Benvenuti nel mio salotto per la consueta chiacchierata con l’autore durante L’ora del tè. Oggi conosciamo Angelo Ricci, noto scrittore italiano, che ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Angelo ha scritto la trilogia della pianura, tre romanzi noir ambientati nella pianura della Lomellina e pubblicati da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani; inoltre ricordiamo, fra gli altri libri pubblicati, i racconti di Padania Blus e Borges aveva un tumblr.

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La trilogia della pianura è formata da Sette sono i re, Notte di nebbia in pianura e L’odore del riso. Di questo ed altro parleremo oggi con Angelo.

Ciao Angelo e benvenuto nel mio salotto. Solitamente alle cinque io offro tè e una fetta di crostata. Va bene anche per te o gradisci altro?
Ciao Roberta. Grazie per l’invito, sono felicissimo di essere qui. Tè e crostata vanno benissimo.

Ottimo! Allora possiamo partire con le prime cinque domande brevi?
Sono pronto!

A che età hai iniziato a scrivere?
In modo narrativamente organizzato dopo i trentacinque anni.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ne ho, o almeno così credo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Nella mia terra, la Lomellina, principalmente e comunque nella Pianura Padana.

Il libro più bello che hai letto?
“Martin Eden”, di Jack London.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Scrivo sempre e solo in cucina.

Ho una curiosità, Angelo, che è scaturita dalla lettura dei tuoi romanzi, di cui poi parleremo. Immergendosi nella trilogia della pianura appare evidente un elemento che contraddistingue i tuoi libri. Si parla tanto, ai corsi di scrittura, de “il luogo in cui scrivere” che a mio avviso non è solo il luogo in cui l’autore si siede per scrivere ma anche il paese, la città, lo stato in cui la storia che racconta è ambientata. Io ho anche un’altra convinzione personale, molto opinabile: “il luogo di cui decido di scrivere” può influenzare il mio modo di scrivere. Ti dico questo perché secondo me la tua scrittura risente dell’umidità tipica della nebbia, è ricca dell’odore del riso e cruda del sangue che scorre nelle tue storie. Quanto è vero questo secondo te? Quando la tua amata Lomellina influenza il tuo modo di scrivere? Non hai mai pensato di “girare” le tue storie in luoghi diversi?
Hai perfettamente ragione. La mia scrittura è fortemente calata nelle atmosfere della mia terra, ne trae spunto e ne è al contempo decisamente influenzata. Ogni essere umano proietta la propria anima sui luoghi in cui vive e i luoghi, a loro volta, si riflettono nell’anima di chi li abita, di chi li respira. È un rapporto di reciproca simbiosi, nel bene nel male, un rapporto cui non ci si può sottrarre tanto facilmente. Non è semplicemente un mezzo per scrivere solo di ciò che si conosce, come insegnava Hemingway, ma è una sorta di feedback narrativo e narrante tra organismi pluricellulari, una comunicazione, uno scambio di informazioni genetiche e culturali che fonde il trasferimento di parole e di visioni tra l’unità senziente a base carbonio che scrive e l’insieme di paesaggio, persone, posture, pietre e pensieri che lo circonda in ogni nanosecondo della sua vita e che, a sua volta, si muta in un’altra unità senziente, e spesso questa mutazione avviene in modo misterioso e inquietante e comunque mai uguale a se stessa. Si crea un intervallo infinito di spaziotempo quantistico in cui l’osservatore e l’osservato si modificano a vicenda e giungono alla consapevolezza della reciproca esistenza proprio in quanto si osservano l’un l’altro.
Certamente e più volte ho pensato di scrivere al di là di ciò che significa per me la mia terra, e accadrà ed è già accaduto e accade e saranno proprio queste costanti di comunicazione genetica e culturale che si fondono a creare un altrove che altro non potrà essere, una volta ancora, se non questo attimo di trasfigurazione in cui chi scrive osserva la sua propria scrittura intenta a osservarlo mentre sta scrivendo.

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 “…chi scrive osserva la sua propria scrittura intenta a osservarlo mentre sta scrivendo.”
Fantastica Angelo la tua citazione. Partiamo da qui per affrontare un altro argomento che mi sta a cuore e che non so dove ci condurrà in questa chiacchierata. Come scrittrice io mi sono già data una risposta, ma vorrei sapere da te cosa ne pensi.
Non è solo il “luogo di cui scriviamo” che influenza la nostra scrittura, giusto? Ma anche il nostro vissuto, la vita di ogni giorno, le persone che incontriamo, il lavoro che svolgiamo, i libri che leggiamo, l’educazione che abbiamo ricevuto… Quale di questi elementi agisce maggiormente sulla tua penna? La scrittura è solo osservare e narrare oppure c’è dell’altro? Cosa contiene la scrittura di Angelo di ciò che di vero c’è nella vita di Angelo? Quando scrivi osservi la vita e la narri oppure è la vita che si fa narrare da te?
Direi che tutti tutti gli elementi che hai indicato più che influenzare la mia scrittura ne costituiscono delle basi di partenza; non ce n’è qualcuno che pesi di più, tutti sono sullo stesso piano. Scrivere è anche e soprattutto rubare, rubare visi, posture, voci isolate, fattezze, rubarle per poi rimescolarle in qualcosa che viene infuso in una struttura narrativa, in uno schema che spersonalizzi chi scrive. Certo, come giustamente dici il vissuto, la propria formazione di vita, le paure, i sentimenti entrano a forza nell’azione dello scrivere. Attenzione però. La scrittura intesa come un’organizzazione narrativa degna di lettura, perché possa portare a una storia che viva di vita propria, deve prendere da tutti questi elementi ma poi da questi elementi se ne deve in qualche modo allontanare. In questo senso parlavo di spersonalizzazione. La storia che nasce dalla scrittura deve diventare altro da chi la scrive, deve diventare estranea a chi l’ha pensata. Solo così riuscirà ad avere una sua forza, una sua cittadinanza. Ogni romanzo, ogni racconto è un po’ come un figlio. Lo metti al mondo, lo ami, lo fai crescere, poi però deve prendere la sua strada. Questo è quell'”altro” che secondo me va oltre la scrittura intesa solo come osservazione e narrazione. Nella mia scrittura cerco sempre di mettere pochissimo della mia vita, le considero due cose rigorosamente separate e faccio moltissimo per tenerle lontane l’una dall’altra. Nel tempo ho imparato a non usare la scrittura come un mezzo per fare i conti con me stesso o con la mia vita o per fare bilanci di qualche tipo. Uso la scrittura per tentare di scrivere storie che in qualche maniera cerchino di stare in piedi dignitosamente. Non mi pongo altri obiettivi. In questo senso osservo la vita per prendere appunti per una storia ma poi è la vita (o la storia, che forse è la vera vita) a farsi raccontare da me. Io sono solo un tramite.

Parliamo allora di tuo figlio, anzi, dei tuoi tre figli. Mi riferisco ai tre romanzi che compongono la trilogia della pianura (Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re, L’odore del riso). Tre noir d’autore: uno stile personale molto marcato, vicende dai tratti duri, personaggi connotati da caratteristiche forti. Io che non sono abituata al noir, mi sono appassionata al tuo stile ed alle storie che hai scritto. Ho amato gli odori, le luci soffuse, la nebbia. I personaggi che si mimetizzano con l’ambiente in cui vivono e che insistono per raccontare la loro storia.
Sono rimasta molto colpita. Non è un genere che amo particolarmente, ma grazie ai tuoi romanzi mi sono avvicinata al noir e ne ho apprezzato la lettura.
Faccio una piccola digressione e poi torniamo sull’argomento.
La lettura di un noir non è cosa facile. I tuoi, poi, sono testi che richiedono attenzione, un po’ come una bella donna. Hanno bisogno del giusto tempo e dello spazio adatto. Di concentrazione e silenzio. Vanno goduti.
Quando scrivi pensi al tuo lettore tipo? Alcuni autori scrivono riferendosi a colui che leggerà il loro romanzo. È così anche per te? Ti domandi come reagirà al contatto con le tue storie? Se ne resterà influenzato, deluso, sorpreso, eccitato.
E poi, sempre per sedare la mia curiosità di femmina, hai un Lettore Ideale (come lo definisce S. King) a cui sottoponi le tue storie in anteprima e che critica in modo costruttivo il tuo lavoro? A volte abbiamo bisogno di conferme, no?
Usi per i miei piccoli libri parole bellissime, parole di cui ti ringrazio e che probabilmente non merito. Mi chiedi se quando scrivo penso a un mio lettore tipo. Probabilmente chiunque abbia provato l’esperienza della scrittura si è immaginato la figura del lettore, si è immaginato le sue reazioni, i suoi pensieri. È naturale, la scrittura è inevitabilmente un rapporto biunivoco, un dialogo silenzioso tra chi crea una storia e chi la fa sua leggendola. Io però scrivo i libri che mi piacerebbe leggere. Con questo non voglio negare che non pensi al lettore, tuttavia la scrittura è per me uno strumento che si posiziona principalmente tra me e la storia che cerco di scrivere, una sorta di interfaccia, di soglia cui prima o poi la trama, i personaggi, i dialoghi, le atmosfere, il detto, ma anche il non detto, giungono a soffermarsi e a porsi alla mia attenzione di tramite narrativo. Non ho un Lettore Ideale e probabilmente non lo vorrei nemmeno perché finiremmo per detestarci a vicenda. Quando ho finito di scrivere un libro lo leggo e lo rileggo e lo aggiusto finché non mi dà la sensazione che a scriverlo sia stato non io ma un estraneo. Solo in quel momento capisco che può avere una qualche speranza di essere letto.

È quello che penso, Angelo, e ti ringrazio perché ci hai donato tre capolavori. Anche perché, i libri, quando diventano tali, non sono più dell’autore, non credi? Ma diventano miei, tuoi, suoi e di qualsiasi persona decida di comprarli e leggerli.
Ed ora veniamo a noi. Tu sai che io ho amato in modo molto particolare L’odore del riso, una storia così intensa che quando l’hai finita rimani imbrigliato ancora nelle sensazioni, negli odori, nei colori. Che non ti stacchi di dosso.
Io vorrei davvero che tutti coloro che amano leggere conoscessero Angelo Ricci, la sua scrittura pungente, le sue storie crude, le sue pennellate su carta. Non voglio chiederti come sono nati Sette sono i re, Notte di nebbia in pianura e L’odore del riso (anche se muoio di curiosità) perché credo che l’atto della creazione sia un momento molto particolare che solo l’autore comprende. Però una cosa vorrei saperla, anzi più di una.
Quali sono state le tue sensazioni, le tue emozioni, le tue percezioni durante le fasi di progettazione e di realizzazione della trilogia? Io solitamente vivo nella pancia quello che scrivo e credo sia così per la maggior parte degli autori. Capita lo stesso a te? Quando hai scritto la parola fine dopo il terzo romanzo cosa ti è rimasto dentro l’anima?
Innanzi tutto ti devo dire che all’inizio non avevo programmato questi tre romanzi come una trilogia. Sono tre romanzi che ho scritto dal 2006 al 2013 (il primo è stato “Notte di nebbia in pianura”) e hanno avuto genesi diverse, sono legati a momenti e a esperienze della mia vita differenti, si riferiscono a versioni di un me stesso inteso come scrittore che forse non c’è nemmeno più, che inevitabilmente è mutato come tutto, d’altra parte, è destinato a mutare. La trilogia si è come composta da sé quando, conclusa la scrittura del terzo romanzo, “Sette sono i re”, tutti e tre si sono come autoassestati in modo da poter essere considerati come parti di una trilogia, anche perché erano attraversati da un filo rosso che è quello dei luoghi di una pianura che spesso diventa il personaggio principale. È un po’ come se i tre romanzi avessero deciso loro, al di là del loro stesso autore, di unirsi in questo modo, di considerarsi parti, comunque del tutto autonome, di qualche cosa di più grande che li abbracciava e li coniugava. Sai che io considero i miei romanzi come qualcosa di altro da me, qualcosa che vive di vita propria, qualcosa che mi prescinde e va oltre me. La stessa cosa fanno i miei personaggi. Io non li creo, sono loro che, uno ad uno, si presentano alla mia attenzione e mi dicono cosa vogliono fare, cosa vogliono dire, cosa amano, cosa odiano. E così è accaduto in ognuna delle stesure dei tre romanzi. Tra l’altro quando immagino una nuova storia la fase della scrittura è per me solo la fase finale, una sorta di verbalizzazione di quello che per mesi ho vissuto e si è sviluppato nel mio pensiero. È lì che la storia nasce e prende vita, cambia rotta, si adegua e si trasforma. Il tutto, naturalmente, sempre seguendo la via maestra che mi indicano volta per volta i vari personaggi. Per parte mia seguito a fare la mia vita solita, cerco di mantenermi il più possibile come osservatore esterno degli sviluppi della trama del romanzo. Poi arriva il momento in cui tutte le tessere del mosaico vanno al loro posto, inizia la fase della scrittura, della stesura del verbale, e poi compare un libro che riporta in copertina il mio nome, cosa che, il più delle volte, osservo con pensieroso stupore. In questo senso quando ho scritto la parola fine la mia anima era uguale a prima. È l’anima dei miei personaggi che invece era irrimediabilmente cambiata. 

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Mi ritrovo molto nelle cose che dici. E come me, credo, tanti altri autori. L’immagine che dai dello scrittore è realistica: colui che osserva la storia che altri (i personaggi) gli raccontano. Sembra surreale ma non lo è. È vivere la vita con altri abiti e raccontarla.
Ultima curiosità. Tu non sei solo autore dei tuoi romanzi, se non erro. Sei anche editor e correttore bozze. Giusto?
Come riesci a coniugare tre fasi così particolari e diverse fra di loro in una persona (tu) sola? Progettare, scrivere, valutare se il testo è valido per la pubblicazione, correggere refusi ed errori di italiano… non è facile essere obiettivi quando si tratta del nostro lavoro.
Essere editor di se stessi, come si fa?
Quello che dicevo prima, sul fatto che per me un mio lavoro è pronto soltanto quando leggendolo mi sembra che a scriverlo sia stato un altro, ha un valore personale, nel senso che rappresenta il momento in cui un mio libro per me ha finalmente raggiunto una vita propria. Certamente, quando si pubblica con un editore, il proprio lavoro, una volta accettato, viene letto e sottoposto alla visione di un editor. Per parte mia ho avuto diversi editori e il lavoro dei loro editor sulle mie opere non è mai stato invasivo, tutte sono sempre state lasciate come apparivano nel manoscritto, tranne alcuni minuscoli aggiustamenti in un paio di casi (nel primo l’editor mi aveva chiesto di trasformare una frase, che era scritta in dialetto, in modo che apparisse comprensibile a un pubblico più vasto, nel secondo si trattava di sviluppare un po’ di più un certo capitolo) ma mai nessun editor ha stravolto o riscritto parti dei miei libri, anche perché mi sarei opposto. Questo è quello che cerco di fare anche sui testi di altri. L’editor non deve stravolgere o riscrivere un testo. Il suo compito è quello di verificare se il testo ha un suo particolare ritmo, se la struttura narrativa regge, se esiste un senso della e nella scrittura, consigliando l’autore a fare, se necessario, degli aggiustamenti in quel senso. Se intende seguire queste indicazioni è comunque sempre l’autore che deve intervenire sul proprio testo perché è solamente lui che, in fin dei conti, ne conosce l’intima essenza. Quanto all’essere editor di se stessi sicuramente è possibile nel senso che, come autori, bisogna essere spietati con le proprie opere. Prima di presentarle a un editore vanno ripensate, rilette, eventualmente anche riscritte. Bisogna fare tesoro della propria esperienza di scrittura, di lettura, di affinamento di una certa tecnica. Poi però c’è la necessità che questi scritti passino al vaglio di un lettore professionale o editor che dir si voglia. Non va intesa come una prova terribile. È semplicemente una necessità. Fa semplicemente parte del gioco, così come le attese, i silenzi e i rifiuti da parte degli editori. Attendere che un proprio libro venga accolto da un editore è una prova faticosa e snervante che come scrittore purtroppo conosco benissimo per esperienza personale. Tuttavia verrebbe da dire: “È l’editoria, bellezza!”.

E anche oggi, purtroppo, la nostra ora del tè è finita. Purtroppo perché parlare con gli autori delle loro esperienze di lettura e scrittura non siamo mai sazi, vero?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate dei nostri primi tre numeri e dei primi autori con i quali abbiamo chiacchierato. Mi aspetto che compriate i loro libri e che li commentiate come meritano.
Grazie Angelo e alla prossima occasione.