L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Ilaria Vitali

Eccoci al primo appuntamento de L’ora del tè. La rubrica ha la finalità di diffondere la conoscenza di nuovi autori italiani i cui romanzi non dovrebbero mancare nella libreria di un lettore. Parleremo con questi autori non solo di libri; esploreremo, assieme ad ognuno di loro, anche il mondo personale che sta dietro uno scrittore.

Alcuni di loro hanno una vita particolarmente interessante, intensa, ricca di storie da scrivere. È sicuramente il caso di Ilaria Vitali, autrice di Dietro lo steccato, romanzo pubblicato nella collana Klondike di Antonio Tombolini Editore.

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Ciao Ilaria e benvenuta nel mio salotto.
Ciao Roberta, è un piacere e un onore!

Cosa posso offrirti? Tè e crostata?
Un martini rosso con ghiaccio?

Iniziamo con le cinque domande brevi! Sei pronta?
Sull’attenti!

A che età hai iniziato a scrivere?
A 9 anni, non seriamente ma con molta convinzione!

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Deve essere sera o tramonto, Janis Joplin di sottofondo, un bicchierino di whisky meglio se torbato, tabacco a disposizione e un oggetto che viene dalla Thailandia. E devo essere a piedi scalzi, le scarpe mi distraggono.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Non ho particolari preferenze, una storia è lì dove deve essere! Ma se si tratta di luogo geografico amo molto l’oriente, se parliamo di interni o esterni, di gran lunga amo gli interni.

Il libro più bello che hai letto?
Ho bellissime letture in corso, ma l’ultimo è stato Just kids di Patty Smith.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Talvolta nel bosco, penna e taccuino.

A questo punto siamo curiosi di conoscere meglio Ilaria. Sbirciando nella tua vita social ho notato che hai un legame molto forte con il mondo. Mi riferisco in particolare all’oriente e , se ripenso a Dietro lo steccato, all’India. Dalle poche cose che ho raccolto su di te, leggendo qua e là, ho capito che l’anima di Ilaria ha un fortissimo legame con alcuni luoghi stranieri per noi, ma molto familiari per lei. Ce ne vuoi parlare? E, se ti va di rispondere anche ad un’altra curiosità, cosa c’è di così affascinante nella vita da nomade?
Io sono nata in una piccola città, Parma, per poi crescere nella cosiddetta “bassa padana”, della quale porto dentro i sapori e gli odori di altri tempi.
Erano gli anni 70, internet non esisteva e l’unica cosa che avevo a disposizione per viaggiare con la mente era un vecchio atlante che mi divertivo a sfogliare, puntando il dito qua e là e leggendo di nomi esotici e strani. Ero affascinata dalle distese azzurre di mare che separavano i continenti, pensavo che nel 2000 avrei avuto 30 anni e che probabilmente avrei attraversato quei mari e quelle grandi terre volando.
Avevo grandi aspettative su quella cifra tonda che mi sembrava l’apertura al futuro, quello delle macchine volanti, delle invenzioni mirabolanti e di chissà quali grandi scoperte.
In realtà dovetti aspettare qualche anno e solo nel 2007 cominciai a viaggiare per terre lontane, come l’India, il mio primo vero viaggio, affrontato con uno zaino in spalla e con l’obiettivo di rimanere almeno un mese.
Ovviamente fu amore. Amore per l’avventura, per la conoscenza, per l’incognita e anche per la fatica, perché viaggiare è anche questo.
Ho scoperto di avere uno spirito di adattabilità molto forte che mi permette di affrontare le situazioni più diverse che un viaggio non organizzato e un budget calcolato possono comportare.
L’oriente ha un fascino su di me molto potente e dopo l’India ho trascorso mesi in Thailandia, in luoghi meno battuti dal turismo e più a contatto con la gente del posto.
Il grande passo è avvenuto nel 2011, di comune accordo con l’uomo che ho poi sposato: lasciare tutto e partire.
Abbiamo vissuto 4 anni in Sri Lanka, alternando mesi in Malesia e Singapore.
Poi è stata la volta del Messico, dove siamo stati 6 mesi.img_1179
Ogni luogo mi ha regalato centinaia di storie, aneddoti, conoscenze ma soprattutto molta esperienza.
Ho sempre sentito parlare del mal d’Africa, dove ancora non sono stata, ma posso tranquillamente affermare che esiste anche il mal d’Oriente, una malinconia struggente che sempre mi accompagnerà.
Nomade è una condizione dell’anima.
É la sete di conoscere, di riuscire a fare “casa” ovunque ma sopra ogni cosa il nomadismo, per me, è libertà.

Il tuo viaggio in India con lo zaino in spalla ricorda Irene, la protagonista del tuo romanzo. Durante la lettura di Dietro lo steccato si intuisce chiaramente la tua familiarità con il luogo in cui è ambientata la storia e si percepisce quel mal d’India a cui hai fatto riferimento poco fa. I viaggi sono un immenso serbatoio di personaggi, luoghi, trame; sono l’acquolina in bocca di ogni scrittore.
Pensavi già a Dietro lo steccato durante il tuo viaggio in India? Quanto, la tua vita da nomade ha influito sul tuo stile di scrittura?
L’India è stato il luogo geografico nel quale Dietro lo Steccato ha preso vita, sulle pagine di un taccuino da viaggio.
Ma la storia esisteva già da tempo, forse ancora prima che io me ne impossessassi e il trovarsi in India ha scatenato solo il bisogno impellente di raccontarla, quella storia, ma sotto voce.
L’India è un luogo senza mezze misure: o la ami o la odi e se la ami è in grado di suscitare emozioni forti, quasi catartiche.
Posso considerare l’India come un veicolante, i ritmi rallentati e le immagini di grande impatto emotivo hanno reso possibile che la storia potesse rivelarsi e uscire.
Per una tematica in particolare trattata nel romanzo, non avrei mai pensato di rendere pubblico Dietro lo Steccato e così dal 2007 è rimasto su quei taccuini, come una confessione, fino a quando ho preso la decisione, caldeggiata da chi lo aveva letto, di proporlo.
Il nomadismo ha influito per la enorme quantità di sensazioni e storie in cui mi sono imbattuta, un autentico magazzino di materiale da sviluppare.
Verrebbe spontaneo chiedersi se senza il nomadismo avrei continuato a scrivere…la risposta è sì ma probabilmente con un livello di pathos differente.
Quando vivi personalmente situazioni o eventi, scriverne è molto più coinvolgente. É come celare una propria autobiografia nelle pagine di un romanzo, nasconderla qua e là così che il confine tra il vissuto e l’inventato vada a scomparire.

Hai detto che “il nomadismo è libertà” ed è questo senso di libertà che il lettore percepisce leggendo il tuo romanzo. Fingo di non essere una scrittrice e ti porgo la domanda scontata che anche io spesso ricevo dai miei lettori, ma con una particolarità in più. La domanda è la seguente: quanto c’è di Ilaria in ciò che scrivi, ma soprattutto quanta libertà occorre ad uno scrittore per tirare fuori dalla pancia una storia come quella che racconti in Dietro lo steccato? Quanto ti ha cambiata scriverla?
Questa è una delle domande più temute da uno scrittore, o almeno così penso.
Affermare che dietro ogni romanzo e ogni suo personaggio c’è sempre Ilaria Vitali è come rivelare sé stessi e le proprie esperienze.img_0333
Ma forse la vera libertà sta proprio in questo: parlare di sé sotto mentite spoglie.
Del resto quanto vi sia di autobiografico rimane un segreto, scatena dubbi e curiosità.
La mia risposta a questa domanda è quindi evidente. Io racconto storie che conosco, anche solo in parte, ma che comunque appartengono al mio bagaglio di esperienze.
Per Dietro lo Steccato ancora prima della libertà c’è stato un discorso di coraggio, tanto è che inizialmente non avrei mai pensato di renderlo pubblico. Forse Dietro lo Steccato è stata l’occasione dove la libertà è stata più sacrificata, quello che ho raccontato è la versione morbida e filtrata della vera storia. E ho detto tutto…
Se mi ha cambiata scriverlo? non ci ho mai pensato.
Ho tirato molto il freno a mano scrivendolo, ora mi sento in un certo senso più spregiudicata e nel prossimo romanzo ho provato a dimenticare quel freno, descrivendo eventi più dettagliati senza lesinare su episodi particolarmente scomodi.
Dopo tutto…è solo un romanzo. O no? 🙂

Romanzo? Quindi finzione? O maschera davanti ad una vita vera?
Come scrittrice è un tema che mi pongo ogni volta che siedo davanti ad una macchina da scrivere. Come lettrice vorrei sapere che c’è realtà vera dietro a ciò che leggo. La differenza, credo, sta in quel freno a mano tirato. La libertà di scrivere è anche spregiudicatezza, come dici tu, osare e mostrare quello che è.
Nel tuo prossimo lavoro che tipo di storia troveremo? Una fiction vera o una finta realtà? Ti va di parlarcene?
Il romanzo può essere finzione o maschera o entrambe le cose; credo che anche all’interno di una storia totalmente costruita a tavolino vi siano inevitabilmente contaminazioni provenienti dalla realtà.
Dopo tutto a scrivere è un essere umano e, conscio o no, qualcosa di suo e/o di reale lo inserisce nella storia.
Personalmente vivo il romanzo come pretesto per raccontare storie reali e le mie lo sono.
Inserisco personaggi realmente esistiti e alcuni frutto della mia immaginazione che mi sono necessari; mi piace pensare ai miei romanzi come a delle “cacce al tesoro”, dove il tesoro è la realtà e tutto il resto solo un palcoscenico necessario alla rappresentazione.
Il freno a mano è dovuto a inesperienza, a paura di osare troppo o talvolta semplicemente a rispetto per i veri protagonisti di quella storia.
Il mio prossimo libro è basato su un insieme di storie vere, come sempre, e in quel caso ho abbandonato totalmente quel freno a mano.
La storia si sviluppa su oltre 50 anni di tempo, con una conclusione che si verifica in un futuro immaginato e all’interno di questi 50 anni si intrecciano diverse vicende, molte delle quali vissute realmente.
É ambientato tra Amsterdam e la Malesia e non manca il colpo di scena finale a riunire tutti gli avvenimenti in un unico grande cerchio.
Parlare di fiction vera o finta realtà è una questione di punti di vista.
Ho scritto di cose viste e vissute, romanzate e arricchite, ma reali: è più lecito definirlo quindi una fiction vera o una finta realtà, laddove per finta si intende quell’arricchimento?
Il lettore deve sempre avere il dubbio se ciò che ha letto è successo veramente oppure no, ma soprattutto quale degli episodi che ha letto è vero o inventato.
Da lettrice è una domanda che mi farei e non so fino a che punto vorrei ricevere una risposta, potrei desiderare di rimanere in quel dubbio e ricordare quel particolare romanzo come qualcosa di assolutamente intrigante.
Un romanzo deve anche far sognare, o no?

Grazie Ilaria per essere stata mia ospite; colgo l’occasione per ricordare che Dietro lo steccato è acquistabile in versione ebook sul sito di StreetLib e su tutti gli store.

Arrivederci alla prossima puntata con L’ora del tè.

2 Comments

  1. luciano pescali

    novembre 4, 2016 at 9:59 am

    E brava Ilaria! Passo passo stai crescendo e migliorando. Saluti da un tuo fan

Se quello che hai letto ti è piaciuto (oppure no) fammi conoscere la tua opinione. E torna a trovarmi ancora!

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