La mia Shoah

È un po’ che ci penso, giro attorno alle parole per trovare quelle giuste. Scrivo, cancello, ricomincio daccapo. E poi chiudo tutto e penso ad altro. O almeno ci provo.

Per anni ho chiuso orecchie, occhi, cuore, anima pensando a cose piacevoli per evitare di capire, conoscere, toccare.

Quest’anno no. Saranno i cinquantaquattro anni appena compiuti? Una maturità (si spera) maggiore? Il desiderio di entrare nei ricordi ed esserne parte? O il bisogno di sapere di più?

È accaduto per caso, un giorno, alla Mondadori. Un giro tra gli scaffali. Un’occhiata in qua e in là. Rigiro qualche volume tra le mani e tanti ne rimetto a posto. Tranne uno. Che mi rimane appiccicato. Ha una bella copertina, il testo è impaginato come piace a me: lettere a grandezza media, righe distanziate, carta avorio ruvida. C’è ossigeno tra le parole. Leggo qualche frase, osservo i dialoghi, con occhio critico registro lo stile pulito, semplice e lo compro.

A casa trova posto sul mobiletto di fianco al comodino assieme ad altri suoi simili in attesa di superare il periodo di adattamento prima che la mia attenzione cada su di lui. Alcuni libri restano abbandonati per anni. Qualcuno per sempre.

A dicembre è il suo turno. La scelta di un libro ha un significato profondo e, per quel che ne so, non sono mai io a scegliere quale leggere ma il contrario. Mi ricorda tanto la storia delle bacchette di Olivander.

Pagina dopo pagina m’incammino tra le righe di Avevano spento anche la luna con una apprensione leggera di fronte all’ignoto. In bella calligrafia Ruta Sepetys ci presenta Lina. Sono a un bivio, a destra chiudo il libro e lo lascio decantare, a sinistra apro gli occhi, osservo e contemporaneamente chiudo il cuore e lo proteggo dal dolore. Vado a sinistra.

Lina, la sua famiglia e altre migliaia di persone vengono strappati senza motivo dalle loro case in Lituania e deportati nei campi di lavoro in Siberia. Qualcuno finisce in prigione (forse ucciso), gli altri in luoghi sperduti, in mezzo al fango, alla neve, in baracche costruite al momento, precarie, inutili, sempre più deboli e malati. È nei campi di lavoro che Lina conoscerà a fondo l’umanità e la disumanità. Imparerà il senso della sopravvivenza, il dono dell’amore agli altri, la condivisione, l’aiuto, la cura.  Conoscerà Andrius, un ragazzo che diventerà una persona importante della sua vita, e Nikolaj Kretzskij, una giovane guardia dell’NKVD, che Lina odierà per quello che rappresenta. Lo strappo dal paese di origine e dal padre stravolgerà, in una sola notte, la sua vita tranquilla: raccoglierà a stento pochi effetti personali, prima di essere buttata su un camion in partenza per un luogo sconosciuto. Viaggerà per mesi, su un treno merci, ammassata ad altre persone, nello sporco, negli escrementi, per raggiungere l’Inferno, un girone dannato da cui non si fa ritorno. Lina, bravissima in disegno, userà il suo talento per comunicare con il padre, deportato in prigione, e per lanciare segnali: ritrae le persone, i luoghi, documenta i fatti, conserva ogni foglio con cura a testimonianza della crudeltà degli uomini. Maltrattati, scherniti, sfruttati i deportati vivono nella disperazione, lottano ogni giorno nella speranza che l’incubo sia soltanto un incubo.

Arrivo alla fine della storia di Lina con il bisogno di comunicare. Ci provo ma le parole si spezzano da sole e non trovano la strada per il racconto. Cerco altro e sul Kindle mi imbatto in Se questo è un uomo. Riposa nel mio e-reader da non so quanto. Lo apro: è ora.

Se questo è un uomo è storia. Non mi vergogno a dire di aver sempre chiuso gli occhi di fronte alle atrocità dell’antisemitismo e non credo di essere l’unica a non aver avuto coraggio, per molti anni, di infilare il cuore in quel mare di fango. Primo Levi apre le pagine al diario dei ricordi e lo fa come se dovesse raccontare un qualsiasi viaggio. Chiude il rubinetto delle emozioni e lascia che sia il lettore a trasformare le parole in sensazioni, immagini, percezioni. Quello che mi ha toccata profondamente è la determinazione, la forza di vivere, la tenacia e la motivazione dei prigionieri di fronte a un destino che avrebbe ridotto alla disperazione chiunque. Ma non loro! Ogni giorno era un giorno in meno nel campo e un giorno più vicino alla speranza. Ogni giorno era un giorno di vita vissuto in più. Di fronte a certe pagine diventi piccola. Provi a metterti in quei panni anche se sai che non puoi farlo. Ti vergogni, questo sì. Di quello che hai, di come vivi, dello spreco, delle lamentele inutili e della violenza a cui assisti ogni giorno. Pensi che forse quello che hanno sopportato i deportati non è servito da lezione all’umanità. Le lotte razziali continuano nel 2020 e non solo verso gli ebrei.

Per un mio senso di riservatezza non ho mai espresso la mia opinione in modo plateale; preferisco svelare i miei sentimenti attraverso il racconto di ciò che hanno rappresentato per me queste letture. Credo nell’esempio, nell’integrità umana, nel rispetto degli uomini e delle idee. A volte il silenzio, un’immagine, una frase, una preghiera fanno più rumore di troppe parole.

Nella nostra era diversamente tecnologica rispetto ai tempi di cui narriamo gli eventi, tutti sanno ciò che stiamo facendo in qualsiasi momento. E così Google conosce alla perfezione i libri e gli argomenti a cui sono interessata. Una spia silenziosa, a volte inquietante, altre volte utile che mi propone nuovi libri dello stesso genere di quelli in cui sto ficcando il naso in questo periodo. Perché la cosa che ho allontanato per cinquantaquattro anni diventa l’unica che all’improvviso voglio fare. Ed è così che incontro Charlotte, La bambina che guardava i treni partire.

La trovo in biblioteca e la porto a casa con me, assieme ad altri due volumi: uno di psicologia e uno di medicina cinese. Google continua a fornirmi titoli interessanti: Eichmann, dove inizia la notte, L’uomo che sfidò i nazisti e La banalità del male; prendo nota e li aggiungo alla lista dei libri da leggere. Ne parlo con un’amica che mi consiglia Io non mi chiamo Miriam e aggiungo anche questo. Poi ne trovo altri. E l’elenco diventa infinito.

Mentre decido quale leggere per primo, Charlotte mi prende la mano. La seguo nel suo viaggio, dalla partenza a Liegi, in direzione di Parigi, con un nuovo cognome e pochi indumenti infilati a forza in una piccola valigia perché “non devono dare nell’occhio”. Charlotte gioca con i nastrini dei capelli, li attorciglia tra le dita, li perde. L’ansia e la paura sono compagne di viaggio non invitate. Non parlare, rispondi con poche parole, ora ti chiami Wins, non sei ebrea, sei ariana, il tuo aspetto lo dimostra, stai calma. Il viaggio continua da Parigi verso Lione, in un gioco a scacchi con le milizie naziste, uno slalom dove la buona sorte muove la pedina giusta più di una volta. Charlotte e la sua famiglia si nascondono, vivono in condizioni disagiate, senza cibo, acqua, in luoghi angusti e sporchi per quattro anni, correndo verso una libertà irraggiungibile. Da Lione verso la Svizzera, poi a Grenoble e da qui verso i monti con il respiro corto e il terrore alle spalle. Lo sfiorano più volte, quel terrore che nessuno ha il coraggio di nominare.

La storia di Charlotte si intreccia a quella degli zii, dei nonni e di altri ebrei polacchi costretti in un ghetto a Konskie e poi deportati nei campi di sterminio assieme a migliaia di innocenti o fucilati. In modo inspiegabile queste vicende si intrecciano anche al racconto dei soldati della legione straniera francese impegnati nelle battaglie di Bir Hacheim ed El Alamein. La bambina che guardava i treni partire diventa così un romanzo storico con una narrazione travolgente.

Ecco! Questa è la mia Shoah. Non sapevo da dove iniziare ma sentivo il bisogno di colmare un vuoto e comunicare. Per il momento mi fermo qui ma continuerò a frugare nella memoria di chi ha vissuto la brutalità, sopportato la cattiveria ed è sopravvissuto. Cercherò anche le storie di quelli che non ce l’hanno fatta perché la loro memoria non resti confinata solo al 27 gennaio.

(Foto in copertina di Krzysztof Pluta da Pixabay)

4 commenti su “La mia Shoah”

  1. Cara… penso che dovrò dedicarti più tempo, dedicare più tempo a leggere la tua bella scrittura, pacata, pulita, sincera per nulla banale. Clara

  2. Un tema davvero difficile da affrontare ed emotivamente impegnativo se si vuole approfondire. Hai raccontato in modo vivido e delicato i libri letti. Attendo gli ulteriori aggiornamenti.

    1. Grazie Carla, in effetti è un tema che tutti sentiamo ma a cui non è facile approcciarsi, vuoi per le scarse conoscenze, vuoi per la forza e la brutalità delle storie. Credo che serva leggerezza soprattutto nel raccontare l’ingiustizia di ciò che è stato ed è.

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