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Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele è il primo libro che leggo di Sandro Campani, edito nel 2017 da Einaudi. Il romanzo mi è stato consigliato da un carissimo amico; come da mia abitudine, mi sono recata presso la biblioteca del mio paese e l’ho preso in prestito.

È una storia che coinvolge già dalle prime battute, vuoi per lo stile scorrevole e maturo dell’autore, vuoi perché i due protagonisti, complici una lunga notte e una bottiglia di grappa, si ritrovano l’uno di fronte all’altro a confidarsi un passato che entrambi conoscono. Davide irrompe a casa di Giampiero, pretendendo attenzione, deve parlargli, dice, è importante. I due uomini hanno condiviso una parte di vita: Giampiero ha lavorato per molti anni nella falegnameria di Uliano, il padre di Davide, e in quella falegnameria Davide giocava, scorrazzava, fino a quando la vita e l’età li hanno costretti ad altre scelte, verso altre vite. Forse servivano a entrambi, la notte insonne e la bottiglia di grappa, perché alcuni dettagli di quel passato condiviso erano sconosciuti ai due uomini.

I segreti, che il passato sotterra, creano muri invalicabili e difficili da abbattere. Davide ha bisogno di scaricare un sacco troppo pieno di ricordi che porta sulle spalle? Forse è lo stesso per Giampiero?

Già dalle prime pagine di questo libro sono stata catapultata in un’altra storia. Diversa ma con caratteristiche simili a quella raccontata da Sandro Campani. Il giro del miele mi ricorda in molti tratti Le braci di Sándor Márai, un libro che ho amato e regalato molto. Ho trovato similitudini nella storia, nell’amara solitudine dei personaggi, nell’ambientazione e nel tempo. Anche nello stile, i due autori hanno delle somiglianze.

Il giro del miele è una lettura fluida, non veloce. Campani mi affascina con uno stile pulito, scorrevole ma denso, mai banale; e con un uso sapiente di verbi e dialoghi per imprimere forza alla storia.
È il contenuto che costringe il lettore a riflessioni importanti sull’amicizia, sull’amore, sulla fiducia e sul rispetto fra le persone. C’è tanto altro, in questo grande libro, e in un modo o nell’altro ognuno saprà riconoscere quello che corrisponde al proprio modo di sentire e percepire il messaggio dell’autore, o il proprio.

Nel finale Campani non delude. È l’attesa di conquistare le ultime parole a rendere stimolante il viaggio, pagina dopo pagina. E in quell’attesa ascoltiamo i due uomini e le loro confidenze, nel ricordo di momenti spensierati e nel tormento di quelli dolorosi.

Credo proprio che lo acquisterò. Merita un posto nello scaffale dei preferiti.

 

Titolo: Il giro del miele
Autore: Sandro Campani
Editore: Einaudi
Pagine: 242
Link acquisto: https://www.ibs.it/giro-del-miele-libro-sandro-campani

 

Per maggiori dettagli sul romanzo visita la pagina del romanzo sul sito della casa editrice Guido Einaudi Editore.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Sandro Campani

L’ora del tè festeggia l’inizio della sua terza stagione e purtroppo a breve subirà uno stop per lavori in corso (maggiori dettagli li riceverai a fine intervista).

Riprendiamo le nostre chiacchierate de L’ora del tè con un autore giovane, talentuoso e di grande caratura, che sono onorata di avere qui con me questo pomeriggio.
Ammetto l’ignoranza: non avevo mai letto nulla del mio ospite; il suo libro mi era stato consigliato da un amico e così, attraverso la lettura di bellissime pagine, ho conosciuto la stupenda personalità e la magnifica penna di Sandro Campani, autore che tutti dovrebbero leggere.
Il giro del miele è il titolo della sua ultima pubblicazione (Ed. Einaudi);  di questo ed altro parleremo oggi. Ti anticipo che si tratta di  un romanzo pieno di quella quotidianità che non sa fingere; contiene il dolore, la fatica, la paura, la morte e la vita.
Dopo aver letto il romanzo l’ho invitato a L’ora del tè perché i bravi autori mi incuriosiscono: adoro scoprire ciò che si cela dietro il mistero di un libro e uno stile di scrittura, in poche parole amo ficcare il naso nelle loro abitudini!
Ho conosciuto Sandro attraverso le sue risposte alle mie domande e ne ho apprezzato la semplicità, la generosità, la voglia di farsi conoscere e il grande amore per la scrittura che sempre mi commuove. Ho amato molto i personaggi, come li ha costruiti, di quanta umanità li ha inzuppati: mi sono immedesimata, ho divorato pagine e pagine di una intensità sbalorditiva, incapace di staccarmi dalla storia, curiosa di sapere, capire, conoscere, volermi emozionare ancora e ancora.
A questo punto smetto di parlare io e lascio parlare Sandro; in questa chiacchierata non andremo a fondo nella trama del libro e non ci saranno spoiler. Ho parlato de Il giro del miele nella mia recensione che trovi a questo link.
La chiacchierata riguarderà l’autore e il suo e il nostro amore per i libri e la scrittura.
E, a proposito, io sono convinta che gli incontri non avvengano a caso. Ogni persona che intreccia il suo cammino con il nostro ha un motivo di essere. Ed anche per questo motivo sono felicissima di bere il tè con Sandro, oggi. Ma chissà se berrà tè?
Basta parlare; andiamo a conoscerlo meglio!

Benvenuto nel mio salotto, Sandro, grazie per avere accettato il mio invito a parlare di scrittura, libri e sogni. Prima di iniziare ti chiedo, come ho fatto con gli altri autori, che cosa posso offrirti: tè, caffè, biscotti, o altro a tuo piacimento…

Se vogliamo stare in tema con Il giro del miele, una grappa va bene. Bianca secca.

 

Ah ecco! Niente tè, come temevo! Va benissimo la grappa; io ti farò compagnia con una belga aromatizzata al miele, giusto per rispettare l’ingrediente del giorno.
E ora, se sei comodo, parto con l’interrogatorio! Iniziamo?

Certo.


A che età hai iniziato a scrivere?

Storie a fumetti e quotidiani inventati, da piccolino; poesie da adolescente, poi buttate; con l’intenzione di pubblicare, a venticinque anni.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Niente di che. Tener lontani i gatti dallo schermo, farmi un caffè ogni tanto, bere del vino mentre rileggo ad alta voce la sera, se sono contento. 

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Una valle appenninica immaginaria, trasfigurata, costruita a partire dalla valle in cui sono cresciuto ma che ingloba elementi di altri luoghi.

 

Il libro più bello che hai letto?

È impossibile rispondere. Ti dico quello che da piccolo mi ha toccato di più, e insegnato un mondo: Al dio sconosciuto, di John Steinbeck.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Scrivo solo a casa. Gli appunti, li prendo ovunque, anche vocali, in macchina; ma per mezza pagina, se sono altrove vuol dir che non ho tempo.

 

Sandro, perché la scrittura? Ogni autore ha un proprio motivo per scrivere, una propria urgenza. Considerando i tuoi passi nel mondo della narrativa, qual è stato l’episodio o la situazione che ti ha fatto decidere di scrivere per pubblicare? Quando scrivi, qual è l’obiettivo che ti poni? Cosa deve arrivare, di te o della tua storia, al lettore?

 Sono per molta parte del mio tempo una persona inadeguata al mondo, disattenta, incapace di trattenere le cose e il loro senso; scrivere mi dà l’impressione di arrivare a capire, a un livello più profondo di quanto non mi succeda normalmente, quello che altrimenti non riuscirei a capire: in merito alle persone, e alle cose; mi dà l’illusione di trattenere il senso del tempo, di riordinare tutto ciò che altrimenti mi schiaccerebbe con la sua insensatezza.
La certezza di voler scrivere per pubblicare l’ho avuta frequentando, nel 1999, un corso tenuto da Emidio Clementi (scrittore meraviglioso oltre che voce di un gruppo rock che seguivo ovunque da ragazzo, e continuo ad ascoltare: i Massimo Volume). L’obiettivo che mi pongo (oltre a quello, relativo al metodo e alle intenzioni, di lavorare il più possibile sulla dignità e la profondità di quel che faccio, di portare rispetto alla lingua) potrei riassumerlo con il titolo di un pezzo dei Massimo Volume, appunto: “Qualcosa sulla vita”. Dire qualcosa sulla vita.
Quanto a me, non mi interessa che arrivi qualcosa della mia persona o della mia storia al lettore, mentre scrivo: certo (sarebbe mentire negarlo) mi gratifica se chi mi legge riconosce le mie intenzioni verso la lingua, verso la vita dei personaggi e delle cose, e le trova dignitose. Ma quanto ai contenuti, non penso di aver niente di speciale da dire di me, né penso che la mia vita o i miei pensieri abbiano alcunché di necessario, tanto da dover essere “espresso”: mi capita spesso di usare ciò che ho pensato o ciò che mi è successo come un serbatoio a cui attingere per rendere vivo o credibile un personaggio: di usare i miei panni per immedesimarmi nei suoi, per ricrearli. La mia esperienza può essere un materiale utile come altri, da riutilizzare, da trasfigurare, nella misura in cui si riveli utile a far funzionare la storia che sto raccontando. Non è mai un fine. Non so se potrei dire di avere “urgenze espressive”. Penso di no.

 

Parliamo del tuo romanzo Il giro del miele. Quando l’ho letto sono rimasta colpita da un ricordo: Le braci di Sandor Marai. Il tuo romanzo ha richiamato tantissimo quello dello scrittore ungherese per due dettagli: il tempo della narrazione e lo stile descrittivo.
Entrambe le storie si svolgono nell’arco di una notte durante la quale i due protagonisti (uomini) si confidano, rispolverano un passato lontano e si confessano alcuni segreti. Inoltre Il giro del miele ha la potenza di una narrativa descrittiva che arricchisce la storia di particolari legati al mondo in cui vivono i personaggi, che immagino rispecchi molto il mondo in cui vivi tu.
Traspare l’amore per la natura, nelle tue parole; traspare l’importanza che dai ai luoghi, all’atteggiamento delle persone, alla quotidianità, al lavoro…
Quanto ti ritrovi in questa mia riflessione?
E poi ti chiedo, c’è un autore che ha influenzato il tuo modo di scrivere, che più di altri pesa sulle tue scelte stilistiche?

Con Le braci è successa una cosa curiosa. Non avevo mai letto quel libro – era fra le mille lacune che ho – ma, quando ho cominciato a girare per le presentazioni del romanzo, più di una volta una persona l’ha citato; diverse volte qualcuno ha detto che Il giro del miele glielo aveva ricordato; a questo punto, ho pensato, dovevo leggerlo, e l’ho fatto; sì, la struttura è molto, molto simile, il “tutto in una notte” e non solo: c’è il fuoco, che è un elemento centrale, c’è una lettera (che ne Il giro del miele rappresenta un punto di entrata e in fondo una falsa pista). La differenza più evidente che ho trovato è stata nel fatto che là tutto rimane centrato sul rapporto fra i due protagonisti, con l’amore per la stessa donna come campo di battaglia irrimediabilmente perso per entrambi, fino al disvelamento finale e alla chiusura del duello, mentre ne Il giro del miele la scena teatrale diventa un contenitore di storie differenti e divaganti, altri rapporti, altri temi. C’è di sicuro che per me è stata una fortuna non aver letto prima Le braci: se l’avessi fatto, avrei trovato somiglianze così evidenti da forzarmi a cercare altre strade più artificiose, mi sarei fatto scrupoli deleteri. In realtà, quando grazie al consiglio di Giulio Mozzi capii che il modo giusto per raccontare questa storia era trasformare la voce narrante da una terza persona onnisciente a una prima persona interna alla vicenda, e quindi cominciai a pensare di costruire l’intero romanzo attorno a un unico, grande flashback, l’unico esempio che mi venne e a cui tornai, fra le mie letture, fu “Lord Jim”, di Conrad.
La cura che metto nelle descrizioni è conseguenza del rispetto che sento di dover portare ai luoghi, alle persone, ai lavori, agli oggetti che racconto. E anche del rispetto che devo a me stesso: scrivere vuol dire strappare il tempo a forza al lavoro, ad altri impegni, alle persone a cui vuoi bene, e se dovessi usare questo tempo sciattamente – nelle intenzioni, s’intende: quelle contano; il risultato può essere buono o mediocre, e non sta solo a me giudicarlo – bene, mi sentirei uno stupido e un truffatore.
Di autori che mi hanno influenzato, e che mi insegnano costantemente qualcosa, ne ho tantissimi. Autori che mi piacciono, e autori che magari non mi piacciono. Se devo dirti un solo autore che prima di tutti mi ha formato, invece, devo dirti John Steinbeck. “Al dio sconosciuto”, su tutto. È già tutto lì. E anche “L’inverno del nostro scontento”, che è spesso considerato un suo libro minore, scritto quando aveva già dato quel che doveva dare, deviante rispetto al suo filone.

 

Ho aperto: era Davide. Grandone, alto com’è sempre stato, tanto che cammina preparato a chinarsi per passare dalle porte. È proprio dalla stazza che l’ho riconosciuto, perché la luce esterna era strinata e lui non ha parlato, inizialmente: ho ravvisato un uomo che nel momento in cui aprivo si tirava indietro, al buio; ero sorpreso perché non avrei mai detto di vedermelo ritornare all’uscio, ma un attimo dopo ho pensato (ed è stato peggio): era destino che arrivasse, prima o poi. Gli occhi ha dovuto abbassarli, per riuscire a guardare me in faccia. Non lo faceva da un bel po’ di anni. Non ho avvertito odore d’alcol, e ho avuto sollevo nel vederlo nuovamente in forma, sbarbato, i capelli castani ordinati in un’onda, da bimbo biondissimi e adesso, rispetto all’ultima volta, stempiati alla scriminatura. Lui se li copriva dal vento con un braccio, in modo buffo, come un ragazzone che uscisse per ballare. Aveva addosso i suoi anfibi da buttafuori, e un maglione di lana infeltrito, di quelli per cui la Silvia un tempo lo prendeva in giro e che però continuava a regalargli, con i fiocchi di neve, i cervi e le stelline. Ma lì sulla porta, per me, sono stati i suoi occhi il problema, perché aveva due occhi impressionanti, come infiammati e soggiogati da uno spirito che li avesse invasi e li stesse facendo ammattire.
– Fammi entrare, Giampiero, – mi ha detto, e quindi io l’ho fatto entrare.

(Estratto da Il giro del miele)
Copyright Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Entriamo nel vivo della trama e dei personaggi. Innanzi tutto parto da uno dei comandamenti della narrativa: la storia deve essere credibile. È una delle prime cose che si imparano sui banchi di scuola.
E per credibile s’intende che il lettore debba credere a ciò che legge. Io stessa mi ritrovo, prima di iniziare a scrivere, a pianificare, organizzare, fare ricerche per raccogliere le informazioni che mi serviranno durante la stesura della storia.
Mentre leggevo Il giro del miele chiedevo a me stessa (e ora rivolgo la domanda a te!) se anche Sandro Campani avesse lavorato allo stesso modo. Non è quasi mai la nostra vita quella di cui parliamo, quindi fare ricerche, studiare, documentarsi, diventa un obbligo. Come approcci questa esigenza quando devi trattare un tema che conosci ma non nei minimi dettagli?

Certo, ho fatto così: mi sono documentato, perché, al di là di ciò che si ometterà o si deciderà di inserire nella storia, sarebbe fatale non farlo. La superficie su cui i personaggi posano i piedi deve aver sotto strati solidi di terra. Che si decida di farne vedere al lettore qualche metro in sezione, o decine di metri, o di mostrare solo la punta dell’erba che ci è cresciuta sopra, quella terra di base dev’esserci e il lettore la deve sentire. Quindi, nel caso de Il giro del miele, si è trattato di leggere trattati sull’apicoltura, guardare video su internet, aggiungere ai ricordi personali sulla falegnameria (sia mio nonno che mio padre avevano in casa qualche macchinario e facevano da sé alcuni mobili) qualche giorno passato da amici falegnami a guardarli mentre lavoravano; si è trattato di passare alcune sere insieme a Giulio Golfarelli, buttafuori storico dei locali di rock alternativo nel modenese e caro amico, per farmi raccontare quel lavoro dal di dentro.
Poi, c’è una cosa che bisogna sempre tenere presente quando si usa la documentazione raccolta: se a una persona che fa un certo lavoro da venti o trent’anni chiediamo di raccontarcelo, difficilmente – a meno che non le sia stato chiesto di preparare una lezione sull’argomento – questa metterà in fila nozioni in modo schematico, come trasformandosi in un manuale umano; più facilmente, data la sua appartenenza a quel lavoro e la sua passione, questa persona ometterà tante cose che per lei sono scontate, e ci racconterà magari aneddoti, curiosità sghembe, laterali. Ecco, il trattamento che occorre riservare alla documentazione raccolta è un po’ questo: evitare quello che si chiama comunemente “spiegone”, e cercare invece gli spunti marginali, imprevisti, che rendano vivo il personaggio e il suo appartenere al lavoro che fa, e che al contempo siano funzionali al movimento della storia.
La credibilità riguarda anche i personaggi, il loro agire: penso che questo sia un esercizio di misura, e che ognuno abbia la sua; ciò che risulta stonato, o pretenzioso, o ammiccante, o troppo volto al “farsi bello” dell’autore, non andrebbe addossato a un personaggio, se si spera che diventi una persona. Ma, a seconda della storia, a seconda dello stile con cui la si racconta, e a seconda delle intenzioni che si perseguono raccontandola, i parametri possono cambiare molto.

 

 Sono d’accordo con te ed è quello che si percepisce nel tuo romanzo: una enorme profondità e credibilità che non diventa mai un mattone didattico (il tuo “spiegone”!).
A questo proposito faccio una digressione per affrontare un tema che mi è molto caro e che credo riguardi tutti: autori e lettori.
Una delle curiosità principali di questi ultimi è quella di capire quanto ci sia della vita dell’autore nella storia che scrive. Gli autori preferirebbero non esprimersi in merito ma non possiamo evitarlo: è così!
L’idea che mi sono fatta io, vestendo i panni della lettrice, è che ci sia tutto e niente ed è quello che ho percepito ne Il giro del miele. C’è tanta interiorità di Sandro Campani ma nulla di veramente autobiografico. Non so se sei d’accordo ma credo che la difficoltà dello scrivere sia proprio questa: raccontare la storia di un altro ma con il cuore che ci metterei se fosse la mia; lasciarsi andare a qualcosa che mi prende dentro ma che non conosco fino a quando non lo getto sulla carta. È quello che si intende quando si descrive la scrittura come il “vestire i panni di un altro”, “vivere un’altra vita”, “fare un viaggio senza partire”.
È davvero così oppure c’è sempre tanto dell’autore in ogni libro che scrive? In fondo viviamo, respiriamo, conosciamo persone, siamo animali sociali; tutto questo non va forse a comporre le nostre pagine? Quanto sono reali i personaggi che un bel giorno bussano alla nostra porta insistendo affinché raccontiamo la loro esistenza? (I miei, ti confesso, quando bussano si presentano già con il loro nome ed io devo solo scriverlo su carta…)

È come dici: c’è tutto e niente. Ogni volta che cerco di rendere la vita di un personaggio, di “vivere un’altra vita”, proprio (ed è quell’emozione, quella compassione e quell’intensità nel cercare di capire, che in parte ti spinge a scrivere, e a godere nel ricreare la vita di una persona che non esiste ma per te comincia a esistere e ti riempie), mi capita, mano a mano che conosco il personaggio e mi chiedo cosa direbbe, cosa farebbe, come reagirebbe a una certa situazione, di riutilizzare, trasformandole, cose che fanno parte della mia biografia: ne Il giro del miele, ad esempio, molte esperienze di Silvia sono esperienze mie trasfigurate. Quello che mi succede è solitamente questo: non ho né il bisogno né la voglia di raccontare ciò che mi capita, o di spiegare come mi sento. Non è interessante per me al punto da volerlo trasporre in una storia. Ma ci sono storie di persone inventate che mi interessa raccontare, e nel farlo utilizzo spesso accadimenti o sentimenti miei nella misura in cui capisco che sono funzionali alla storia, e possono entrare a far parte del personaggio. Non parto da me per raccontarmi trasfigurando il giusto: uso le mie esperienze come serbatoio da cui attingere in caso siano utili al personaggio.
Quanto ai nomi: sai che per me, invece, sono spesso (come i titoli, del resto) una cosa difficile? Arrivano a volte a metà strada, o anche dopo; arrivano chiedendomi, in base all’età, al contesto, che tipo di nome potrebbe avere quella tale persona: e quando il nome arriva, getta luce su di lei e le dà una forza ai miei occhi che prima non aveva.

 

Interessante e curioso il fatto che i nomi dei personaggi ti arrivino a metà strada! Ma prima che ti arrivi il nome, il personaggio come lo chiami?

Se il nome non è ancora arrivato, chiamo il personaggio con la sua funzione: madre, fratello, tenutaria dell’albergo…

 

– Giampiero, mettiti a sedere. – mi ha detto Davide davanti al fuoco. Ha poggiato le sue dita sui nervi della mia mano, e mi ha sorpreso talmente che l’ho lasciato fare mentre di solito fuggo come una biscia, quando mi toccano la mano rovinata.
Perché era venuto, lo sapevo.
– Non prendi niente da bere? Neanche un grappino?
Mi sono mosso verso la vetrinetta dei liquori, ma lui ha detto: – Lascia stare, – con un tono spazientito, come dicesse Perché mi vuoi far fesso? Cosa credi che sia venuto per bere un grappino con te? A quel punto avevo la sua mano sulla spalla e praticamente mi ha spinto sulla sedia. L’ho fissato negli occhi, da lì schiacciato a sedere dov’ero, e lui ha ritratto il braccio, vergognandosi, e io ho capito di avere lo sguardo di un vecchio.
– M’hanno raccontato che certe volte si vede la sua macchina, – mi ha detto.  – Parcheggiata proprio qui davanti.

(Estratto da Il giro del miele)
Copyright Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

 

 

 Sandro, il tempo è volato, siamo giunti alle ultime domande.
A proposito di metodo, si parla tanto della cassetta degli attrezzi dello scrittore, cioè di tutti quegli strumenti che servono per affrontare un nuovo progetto “libro”: ci sveli cosa contiene la tua e se hai qualche rito voodoo particolare a cui ti affidi per attirare sul tuo lavoro energie positive?
Infine, tornando a Il giro del miele, ti chiedo (poiché sono un’autrice impicciona e curiosa delle vicende altrui!) qual è l’aneddoto o l’episodio che ha scatenato in te l’idea di questo romanzo e a quale dei tuoi libri sei più legato e perché?

La mia cassetta degli attrezzi è disordinata e mutevole: ci sono dentro appunti scritti, appunti vocali che registro parlando da solo mentre guido e mi autoinvio per mail, appunti sulla struttura, appunti sui caratteri dei personaggi, documentazione scaricata da internet in merito a cose che devo approfondire (per Il giro del miele ad esempio, l’apicoltura); se sono molto molto fortunato ci sono anche frammenti di scaletta, o una scaletta intera, che puntualmente nego e ribalto scrivendo; c’è un momento durante la stesura in cui ciò che si vede intorno, i dialoghi che si ascoltano per strada, le proprie esperienze, i libri che si leggono, tutto viene ricondotto al romanzo che si sta scrivendo e pare darci l’illuminazione anche solo per una frase, o una svolta della trama. Si passa qualche anno ossessionati.
Magari sapessi come attirare sul mio lavoro energie positive! Una cosa che so è questa: non scriverei se non avessi vissuto condizioni di disagio, di depressione o di dolore; ma per l’atto pratico di scrivere, per riuscire a mettere in fila tre parole, ho bisogno di essere sereno e concentrato. Insomma, mi sembra di osservare questo paradosso: scrivi perché c’è il male, ma per farlo hai bisogno di star bene.
Ci sono stati alcuni motivi scatenanti alla base de Il giro del miele: la visione di due innamorati in un rifugio sulle Alpi cuneesi: come si guardavano asciugandosi, scaldandosi, il maglione di lana retrò che lui aveva indosso; la visita della lince (che ho visto con i miei occhi una notte, mentre ero in macchina con mia madre e avevo la febbre, e il mio amico d’infanzia era morto); la falegnameria che avevo vicino a casa da piccolo, dove andavo a giocare. Un posto vicino al passo del Lagastrello dove stavano gli ovili desolati in mezzo ai faggi e alla ferraglia che ho descritto nell’ultimo capitolo, dove sono capitato andando a funghi con i miei. Come ti dicevo all’inizio, ci sono immagini slegate e persistenti che finiscono per collegarsi, luoghi che attirano la testa.
Il libro a cui sono più legato è certamente questo, Il giro del miele. Provo amore per questa storia e per tante persone che l’hanno accompagnata prima e dopo l’uscita; sono molto legato anche ai racconti de Il paese del Magnano, dove credo che stiano alcune delle cose più buone che ho scritto.

 

 

Per acquistare il romanzo di Sandro Campani clicca sulla miniatura e, dalla pagina del libro sul sito EINAUDI, scegli la libreria che preferisci.

 

 

Siamo arrivati alla conclusione di questa bella chiacchierata con Sandro Campani e ti lascio con un ultimo estratto da Il giro del miele; ricordo che tutti i brani del romanzo da me pubblicati in questa pagina, sono coperti da Copyright Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino che mi ha gentilmente concesso di riprodurre e che ringrazio di cuore.

 

– Non lo so, – gli dico. – Non lo posso sapere, come si sente una bestia. Però lo capisco quel che intendi. Almeno, io penso d’aver provato una cosa così: talmente aggredito dalle cose intorno, inaffrontabili, talmente rintronato e distolto da me stesso da entrare, come ti posso dire, in uno stato diverso di coscienza.
– Sembriamo un po’ quelli che vanno a meditare scalzi nella neve, eh?
– Ci penserebbe l’Ida a farmi meditare, se mi vede fare un numero del genere -. Guardo la bottiglia, la tocco con la mano buona. – Io mi ricordo, per esempio, la notte dell’incendio: quand’è finito tutto ero al buio, cominciavo a distinguere i contorni della roba storta, ribaltata. Sono rimasto lì chissà quanto, in silenzio, con l’acqua della gomma che scorreva e il braccio morto, era come se fossi in uno stato di coscienza nuovo.
Lui fissa la mia mano e la bottiglia, come stessi provando un gioco di prestigio.
– Non ridere, Davide: quando le cose diventano, diventano cose al quadrato. Più dense, piene di se stesse, talmente cose da essere astratte.
– Non rido. Io guardo una certa cosa, delle volte, un bastone, un portachiavi che ho vinto a una pesca, è come se il passato e il futuro di quella cosa fossero lì dentro che la riempiono, spingono, mentre la tengono in mano. Però te sai che il passato non lo puoi recuperare, e il futuro non te lo lasceranno prendere, perché hai sbagliato.
– Sì. Hai sbagliato. Hai rimediato, ti sei perdonato, l’hanno fatto anche gli altri, oppure non se ne sono accorti. Quante volte hai rimediato in tempo, ti sei vinto e sei come un santo, dentro la tua vita, e nessuno lo sa, Davide, nessuno lo sa.
– Io lo so.
– Un santo pieno di schifo, di mostruosità, e devi darti battaglia, ferocemente. Per quello sei santo.
Stringo la bottiglia, l’alzo contro la luce del camino. Mancano due dita. Prendo un chiodo dal cassetto: – Ora Davide faccio una cosa. Una cosa irregolare. Tu non mi hai visto.
Con il chiodo faccio un segno più in basso di quello precedente, e questo è inciso e luccica, muovendo la bottiglia; non è un granché, non ho diamanti a disposizione: lo ripasso col pennarello frassino.
Fin qui, e non oltre.

(Estratto da Il giro del miele)
Copyright Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

 

In onore di Sandro Campani e del suo romanzo, e per il semplice fatto che è settembre e ogni cosa ricomincia, ho scelto per L’ora del tè una nuova immagine di copertina, che contiene tè, zenzero, miele e limone: il mio infuso preferito!

E ora una piccola anticipazione.
Dopo Sandro Campani pubblicherò forse altre due interviste prima di fermarmi per qualche mese e dedicarmi a un progetto personale a cui tengo molto e di cui parlerò a tempo debito. Durante questo periodo mi allontanerò da tutto il mondo social, dal blog e limiterò ogni attività letteraria (recensioni, interviste, presentazioni, divulgazione, condivisioni…) al minimo indispensabile e assolutamente necessario.

Alla prossima puntata!
E buona lettura de Il giro del miele!

 

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Marco Mancinelli

Marco Mancinelli e io siamo amici esattamente da un anno. Amici come lo intendiamo oggi, grazie ai social e alla realtà virtuale, che non vuol dire meno amici, per me; è un’amicizia a distanza come ai miei tempi esistevano gli amici di penna (a quattordici anni corrispondevo con una coetanea tedesca). Oggi, con l’aiuto della tecnologia, la comunicazione è più veloce e immediata e consente la nascita di amicizie fra persone che altrimenti non si sarebbero incontrate mai.
E sarebbe stata una grande perdita.
Non vorrei dilungarmi in preamboli, il mio ospite è una splendida persona e saprà presentarsi con la classe che le contraddistingue.
Prima di accoglierlo vorrei lasciarti alcune informazioni biografiche.
Marco pubblica in self publishing quattro romanzi: Cyberblood (2013), In equilibrio sul silenzio (2014), Nero Uomo (2016) e 2068 – L’uomo che distrusse il futuro (2017) e quattro racconti: Sussurri dal profondo, La stagione della temperanza, Il sorriso di Elena e Il risveglio del male. Con BakemonoLab editrice ha pubblicato il racconto Il giardino dei bambini storti nell’antologia Yokai (2017) e il romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (2018).
Ama il surf, l’astronomia e l’hacking.
Se lo cercate e non è al computer, vuol dire che quel giorno ci sono le onde.

Pronti per incontrarlo? Io sono molto emozionata!

Benvenuto nel mio salotto, Marco. Spero ti senta a tuo agio in questo luogo per me molto speciale, dove i libri sono i protagonisti e gli autori miei graditi ospiti. Sono le cinque e solitamente offro tè e crostata, ma devo dire che i tuoi predecessori si sono sbizzarriti a più non posso e so che tu ami molto il whisky. Potrei stupirti con effetti speciali. Marco, cosa ti offro?

Ciao Roberta e grazie per avermi ospitato nel tuo salotto. In effetti chi mi conosce sa che ho una certa passione per il whisky. A quest’ora vedrei bene un Oban Little Bay invecchiato 14 anni, rigorosamente liscio, e una generosa fetta di torta di mele. Si può fare?

 

 

Certo che si può fare, in questo salotto è tutto concesso.
A questo punto siamo pronti per iniziare le nostre chiacchiere. I lettori attendono a bocca aperta di ascoltare la tua storia. Sei pronto?

Cercherò di soddisfare ogni curiosità allora, non vorrei che a restare a bocca spalancata qualcuno dei tuoi lettori si slogasse la mascella. Non me lo potrei perdonare. Non sarebbe neanche simpatico, in effetti.

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Subito dopo aver letto il mio primo romanzo, Le avventure di Tom Sawyer. Avevo nove anni e scrissi un racconto breve ispirato proprio al protagonista del libro di Twain.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Ho una sola mania: ascolto musica a tutto volume, di solito con le cuffie. La playlist, che non conosce neanche mia moglie, è sempre la stessa, da anni. Ed è composta soltanto da 5 brani, che mando in loop per ore.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

La mia città, Roma. Mi piace però descriverla nella sua parte meno conosciuta e più underground.

 

Il libro più bello che hai letto?

Ne ho letti molti, di libri belli. Così al volo mi viene in mente Nero, di Olivier Pauvert.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Scrivo soltanto seduto dietro la mia scrivania, che in effetti non ha nulla di strano. Però spesso siedo in maniera scomposta, con i piedi sul tavolo e la tastiera poggiata sulle gambe. Questa vale come stranezza?

 

Vale tutto come stranezza, qui a L’ora del tè, soprattutto in fatto di scrittura. Comincio subito con una curiosità.
Anche io ascolto musica in cuffia quando scrivo e la mia playlist è formata da brani che io non possa cantare altrimenti sarebbe un disastro.
Ci vuoi svelare quali canzoni contiene la tua?

Potrei svelarvi qual è la mia playlist segreta, ma poi dovrei uccidervi tutti. In quanti lo leggono, il tuo blog, Roberta? Tanto per sapere se devo fare una strage.

Posso dirvi che i brani musicali appartengono per la quasi totalità a generi musicali che di solito non ascolto. Molti sono strumentali e durano diversi minuti. In ogni caso, c’è sempre una canzone che fa un po’ da colonna sonora ai miei libri. La ascolto in fase di lettura e correzione, in loop. Se vuoi, posso associare un brano ad ogni romanzo che ho scritto. E considera che sto facendo un grosso strappo alla mia regola. Procedo in ordine cronologico di pubblicazione.

Cyberblood: March of the pigs – Nine Inch Nails
In equilibrio sul silenzio: Script for a Jester’s tear – Marillion
Nero Uomo: Something to remind you – Staind
2068: Carnival Rust – Poets of the fall
Di là dall’oscurità e nel tempo: Mary Ann’s Place – Volbeat

A nove anni scopri l’amore per la scrittura. Raccontaci il tuo percorso da 9 a “n” anni (non sveliamo la tua età).

A 9 anni iniziai a scrivere e la scrittura è stata la mia passione fin da subito. Croce e delizia, come si dice. A scuola facevo impazzire gli insegnanti. Un anno promosso con voti altissimi e quello dopo bocciato senza appello. Spesso il pomeriggio invece di studiare mi sedevo davanti alla Olivetti di mia madre e scrivevo, per ore, dimenticandomi completamente della versione di latino o degli esercizi di chimica.
Fino verso i venti anni coltivai la mia passione praticamente tutti i giorni.
Mi cimentai con diversi concorsi letterari, ricevendo premi e riconoscimenti. Poi, dopo l’anno di servizio militare, iniziai a lavorare come programmatore. I computer erano la mia seconda passione. Non smisi completamente di scrivere, ma rallentai la produzione.
Con l’avvento di internet spostai la mia bussola lavorativa verso lo sviluppo di siti web e riuscii a vendermi, tra le altre cose, la mia capacità di scrittura proprio nel mercato del web marketing. Molte aziende mi contattavano anche per scrivere le loro storie aziendali o per sistemare i testi da inserire nelle pagine web.
Poi verso il 2010 decisi di mollare tutto e di riprendere in mano la penna “quasi” a tempo pieno. Iniziai a lavorare part time e a dedicarmi alla mia passione con maggiore impegno. Nel 2012 pubblicai in maniera indipendente il mio primo romanzo: Cyberblood. Riuscii a vendere un migliaio di copie in meno di un anno, senza sapere niente di promozione e marketing. In realtà fui soddisfatto dell’accoglienza dei lettori, non tanto delle vendite. Sapevo che era un romanzo imperfetto, ma conteneva anche delle buone cose, che in tanti apprezzarono. Così, sulla scia dell’entusiasmo, mi rimboccai le maniche, aggiustai il tiro, provai a capire dove dovevo migliorare e sfornai, un anno dopo, In equilibrio sul silenzio. Soddisfatto delle critiche, proseguii per la mia strada. Oggi mi ritrovo con cinque romanzi pubblicati e due in uscita nei prossimi mesi del 2018, uno indipendente e l’altro con una casa editrice. Mi reputo soddisfatto, ma so che la strada è ancora lunga e tutta da percorrere. E io ho sempre avuto un gran fiato e gambe buone.

Marco, con te vorrei parlare non solo di scrittura perché so che sei impegnato un po’ su tutti i fronti, non solo come autore: sei editor, collabori con Extravergine d’Autore, un portale che dà visibilità al self di qualità, e sei esperto di editoria e marketing editoriale.
Quali consigli daresti a chi desidera pubblicare un libro oggi? Self? Editori? E quali sono i passi che un autore dovrebbe fare, post-pubblicazione, per raggiungere il maggior numero di lettori?

Provo a rispondere alle tue domande con un’unica risposta articolata. L’argomento è vasto, quindi non sarò breve. Iniziamo col dire che non vedo molta differenza tra pubblicare self o con un editore, almeno in termini di probabilità di riscontro. È ovvio che un conto è affidarsi ad Amazon per distribuire il proprio romanzo d’esordio e un altro è avere dietro una delle Big dell’editoria che decide di investire grosse cifre su di te. Ma con questo esempio siamo nella fantascienza, quindi restiamo coi piedi per terra e muoviamoci in un campo più realistico.
Immagina di dover raggiungere l’aeroporto per imbarcarti su un volo. Sono molteplici i modi in cui puoi arrivarci: auto privata, treno, pullman, taxi, scooter, uno strappo da un amico, bicicletta, a piedi se è vicino, metropolitana, car sharing. Ecco, ora portiamo l’esempio nell’editoria: l’aeroporto è la pubblicazione e il selfpublishing e le case editrici sono i modi per raggiungerla. L’importante è che non perdi il volo, poi come arrivi al check-in poco importa. Self e case editrici sono due percorsi di pubblicazione validi allo stesso modo, ognuno con i propri limiti, i propri pregi e punti di forza, e ognuno con il medesimo grado di fallibilità. Io stesso pubblico affidando una parte dei miei scritti al selfpublishing e l’altra a una casa editrice, e la mia esperienza è stata ed è positiva in entrambi i casi. E in entrambi i casi devo sudare per ottenere risultati.
Non amo molto la diatriba che spesso si accende tra autori self e case editrici, come se uno dei due dovesse necessariamente rappresentare il male dell’editoria. In questo senso il mio consiglio è di scegliere il percorso che più si sente di voler affrontare, con serenità e obiettività. Nel self l’autore ha la grande responsabilità di essere editore di se stesso. Per questo io suggerisco in ogni caso di non esordire col selfpublishing, se non si conoscono a fondo le dinamiche dell’editoria. Si rischia di fare un bel botto e di perdere l’entusiasmo. Oggi pubblicare con un editore è diventato molto più semplice rispetto a qualche decina di anni fa, perché è aumentato il numero delle piccole case editrici e perché la follia che muove il mercato dei libri ha costretto gli editori a pubblicare molti più titoli rispetto a prima. Con un po’ di pazienza e caparbietà qualcuno disposto a pubblicare un buon manoscritto si trova. Non è impossibile.
La mia idea è che il selfpublishing sia più adatto ad un autore già svezzato a livello editoriale. Ad esempio, un grosso ostacolo verso la strada del successo è rappresentato proprio dal marketing e dalle strategie per raggiungere i lettori. Farsi conoscere dal grande pubblico è difficile tanto per il selfpublisher quanto per l’autore pubblicato da casa editrice. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno, e questa è la parte in cui tutti devono rimboccarsi le maniche, gli autori per primi. Che tu abbia fatto tutto da solo (non scendo nello specifico, ma ci tengo a precisare che selfpublishing non significa letteralmente fare tutto da soli, ma solo avere la responsabilità della filiera editoriale) o che un editore ti abbia aiutato a pubblicare, quando si tratta di vendere non esistono scuse: l’autore deve rimboccarsi le maniche e muovere il culo. L’autore, lo ripeto per chiarezza. La bacchetta magica, non la posseggo neanche io, ma se dovessi dare consigli ad un amico che ha appena pubblicato, gli suggerirei di iniziare creando un pubblico nella sua cerchia di conoscenze. È inutile bearsi di avere il proprio libro venduto nell’unica libreria della più sperduta cittadina della Valle d’Aosta, se a casa tua, a Catania, il salumiere dove fai la spesa tutti i giorni non sa che sei un autore e che hai scritto dei libri. Il successo raramente si muove a salti. Se devi arrivare da A a Z, prima devi passare per tutte le altre lettere dell’alfabeto. Quindi, il mio primo consiglio è di procedere per gradi. Il secondo è scrivere. Mai fossilizzarsi sul primo romanzo, che nella maggior parte dei casi sarà un lavoro imperfetto e acerbo. Il miglior biglietto da visita di un autore è rappresentato dai suoi libri, quindi bisogna mettersi sotto e scrivere. Il terzo consiglio è di non isolarsi e, dove possibile, cercare di inserirsi in un contesto editoriale (casa editrice, associazione, fondazione, gruppi, ecc.) e di rimanere agganciati alle dinamiche che smuovono il mercato, conoscendo altri autori, operatori e divulgatori. Più si amplia il giro di conoscenze e maggiori opportunità si hanno di essere riconosciuti e letti. L’Italia organizza ogni anno decine di fiere dedicate all’editoria, in quasi tutte le città. Partecipare a questi eventi, anche solo come semplici spettatori, può essere già un buon modo per conoscere persone e addetti ai lavori, e per rimanere sintonizzati su quanto accade nell’editoria (fondamentale per un selfpublisher).

Questi sono i miei consigli. Se poi qualcuno inciampa nella bacchetta magica, vi pregherei di spedirmela per posta, ché due colpi di polvere di stelle farebbero comodo anche a me.

 

Il professore mi punta il dito, quasi con fare minaccioso. «Ricorda le mie parole, perché tanto tempo fa le disse a me tuo nonno: alcune persone ti entrano nel cuore, altre nella testa, altre ancora fanno breccia in entrambe. La vita e la felicità si rincorrono lì, in quello spazio, tra sentimento e follia. Non perdere mai la tua possibilità di vivere accanto a chi riesce a lasciarti cicatrici nel cuore e nella mente, perché persone simili non sono facili da trovare. E quando sarai vecchio, come me, quelle cicatrici le amerai più di te stesso, perché ti ricorderanno che sei stato vivo e che hai vissuto, e che c’era un motivo per vivere. Certe cicatrici, col tempo, prendono il sapore del miele, e saranno il tuo nutrimento prima della morte, ti accompagneranno fino all’ultimo respiro e allora morire avrà il sapore che tu avrai saputo dare alla tua vita. E forse non ti farà così paura».
Io sono rigido sulla poltrona e osservo questo vecchio saggio, mezzo guercio, che mi ha inchiodato alla realtà con le sue parole. Vorrei abbracciarlo, ma temo che mi beccherei uno dei sui montanti famosi. «Sicuro che mio nonno abbia detto proprio così?», mi limito a dire.
Lui fa una smorfia e inizia a tirarsi i peli candidi dei baffi. «Giurerei di sì, però mi sa che eravamo ubriachi tutti e due. Oddio, magari me lo sono immaginato, sai l’alcol…».
E ci viene da ridere, con la spontaneità e la naturalezza di due amici di vecchia data. E per un attimo mi dimentico delle mie ansie, delle paranoie e tutto il resto. E quasi mi sembra di essere felice, come quando ero bambino.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

Grazie Marco, credo che tu abbia delineato esattamente tutte le sfumature del mondo dell’editoria, indispensabili soprattutto per coloro che si avvicinano a questo mondo e desiderano scrivere per pubblicare. Scrittori ed editori non ci si inventa, dietro c’è un lavoro immenso da fare ed è bene iniziare con il giusto passo.
Prima di parlare dei tuoi libri, vorrei sapere da te quali sono gli strumenti che riempiono la tua cassetta degli attrezzi. Quali manuali, vocabolari, libri, metodi consigli agli aspiranti scrittori.

Quando scrivo sono molto disordinato. La mia cassetta degli attrezzi ha sicuramente qualche buco, perché tendo a perdere quasi tutto. Di solito prendo tonnellate di appunti sul mio taccuino e registro appunti vocali sul mio cellulare. Alla fine organizzare il materiale diventa più complicato che scrivere la storia. Così improvviso e attingo di tanto in tanto a quello che ho raccolto, lasciando fuori, troppo spesso, buone intuizioni e spunti interessanti. Per il resto mi affido al mio word processor open source e ai miei dizionari online e cartacei dei sinonimi e dei contrari (lo ammetto, sono ossessionato dalle parole e a volte passo anche due ore su un’unica frase per renderla perfetta come voglio che sia). Accanto alla tastiera tengo, a proposito di cassette degli attrezzi, una copia di On Writing di Stephen King. Materialmente non mi serve a niente, ma mi piace averla lì.
Date le premesse, capirai che non sono proprio la persona adatta a dare consigli agli aspiranti scrittori. Quello che posso suggerire è di utilizzare un software come Bibisco che può aiutare in maniera efficace ad organizzare il lavoro. Per le trame più complesse lo utilizzo anche io, sebbene la mia scarsa propensione alla precisione non mi permetta mai di usarlo fino alla fine. Di solito lo mollo a metà del lavoro. Ma devo dire che è davvero un ottimo programma, che ogni scrittore dovrebbe custodire nella propria cassetta degli attrezzi. Per quanto riguarda il metodo, il mio suggerimento è di scrivere quando si ha voglia di farlo. A meno di avere scadenze troppo ravvicinate, mai forzare la mano. Il mio ultimo romanzo, 500 pagine, l’ho scritto in quattro mesi, ma sono stato anche più di una settimana senza buttare giù una singola parola. Hemingway suggeriva di smettere di scrivere quando si hanno ancora buone idee, in modo da riprende in un secondo tempo senza problemi da pagina bianca. Credo sia davvero un gran buon consiglio. Forse il più prezioso da custodire nella propria cassetta. E occhio ai buchi, non fate come me.

 Beh, Marco, visti i risultati che hai raggiunto e i libri che hai scritto penso proprio che i tuoi consigli siano assolutamente da seguire o, per lo meno, da tenere in considerazione, poi come dico io, quando “ricevi un consiglio prendi quello che ti serve e piace, il resto buttalo”. Parliamo dei tuoi romanzi? Credo sia giunta l’ora.
A quale dei tuoi libri sei più legato e quale invece butteresti nella spazzatura? (Domanda insolente che non si fa, ma stamattina mi sono svegliata così!)

Mi piacciono le domande insolenti, vediamo se riesco ad essere tale anche nella risposta.
Il romanzo al quale mi sento più legato è In equilibrio sul silenzio, perché per un lungo periodo della mia vita ho avuto molto in comune col protagonista principale della vicenda, Modesto. In realtà sono affezionato a questa libro anche perché è stato il secondo che ho scritto e, come canta Caparezza: il secondo album è sempre il più difficile!
Cyberblood, il mio romanzo d’esordio, ha ottenuto fin da subito un discreto successo, grazie ai suoi personaggi spregiudicati e cattivi, che hanno conquistato fin da subito i lettori. Col secondo romanzo mi sentivo un po’ sotto pressione, perché temevo che non sarei riuscito a replicare in maniera decente quella mia prima performance letteraria. Poi tutto è andato per il verso giusto e In equilibrio sul silenzio si è ritagliato un posto speciale accanto al mio cuore. Per certi versi è stato un ottimo compagno di viaggio in un momento critico, che ho vissuto non senza ansia.
Vuoi sapere qual è il libro che butterei nella spazzatura? 2068 – L’uomo che distrusse il futuro. Il motivo? Mi è venuto talmente bene che adesso mi tocca scriverne altri della stessa saga… e io detesto le saghe.

Il corridoio è immerso nella penombra. Sul fondo, la porta chiusa mi ricorda che devo occuparmi dei mostri. Non l’ho ancora fatto, per via del trasloco, e adesso forse sto cercando una scusa per non entrare in quella stanza.
Raggiungo la cucina e poggio la busta del supermercato sul tavolo. Alzo la serranda, ma lascio chiusa la finestra. Il terrazzino è allagato. Fuori c’è una specie di tempesta. Alla televisione hanno detto che pioverà per tutta la settimana, e le premesse ci sono tutte. Mi sciacquo le mani nel lavandino, usando il sapone per i piatti come detergente. È quasi ora di pranzo e devo mangiare, anche se non ho fame. Se prendo le pillole a stomaco vuoto, potrebbe venirmi un’ulcera, o qualcosa di simile. L’idea mi terrorizza e basta quella a togliermi l’appetito; in pratica mangio per non avere paura di non mangiare. La mia vita funziona tutta più o meno in questo modo.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Ed ora è il momento di svelarci qualche segreto sul tuo ultimo romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (la mia recensione al romanzo di Marco può essere letta cliccando QUI): dal come è nata l’idea a come hai disegnato i personaggi e poi vorrei conoscere, se ce ne sono, alcuni aneddoti legati a questo libro, più tutto quello che ti viene in mente.
Aggiungo, perché sono insaziabile, che vorrei anche sapere come ti senti mentre scrivi, cosa provi e qual è la sensazione che ti assale dopo l’ultima parola scritta.

Di là dall’oscurità e nel tempo è un romanzo complesso, che si offre a diverse chiavi di lettura. Vuoi un’aneddoto interessante? Te lo servo subito. Ero a Torino, a maggio scorso, con Valentina Cestra, l’editor in chief della BakemonoLab, casa editrice per la quale avevo appena pubblicato un racconto nell’antologia Yokai, Spiriti Inquieti. Parlavamo di progetti letterari e lei mi ha chiesto se non avessi una buona storia di fantasmi e mostri da proporle. Così ho iniziato a pensarci su. Nel viaggio di ritorno verso Roma, che ho affrontato in pullman di notte, nel dormiveglia ho avuto una specie di visione: un uomo e una donna che si scambiano libri, e ogni libro è una promessa d’amore. Questa immagine l’ho portata fino a casa, anche se non sapevo bene cosa ci avrei fatto. Un paio di giorni dopo ero davanti al pc che vedevo un film di Jarmusch, Only Lovers Left Alive, e sulla scena che apre il film, dove si vede una affascinante Tilda Swinton stesa ai piedi di un letto circondata da decine di libri, ho pensato: “Sarebbe divertente ficcare una donna in una casa ai confini di un luogo oscuro, e darle i libri come unica compagnia. Anzi tutti i libri scritti dagli uomini”.
Così ho messo insieme le due idee e ho iniziato a lavorare alla trama di Di là dall’oscurità e nel tempo. Ho lavorato alla prima stesura del romanzo da maggio a ottobre, scrivendo oltre 130 mila parole. Il risultato è una storia completamente diversa da quella che avevo in mente all’inizio. Ma devo ammettere che il risultato mi ha soddisfatto fin da subito. E oggi sono molto orgoglioso e geloso della mia piccola creatura.
Per quanto riguarda i personaggi, sono tutti frutto della mia fantasia, tranne quello di Giovanni Corvi che ho ricalcato fedelmente sulla vita di mio nonno, grande pittore, amante delle donne, del vino e delle scienze occulte. Da bambino trascorrevo ore ad ascoltare i suoi racconti sulla guerra e sulla vita, tra una partita a dama e una passeggiata al parco. Alla fine di lui mi sono rimaste soltanto le sue storie, e alcune erano troppo belle per non provare a metterle sulla carta. Se oggi fosse vivo, credo sarebbe orgoglioso anche lui del lavoro che ho fatto. Almeno mi piace pensare così.

Per rispondere alla tua ultima domanda, ti dico che mentre scrivo mi sento come se in me ci fosse un fiume in piena. Molti autori scrivono per sentirsi liberi, io invece scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me e che non riesco più a trattenere. La scrittura per me è come un parto, tra dolori e disagi. Da questo puoi intuire che quando metto il punto ad una storia è come una specie di liberazione. Mi sento sicuramente più leggero, ma poi inizio ad avere l’ansia per la mia piccola creatura che dovrà affrontare il mondo dopo essersi staccata da me. Io scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me. Se non lo facessi, credo che finirei per esplodere ad un certo punto.

Di’ la verità: ti ho fatto venire l’ansia con questa risposta? È che volevo restituirti un po’ di insolenza.

 

Nessuna ansia e accetto l’insolenza! Due parole sul tuo ultimo romanzo che ho apprezzato davvero tanto. È un libro esigente ed egoista e ti costringe a restare lì, in sua compagnia, fino all’ultima pagina. L’ho letto chiusa in una bolla dove non esistevano spazio e tempo, e dove ogni minuto era rotto dal respiro di quello precedente e così via, fino alla fine. In un unico, lungo, apnoico respiro. Non si legge d’un fiato perché è un bel tomo, ma è davvero ben scritto e molto coinvolgente. Voglio regalare un altro brano estratto dal tuo romanzo ai nostri lettori.

 

Il caffè gorgoglia nella moka e il suo aroma avvolge la cucina. A volte penso che dovrei cominciare a berlo anche io. Poi mi vengono in mente le emicranie e l’insonnia che mi procura anche una piccola tazzina e lascio stare questi propositi, godendomi solo il profumo intenso della miscela che sta per trasformarsi in bevanda. «Credo che prima o poi mi lascerà, appena si accorgerà che con me perde solo tempo», commento a bassa voce. «Prima o poi ci lasciano tutte… è destino», sentenzia il professore versando il caffè nella tazzina. Il tintinnio del cucchiaino che scioglie lo zucchero accompagna il resto del discorso, mentre lui si siede al tavolo. «In ogni caso, noi uomini facciamo cose inutili per gran parte della nostra vita. Amare e capire, ecco le uniche cose che davvero valgono il tempo che gli si dedica. Quindi il tempo speso ad amare non è mai realmente perduto. Quando ami qualcuno, ci credi sul serio. L’amore vive nel presente, nel momento attuale. E allora non è mai tempo perso, perché in quel momento si sta dando un senso alla propria vita, anche se poi ci accorgiamo che non amiamo più, o che abbiamo amato la persona sbagliata. Io la vedo così». Lo squadro con espressione incerta. «Va bene per quanto riguarda l’amore. Ma da capire cosa ci sarebbe?», chiedo serio. «Capire è il secondo compito più importante della nostra vita. Esistere senza cercare di capire il mondo che ci circonda equivale ad attraversare la sala di un museo bendati e sordi. Passeremmo davanti alle opere d’arte più meravigliose e alte della creatività umana senza rendercene conto. Non sarebbe uno spreco di tempo? Cosa c’è di più coinvolgente e gratificante a livello umano del comprendere la propria vita e il mondo intorno ad essa? Amare e capire, è tutto quello che devi fare per dare un senso alle tue giornate, dammi retta», chiosa il professore prima di sorseggiare il caffè bollente. «Lei ha amato, professore?», gli chiedo di getto, senza pesare prima le parole. Lui poggia la tazzina sul tavolo e abbassa lo sguardo. «Un tempo ho amato tanto…». «Beh, oggi ha la sua bella postina a cui pensare, o sbaglio?», dico notando lo scoramento sul suo volto. «Amare è come andare in bicicletta: non lo dimentichi mai una volta che hai imparato», commenta un po’ meno tetro.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Marco, l’ora sta per finire ma, se sei d’accordo, andiamo avanti un altro po’.
Tu sei una persona impegnata in attività diverse, la tua giornata è scandita da lavoro, famiglia, scrittura e in più collabori con Radio Impegno e con l’associazione Extravergine d’Autore. Io ti conosco già da un po’ e durante le nostre chiacchierate private è emersa la tua bella personalità. Per questo motivo vorrei che raccontassi ai nostri lettori di cosa ti occupi in radio e in Extravergine d’Autore e, come ultima cosa, ti chiedo una chicca: tre consigli per diventare autore di successo che scriverò su tre post-it, li appenderò alle ante dell’armadio e li leggerò tutte le mattine durante il make-up. E inviterò chiunque voglia diventare autore a fare lo stesso (compreso il make-up).

Radio Impegno è una bella realtà romana, nata a Corviale, uno dei quartieri simbolo della lotta alla criminalità e del recupero del territorio. Circa due anni fa un incendio doloso rischiò di distruggere uno dei luoghi simbolo di questa rinascita sociale, Il Campo dei Miracoli. Da quella notte un manipolo di volontari ha creato una rete che è un presidio attivo, rivolto proprio a custodire il Campo da ulteriori azioni intimidatorie. Decine di cittadini, che non hanno paura di sfidare la mano infame e armata della criminalità, persone volenterose che ogni notte animano il palinsesto dell’unica radio che va in onda 365 giorni l’anno, dalle 24 alle 8.30 del mattino, rigorosamente in diretta. Durante la notte, col favore delle tenebre, qualcuno ha voluto colpire uomini, donne e bambini di Corviale, e allora di notte noi rispondiamo, con le nostre voci impegnate e appassionate. Io sono entrato a far parte della grande famiglia di Radio Impegno, che qualche giorno fa ha ricevuto una onorificenza dal Presidente Mattarella, perché ho seguito la mia amica Lucilla, che aveva bisogno di un folle che la aiutasse nell’impresa di tirare su una trasmissione notturna. Abbiamo creato un gruppo, gli Emozionati, e una volta al mese parliamo in radio di emozioni, affrontando l’argomento dal punto di vista sociale, psicologico, artistico e umano. La prossima puntata, se volete ascoltarci e vederci (abbiamo le telecamere in studio), andrà in onda la notte tra il 18 e il 19 marzo, e sarà incentrata sulla gelosia. Potete collegarvi in diretta streaming all’indirizzo www.radioimpegno.it oppure ascoltarci sulle frequenze F.M. 97.7 di Radio Città Futura.
Extravergine d’Autore è invece l’associazione culturale della quale faccio parte da oltre un anno e con la quale cerchiamo di far conoscere il self-publishing e, dove possibile, dargli lustro. Il progetto, nato da un’idea di Michel Franzoso circa tre anni fa, è cresciuto tantissimo negli ultimi tempi. Oggi, oltre ad offrire una vetrina di qualità per i libri self più meritevoli, siamo in grado di seguire molti autori nel loro percorso di pubblicazione, fornendo loro un aiuto concreto in termini di assistenza editoriale e di promozione. Siamo anche impegnati nella divulgazione del self-publishing, collaborando con molte delle voci che animano il sottobosco editoriale del nostro paese. Ad esempio, proprio pochi giorni fa, abbiamo lanciato un nuovo servizio in collaborazione con Michele Amitrani e il suo canale Youtube Credi Nella Tua Storia. Il servizio si chiama Fare Self e ogni settimana Michele risponderà alle domande poste direttamente dagli autori. All’interno dell’associazione io mi occupo del comitato di lettura e valutazione delle opere per la selezione nella nostra Vetrina di Qualità e svolgo il compito di consulente editoriale, che vuol dire essere a contatto con gli autori, ascoltare le loro richieste e cercare di aiutarli nel loro percorso di pubblicazione e promozione.

Per quanto riguarda i tre consigli che mi chiedi, non so se io sia la persona più adatta per darne. Di solito mi piace seguirli, i consigli, e dispensarne mi mette in difficoltà. Io credo che ogni percorso autoriale sia estremamente personale e che ognuno di noi debba trovare la propria strada seguendo strategie personali. In ogni caso, ci provo, alle brutte ti rovino il make-up mattutino. Il primo consiglio è quello più scontato, ma che per molte persone non sembra esserlo: scrivere. Non so se sia colpa dei social network che tendono a distrarre, ma a volte ho l’impressione che troppi scrittori, anche alle prime armi, dimentichino che devono scrivere. La promozione, il marketing, il personal branding sono tutte cose che aiutano a vendere, ma non bisogna dimenticare che prima di ogni cosa siamo scrittori, quindi scriviamo, possibilmente tutti i giorni, avendo sempre ben definiti i nostri progetti.
Il secondo consiglio, altrettanto banale, è leggere. Non conosco nessun scrittore di successo che non sia anche un lettore da competizione. Io ad esempio riservo alla lettura almeno un’ora al giorno, di solito prima di cena, o al limite dopo, se non ho avuto tempo di dedicarmici. Scrivere e leggere sono due attività che ormai fanno parte della mia quotidianità, da molto tempo. Sinceramente fatico a ricordare un solo giorno degli ultimi anni in cui non abbia letto almeno una decina di pagine. È più facile che non scriva per un po’, ma la lettura è un’attività imprescindibile.
Il terzo consiglio è di non prendersi troppo sul serio. Questo di solito me lo rivendo come consiglio generale di vita, ma può e deve essere applicato anche alla nostra attività di autori. Nel momento in cui saliamo su un piedistallo, perdiamo aderenza con la realtà. Ho conosciuto persone che dopo aver pubblicato un paio di romanzi self hanno iniziato ad atteggiarsi a grandi intellettuali o fini pensatori ormai arrivati al capolinea del successo. Io credo che la chiave per riuscire nel mestiere di scrittore sia tutta nella nostra capacità di rimanere curiosi e di pensare al successo come un orizzonte sempre lontano, che ci spinge ad andare avanti, costantemente. Quando ti fermi a lodarti e sbrodarti, ecco, in quel preciso momento, inizi a fallire.

Quindi, ricapitolo i tre suggerimenti: scrivere, leggere, non prendersi sul serio. Ci metto la mano sul fuoco che per diventare bravi scrittori non serva altro. Anzi, guarda, sono pronto a mettercele tutte e due.

 

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Non credo che mi rovinerai il make-up. Sono pronta, io per prima, a seguire i tuoi consigli e a divulgarli. Soprattutto il terzo!
Marco, ci fermiamo qui. Io ti ringrazio di cuore di essere stato mio ospite e invito i nostri lettori ad acquistare e leggere i tuoi libri, soprattutto l’ultimo romanzo che ricordiamo si intitola Di là dall’oscurità e nel tempo, edito dalla casa editrice BakemonoLab.
In bocca al lupo per la tua carriera di scrittore e per il tuo impegno con Radio Impegno e Extravergine d’Autore.

Arrivederci alla prossima puntata!

 

Ambrata dolce d’abbazia

Eccomi qua, alla soglia dei quarant’anni, rinchiusa in un involucro niente male (come dice Mirka) e con una collezione di uomini inutili da fare invidia alle corteggiatrici dei tronisti. Nonostante le rassicurazioni della mia unica amica e collega, ogni volta che passo davanti allo specchio di casa o della sala d’attesa dello studio prometto a me stessa di prendermi una settimana e traslocare in una Spa, a patto che riesca a convincere il Dottor Domenicangeli ad autorizzarmi le ferie. Una parola bandita dal vocabolario degli addetti agli studi commerciali e ripristinata solo a fine anno, dopo la chiusura di tutti gli adempimenti, quando il titolare si risveglia dal coma indotto dalle scadenze e si accorge che gli impiegati hanno ancora un bel portafoglio di giorni da consumare.

Mirka entra con due buste di plastica piene e le sbatte sulla sua scrivania, sbuffando e imprecando contro gli automobilisti e le vecchiette in bicicletta.

«Una novantenne mi si è buttata davanti all’improvviso, dietro avevo un SUV che mi stava appiccicato al culo e, quando ho inchiodato per salvare la vecchina, per poco non mi spiaccica sull’asfalto».

Mescolo il caffè col cucchiaino di plastica e schiaccio il tasto dello smartphone, quello che serve a risvegliare il mio telefono dal torpore ed illuminare lo schermo. Non basta avere alzato al massimo il volume di tutte le suonerie! Ora suona persino quando premo una qualsiasi App o immagine o funzione. Non basta, dicevo; devo accendere per forza lo schermo per verificare se nell’angolino in alto a sinistra c’è la stronzissima iconcina di whatsapp.

«Ancora niente, Cenerentola?»

Alzo gli occhi ma non la vedo. Eppure Mirka è bella, pienotta, florida e non passa inosservata. Sono passati quindici giorni da quel venerdì maledetto e ancora spero che… non so nemmeno io cosa!

Alfredo è stato uno dei tanti. Non perché io abbia avuto tanti uomini; quelli di cui posso dire di essermi innamorata si contano su quattro dita, Alfredo compreso. Uno dei tanti perché il mondo è pieno di tipi come lui.

Abbiamo poche cose in comune: il giorno del compleanno, il titolo di studio, la passione per la birra, l’iniziale del nome e un amore incondizionato per la cioccolata fondente, ma solo quella con la carta nera e il cuore morbido. E fino a quindici giorni fa queste poche cose in comune bastavano a considerarci l’uno innamorato dell’altra.

Apro la chat di skype. Lui non è online. Scorro la cronologia, rileggo le risposte alle mie domande, i testi delle canzoni che mi ha dedicato, le poesie d’amore. Parole rubate. Le uniche parole veramente sue sono state quelle che ha pronunciato la prima volta che ci siamo sentiti al telefono e che bruciano ancora sotto la pelle come una stupida e falsa illusione.

 

 

«Volevo sapere quanto devo versare di IRPEF ed entro quando devo portare i soldi» mi chiese.

«Mi scusi, signor Carlini, il Dottore si occupa personalmente della sua contabilità. Devo attendere il suo ritorno per darle questa informazione».

«Quando lo trovo in studio?» la sua voce sembrava impaziente.

«Oggi pomeriggio» dissi continuando a registrare le fatture di acquisto, imbrattate di olio e crema, della pasticceria Chantilly «comunque può chiamarlo sul cellulare».

«Preferisco parlare con lei, chiederò a Domenicangeli che sia lei a seguire la mia contabilità».

Parlammo mezz’ora e quando chiusi il telefono mi accorsi che avevo registrato le fatture della pasticceria nella contabilità del distributore di carburante. Persi un’ora per cancellarle tutte e registrarle sull’azienda giusta e, stranamente, non imprecai neanche una volta.

Quando tornò Mirka, dal suo solito giro posta-banca-ufficioimposte, mi guardò piazzandosi di fronte a me e mi chiese: «Dove hai preso quel rossetto?»

«Dalla mia borsa» confessai come si svela il peccato più innocente del mondo.

«Cosa ti è successo?»

«Nulla, perché?»

«Non hai mai indossato un rossetto da quanto ti conosco, cioè vent’anni. Allora?»

Il telefono mi salvò dall’interrogatorio, ma quello che successe dopo fu quasi peggio dell’inquisizione di Mirka. All’altro capo della cornetta, Alfredo mi chiedeva se potevamo incontrarci a pranzo, aveva trovato delle vecchie fatture e voleva consegnarmele. Il mio sì sussurrato, accompagnato da un sorriso da invaghita-sognante, non sfuggì al Grande Inquisitore che, appena chiusi il telefono, cominciò con la raffica di domande alla CSI.

«Chi era?»

«Cosa voleva?»

«Dove vai?»

Presi cappotto, borsa e telefono e urlai «ti racconto dopo» mentre mi scapicollavo giù per le scale.

Quando tornai in ufficio l’aria invaghita-sognante era stata sostituita da due cuori al posto degli occhi e uno sguardo lungo e disperso oltre il muro della stanza: vedevo lui seduto alla scrivania di Mirka, lui nel cliente che entrava per firmare il 740, lui al posto dell’omino al rifornimento del Gpl. E lo trovavo ovunque: su facebook, nelle e-mail, in whatsapp. I suoi messaggi mi accompagnavano ovunque andassi e ogni volta mi riempivano di un calore particolare. Era quello l’amore? Non avevo provato nulla di simile con i tre uomini precedenti. Significava che di Alfredo ero innamorata e degli altri no? Eppure avevo detto «ti amo» a tutti. Ad ognuno avevo lasciato un pezzo del mio cuore, anche se, a dire il vero, nessuno di loro si era dato a me con tutto se stesso. Quello che mi mancava era un uomo che mi amasse come lo amavo io. Era quello che volevo.

«Alfredo è quello giusto» dissi due giorni dopo a una Mirka che mi aveva quasi minacciata se non le avessi rivelato l’origine della mia improvvisa felicità e soprattutto il nome di colui che l’aveva causata. Mi guardò con un’espressione da «sarà ma non ci credo» e disse: «Tre mesi!»

«Tre mesi cosa?»

«È la durata dell’innamoramento. Ne riparliamo fra tre mesi».

Non so se fu colpa di Mirka e della sua premonizione assurda. Quello che so è che da quel momento il mio amore per Alfredo fu scandito da un inarrestabile conto alla rovescia. Un amore fatto di incontri clandestini, anche se eravamo entrambi liberi (single io, separato lui). La scusa era banale: l’avvocato della moglie e il timore che lei volesse rovinarlo economicamente, facendogli causa per alcuni contratti poco leciti che aveva stipulato qualche anno prima. Contratti verbali, si intende, ma i movimenti di prodotti che ne erano conseguiti non erano verbali.

Ci incontravamo nei motel appena fuori dall’autostrada, a Padova oppure in una piccola pensioncina sull’appennino toscano, a cento chilometri dalla nostra città, dove trascorrevamo il tempo chiusi in camera, perché «non sai mai dove puoi incontrare qualcuno che ti conosce».

Era avvilente. Lavoravo come una pazza, per riempire il tempo che lui non mi poteva dedicare e attendevo, annoiandomi fino alla morte, una telefonata o un messaggio che preannunciasse il suo arrivo. Il messaggio arrivava, la telefonata quasi mai, e mi avvertiva che era ancora in ufficio e che ne avrebbe avuto per altre due ore.

Ti aspetto, quando finisci chiamami, gli scrivevo. Bevevo due caffè, uno a distanza di mezz’ora dall’altro e, dopo un’ora, mi preparavo un tè nero bollente con limone e tanto miele, che sorseggiavo nell’attesa che si materializzasse. Mi scriveva a mezzanotte, con due ore di ritardo, scusandosi e raccontandomi persino i più piccoli dettagli di quello che gli era capitato, quando a me non interessava nulla di ciò che si sforzava di farmi capire. Non riusciva proprio a comprendere che l’unica cosa che volevo era il suo interessarsi a me. Mi sentivo una bambola depressa. Mi soffocava di parole che raccontavano solo di lui e poi, all’improvviso, come se qualcuno gli avesse ricordato che esistevo anch’io, mi inviava il testo di una, due, tre canzoni d’amore che mi scioglievano come burro sul camino. Una cascata di parole dolci, profonde, eccitanti che aumentavano il mio desiderio di lui, una voglia che diventava insopportabile.

Ti voglio, amore, gli scrivevo. E poi il nulla.

NULLA!

Spegnevo il telefono, staccavo e riattaccavo la connessione internet, inviavo messaggi di prova a Mirka pensando che non funzionasse whatsapp, gli scrivevo e-mail, sms o chat su skype. Nulla…

L’adrenalina e l’incazzatura mi tenevano sveglia tutta la notte. La mattina ero uno straccio. Arrivavo in ufficio e crollavo sulla poltroncina fino a che Mirka non mi metteva un cornetto alla nocciola e una tazza di caffè nero, lungo e bollente davanti al naso.

«Ottanta!»

Conto alla rovescia del cazzo! Un giorno me la presi anche con lei per avere instillato nel mio cranio quella fesseria sulla scadenza dell’innamoramento. Neanche fosse uno yogurt.

«Basta» urlai «finiscila con questa storia, mi stai torturando».

Uscii dallo studio, dimenticando borsa e cellulare, prima che Mirka potesse vedermi piangere. Lo studio del Dottor Domenicangeli aveva sede in una palazzina a pochi metri dal lido della Darsena, una piccola spiaggetta che delimitava il porticciolo degli yacht, dove anche il Dottore aveva attraccato il suo 20 metri.

Amavo il mare in inverno, ero una delle poche donne nate in riviera che mettevano piede in spiaggia solo da settembre a maggio. Odiavo le creme solari, i parei e gli smalti fluorescenti. Dell’estate adoravo soltanto le cene di pesce che io e Mirka ci sbafavamo almeno una volta alla settimana, nell’unico ristorante sulla spiaggia dove la Zdora Maria tirava ancora i tagliolini con e’ s-ciadur, il mattarello. Io adoravo il risotto di Marco, mentre Mirka non rinunciava mai agli strozaprit allo scoglio.

Ero fuggita dallo studio come una ladra, solo per paura di confessare a me stessa che quell’incessante conto alla rovescia aveva provocato una netta incisione nel mio cuore. Avevo troppi dubbi, troppe domande che non ricevevano risposta. Alfredo le sviava tutte. E rispondeva con un innocente «non perdi mai il vizio di domandare» lasciandomi svuotata e senza voglia di parlare per ore.

Dovevo scusarmi con Mirka. Lei era l’unica persona al mondo con la quale non avrei dovuto prendermela. L’unica che non mi aveva mai abbandonato. Tornai sui miei passi, comprai due baci e salii le scale due a due. Quando spalancai la porta del mio ufficio, quello che vidi mi lasciò a bocca aperta. Sulla mia scrivania c’era un mazzo di 24 rose rosse con alcuni grappoli di fiori bianchi che, Mirka mi spiegò, erano fiori di acacia. In una bustina rossa, scritto con calligrafia sgraziata, c’era il suo messaggio, quello che non avrei mai voluto leggere: Scusami per ieri sera, ero cotto, sono crollato. Stasera ti porto fuori a cena.

Attesi per tutto il giorno un messaggio che non arrivò e consumai tutta la batteria del Samsung a furia di accendere lo schermo. Mirka trascorse la giornata in silenzio, in rispetto del mio dolore. Più che addolorata, ero nera. Alle quattro del pomeriggio, per compassione, iniziò a spedirmi cuori e immagini di uomini muscolosi e affascinanti. Ogni volta che quel coso emetteva il suono di whatsapp, io mi fiondavo sullo smartphone nella speranza che fosse lui. Dopo tre cuori di colori diversi e sette foto osé, Mirka si arrese e mi dichiarò senza speranza.

 

 

«Cosa vi porto?» Marco ha il palmare delle ordinazioni in mano e, mentre aspetta che decidiamo cosa mangiare, osserva i camerieri, il pizzaiolo, il barista.

«Costata di maiale in crema di castagne» dice Mirka.

«E da bere?»

«Stasera ho voglia di una bionda».

«Vuoi provare una bianca? È leggera, un po’ dolcina».

«Mi fido di te».

«Bene» dice, poi mi fissa. Marco aspetta me, ma io non so decidermi.

«Cosa mi consigli?»

«Stufato di agnello e patate?»

«Perfetto» non ho voglia di scegliere. Qualsiasi cosa va bene purché io non debba pensare.

«Da bere? Ambrata dolce d’abbazia?»

«Ti adoro».

«Te ne sei accorta che Marco muore per te oppure no?» sussurra Mirka dopo che il nostro maître si è allontanato.

«Ma cosa stai dicendo?»

«Quello che è! Marco è preso da te e si vede lontano un chilometro».

Osservo Marco, dal posto dove sono seduta, e per la prima volta, dopo un anno che frequento il suo locale, lo vedo. Non mi ero mai soffermata su di lui, troppo presa dagli amori mancati, dalle lezioni di Pilates e dai versamenti delle imposte. Ha un’età compresa fra i quaranta e i sessanta, gli occhi ridanciani e due mani che possono reggere tre piatti l’una.

«È carino!»

«Annalisa, non è carino, è un figo da paura!» questo modo di esprimersi di Mirka ha sempre solleticato il mio umore «e ti vuole».

«Finiscila!»

Marco arriva con due piatti e due birre alla spina. Ci serve come se fossimo ospiti a casa sua, noto il riguardo, l’attenzione, qualche sguardo di troppo e una precisione maniacale nella disposizione dei piatti e dei bicchieri.

«Hai notato che Marco serve solo noi?»

È vero, Mirka ha ragione, dopo avere apparecchiato il nostro tavolo Marco si ferma alla cassa, con una sigaretta in mano e un bicchiere. Possibile che non mi sia mai resa conto di quello che era così chiaro davanti ai miei occhi? Offuscata dall’impeto di Alfredo non mi ero accorta dell’acqua cheta. Travolta dalla finta passione di un uomo che desiderava solo essere amato avevo perso di vista ciò che poteva farmi felice. Alfredo mi aveva adescata con una scusa banale e con una scusa altrettanto banale aveva lasciato la mia vita.

«A volte abbiamo paura di amare e ci innamoriamo delle persone sbagliate. Spesso non è amore, ma solo sopportazione della vita» mi dice Mirka.

Se non fosse che reggo benissimo gli undici gradi e tre della mia birra d’abbazia, penserei che sono ubriaca. Scolo l’ultimo sorso senza staccare gli occhi da Marco e penso all’ironia della vita. Dopo un mese dalla fine del mio amore per Alfredo (ma era amore?) provo a fare le somme del dare e dell’avere e scopro, con mia profonda delusione, che il bilancio ha chiuso in pareggio. Ho dato ed ho avuto. Uguale zero.

Guardo Mirka smarrita e le dico: «Chiamo Marco. Un’altra birra?». Lei sorride, so cosa pensa ma io, per la prima volta nella mia vita, non voglio decidere. Marco si avvicina, sorride e siede vicino a me, seguito dal cameriere che dispone sul tavolo un piatto di patatine fritte e tre boccali colmi.

© 2018 Roberta Marcaccio

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