo sicuro e sotto il peso del fagotto che ha fra le braccia. Guarda dietro di sé e senza fare rumore imbocca il sentiero che conduce in montagna. Costeggia il limitare della stradina, cammina dove la luce dei lampioni non riesce ad arrivare. Nascosto agli occhi e alle orecchie di tutti.
La neve scende fitta. Grossi fiocchi cadono sulla sua testa e tutto attorno. Anche sulla coperta che regge fra le braccia, dalla quale ogni tanto sbuca una manina.
Giovanni affronta la salita, mentre culla il fagotto che porta con sé. Quando le case sono abbastanza lontane, si ferma, appoggia l’involto su una pietra, chiude bene la coperta che lo avvolge e pronuncia qualche parola sottovoce.
«Mi raccomando, silenzio! Ssst…»
Alza l’indice davanti alla bocca e poi riprende il fagotto in braccio.
La neve attutisce i suoi passi. Giovanni avanza instancabile. Vuole risposte. I ricordi sono libri stampati; restano impressi sulla carta e non si cancellano. Ci sono cose che diventano più leggere ed altre che invece ingigantiscono.
Diana l’aveva promesso, aveva detto che Michela avrebbe avuto gli occhi scuri. Quella strega malefica racconta solo frottole. Tutti si chiedono come sia potuta accadere una cosa del genere. Le voci attraversano il paese, passano di casa in casa, di bocca in bocca e lui è diventato lo zimbello delle donne e degli uomini di San Felice Maggiore.
Giovanni prosegue a ritmo lento, raggiunge la fine del sentiero e sparisce sotto i faggi che ricoprono il fianco della montagna.
Il fagotto si muove e la coperta scende, rivelando un faccino tondo e due vispi occhi azzurri. Michela sorride, punta il dito verso la testa bagnata del padre, appoggia la manina al viso di Giovanni, la batte due volte sulla guancia e ride.
«Michela, ssst, siamo quasi arrivati. Stai sotto la coperta, è freddo!»
Il bosco diventa sempre più fitto. Giovanni si ferma. Si appoggia a un tronco e stringe Michela a sé. Il cuore batte che sembra voglia sfondare il torace e mettersi a correre nella neve. Il fiato non è più quello di quando era giovane. A vent’anni era il più veloce di tutti. Alle campestri distanziava gli altri concorrenti di parecchi metri. Dopo l’incidente non ha più recuperato la forza che aveva un tempo. Può camminare, ma senza esagerare. Non può portare pesi e ogni ora, secondo il medico, dovrebbe stendere la gamba. Facile a dirsi. Ma la vita da lui pretende altro.
Giovanni riprende a salire. Mancano pochi metri. Sente già il rumore del torrente. L’aria è umida. Un’ultima salita, la più ripida, e sono arrivati.
Michela si agita, spinge con le braccine contro il collo di Giovanni. Torce il busto, si guarda attorno e poi strilla.
«No, Michela! Ssst! Siamo arrivati».
Michela si dimena dentro la coperta che ormai tocca terra. Giovanni stringe la figlia a sé e corre per gli ultimi metri.
La baracca di Diana è addossata ad una roccia che si trova lungo il corso del torrente Cavo. Il fumo esce dal camino e le galline passeggiano ovunque.
La vecchia appare sull’uscio, attirata dall’urlo di Michela. Corre zoppicando verso Giovanni, strappa la bambina dalle sue braccia ed entra nella baracca.
L’interno è un’unica stanza, senza corrente elettrica, né acqua potabile.
Nella parete di fronte all’ingresso c’è un camino acceso e al centro della stanza un tavolo e due sedie. Ai muri pochi mobili: una credenza scrostata, una cassapanca, un baule e un letto fatto di paglia intrecciata, senza cuscino. I muri sono neri di fuliggine.
Diana appoggia Michela sulla sedia, la libera dalla coperta e le scopre il viso dai capelli. Due occhietti sorridenti e azzurri la osservano. La bimba allarga le braccine e si butta al collo della vecchia.
«Perché l’hai portata qui? Lo sai che non devi venire da me!»
«Oggi è un anno».
«E cosa sei venuto a fare?»
«A cercare risposte».


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