Ieri sera sfogliavo il mio romanzo. Non amo farmi pubblicità, anche se capisco quanto sia sempre più importante fare marketing di sé stessi.
Io non sono brava in questa veste ma ogni tanto ci provo.
Più che parlare del mio libro vorrei che il mio libro parlasse al posto mio.

Ieri sera sfogliavo il mio romanzo, dicevo, e l’ho aperto a caso al capitolo 22, un numero che ha per me un significato molto particolare. Come particolare è il capitolo stesso, di cui vi regalo un assaggio.

Capitolo 22

Quando bussò alla mia porta, la notte del 22 marzo, Rocco era ubriaco, urlava e vomitava. In preda a non so quali allucinazioni o forse solo pazzo di dolore gridò più volte che dovevo salvarla, resuscitarla.

«Falla vivere!» urlava.

Aveva gli occhi spiritati, le mani tremanti ed era sudicio; puzzava di alcol, sudore e vomito. Lo invitai a entrare e sedere. Si buttò a terra, vicino al camino. Si prese la testa fra le mani e solo allora notai il sangue. Aveva un taglio su un polso e la ferita era sporca di terra e sangue raggrumato. Lo medicai, nonostante le sue proteste, e gli feci bere un infuso di erbe. Si calmò e mi raccontò del giorno maledetto.

Quando arrivai alla fontana vidi le macchie di sangue vicino alla cesta coi panni.Sapevo che l’avrei trovata lì. Mancavano pochi giorni. Eleonora era sicura che sarebbe nata il 21.
«Nascerà il primo giorno di primavera» diceva; era felice. Non vedeva l’ora di stringere la sua bambina.
Sapevo che sarebbe scesa verso le tre; di solito puliva la cucina e aspettava che Giovanni uscisse per andare al mercato, prima di recarsi alla fontana. Una tenaglia mi strinse lo stomaco. Non respiravo. Attorno alla fontana c’era molta acqua. Qualcosa l’aveva fatta tracimare fuori. I panni della cesta erano bagnati e insaponati. Ma lei non c’era. Il mio cuore sembrava impazzito. Sbatteva, picchiava, non mi faceva capire niente. Era l’unico rumore che sentivo. Dalla fontana presi il sentiero che conduce alla contrada. Pregavo Dio che Eleonora fosse a casa, stesse bene, e che i miei timori fossero solo il frutto di un brutto presentimento.
Camminavo, correvo, ansimavo, non avevo fiato.
«Dio mio, ti prego, ti prego…»
Erano le uniche parole che riuscivo a pronunciare. Affrontai la salita in poche falcate e quando arrivai in cima il cuore mi cadde a terra. Eleonora era là, appoggiata ad un albero, sudata, bagnata, sporca di sangue. La raggiunsi e la presi fra le braccia. Tremava come un filo d’erba. Si abbandonò fra le mie braccia e io la sollevai. Respirava a fatica. La stesi a terra, ma si contorceva dal dolore. Strillava il mio nome.
«Rocco! Aiutami!»
Mi gridava di aiutarla ed io non sapevo cosa fare.
«Amore, ti prego, resisti! Cerco aiuto e ti porto dal medico».
Gridava più forte.
«Non mi lasciare! Chiama Diana!»
Parlava a singhiozzi, in mezzo alle fitte atroci e ai morsi di dolore.
«Aiutami!»
«Amore, ti prego, resisti!»
Si strinse a me con tutta la forza che aveva. Infilò le unghie nella mia carne. La presi in braccio e lei gridò. Sapevo di farle male ma non avevo scelta.
«Perdonami amore. Ti porto a casa».
La vidi stringere i denti. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Si aggrappò con entrambe le braccia e nascose il viso nell’incavo del mio collo.
«Amore, manca poco. Resisti!»
La sentivo contrarsi. La pancia contro il mio torace. La sua bambina fra me e lei. Eleonora mi guardò ed aveva gli occhi asciutti, belli come non li avevo mai visti. Mi sorrise e quello fu l’ultimo sguardo che mi rivolse. Poi una doglia ancora più forte delle altre la fece urlare come non avevo sentito mai.
Davanti a casa sua chiamai il marito. Urlavo.
«Giovanni! Giovanni!»
Presi a calci la porta.
«Giovanni apri! Ti prego!»
Picchiavo sempre più forte. Stavo per sfondare la porta quando si aprì.
«Cosa…»
«Giovanni, Eleonora… bisogna chiamare Diana».
Giovanni sbiancò e corse via, verso il bosco.
Entrai. Eleonora era aggrappata a me. Ma non era cosciente.
La coricai sul letto. Sembrava non provasse più dolore. Era immobile, inerte, abbandonata. Le accarezzai i capelli ma non si mosse.
«Ele, amore».
Non rispose.
La baciai.
Non si mosse.
Il suo torace si alzava e poi si abbassava ed io lo guardavo come se temessi che smettesse di respirare da un momento all’altro.
Perdeva sangue e liquido. Presi un asciugamano e la pulii.
Teneva gli occhi chiusi e non reagiva.
L’accarezzai sul viso.
«Ele, ti prego amore, rispondimi. Dimmi qualcosa. Mandami al diavolo, ma parlami. Ti prego!»

Quando entrai nella camera da letto, Rocco era vicino a lei. Aveva la fronte appoggiata alla pancia di Eleonora, pregava e piangeva. Giovanni era dietro di me. Vide l’uomo disperato al capezzale della moglie ed uscì di casa.
«Rocco!»
«Diana, ti prego, devi aiutarla».
«Cos’è successo?»
«Non lo so. L’ho trovata vicino alla fontana. Ha perso sangue».
«Lascia fare a me, ora. Chiama Antonietta. Falla venite qui. Mi servono asciugamani, lenzuola pulite e acqua calda. Subito!»
Rocco uscì di corsa. Mi avvicinai a Eleonora e le toccai la pancia. Gridò e spalancò gli occhi. Le divaricai le gambe.
«Perdonami figlia mia».
Infilai la mano e toccai il collo dell’utero. Era già dilatato, ma non abbastanza. Potevo aiutarla ad accelerare il travaglio ma non sapevo ancora in che posizione era il feto. Dovevo aspettare. Non potevo rischiare. Eleonora era già abbastanza provata.
Poi iniziò il vero travaglio. I dolori violenti, insopportabili. Antonietta restò con me per due giorni. Per tutto il tempo che trascorremmo là dentro, Eleonora non fu mai cosciente. A volte sembrava ritornare, ma poi crollava di nuovo in uno stato di completa assenza dal mondo. Tremava per i dolori, gridava, si contorceva e fra una doglia e l’altra sveniva.
Non mangiammo, non dormimmo. A nessuno era consentito entrare.
Alla fine del primo giorno, capii che c’era qualcosa che non andava e quando vidi che non era la testa quella che sarebbe uscita per prima cominciai a pregare anch’io. Antonietta non mi chiese nulla e, con un riserbo che mi commosse, pregò assieme a me. Il ventuno mattina Eleonora era pronta per partorire ma il feto non si era girato. Ormai era stremata. Non aveva neanche la forza di gridare. E le doglie erano finite. Le mie preghiere non erano servite a nulla. Forse non basta chiedere aiuto una volta per ottenerlo. Continuai a massaggiare la pancia di Eleonora sperando di vedere apparire i capelli. Non mi fermai mai, neanche quando il cuore di Eleonora smise di battere.
«Diana!»
Antonietta appoggiò una mano sulla mia spalla ed io crollai.
«Diana, è finita!»
Uscii dalla stanza, parlai con Giovanni e chiesi a Antonietta se era pronta ad assistermi. Lei mi guardò con gli occhi enormi e si avvicinò a Eleonora. Chiusi a chiave la porta e ricoprii il letto di asciugamani e cerate. Dopo mezz’ora estrassi Michela dalla pancia della madre e la deposi fra le braccia di Antonietta.