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Il libro perfetto di Massimo Lazzari

Un viaggio in India

Uno degli ultimi romanzi nati in Officina Marziani, collana di Antonio Tombolini Editore, è Il libro perfetto dalla penna di Massimo Lazzari.

La storia si svolge nell’India dei nostri giorni con il suo popolo dondolante, il colore del tramonto e l’odore caratteristico del cibo. Lorenzo, il protagonista, parte per un lungo viaggio sabbatico, lascia alle spalle qualcosa da superare e con lo zaino in spalla e poche pretese inizia il suo cammino. Parte da Nuova Delhi senza nessuna meta per “un viaggio vero. Zaino in spalla e zero programmazione”.

La programmazione la crea lei, Vanessa, una ragazza incontrata durante uno degli spostamenti, con la quale scambia il numero di telefono deciso a raggiungerla a Rishikesh. Nonostante Lorenzo sia reduce da un matrimonio fallito, la bella ragazza di Toledo lo fa fremere al punto giusto da volerla rivedere. Si recherà dopo qualche giorno a Rishikesh per incontrarla senza sapere il suo soggiorno nell’ashram di Krishna lo porterà al suo incontro con la meditazione, con lo yoga e con qualcosa che non si aspettava e che non svelerò qui.

Il viaggio di Lorenzo prosegue con una meta da raggiungere e un obiettivo da portare a termine.

Cosa è cambiato dalla sua partenza da Rishikesh? Cosa gli ha detto Krishna? Cosa gli ha consegnato? Perché l’incontro con il guru sconvolge così tanto Lorenzo?

Ottima la costruzione dei luoghi e dei personaggi che Lorenzo incontra. Il libro perfetto chiude con una morale che tutti noi conosciamo bene ma che spesso la vita troppo frenetica di ogni giorno ci fa dimenticare.

La lascio scoprire a voi.

Buona lettura e buon viaggio!

 

SINOSSI

Lorenzo ha quasi quarant’anni, uno studio di consulenza avviato, un matrimonio appena finito e una storia da scrivere, di cui conosce la conclusione ma non l’inizio.

Un viaggio nell’India nel Nord si trasformerà per lui in una straordinaria avventura: inseguirà le tracce del misterioso autore di un altro libro di cui è stato scritto l’inizio, ma non la fine.

L’autore di questa seconda storia è Leo, un musicista che, come Lorenzo, si è recato in India alla ricerca di ispirazioni per scrivere la canzone perfetta.

La ricerca di Leo porterà Lorenzo dalla mistica città di Rishikesh, attraverso le regioni del Punjab, del Kashmir e del Ladakh, fino a un monastero isolato della Valle di Nubra, circondato dalle vette dell’Himalaya.

Un viaggio nelle affascinanti e selvagge regioni dell’India del Nord, attraverso il dedalo di religioni, etnie e culture che le caratterizzano. Ma anche un viaggio alla ricerca del sé perduto.

Letture di agosto

Sono partita per le ferie armata fino ai denti . Non mi sono fatta mancare nulla: libri di carta, ebook, manoscritti, kindle, libri su smartphone e anche computer.
Temevo di soffrire di astinenza, forse!
Agosto è il mese migliore per leggere. Ho tempo, tanto. Non c’è stress. Nessuna fretta. È caldo. Ma basta un ventilatore.

Ho letto quattro romanzi, due saggi e un manoscritto in quattro settimane. Un record!

Il libro perfetto di Massimo Lazzari (la mia recensione QUI) pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. Una storia di vita. Un viaggio che cambierà la vita del protagonista .

La figlia del partigiano O’Connor di Michele Marziani, edizioni Clichy (QUI la mia recensione). Pablita percorre a ritroso il viaggio intrapreso dal padre tanti anni prima e quello che scoprirà non sarà ciò che immaginava. Un finale a bocca aperta come in tutti i romanzi “Marziani”.  A mio parere il suo miglior libro.

Fra le mie letture di agosto ho terminato anche Procedura di Salvatore Mannuzzu (Ed. L’Arcipelago Einaudi vol. 218), la storia di un giudice penale alle prese con l’omicidio di un altro giudice penale. Una lettura impegnativa, consigliatami da un avvocato penalista (caro amico), propedeutica a un nuovo romanzo a cui sto lavorando.

La voce nascosta delle pietre di Chiara Parenti, edizioni Garzanti (QUI la mia recensione). Una romantica e coinvolgente storia d’amore. Un romanzo che mi ha staccata dalla vita reale per due giorni e non mi ha dato pace fino a quando non ho letto la parola fine.

Ogni due o tre romanzi inserisco sempre qualche testo didattico (legato alla scrittura o ad argomenti che mi possano servire per i miei libri). Da zero a diecimila contiene l’esperienza in self publishing (ma non solo) di Francesco Grandis, le decisioni prese, le notti insonni, i risultati, i dubbi, ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato. Una condivisione molto utile.

Ogni tanto un ripasso ci vuole. Avere a portata di mano un prontuario veloce che contenga le regole minime di stile è uno degli strumenti necessari da inserire nella cassetta degli attrezzi dello scrittore. Manuale minimo di stile di Piera Rossotti Pogliano. Breve ma utile.

Dell’ultimo libro letto non posso raccontare nulla. È il manoscritto di un (spero) esordiente, il simpaticissimo romanzo di un autore che mi auguro raggiunga presto gli scaffali virtuali e fisici delle librerie.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Marco Mancinelli

Marco Mancinelli e io siamo amici esattamente da un anno. Amici come lo intendiamo oggi, grazie ai social e alla realtà virtuale, che non vuol dire meno amici, per me; è un’amicizia a distanza come ai miei tempi esistevano gli amici di penna (a quattordici anni corrispondevo con una coetanea tedesca). Oggi, con l’aiuto della tecnologia, la comunicazione è più veloce e immediata e consente la nascita di amicizie fra persone che altrimenti non si sarebbero incontrate mai.
E sarebbe stata una grande perdita.
Non vorrei dilungarmi in preamboli, il mio ospite è una splendida persona e saprà presentarsi con la classe che le contraddistingue.
Prima di accoglierlo vorrei lasciarti alcune informazioni biografiche.
Marco pubblica in self publishing quattro romanzi: Cyberblood (2013), In equilibrio sul silenzio (2014), Nero Uomo (2016) e 2068 – L’uomo che distrusse il futuro (2017) e quattro racconti: Sussurri dal profondo, La stagione della temperanza, Il sorriso di Elena e Il risveglio del male. Con BakemonoLab editrice ha pubblicato il racconto Il giardino dei bambini storti nell’antologia Yokai (2017) e il romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (2018).
Ama il surf, l’astronomia e l’hacking.
Se lo cercate e non è al computer, vuol dire che quel giorno ci sono le onde.

Pronti per incontrarlo? Io sono molto emozionata!

Benvenuto nel mio salotto, Marco. Spero ti senta a tuo agio in questo luogo per me molto speciale, dove i libri sono i protagonisti e gli autori miei graditi ospiti. Sono le cinque e solitamente offro tè e crostata, ma devo dire che i tuoi predecessori si sono sbizzarriti a più non posso e so che tu ami molto il whisky. Potrei stupirti con effetti speciali. Marco, cosa ti offro?

Ciao Roberta e grazie per avermi ospitato nel tuo salotto. In effetti chi mi conosce sa che ho una certa passione per il whisky. A quest’ora vedrei bene un Oban Little Bay invecchiato 14 anni, rigorosamente liscio, e una generosa fetta di torta di mele. Si può fare?

 

 

Certo che si può fare, in questo salotto è tutto concesso.
A questo punto siamo pronti per iniziare le nostre chiacchiere. I lettori attendono a bocca aperta di ascoltare la tua storia. Sei pronto?

Cercherò di soddisfare ogni curiosità allora, non vorrei che a restare a bocca spalancata qualcuno dei tuoi lettori si slogasse la mascella. Non me lo potrei perdonare. Non sarebbe neanche simpatico, in effetti.

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Subito dopo aver letto il mio primo romanzo, Le avventure di Tom Sawyer. Avevo nove anni e scrissi un racconto breve ispirato proprio al protagonista del libro di Twain.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Ho una sola mania: ascolto musica a tutto volume, di solito con le cuffie. La playlist, che non conosce neanche mia moglie, è sempre la stessa, da anni. Ed è composta soltanto da 5 brani, che mando in loop per ore.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

La mia città, Roma. Mi piace però descriverla nella sua parte meno conosciuta e più underground.

 

Il libro più bello che hai letto?

Ne ho letti molti, di libri belli. Così al volo mi viene in mente Nero, di Olivier Pauvert.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Scrivo soltanto seduto dietro la mia scrivania, che in effetti non ha nulla di strano. Però spesso siedo in maniera scomposta, con i piedi sul tavolo e la tastiera poggiata sulle gambe. Questa vale come stranezza?

 

Vale tutto come stranezza, qui a L’ora del tè, soprattutto in fatto di scrittura. Comincio subito con una curiosità.
Anche io ascolto musica in cuffia quando scrivo e la mia playlist è formata da brani che io non possa cantare altrimenti sarebbe un disastro.
Ci vuoi svelare quali canzoni contiene la tua?

Potrei svelarvi qual è la mia playlist segreta, ma poi dovrei uccidervi tutti. In quanti lo leggono, il tuo blog, Roberta? Tanto per sapere se devo fare una strage.

Posso dirvi che i brani musicali appartengono per la quasi totalità a generi musicali che di solito non ascolto. Molti sono strumentali e durano diversi minuti. In ogni caso, c’è sempre una canzone che fa un po’ da colonna sonora ai miei libri. La ascolto in fase di lettura e correzione, in loop. Se vuoi, posso associare un brano ad ogni romanzo che ho scritto. E considera che sto facendo un grosso strappo alla mia regola. Procedo in ordine cronologico di pubblicazione.

Cyberblood: March of the pigs – Nine Inch Nails
In equilibrio sul silenzio: Script for a Jester’s tear – Marillion
Nero Uomo: Something to remind you – Staind
2068: Carnival Rust – Poets of the fall
Di là dall’oscurità e nel tempo: Mary Ann’s Place – Volbeat

A nove anni scopri l’amore per la scrittura. Raccontaci il tuo percorso da 9 a “n” anni (non sveliamo la tua età).

A 9 anni iniziai a scrivere e la scrittura è stata la mia passione fin da subito. Croce e delizia, come si dice. A scuola facevo impazzire gli insegnanti. Un anno promosso con voti altissimi e quello dopo bocciato senza appello. Spesso il pomeriggio invece di studiare mi sedevo davanti alla Olivetti di mia madre e scrivevo, per ore, dimenticandomi completamente della versione di latino o degli esercizi di chimica.
Fino verso i venti anni coltivai la mia passione praticamente tutti i giorni.
Mi cimentai con diversi concorsi letterari, ricevendo premi e riconoscimenti. Poi, dopo l’anno di servizio militare, iniziai a lavorare come programmatore. I computer erano la mia seconda passione. Non smisi completamente di scrivere, ma rallentai la produzione.
Con l’avvento di internet spostai la mia bussola lavorativa verso lo sviluppo di siti web e riuscii a vendermi, tra le altre cose, la mia capacità di scrittura proprio nel mercato del web marketing. Molte aziende mi contattavano anche per scrivere le loro storie aziendali o per sistemare i testi da inserire nelle pagine web.
Poi verso il 2010 decisi di mollare tutto e di riprendere in mano la penna “quasi” a tempo pieno. Iniziai a lavorare part time e a dedicarmi alla mia passione con maggiore impegno. Nel 2012 pubblicai in maniera indipendente il mio primo romanzo: Cyberblood. Riuscii a vendere un migliaio di copie in meno di un anno, senza sapere niente di promozione e marketing. In realtà fui soddisfatto dell’accoglienza dei lettori, non tanto delle vendite. Sapevo che era un romanzo imperfetto, ma conteneva anche delle buone cose, che in tanti apprezzarono. Così, sulla scia dell’entusiasmo, mi rimboccai le maniche, aggiustai il tiro, provai a capire dove dovevo migliorare e sfornai, un anno dopo, In equilibrio sul silenzio. Soddisfatto delle critiche, proseguii per la mia strada. Oggi mi ritrovo con cinque romanzi pubblicati e due in uscita nei prossimi mesi del 2018, uno indipendente e l’altro con una casa editrice. Mi reputo soddisfatto, ma so che la strada è ancora lunga e tutta da percorrere. E io ho sempre avuto un gran fiato e gambe buone.

Marco, con te vorrei parlare non solo di scrittura perché so che sei impegnato un po’ su tutti i fronti, non solo come autore: sei editor, collabori con Extravergine d’Autore, un portale che dà visibilità al self di qualità, e sei esperto di editoria e marketing editoriale.
Quali consigli daresti a chi desidera pubblicare un libro oggi? Self? Editori? E quali sono i passi che un autore dovrebbe fare, post-pubblicazione, per raggiungere il maggior numero di lettori?

Provo a rispondere alle tue domande con un’unica risposta articolata. L’argomento è vasto, quindi non sarò breve. Iniziamo col dire che non vedo molta differenza tra pubblicare self o con un editore, almeno in termini di probabilità di riscontro. È ovvio che un conto è affidarsi ad Amazon per distribuire il proprio romanzo d’esordio e un altro è avere dietro una delle Big dell’editoria che decide di investire grosse cifre su di te. Ma con questo esempio siamo nella fantascienza, quindi restiamo coi piedi per terra e muoviamoci in un campo più realistico.
Immagina di dover raggiungere l’aeroporto per imbarcarti su un volo. Sono molteplici i modi in cui puoi arrivarci: auto privata, treno, pullman, taxi, scooter, uno strappo da un amico, bicicletta, a piedi se è vicino, metropolitana, car sharing. Ecco, ora portiamo l’esempio nell’editoria: l’aeroporto è la pubblicazione e il selfpublishing e le case editrici sono i modi per raggiungerla. L’importante è che non perdi il volo, poi come arrivi al check-in poco importa. Self e case editrici sono due percorsi di pubblicazione validi allo stesso modo, ognuno con i propri limiti, i propri pregi e punti di forza, e ognuno con il medesimo grado di fallibilità. Io stesso pubblico affidando una parte dei miei scritti al selfpublishing e l’altra a una casa editrice, e la mia esperienza è stata ed è positiva in entrambi i casi. E in entrambi i casi devo sudare per ottenere risultati.
Non amo molto la diatriba che spesso si accende tra autori self e case editrici, come se uno dei due dovesse necessariamente rappresentare il male dell’editoria. In questo senso il mio consiglio è di scegliere il percorso che più si sente di voler affrontare, con serenità e obiettività. Nel self l’autore ha la grande responsabilità di essere editore di se stesso. Per questo io suggerisco in ogni caso di non esordire col selfpublishing, se non si conoscono a fondo le dinamiche dell’editoria. Si rischia di fare un bel botto e di perdere l’entusiasmo. Oggi pubblicare con un editore è diventato molto più semplice rispetto a qualche decina di anni fa, perché è aumentato il numero delle piccole case editrici e perché la follia che muove il mercato dei libri ha costretto gli editori a pubblicare molti più titoli rispetto a prima. Con un po’ di pazienza e caparbietà qualcuno disposto a pubblicare un buon manoscritto si trova. Non è impossibile.
La mia idea è che il selfpublishing sia più adatto ad un autore già svezzato a livello editoriale. Ad esempio, un grosso ostacolo verso la strada del successo è rappresentato proprio dal marketing e dalle strategie per raggiungere i lettori. Farsi conoscere dal grande pubblico è difficile tanto per il selfpublisher quanto per l’autore pubblicato da casa editrice. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno, e questa è la parte in cui tutti devono rimboccarsi le maniche, gli autori per primi. Che tu abbia fatto tutto da solo (non scendo nello specifico, ma ci tengo a precisare che selfpublishing non significa letteralmente fare tutto da soli, ma solo avere la responsabilità della filiera editoriale) o che un editore ti abbia aiutato a pubblicare, quando si tratta di vendere non esistono scuse: l’autore deve rimboccarsi le maniche e muovere il culo. L’autore, lo ripeto per chiarezza. La bacchetta magica, non la posseggo neanche io, ma se dovessi dare consigli ad un amico che ha appena pubblicato, gli suggerirei di iniziare creando un pubblico nella sua cerchia di conoscenze. È inutile bearsi di avere il proprio libro venduto nell’unica libreria della più sperduta cittadina della Valle d’Aosta, se a casa tua, a Catania, il salumiere dove fai la spesa tutti i giorni non sa che sei un autore e che hai scritto dei libri. Il successo raramente si muove a salti. Se devi arrivare da A a Z, prima devi passare per tutte le altre lettere dell’alfabeto. Quindi, il mio primo consiglio è di procedere per gradi. Il secondo è scrivere. Mai fossilizzarsi sul primo romanzo, che nella maggior parte dei casi sarà un lavoro imperfetto e acerbo. Il miglior biglietto da visita di un autore è rappresentato dai suoi libri, quindi bisogna mettersi sotto e scrivere. Il terzo consiglio è di non isolarsi e, dove possibile, cercare di inserirsi in un contesto editoriale (casa editrice, associazione, fondazione, gruppi, ecc.) e di rimanere agganciati alle dinamiche che smuovono il mercato, conoscendo altri autori, operatori e divulgatori. Più si amplia il giro di conoscenze e maggiori opportunità si hanno di essere riconosciuti e letti. L’Italia organizza ogni anno decine di fiere dedicate all’editoria, in quasi tutte le città. Partecipare a questi eventi, anche solo come semplici spettatori, può essere già un buon modo per conoscere persone e addetti ai lavori, e per rimanere sintonizzati su quanto accade nell’editoria (fondamentale per un selfpublisher).

Questi sono i miei consigli. Se poi qualcuno inciampa nella bacchetta magica, vi pregherei di spedirmela per posta, ché due colpi di polvere di stelle farebbero comodo anche a me.

 

Il professore mi punta il dito, quasi con fare minaccioso. «Ricorda le mie parole, perché tanto tempo fa le disse a me tuo nonno: alcune persone ti entrano nel cuore, altre nella testa, altre ancora fanno breccia in entrambe. La vita e la felicità si rincorrono lì, in quello spazio, tra sentimento e follia. Non perdere mai la tua possibilità di vivere accanto a chi riesce a lasciarti cicatrici nel cuore e nella mente, perché persone simili non sono facili da trovare. E quando sarai vecchio, come me, quelle cicatrici le amerai più di te stesso, perché ti ricorderanno che sei stato vivo e che hai vissuto, e che c’era un motivo per vivere. Certe cicatrici, col tempo, prendono il sapore del miele, e saranno il tuo nutrimento prima della morte, ti accompagneranno fino all’ultimo respiro e allora morire avrà il sapore che tu avrai saputo dare alla tua vita. E forse non ti farà così paura».
Io sono rigido sulla poltrona e osservo questo vecchio saggio, mezzo guercio, che mi ha inchiodato alla realtà con le sue parole. Vorrei abbracciarlo, ma temo che mi beccherei uno dei sui montanti famosi. «Sicuro che mio nonno abbia detto proprio così?», mi limito a dire.
Lui fa una smorfia e inizia a tirarsi i peli candidi dei baffi. «Giurerei di sì, però mi sa che eravamo ubriachi tutti e due. Oddio, magari me lo sono immaginato, sai l’alcol…».
E ci viene da ridere, con la spontaneità e la naturalezza di due amici di vecchia data. E per un attimo mi dimentico delle mie ansie, delle paranoie e tutto il resto. E quasi mi sembra di essere felice, come quando ero bambino.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

Grazie Marco, credo che tu abbia delineato esattamente tutte le sfumature del mondo dell’editoria, indispensabili soprattutto per coloro che si avvicinano a questo mondo e desiderano scrivere per pubblicare. Scrittori ed editori non ci si inventa, dietro c’è un lavoro immenso da fare ed è bene iniziare con il giusto passo.
Prima di parlare dei tuoi libri, vorrei sapere da te quali sono gli strumenti che riempiono la tua cassetta degli attrezzi. Quali manuali, vocabolari, libri, metodi consigli agli aspiranti scrittori.

Quando scrivo sono molto disordinato. La mia cassetta degli attrezzi ha sicuramente qualche buco, perché tendo a perdere quasi tutto. Di solito prendo tonnellate di appunti sul mio taccuino e registro appunti vocali sul mio cellulare. Alla fine organizzare il materiale diventa più complicato che scrivere la storia. Così improvviso e attingo di tanto in tanto a quello che ho raccolto, lasciando fuori, troppo spesso, buone intuizioni e spunti interessanti. Per il resto mi affido al mio word processor open source e ai miei dizionari online e cartacei dei sinonimi e dei contrari (lo ammetto, sono ossessionato dalle parole e a volte passo anche due ore su un’unica frase per renderla perfetta come voglio che sia). Accanto alla tastiera tengo, a proposito di cassette degli attrezzi, una copia di On Writing di Stephen King. Materialmente non mi serve a niente, ma mi piace averla lì.
Date le premesse, capirai che non sono proprio la persona adatta a dare consigli agli aspiranti scrittori. Quello che posso suggerire è di utilizzare un software come Bibisco che può aiutare in maniera efficace ad organizzare il lavoro. Per le trame più complesse lo utilizzo anche io, sebbene la mia scarsa propensione alla precisione non mi permetta mai di usarlo fino alla fine. Di solito lo mollo a metà del lavoro. Ma devo dire che è davvero un ottimo programma, che ogni scrittore dovrebbe custodire nella propria cassetta degli attrezzi. Per quanto riguarda il metodo, il mio suggerimento è di scrivere quando si ha voglia di farlo. A meno di avere scadenze troppo ravvicinate, mai forzare la mano. Il mio ultimo romanzo, 500 pagine, l’ho scritto in quattro mesi, ma sono stato anche più di una settimana senza buttare giù una singola parola. Hemingway suggeriva di smettere di scrivere quando si hanno ancora buone idee, in modo da riprende in un secondo tempo senza problemi da pagina bianca. Credo sia davvero un gran buon consiglio. Forse il più prezioso da custodire nella propria cassetta. E occhio ai buchi, non fate come me.

 Beh, Marco, visti i risultati che hai raggiunto e i libri che hai scritto penso proprio che i tuoi consigli siano assolutamente da seguire o, per lo meno, da tenere in considerazione, poi come dico io, quando “ricevi un consiglio prendi quello che ti serve e piace, il resto buttalo”. Parliamo dei tuoi romanzi? Credo sia giunta l’ora.
A quale dei tuoi libri sei più legato e quale invece butteresti nella spazzatura? (Domanda insolente che non si fa, ma stamattina mi sono svegliata così!)

Mi piacciono le domande insolenti, vediamo se riesco ad essere tale anche nella risposta.
Il romanzo al quale mi sento più legato è In equilibrio sul silenzio, perché per un lungo periodo della mia vita ho avuto molto in comune col protagonista principale della vicenda, Modesto. In realtà sono affezionato a questa libro anche perché è stato il secondo che ho scritto e, come canta Caparezza: il secondo album è sempre il più difficile!
Cyberblood, il mio romanzo d’esordio, ha ottenuto fin da subito un discreto successo, grazie ai suoi personaggi spregiudicati e cattivi, che hanno conquistato fin da subito i lettori. Col secondo romanzo mi sentivo un po’ sotto pressione, perché temevo che non sarei riuscito a replicare in maniera decente quella mia prima performance letteraria. Poi tutto è andato per il verso giusto e In equilibrio sul silenzio si è ritagliato un posto speciale accanto al mio cuore. Per certi versi è stato un ottimo compagno di viaggio in un momento critico, che ho vissuto non senza ansia.
Vuoi sapere qual è il libro che butterei nella spazzatura? 2068 – L’uomo che distrusse il futuro. Il motivo? Mi è venuto talmente bene che adesso mi tocca scriverne altri della stessa saga… e io detesto le saghe.

Il corridoio è immerso nella penombra. Sul fondo, la porta chiusa mi ricorda che devo occuparmi dei mostri. Non l’ho ancora fatto, per via del trasloco, e adesso forse sto cercando una scusa per non entrare in quella stanza.
Raggiungo la cucina e poggio la busta del supermercato sul tavolo. Alzo la serranda, ma lascio chiusa la finestra. Il terrazzino è allagato. Fuori c’è una specie di tempesta. Alla televisione hanno detto che pioverà per tutta la settimana, e le premesse ci sono tutte. Mi sciacquo le mani nel lavandino, usando il sapone per i piatti come detergente. È quasi ora di pranzo e devo mangiare, anche se non ho fame. Se prendo le pillole a stomaco vuoto, potrebbe venirmi un’ulcera, o qualcosa di simile. L’idea mi terrorizza e basta quella a togliermi l’appetito; in pratica mangio per non avere paura di non mangiare. La mia vita funziona tutta più o meno in questo modo.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Ed ora è il momento di svelarci qualche segreto sul tuo ultimo romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (la mia recensione al romanzo di Marco può essere letta cliccando QUI): dal come è nata l’idea a come hai disegnato i personaggi e poi vorrei conoscere, se ce ne sono, alcuni aneddoti legati a questo libro, più tutto quello che ti viene in mente.
Aggiungo, perché sono insaziabile, che vorrei anche sapere come ti senti mentre scrivi, cosa provi e qual è la sensazione che ti assale dopo l’ultima parola scritta.

Di là dall’oscurità e nel tempo è un romanzo complesso, che si offre a diverse chiavi di lettura. Vuoi un’aneddoto interessante? Te lo servo subito. Ero a Torino, a maggio scorso, con Valentina Cestra, l’editor in chief della BakemonoLab, casa editrice per la quale avevo appena pubblicato un racconto nell’antologia Yokai, Spiriti Inquieti. Parlavamo di progetti letterari e lei mi ha chiesto se non avessi una buona storia di fantasmi e mostri da proporle. Così ho iniziato a pensarci su. Nel viaggio di ritorno verso Roma, che ho affrontato in pullman di notte, nel dormiveglia ho avuto una specie di visione: un uomo e una donna che si scambiano libri, e ogni libro è una promessa d’amore. Questa immagine l’ho portata fino a casa, anche se non sapevo bene cosa ci avrei fatto. Un paio di giorni dopo ero davanti al pc che vedevo un film di Jarmusch, Only Lovers Left Alive, e sulla scena che apre il film, dove si vede una affascinante Tilda Swinton stesa ai piedi di un letto circondata da decine di libri, ho pensato: “Sarebbe divertente ficcare una donna in una casa ai confini di un luogo oscuro, e darle i libri come unica compagnia. Anzi tutti i libri scritti dagli uomini”.
Così ho messo insieme le due idee e ho iniziato a lavorare alla trama di Di là dall’oscurità e nel tempo. Ho lavorato alla prima stesura del romanzo da maggio a ottobre, scrivendo oltre 130 mila parole. Il risultato è una storia completamente diversa da quella che avevo in mente all’inizio. Ma devo ammettere che il risultato mi ha soddisfatto fin da subito. E oggi sono molto orgoglioso e geloso della mia piccola creatura.
Per quanto riguarda i personaggi, sono tutti frutto della mia fantasia, tranne quello di Giovanni Corvi che ho ricalcato fedelmente sulla vita di mio nonno, grande pittore, amante delle donne, del vino e delle scienze occulte. Da bambino trascorrevo ore ad ascoltare i suoi racconti sulla guerra e sulla vita, tra una partita a dama e una passeggiata al parco. Alla fine di lui mi sono rimaste soltanto le sue storie, e alcune erano troppo belle per non provare a metterle sulla carta. Se oggi fosse vivo, credo sarebbe orgoglioso anche lui del lavoro che ho fatto. Almeno mi piace pensare così.

Per rispondere alla tua ultima domanda, ti dico che mentre scrivo mi sento come se in me ci fosse un fiume in piena. Molti autori scrivono per sentirsi liberi, io invece scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me e che non riesco più a trattenere. La scrittura per me è come un parto, tra dolori e disagi. Da questo puoi intuire che quando metto il punto ad una storia è come una specie di liberazione. Mi sento sicuramente più leggero, ma poi inizio ad avere l’ansia per la mia piccola creatura che dovrà affrontare il mondo dopo essersi staccata da me. Io scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me. Se non lo facessi, credo che finirei per esplodere ad un certo punto.

Di’ la verità: ti ho fatto venire l’ansia con questa risposta? È che volevo restituirti un po’ di insolenza.

 

Nessuna ansia e accetto l’insolenza! Due parole sul tuo ultimo romanzo che ho apprezzato davvero tanto. È un libro esigente ed egoista e ti costringe a restare lì, in sua compagnia, fino all’ultima pagina. L’ho letto chiusa in una bolla dove non esistevano spazio e tempo, e dove ogni minuto era rotto dal respiro di quello precedente e così via, fino alla fine. In un unico, lungo, apnoico respiro. Non si legge d’un fiato perché è un bel tomo, ma è davvero ben scritto e molto coinvolgente. Voglio regalare un altro brano estratto dal tuo romanzo ai nostri lettori.

 

Il caffè gorgoglia nella moka e il suo aroma avvolge la cucina. A volte penso che dovrei cominciare a berlo anche io. Poi mi vengono in mente le emicranie e l’insonnia che mi procura anche una piccola tazzina e lascio stare questi propositi, godendomi solo il profumo intenso della miscela che sta per trasformarsi in bevanda. «Credo che prima o poi mi lascerà, appena si accorgerà che con me perde solo tempo», commento a bassa voce. «Prima o poi ci lasciano tutte… è destino», sentenzia il professore versando il caffè nella tazzina. Il tintinnio del cucchiaino che scioglie lo zucchero accompagna il resto del discorso, mentre lui si siede al tavolo. «In ogni caso, noi uomini facciamo cose inutili per gran parte della nostra vita. Amare e capire, ecco le uniche cose che davvero valgono il tempo che gli si dedica. Quindi il tempo speso ad amare non è mai realmente perduto. Quando ami qualcuno, ci credi sul serio. L’amore vive nel presente, nel momento attuale. E allora non è mai tempo perso, perché in quel momento si sta dando un senso alla propria vita, anche se poi ci accorgiamo che non amiamo più, o che abbiamo amato la persona sbagliata. Io la vedo così». Lo squadro con espressione incerta. «Va bene per quanto riguarda l’amore. Ma da capire cosa ci sarebbe?», chiedo serio. «Capire è il secondo compito più importante della nostra vita. Esistere senza cercare di capire il mondo che ci circonda equivale ad attraversare la sala di un museo bendati e sordi. Passeremmo davanti alle opere d’arte più meravigliose e alte della creatività umana senza rendercene conto. Non sarebbe uno spreco di tempo? Cosa c’è di più coinvolgente e gratificante a livello umano del comprendere la propria vita e il mondo intorno ad essa? Amare e capire, è tutto quello che devi fare per dare un senso alle tue giornate, dammi retta», chiosa il professore prima di sorseggiare il caffè bollente. «Lei ha amato, professore?», gli chiedo di getto, senza pesare prima le parole. Lui poggia la tazzina sul tavolo e abbassa lo sguardo. «Un tempo ho amato tanto…». «Beh, oggi ha la sua bella postina a cui pensare, o sbaglio?», dico notando lo scoramento sul suo volto. «Amare è come andare in bicicletta: non lo dimentichi mai una volta che hai imparato», commenta un po’ meno tetro.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Marco, l’ora sta per finire ma, se sei d’accordo, andiamo avanti un altro po’.
Tu sei una persona impegnata in attività diverse, la tua giornata è scandita da lavoro, famiglia, scrittura e in più collabori con Radio Impegno e con l’associazione Extravergine d’Autore. Io ti conosco già da un po’ e durante le nostre chiacchierate private è emersa la tua bella personalità. Per questo motivo vorrei che raccontassi ai nostri lettori di cosa ti occupi in radio e in Extravergine d’Autore e, come ultima cosa, ti chiedo una chicca: tre consigli per diventare autore di successo che scriverò su tre post-it, li appenderò alle ante dell’armadio e li leggerò tutte le mattine durante il make-up. E inviterò chiunque voglia diventare autore a fare lo stesso (compreso il make-up).

Radio Impegno è una bella realtà romana, nata a Corviale, uno dei quartieri simbolo della lotta alla criminalità e del recupero del territorio. Circa due anni fa un incendio doloso rischiò di distruggere uno dei luoghi simbolo di questa rinascita sociale, Il Campo dei Miracoli. Da quella notte un manipolo di volontari ha creato una rete che è un presidio attivo, rivolto proprio a custodire il Campo da ulteriori azioni intimidatorie. Decine di cittadini, che non hanno paura di sfidare la mano infame e armata della criminalità, persone volenterose che ogni notte animano il palinsesto dell’unica radio che va in onda 365 giorni l’anno, dalle 24 alle 8.30 del mattino, rigorosamente in diretta. Durante la notte, col favore delle tenebre, qualcuno ha voluto colpire uomini, donne e bambini di Corviale, e allora di notte noi rispondiamo, con le nostre voci impegnate e appassionate. Io sono entrato a far parte della grande famiglia di Radio Impegno, che qualche giorno fa ha ricevuto una onorificenza dal Presidente Mattarella, perché ho seguito la mia amica Lucilla, che aveva bisogno di un folle che la aiutasse nell’impresa di tirare su una trasmissione notturna. Abbiamo creato un gruppo, gli Emozionati, e una volta al mese parliamo in radio di emozioni, affrontando l’argomento dal punto di vista sociale, psicologico, artistico e umano. La prossima puntata, se volete ascoltarci e vederci (abbiamo le telecamere in studio), andrà in onda la notte tra il 18 e il 19 marzo, e sarà incentrata sulla gelosia. Potete collegarvi in diretta streaming all’indirizzo www.radioimpegno.it oppure ascoltarci sulle frequenze F.M. 97.7 di Radio Città Futura.
Extravergine d’Autore è invece l’associazione culturale della quale faccio parte da oltre un anno e con la quale cerchiamo di far conoscere il self-publishing e, dove possibile, dargli lustro. Il progetto, nato da un’idea di Michel Franzoso circa tre anni fa, è cresciuto tantissimo negli ultimi tempi. Oggi, oltre ad offrire una vetrina di qualità per i libri self più meritevoli, siamo in grado di seguire molti autori nel loro percorso di pubblicazione, fornendo loro un aiuto concreto in termini di assistenza editoriale e di promozione. Siamo anche impegnati nella divulgazione del self-publishing, collaborando con molte delle voci che animano il sottobosco editoriale del nostro paese. Ad esempio, proprio pochi giorni fa, abbiamo lanciato un nuovo servizio in collaborazione con Michele Amitrani e il suo canale Youtube Credi Nella Tua Storia. Il servizio si chiama Fare Self e ogni settimana Michele risponderà alle domande poste direttamente dagli autori. All’interno dell’associazione io mi occupo del comitato di lettura e valutazione delle opere per la selezione nella nostra Vetrina di Qualità e svolgo il compito di consulente editoriale, che vuol dire essere a contatto con gli autori, ascoltare le loro richieste e cercare di aiutarli nel loro percorso di pubblicazione e promozione.

Per quanto riguarda i tre consigli che mi chiedi, non so se io sia la persona più adatta per darne. Di solito mi piace seguirli, i consigli, e dispensarne mi mette in difficoltà. Io credo che ogni percorso autoriale sia estremamente personale e che ognuno di noi debba trovare la propria strada seguendo strategie personali. In ogni caso, ci provo, alle brutte ti rovino il make-up mattutino. Il primo consiglio è quello più scontato, ma che per molte persone non sembra esserlo: scrivere. Non so se sia colpa dei social network che tendono a distrarre, ma a volte ho l’impressione che troppi scrittori, anche alle prime armi, dimentichino che devono scrivere. La promozione, il marketing, il personal branding sono tutte cose che aiutano a vendere, ma non bisogna dimenticare che prima di ogni cosa siamo scrittori, quindi scriviamo, possibilmente tutti i giorni, avendo sempre ben definiti i nostri progetti.
Il secondo consiglio, altrettanto banale, è leggere. Non conosco nessun scrittore di successo che non sia anche un lettore da competizione. Io ad esempio riservo alla lettura almeno un’ora al giorno, di solito prima di cena, o al limite dopo, se non ho avuto tempo di dedicarmici. Scrivere e leggere sono due attività che ormai fanno parte della mia quotidianità, da molto tempo. Sinceramente fatico a ricordare un solo giorno degli ultimi anni in cui non abbia letto almeno una decina di pagine. È più facile che non scriva per un po’, ma la lettura è un’attività imprescindibile.
Il terzo consiglio è di non prendersi troppo sul serio. Questo di solito me lo rivendo come consiglio generale di vita, ma può e deve essere applicato anche alla nostra attività di autori. Nel momento in cui saliamo su un piedistallo, perdiamo aderenza con la realtà. Ho conosciuto persone che dopo aver pubblicato un paio di romanzi self hanno iniziato ad atteggiarsi a grandi intellettuali o fini pensatori ormai arrivati al capolinea del successo. Io credo che la chiave per riuscire nel mestiere di scrittore sia tutta nella nostra capacità di rimanere curiosi e di pensare al successo come un orizzonte sempre lontano, che ci spinge ad andare avanti, costantemente. Quando ti fermi a lodarti e sbrodarti, ecco, in quel preciso momento, inizi a fallire.

Quindi, ricapitolo i tre suggerimenti: scrivere, leggere, non prendersi sul serio. Ci metto la mano sul fuoco che per diventare bravi scrittori non serva altro. Anzi, guarda, sono pronto a mettercele tutte e due.

 

Clicca sulla copertina per acquistare il romanzo di Marco Mancinelli

 

 

 

Non credo che mi rovinerai il make-up. Sono pronta, io per prima, a seguire i tuoi consigli e a divulgarli. Soprattutto il terzo!
Marco, ci fermiamo qui. Io ti ringrazio di cuore di essere stato mio ospite e invito i nostri lettori ad acquistare e leggere i tuoi libri, soprattutto l’ultimo romanzo che ricordiamo si intitola Di là dall’oscurità e nel tempo, edito dalla casa editrice BakemonoLab.
In bocca al lupo per la tua carriera di scrittore e per il tuo impegno con Radio Impegno e Extravergine d’Autore.

Arrivederci alla prossima puntata!

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Max O’Rover

Chiacchierare con Massimiliano Roveri ha il sapore dell’Irlanda, in tutte le sue sfumature. L’ora del tè è diventata ormai il nostro modo (il mio e il tuo) di girare il mondo. Non siamo andati lontanissimi ma, durante le chiacchierate con gli autori, qualche viaggio per il continente l’abbiamo fatto.
Massimiliano Roveri, in arte Max O’Rover, dopo essersi innamorato dell’Isola di Smeraldo ha cominciato a scrivere e a sognare una vita nella sua nuova terra. Oggi vive a Dublino, in un luogo molto simile alla Barrytown di Roddy Doyle, lavora sul web ed è social media manager di Catherine Dunne, grande autrice irlandese, e di Antonio Tombolini Editore.
A Roddy Doyle, o meglio, a un libro del famoso Roddy Doyle, è ispirato il suo romanzo #igcird (Il giorno in cui incontrammo Roddy Doyle); ne parleremo fra poco
Ero curiosa di conoscerlo e devo dire che la mia aspettativa non è stata delusa. Max ha una personalità multicolore, ricca, sorprendente. È un autore insolito, non ripetitivo, la sua grafia traccia linee che nessuno ha mai disegnato. Inutile imitarlo. Max ha uno stile semplice e complesso, duro e leggero, bianco e nero.
E magari con un pizzico di Verde.
Bene! Non ho raccontato granché di lui, volutamente, perché vorrei conoscerlo assieme a te. A questo punto sono impaziente di iniziare. E tu? Accogliamo Max assieme.

 

Ben arrivato nel mio salotto, Max, è un immenso piacere averti mio ospite. Prima di iniziare offro sempre qualcosa e visto che è L’ora del tè, cosa preferisci?
Tè Lapsang Souchong, marca Taylors of Harrogate. Grazie.

Ottima scelta! Siamo pronti per iniziare a chiacchierare. Partiamo?
Certo!

 A che età hai iniziato a scrivere?
Il primo “lavoro” pubblicato è una poesia sulla pagina dei lettori di Topolino, avevo nove anni, direi.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Potrei dire il tè, tanto tè (il Lapsang di cui sopra), ma lo bevo anche quando non scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
La mia terra: l’Irlanda.

Il libro più bello che hai letto?
Domanda complessa, rispondo “di pancia”: Il Signore degli Anelli.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Mi è capitato di iniziare a scrivere un romanzo con un lapis, su un blocco notes, al primo piano di un letto a castello in una camerata da sei, alle quattro di notte, al buio.

Dopo aver letto il tuo romanzo ho riflettuto molto sui personaggi, sulle loro storie, su quanto l’autore possa influire sulla loro “vita”, se così la possiamo chiamare. E sono sempre più convinta che lo scrittore sia incarnato in ogni suo personaggio.
Io mi sono fatta questa idea ma vorrei la tua opinione. Se ti va di aprire l’anima di Max O’Rover ai nostri lettori, raccontaci quanto c’è di te nei tratti e nella vita dei tuoi personaggi.

Hai visto giusto, Roberta.
Anche se almeno in teoria nel romanzo c’è un personaggio che è il mio alter ego, in realtà ci sono tratti, segnali, tracce, di me nascosti nei diversi personaggi.
Ho cominciato a capire che per me uno dei motivi importanti dietro allo scrivere è quello di vivere altre vite: quelle dei personaggi. Questo non significa che tali vite debbano essermi completamente aliene. Credo che il tema delle identità in discussione sia una delle cose che mi interessano davvero molto (usare uno pseudonimo, avere un personaggio alter ego, vivere, avere coscienza del fatto che sto diventando un’altra persona anche grazie allo scrivere), e diluirsi nei personaggi è un modo di essere empatici con loro e con l’umanità “vera”.
Riflettendoci bene, c’è, però, una eccezione, forse. Bob è molto caratterizzato e non credo che abbia niente di me. Chissà se questo è il motivo per cui forse è il mio personaggio preferito.
Altra cosa da dire è che, forse, comunque, immedesimarsi nei personaggi di #igcird, che sono dei “buoni”, è stato più semplice. Ho dovuto lavorare molto di più su Patrick, uno dei quattro personaggi de La Terza Vita, in uscita a marzo, proprio perché è una testa molto, molto diversa dalla mia.

Il tuo amore per l’Irlanda traspare in ogni parola. Ti confesso che sono sempre stata affascinata dalle persone che provano un amore così forte e incondizionato per una terra che non sia la propria, tanto da decidere di appartenere a quella terra. Quando è nato tutto? Quando hai capito che questo amore era così forte e intenso da costringerti a cambiare nazione? Fra l’altro, nel tuo romanzo, questo amore e questo desiderio così forti sono incarnati in uno dei personaggi. Vorrei che ci raccontassi la tua storia.

Era il 1999. Ho visto le isole Aran nuotare tra il cielo e l’oceano in una bellissima giornata di sole. È stata una folgorazione. Una sensazione praticamente fisica, come se mi avessero liberato i polmoni. Sapevo di essere rinato, sapevo che era accaduto qualcosa di importante.
Non so spiegare il perché di tutto questo. Se vuoi, il libro è un tentativo di rispondere a questa domanda fondamentale, al perché a un certo punto ho cominciato a trasformarmi, culturalmente e non solo, in un’altra persona. Questa persona è ancora in divenire, ma vivere a Dublino e cominciare anche a scribacchiare in inglese sono stati passi fondamentali per farla crescere questa persona, questo nuovo me.
Volevo che nel libro ci fosse altro, per questo ci sono anche personaggi disillusi, o cinici. Ma il personaggio – Massimo è decisamente il tentativo di comprendere il – mio – rapporto con l’Irlanda.
E, bada bene, con questo io non faccio proclami sul fatto che l’Irlanda sia un luogo perfetto. È casa, per me. È abhaile, Casa con la “C” maiuscola. Certo: non solo per me a quanto pare. Ci sono molti irlandofili in giro. Molti “irlandesi Dentro” come li definisco io. Con #igcird parlo a queste persone. Ma anche a chiunque non si trovi al suo posto e lo stia cercando ancora, il – suo proprio – posto. Di sicuro io l’ho trovato, il mio posto.

 

Ci sono momenti catartici, a mio avviso, nella vita e nelle giornate di uno scrittore, momenti che possono essere compresi solo da chi li vive. Questi momenti sono il completo distaccamento dal mondo reale, il sogno onirico e vivido di una vita parallela, la materializzazione di persone, ambienti, colori e profumi di una dimensione che appartiene a una storia raccontata. E, a mio avviso, sono il motore della scrittura.
Non è una domanda, Max, è una riflessione a cui ti chiedo di aggregarti.

Sono, parafrasando una vecchia gag calcistica… completamente d’accordo a metà 😉
Un mio caro amico, un ex collega, parlava di “retrocranio”. Il retrocranio è un posto dove stanno “altre” cose. Io credo che il mio retrocranio sia occupato con la creatività, con la scrittura. Non sento, però, un salto tra la vita di tutti i giorni e la scrittura. Sento, invece, molto spesso, che il retrocranio sia all’erta per cogliere cose della vita di tutti i giorni e cominciare a elaborarle. Da questo punto di vista, anche se per moltissimi altri aspetti sono di fatto nient’altro che un vecchio scrittore alle prime armi, mi sento molto sicuro di me: so che devo solo lasciar fare al retrocranio che, quando è il momento giusto, sa come aprire il flusso della creatività, e molto spesso facendolo, appunto, a partire dalla vita di tutti i giorni, da stimoli altrimenti ben poco rilevanti.

 

Irlanda, venerdì
Messaggi in bottiglia

La stessa mattina in cui Massimo aveva capito che non avrebbe avuto il posto, Bob Robertson era da sua madre.
Era il giorno del funerale di suo padre Colm e lui, in quanto figlio maggiore, doveva accollarsi gli onori e gli oneri della faccenda.
«Come va, ma’?» la salutò, baciandola sulla fronte.
«Oh, buongiorno Bob. Come vuoi che vada… Ci prepariamo un tè?»
«Sì, certo. Che stavi facendo? Che cosa leggevi?»
«La madre di tuo padre era originaria delle Aran, lo sapevi, no?» rispose sua madre, alzandosi e lasciando sul tavolo, a bella posta, dei fogli.
Bob pensò che fossero dei vecchi documenti provenienti dalle Aran che sua madre, in vena di commemorazioni, aveva tirato fuori.
Non rispose, non aveva voglia in quel momento di parlare del passato.
Nuala Dirrane, vedova di Colm Robertson da tre giorni, riempì il bollitore e preparò le tazze per sé e per suo figlio Robert, il padre di Aoife.
La cucina dava sul piccolo giardino sul retro. Dalla doppia porta
a vetri si vedevano l’erba e un paio di cespugli di rose bianche, tristi per il cielo grigio.
Sull’erba, il triciclo arancione, rovesciato, di uno dei nipoti più piccoli.
Orientare lo sguardo dal rubinetto del lavello della cucina alle rose, guardare l’ora sull’orologio da pub marchiato Guinness, sopra il frigorifero alla destra della porta, e far tornare gli occhi sul lavello, corrispondeva alla quantità di tempo necessaria per riempire il bollitore di tanta acqua quanta ne bastava per una tazza.
Ma Nuala non aveva mai fatto una tazza di tè solitaria in tutta la sua vita. Per cui concedeva sempre ai suoi occhi delle pause che consentissero di ottenere abbastanza acqua almeno per due tazze: sul muro perennemente scrostato che delimitava il giardino rispetto a quello speculare dei vicini, sui rametti di semi di miglio a disposizione degli uccellini, sui fili per stendere il bucato, così spesso inutili.
Tanti anni prima, quando vivevano in quindici, in quella casa, usavano semplicemente una grossa pentola…
La base del bollitore, attaccata alla presa di corrente a cui non era mai stato attaccato nient’altro se non un bollitore, era sul mobiletto a sinistra del lavello.
Un passo e il bollitore è sulla sua base. Nuala prende dal pensile sopra il mobiletto due tazze con impugnatura e lo zucchero. Tre contenitori di metallo nascondono Lapsang Souchong, Earl Grey e Irish Breakfast.
Oggi è una giornata particolare e non ha praticamente dormito per tutta la notte, quindi va bene il Lapsang Souchong anche a quest’ora. Non ha mai chiesto ai suoi figli quale tipo di tè volessero. Semplicemente bevono lo stesso che lei sceglie per sé. Semplicemente, è così che funziona.
Richiude l’opportuna dose di foglie in due sferette di fine rete metallica che depone ciascuna in una tazza.
In questo mentre, quasi distrattamente, accende il bollitore. Certe mattine d’inverno l’acqua esce così fredda dal rubinetto che sembra impossibile che possa arrivare mai ad ebollizione.
Versa l’acqua dal bollitore spento nelle due tazze, meravigliandosi, come ogni volta, delle volute di colore che le foglie trasmettono all’acqua.
Per un attimo c’è ancora solo acqua, poi il tè comincia a farsi strada con quelle volute di colore, come un animale che scappa e improvvisamente rallenta per un qualche motivo a noi ignoto.
Sedersi al tavolo dal lato del lavello è ovvio, per aspettare i cinque minuti sbirciando l’orologio.
Il tè è tempo.
Un qualsiasi irlandese saprà come utilizzare al meglio, come economizzare quei minuti.
Per capire se il marito è ancora sbronzo. Per capire se la figlia ha fatto l’amore la notte precedente.
Se sei al pub: – perché sì, è possibile bere del tè anche in un pub… – ti servono per vedere se il tizio accanto a te ha voglia di chiacchierare.
Quando sono passati i cinque minuti, il tè ti farà da sponda. Per mandare affanculo il marito, per chiedere alla figlia se è tutto a posto, per chiedere al tizio del pub da dove viene e perché è lì.
Nuala aveva una teoria: la Guinness era una birra come tutte le altre, non c’era veramente bisogno di aspettare per completare la pinta.
Ma Arthur Guinness aveva inventato una spillatura ad hoc per gli Irlandesi, per costringere chi beve e chi spilla a studiarsi, in quei momenti in cui la pinta non è ancora pronta. A gettare i ponti per passare la serata.
E questo, Nuala era sicura, Arthur Guinness lo aveva imparato dal tè.

(Estratto da Il giorno che incontrammo Roddy Doyle)

 

 

Dammi i nomi di due autori i cui libri non dovrebbero mancare sul comodino di uno scrittore e dimmi perché li ritieni così fondamentali. L’altra domanda che poi ti rivolgo su questo tema è la seguente: mi è capitato di leggere un libro durante la prima stesura di un racconto e rendermi conto che quella lettura influenzava fortemente il mio stile; a te è capitato? Credi, inoltre, che sia fondamentale la lettura per costruire o migliorare il proprio stile?

Sarò banale. Joyce e Beckett. Joyce perché non puoi aggiungere nient’altro alla scrittura meglio di lui, Beckett perché non puoi togliere altro alla scrittura meglio di lui. Le mie letture influenzano sempre il mio stile. È una cosa di cui sono cosciente e cerco di usarla. Ho un modello per i dialoghi, ho un modello per le similitudini, ho due modelli di scrittura al femminile da cui cerco di trarre ispirazione quando affronto personaggi femminili. Quindi, da un certo punto di vista, la risposta è che mi accade continuamente. E, sì: leggere è fondamentale per lo scrivere. Dal leggere una storia archetipica per raccontarla in modo nuovo, al cercare di raccontare una storia completamente nuova ma usando uno stile che è risultante da tutto ciò che abbiamo letto.

 

 

Clicca sull’immagine qui a fianco per acquistare il romanzo di Max O’Rover #igcird
Antonio Tombolini Editore – Collana Oceania

 

(La mia recensione a #igcird puoi leggerla QUI)

 

Wow!! Temevo che mi rispondessi che “no, la lettura non contagia la scrittura” e sarei caduta nella più profonda disperazione! Vorrei fare una cosa insolita, senza precedenti qui a L’ora del tè. Chiedo una riflessione da parte tua, nostro caro lettore di oggi, per chiederti quale sia la tua esperienza in merito. Se anche tu, come me e Max, credi che la lettura di altri autori contamini lo stile dello scrittore. Attendiamo le tue considerazioni nei commenti di questo articolo.

Torniamo a noi, Max. Oltre a scrivere storie, scrivi anche per il Web e, come abbiamo anticipato, curi tutta la comunicazione marketing di due importanti realtà letterarie internazionali: sei social media manager di Catherine Dunne, grande scrittrice irlandese, e responsabile della comunicazione di Antonio Tombolini Editore. Come sono nate queste due collaborazioni? Di cosa ti occupi in questi due ambiti e quanto sono di ostacolo alla tua carriera di scrittore o, al contrario, la arricchiscono?

La prima, quella con Catherine, è nata dall’esistenza di italish.eu e dal rapporto di amicizia nato con Federica Sgaggio, scrittrice e giornalista italiana anche lei irlandofila che aveva già avviato una sua collaborazione, letteraria, con Catherine: l’Italo Irish Literature Exchange, che ha dato vita all’antologia italo – irlandese “lost between / una vita altrove”. Grazie a Federica, Catherine ha avuto modo di comprendere le finalità e la professionalità dietro a Italish Magazine, e ha ritenuto opportuno affidarsi a quella professionalità per promuovere il suo essere scrittrice sul web e sui social.
Nel frattempo, avevo conosciuto a Dublino Michele Marziani, che aveva scelto di pubblicare il mio #igcird e che mi ha proposto di lavorare come social media manager anche per ATE.
Credo che la mia doppia veste (non mi preoccupo della schizofrenia: schizofrenico lo sono sempre stato, non scriverei con uno pseudonimo, altrimenti) aiuti entrambe le mie professionalità. Da scrittore so che non posso fare a meno del web, a ora, per “esistere”: se una scrittrice del calibro di Catherine non ne fa a meno, come potrei io? Da social media manager e responsabile della comunicazione da un lato cerco di aggiungere una qualità testuale nella scrittura che non sempre è caratteristica di quanto troviamo sul web; dall’altro, so che cosa vorrebbero tutti gli scrittori di cui devo raccontare la “storia”. Si crea una bella sinergia, come per esempio nel caso del 6Nazioni letterario, che ho proposto ad Antonio e Michele e che è attivo proprio in questo periodo.

 

Fra poco racconteremo del 6Nazioni, abbiamo lanciato il sasso e non possiamo nascondere la mano.
Della tua vita e delle tue passioni, affetti a parte, ho catturato quattro elementi fondamentali: la scrittura, i libri, l’Irlanda, la Guinness!! Aggiungi pure se non ho colto qualcosa.
Domanda antipatica: se dovessi tornare indietro e scegliere una via diversa, quale sceglieresti? Hai un sogno nel cassetto non realizzato oppure li hai tirati fuori tutti?

Fammi aggiungere qualcosa sugli affetti: Donal Ryan, collega e conterraneo, ha detto che in realtà scrive per fare bella figura con sua moglie. Beh, mi sa che è abbastanza vero anche per me… E senza Maria Grazia che mi sopporta e supporta non so dove sarei, francamente. Sugli interessi dovresti aggiungere la lettura (anche se in effetti è un lato della scrittura, forse) e la fotografia.
Se potessi tornare all’agosto del 1999, strapperei il biglietto di ritorno per l’Italia da Dublino.
Il sogno del cassetto è quello di uno scrittore: vincere il Nobel per la letteratura. Se lo ha vinto uno che gli è servita la chitarra per vincerlo, c’è anche speranza…
Ah: non dimentichiamoci il tè. il Lapsang.


Un bellissimo sogno nel cassetto, Max, non c’è che dire. I sogni sono quella piccola fiammella sempre accesa che alimentiamo per evitare che si spenga. E non deve spegnersi!
È stato un piacere parlare con te e spero che mi verrai a trovare quando uscirà il tuo prossimo libro che è in cantiere.
Sono certa che gli ascoltatori de L’ora del tè abbiamo apprezzato le nostre chiacchiere e li lasciamo con qualcosa da interessante da leggere. Che ne pensi?

 

I racconti del TORNEO 6 NAZIONI LETTERARIO.

Ispirato al torneo 6 Nazioni di Rugby, il 6 NAZIONI LETTERARIO è una vera e propria sfida fra squadre, il cui oggetto del contendere non è una palla ma racconti. La sfida consiste nel scrivere racconti, pubblicarli e raccogliere i maggiori voti possibili. Le partite letterarie si svolgono negli stessi giorni delle partite di Rugby del 6 NAZIONI.

Sulla pagina FB di Antonio Tombolini Editore e sul sito ATE sono disponibili tutte le partite.

Puoi leggere i racconti, che sono bellissimi, e votare quello che ti piace di più. E nel frattempo conoscere ATE, una bella casa editrice che pubblica libri di qualità e dà spazio soprattutto a nuovi scrittori che merita di essere letti alla stessa stregua dei grandi nomi altisonanti.

E così ho fatto un po’ di pubblicità anche a ATE. Sono di parte, lo so! Non ci posso fare niente!
Alla prossima puntata de L’ora del tè.
Buona lettura!

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Federica D’Ascani

Se lo contendono in due, lo scettro della simpatia, dell’ironia acuta, travolgente, sana. Dopo Piero De Fazio (mio socio in “affari” e grande, grandissimo, in tutti i sensi, autore noir) ho l’onore di avere mia ospite Federica D’ascani, la regina dell’lgbt, del m/m, dell’adult romance.
Romana di nascita, Federica è autrice, soggettista e sceneggiatrice di fumetti, presso Editoriale Aurea (Lanciostory e Skorpio), editor freelance, collabora con numerose agenzie e riviste letterarie (Pink Magazine ad esempio). Ha pubblicato con Rizzoli e ha all’attivo oggi un numero di romanzi che neanche lei sa contare.
Ha scelto il selfpublishing per le sue nuove sfide in ambito lgbt con lo pseudonimo di C.K.Harp, identità che sta prendendo sempre più il sopravvento, anche se continua a essere autrice cosiddetta “ibrida” con la casa editrice Triskell edizioni.
Ha almeno un’altra identità sparsa per il pianeta libri e forse, la mattina, guardandosi allo specchio, anziché vedere se stessa, si ritrova davanti a uno sconosciuto che tanto sconosciuto non è.
Io sono impaziente di chiacchierare con lei perché so già che sarà un’esperienza esilarante e vorrei che tutti i miei lettori conoscessero Federica e leggessero i suoi libri.

 

Federica, benvenuta, entriamo subito nel vivo dell’intervista. In quanti modi ti possiamo chiamare? E quale di questi ti è più caro?

Ma grazie! Ciao a tutti da Federica, C.K. Harp ed Amy Clark (sembro una bella gatta da pelare per un qualunque esorcista, me ne rendo conto!). Li ho a cuore tutti e tre, com’è ovvio, ma con Federica ho macinato più strada e credo le sia davvero più affezionata…

 

Bene, ora ci rilassiamo (si fa per dire), ti chiedo cosa posso offrirti (tè, caffè, alcolici, biscotti, torta di carote, tramezzini o altro) e poi iniziamo l’intervista.

Mi sta bene tutto. Non farti problemi, sono un’ottima ospite da quel punto di vista!

 

E allora presentiamoti subito!

 

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Credo a 7 anni. Mi sembra fosse quello il periodo. Scrissi un racconto basato su un incubo fatto. Era horror, parlava di gelatine aliene e stranamente lo ricordo molto bene. Forse non è tanto strano, in fondo…

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Non ne ho. Anzi, forse una: il titolo e la citazione iniziale.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Non ne ho uno in particolare, dipende da cosa mi ispira in quel momento quella determinata storia.

 

Il libro più bello che hai letto?

Il più bello… Credo che risponderò sempre e per sempre IT.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Accanto alla porta d’entrata di casa.

 

 Federica D’Ascani, una donna vulcano, esplosiva, vitale, ironica, generosa, affettuosa, nostrana e pacioccona. In quale di questi aggettivi-qualità ti riconosci di più? E se dovessi descrivere, invece, Federica D’Ascani-scrittrice con tre aggettivi o sostantivi o verbi, quali utilizzeresti?

La Federica D’Ascani normale direbbe esaurita, agitata e mai soddisfatta, ma la scribacchina… be’, quella è davvero vulcanica, esplosiva e ironica, anche se alla fine della fiera spesso e volentieri nei miei libri si piange e non si ride 😀

 

Non importa, che si rida o si pianga quello che conta sono le emozioni.
Ogni autore ha le sue motivazioni per scrivere, chi lo fa per vivere, chi per passione, chi per esigenza…
E allora ti chiedo: perché hai decido di “scrivere per vivere” anziché iscriverti a vulcanologia? Come sei arrivata alla scrittura? E poi raccontaci il miliardo di altre attività in cui sei impegnata ogni giorno. Hai mezz’ora di tempo!

Dio santo, solo mezz’ora? Mi devo impegnare! Dunque, vediamo… Ho iniziato a scrivere e ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2008. All’epoca volevo solo scrivere per provare a me stessa di esserne in grado, per sfogare tutto il marasma horror che avevo nelle vene (a venti anni si ama questo genere di amore viscerale!) e per fare qualcosa che mi appagasse al di là del lavoro ufficiale che era quello di impiegata in un ufficio aeroportuale. Dopo i primi due, però, mi sono fermata, fagocitata dalla vita e da esperienze che mi hanno, malgrado tutto, fortificata. Ho ricominciato a studiare e a scrivere solo 4 anni fa, complice la gravidanza del mio primo (e non so se unico) cucciolino. Da lì è ripartito tutto e, presa da un istinto folle di imprenditoria kamikaze, ho mollato il lavoro che avevo all’epoca (che non mi manca neanche un po’) e mi sono messa d’impegno per diventare una buona editor. In effetti, il mestiere ufficiale, quello che finora mi ha consentito di contribuire alle spese di casa, è proprio quello. Non la scrittura, che in ogni caso rimane ciò che desidero fare sempre e comunque. Ultimamente molte cose stanno cambiando, non ultima la mia entrata nelle forze dell’Editoriale Aurea (editore di Lanciostory e Skorpio, fra gli altri) in qualità di soggettista e sceneggiatrice. Non mi sognerei mai di dire che sono fumettista, sono autodidatta con l’immensa fortuna di aver conosciuto Enzo Marino (direttore) dal quale continuo ad assorbire informazioni come ne dipendesse della mia vita.
Insomma, perché scrivo? Perché sarei fare tanto altro, ma preferisco fare questo 😉

 

 

Ogni autore ha una cassetta degli attrezzi che rifornisce di tutto ciò che gli serve per progettare, fare ricerca, scrivere, revisionare, correggere. Ogni autore ha un suo metodo di lavoro, un modo personale di trovare l’ispirazione, costruire i personaggi, farcire le storie di eventi realmente accaduti oppure di pura fantasia.
Ogni autore ha una sua metodologia di approccio alla scrittura.
Ci racconti la tua, se non è protetta da segreto professionale inviolabile?
E poi vorrei anche sapere come nasce il tuo amore per la scrittura erotica e in particolare m/m (spiegaci anche cos’è).
Vai! A te la parola!

Uhm, domanda bella complicata. Però io sono per le cose semplici e ti risponderò di conseguenza: scrivo quando posso, se posso, ma anche quando non posso, a costo di svenire sulla tastiera. Se sono sotto stesura di romanzo, ho una tabella di marcia ferrea quotidiana che non mollo a meno che non ci siano eventi straordinari (e non conta Natale, Pasqua o vacanza, per capirci). Non ho riti propiziatori o chissà che altro: mi siedo e parto. Non importa dove sia rimasta, se prima di sedermi abbia o no le idee chiare. Io parto, chi c’è c’è! L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento, ma spesso e volentieri la sprono e la piego al mio volere. Non è semplice, richiede esercizio e esperienza, ma se si deve lavorare si impara a farlo. E poi… Be’, sai, l’ultima domanda è un po’ difficile. Io scrivo quello che voglio, che sia erotico o meno. Non ho un genere prestabilito: dipende dalla storia che devo narrare. Vero è che ormai le mie sono solo storie a sfondo lgbt, ovvero che presuppongono storie d’amore tra persone dello stesso sesso, specialmente uomini. Perché? Perché il mio cervello al momento non concepisce altro. Non riesco proprio a vedere altre situazioni, anche se amo leggere romanzi etero. Non saprei dirti come mai, forse è solo la mia indole.

 

Oltre a scrivere sei anche editor, quella strana figura che bazzica nelle case editrici (o freelance), che gli autori guardano con sospetto: è colui (o colei) che mette le mani e la testa nella loro creatura e cambia qui, cambia là, toglie qui, toglie là.
Guai eliminare anche una sola parola!
Guai cambiare il senso di quella frase, perfetta così com’è!
Guai anche solo pensare che quel personaggio non sia il miglior personaggio mai ideato.
Siamo antipatici, scontrosi e insopportabili, noi autori. Non abbiamo mai provato a metterci dall’altra parte della barricata e guardare per davvero con occhi nuovi. Io sto lavorando per diventare anche editor di me stessa e so che molti altri autori lo fanno.
Ci racconti come si sta dall’altra parte del muro e cosa vedono, per davvero, gli occhi del nostro editor? Quali mostri deve combattere? Quanto è difficile il rapporto autore-editor?

Domanda complessa, per alcuni versi quasi impossibile da affrontare. Il discorso è che per essere un buon editor bisogna riuscire ad approcciarsi al testo che si ha davanti con il distacco adatto, giusto, ma leggere comunque il romanzo come se si fosse un lettore. Cosa vede l’occhio dell’editor? Tutto: dalla coerenza dei personaggi alla struttura, dalla trama e la sua effettiva “consistenza” alla forma impiegata per trasporla su carta. Un lavoro complesso che chi è dall’altra parte della barricata, o non ci ha mai avuto niente a che fare, stenta a comprendere. Ho sentito persone che si facevano “editare il romanzo da mio marito che di mestiere fa l’impiegato in una società di macchine” per dire… oppure la solita cugina (solo io ho parenti che non mi guardano neanche da lontano, figurarsi leggere testi miei?!) e la beta. La beta, questa figura onnipresente e onnisciente che sembra detenere tra le mani il futuro del mondo…
Senza dubbio quello dell’editor è un mestiere, nel 2017, difficile e controverso, soprattutto perché ci si improvvisa senza averne le facoltà (e facendo danni inenarrabili). Per lavorare con un autore non basta aver studiato, aver conseguito la famosa laurea (non è neanche indispensabile, quella, se si sono condotti gli studi giusti), ma serve anche saper “sentire” il testo, saperci parlare, sapersi immedesimare nello scrittore e capirlo. Una sorta di psicologo? A volte. Il rapporto con il romanzo è particolare, quello con l’autore sacro. E due cose sono basilari in questa relazionenonrelazione: il rispetto e la fiducia da ambedue le parti. Se queste vengono a mancare, non ne uscirà niente di buono.
Ovviamente parlo da freelance, lavorare in una casa editrice implica mille altre cose in più, anche se per alcuni aspetti è più semplice. Discorso lungo e complesso (ma vi annoierei e… no, non posso, ho un cuore, nonostante tutto!).

 

 

«Ok, allora io vado» disse schiarendosi la gola per non apparire ancora più impacciato di quello che in effetti era, e vide il mezzo sorriso sulle labbra di Richard comparire di nuovo. Era divertito? Tyrone si morse il labbro e fece per voltarsi, pronto a darsela a gambe, quando un braccio dell’uomo scattò in avanti e ne bloccò la fuga.
«Non farlo…»
«Cosa?» domandò di getto, sentendo una goccia di sudore imperlargli la fronte prima di scendere giù, verso la tempia, in un rivolo fastidioso.
«Non morderti il labbro in quel modo. Potrei davvero non rispondere di me…»
«Non…» tentò Tyrone, ma quasi soffocò di nuovo, il respiro corto e i polmoni stretti in una morsa.
«Ci vediamo domani» gli promise Richard prima di voltarsi e andare via. E Tyrone rimase lì, in piedi, a osservare le spalle possenti di uno sconosciuto che era appena entrato a gamba tesa nella sua vita.

(estratto da Sono solo un ricordo)

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È giunto il momento di parlare delle tue creature, di fare conoscere i tuoi libri. Ne hai scritti e pubblicati diversi. Hanno tutti una base romantica, che in alcuni spazia nell’erotico o nell’m/m, ecc.
Innanzi tutto vorrei sapere da te quanti ne hai scritti e poi vorrei ci raccontassi qualcosa del tuo romanzo preferito (fra quelli che hai scritto): come è nata l’idea, come l’hai sviluppata, se i personaggi sono i tuoi vicini di casa o…
Poi, per finire (anche se non siamo ancora all’ultima domanda), vorrei ci raccontassi in due parole (Fede, due!) perché dopo aver pubblicato con case editrici anche importanti hai scelto il self.

Cominciando dall’ultima, perché è la più facile, le due parole (due!) sono: libertà pura.
Per quanto riguarda tutto il resto… è un altro paio di maniche. Dunque, diciamo che la base romantica è sempre presente perché, per quanto adori squartare gente su carta, ho scoperto che senza sentimento non riesco a concepire il realismo. Per me la realtà comprende tutto, per questo, per esempio, ho adorato la serie Dexter (non c’entra nulla, ma se vi capita recuperate le stagioni e guardatele, almeno le prime tre!).
Quanti ne ho scritti? Non tengo il conto. Sono una di quelle bestie rare che deve andare a controllare sugli stores e contare uno a uno i titoli a seconda dello pseudonimo utilizzato (e sono a quota tre identità, per ora… posso fare di meglio!) Diciamo che dovrei aver raggiunto la ventina, tra romanzi lunghi e brevi… Una volta ti avrei detto che IL libro era un romanzo non ancora pubblicato, che adoro e ho adorato per la tematica, e per alcuni versi rimane ancora quello, ma… Be’, Sono solo un ricordo è entrato nel mio cuore in maniera inaspettata, rievocando ricordi e sensazioni che non credo riuscirò mai a dimenticare. L’idea è nata tre anni prima della stesura, quando mio nonno ha iniziato a stare male davvero, ma forse ancora prima, quando mia nonna lo ha lasciato stroncata da un cancro e ho visto il dolore vero, la nostalgia pura. Volevo qualcosa che riuscisse a raccontare quell’amore che li aveva uniti, soffermandomi sul dopo e sul prima, non sul “durante”. Ho “ricevuto” la chiave di lettura quando ho iniziato a scrivere il male to male, trovando il mio mondo perfetto, e da lì… sono nati Ty e Richard. Nessuno dei due ha un volto predefinito, sono più anime che mi si sono presentate e hanno narrato ciò che dovevo scrivere.
Ecco, Sono solo un ricordo è il mio preferito, si può dire 😉

 

Non mento quando ti dico che sei stata la cosa migliore del mio vivere, perché me ne rendo conto una volta di più adesso che non posso guardarti.
Stare senza parlarti è un aspetto sul quale avevo riflettuto: avrei potuto sopportarlo.
Stare senza vederti camminare al mio fianco, magari spingendo una carrozzina, era un altro aspetto sul quale avevo meditato abbastanza: avrei potuto accettarlo.
Ma sapere di non poterti più avere, come se Dio ti avesse strappato a forza dalle mie braccia, no: non posso proprio tollerarlo.
Se potessi esprimere un desiderio, uno solo, di certo non sarebbe quello di non averti mai conosciuto. Sarebbe stato più facile, più semplice, non sapere nulla della tua esistenza, ma io avrei vissuto senza vivere, avrei camminato senza sapere dove stessi mettendo i piedi. Perché sei la mia strada, il mio bastone, le mie certezze.
Ho paura. Ho paura di quello che sei stato e di quello che non sarai più. Ho paura di saperti senza me. Ho paura dei tuoi pensieri, del corso dei tuoi voli mentali, del freddo che potrai sentire senza il mio corpo accanto. Ho paura che tutto questo sia reale, che tu invece non lo sia. E sentirmi in questa maniera rende ancora più vivido il ricordo dei nostri giorni, del calore che mi infondi con un tocco. Dio, se potessi averti di nuovo sotto alle mie mani, a occhi chiusi solcherei le tua pelle, facendoti sentire tutto ciò che ho dentro, tutta la pena che cresce e aumenta. Ti bagnerei con le mie lacrime, ma solo per sentire il balsamo delle tue rassicurazioni, e dischiuderei le labbra per dirti che ti amo, e ti amo ancora, più di prima.

(estratto da Sono solo un ricordo)

 

Sapevo che mi avresti tolto il pane di bocca. Ma oggi sei tu la regina del salotto e ti è concesso tutto.
La prossima domanda sarebbe stata proprio su Sono solo un ricordo (di cui riportiamo due estratti in questa intervista), un libro coinvolgente, emozionante, una storia che travolge, anzi che ti trascina dentro ed esplode nel cuore del lettore. L’ho divorato (la mia recensione qui) e invito tutti a fare altrettanto. La scrittura pulita e scorrevole di Federica si sposa perfettamente a storie semplici, che hanno il gusto delle piccole cose quotidiane e non ti abbandonano fino all’ultima parola.
Stiamo per arrivare alla conclusione e ti rivolgo la più antipatica delle domande. Non l’ho ancora fatta a nessuno dei miei ospiti e c’è un motivo se la porgo a te su un piatto d’argento (so che mi odierai).
Cosa consiglieresti a uno scrittore che vuole emergere in un mercato già strapieno di gente che scrive e che rischia di confondersi in un mare di libri di pessima qualità? Cosa gli diresti per incoraggiarlo? Qual è il modo giusto per approcciare la scrittura a scopo di pubblicazione?

Non pensare alla pubblicazione, ma a raccontare la storia che hai. Partendo dal presupposto che lo scrittore in oggetto abbia gli strumenti basilari che dovrebbero far parte della cassetta degli attrezzi di uno “scribacchino” tipo, consiglierei di leggere molto, ovviamente, e di lasciarsi trasportare dalla narrazione. Se ci si ferma a pensare a quello che il lettore vuole, desidera, a quello che va di moda, a quello che fa fare i soldi (come se poi, di questi tempi, fosse possibile) si può anche arrivare, ma nel modo sbagliato. Oltre a non lasciare proprio niente, di sé, si rischia di perdere di vista il perché. Perché si è iniziato a scrivere, perché ci si è voluti sfidare e spronare, il perché ci si senta così bene durante la stesura di un romanzo. Se si scrive solo a comando, solo con lo scopo di “emergere” ci si lascia dietro molto, e in quel molto c’è anche la passione e il piacere.
Non deve accadere.
Oltretutto, nonostante le case editrici siano fossilizzate su alcuni generi e tematiche “che fanno cassa” la vera differenza la fa l’originalità. Snaturarsi non fa mai bene: penalizza.
Insomma, scrivete quello che sentite scrollandovi di dosso la moda. Magari incorrerete in delusioni, magari invece la spunterete comunque, ma in maniera sana. Sana e costruttiva.
Sono stata brava? 😉

 

Sei stata bravissima e simpatica come sempre.
Spero che i miei lettori si siano divertiti e che l’ora trascorsa in nostra compagnia sia stata piacevole.
Grazie, Fede, torna a trovarci presto!

 

La curiosità di oggi riguarda un libro che io e Federica consigliamo di leggere a tutti gli aspiranti scrittori. Più che un suggerimento, è un must! Una lettura indispensabile per chi si avvicina al complesso mondo della scrittura narrativa.
Vi lascio con alcuni brani tratti dalla nuova edizione di ON WRITING di Stephen King, il Re dell’horror e vi do appuntamento alla prossima ora del tè.

 

ESTRATTO ON WRITING – prefazione

 

 

ESTRATTO ON WRITING – sulla scrittura

 

 

ESTRATTO ON WRITING – sulla scrittura

 

 

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Amanda Pitto Melling

La mia ospite di oggi è di origine italo-tedesca, è nata a Londra e vive in Irlanda con il marito e i figli. È appassionata di cultura contadina, folklore montano, tradizioni popolari, fotografia e cucina.

Ha diverse pubblicazioni al suo attivo (romanzi, saggi, racconti, storie per bambini) per le quali ha ricevuto alcuni premi letterari. É appassionata di fotografia, e a questo proposito è uscito ad agosto del 2016 per Flook, l’app dello scrittore Federico Moccia, un suo Taccuino di viaggio dedicato all’Irlanda.

Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Racconti di umana natura di Montedit, I racconti di Boscomagico, Pagan Pride Italia, tradotta per una tesi universitaria all’Università di Leeds, Il Testimone del Diavolo, Anguana edizioni, un noir con prefazione a firma di Danilo Arona.

I suoi ultimi due libri, editi da Antonio Tombolini Editore, sono Il peso sul cuore (collana Oceania) e Il capolavoro (collana Amaranta). Oltre ad essere scrittrice, è anche direttrice della collana Amaranta per Antonio Tombolini Editore.

Questo è quello che dice di sé: “Amo anche le eccellenze culinarie, e i miei imminenti progetti letterari verteranno proprio su questo. Mi piace sperimentare e unire vari generi letterari, e difficilmente amo ripetermi in ciò che scrivo. Nelle mie particolarità ci sono senz’altro l’adorazione smisurata per i corvi, i miei diciotto tatuaggi e la fissazione per ogni forma, vera o presunta, di gingerbread man.“

La vogliamo conoscere assieme? È un onore averla qui con me oggi, lei è anche una delle persone che ha creduto in me e nella mia capacità creativa. Il suo nome è Amanda Pitto Melling.

amanda1Eccoci qua, Amanda. Intanto benvenuta nel mio salotto. È un piacere averti qui oggi. Come sai, noi, a L’ora del tè, prima di iniziare a chiacchierare beviamo tè, caffè, c’è chi mi ha chiesto della birra o, addirittura, alcolici. Abbiamo una dispensa ben fornita. Cosa posso offrirti?
Grazie a te per l’invito. Prenderei se possibile un vino bianco sapido, bello fresco, e magari due patatine, ho fatto il voto di non bere il tè almeno fino a novant’anni.

Pronta per iniziare la nostra chiacchierata?

Sono pronta, anche perché adoro le interviste.

A che età hai iniziato a scrivere?
Da quando ho preso in mano fisicamente la penna. A scuola ero un disastro, ma facevo i temi senza quella che veniva definita la versione “brutta” già dalle elementari.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non deve parlarmi nessuno da quando mi alzo la mattina, l’interazione sociale mi devasta la mente.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Preferisco luoghi tendenzialmente isolati e piccole comunità.

Il libro più bello che hai letto?
Il Manuale del guerriero della luce di Coelho, perché mi sento una guerriera in cerca di giustizia.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Sono maniaca della routine, posso scrivere solo seduta sull’erba in giardino o in casa mia sulla poltrona.

 

Se non ti dispiace inizierei con una domanda personale, di quelle che gli autori odiano ma di cui noi, de L’ora del tè, siamo curiosi. Spero mi perdonerai! Vorrei curiosare un po’ nella tua giornata tipo, sapere come organizzi il momento della scrittura (hai dei figli piccoli, quindi sei molto impegnata), cosa succede mentre scrivi, di che cosa hai bisogno, se bevi, mangi, ascolti musica, se hai bisogno di Internet, di un vocabolario, di un foglio degli appunti, di disegni…
Sono troppo curiosa?
No al contrario, più le domande sono personali, e più mi fa piacere rispondere. La mattina porto i figli a scuola e all’asilo, che qui in Irlanda iniziano alle nove e mezza, torno a casa con il più piccolo, mi siedo con una tazza di caffè lungo e organizzo la giornata. È in quel momento che capisco se sono nel mood giusto per immergermi nella scrittura. L’orario ottimale per scrivere è sempre un’ora prima di pranzo e un paio d’ore nel primo pomeriggio, quando i bambini sono tornati e magari si rilassano un po’. Qualsiasi rumore di sottofondo mi disturba, ad esclusione dei cartoni animati che ho imparato a non ascoltare. In questo senso sono fortunata, vivo in aperta campagna e tutto tace. Non prendo appunti, e possibilmente non uso internet. Spesso guardo fuori dalla finestra, dove vedo le fronde degli alberi muoversi e i corvi appollaiati sulla mia recinzione del giardino, e cerco di svuotare la mente. Intorno a me le cose continuano a scorrere, i bambini hanno sempre esigenze, ma ho imparato a isolare una parte della mente per quel tempo che mi serve, nonostante il mio corpo continui a svolgere delle azioni come prendere un succo di frutta, cambiare canale, o cercare i giochi che i cani nascondono. Ho provato ad ascoltare della musica un paio di volte, ma non fa decisamente per me, a volte mi ha anche creato il classico blocco per giorni. Non a caso quando in passato ero insegnante di danza del ventre, occupata a creare coreografie con i pezzi in sottofondo, ho passato molti anni senza scrivere nulla. Poi sono stata proprietaria di un Guest House per due anni nel Clare, e anche in quel caso, con la gente che andava e veniva, non riuscivo a ritagliarmi uno spazio intimo. Da quando mi sono trasferita nel mio cottage, riesco a scrivere molto di più. Ne deduco quindi che anche i luoghi in qualche modo influiscano sulla capacità creativa. E a proposito di postazioni, le mie sono il breakfast table, oppure la poltrona reclinabile, sempre rigorosamente con ipad mini.
Per tornare alla mia giornata, verso le otto di sera ci mettiamo tutti a tavola, e poi se non siamo troppo stanchi, quando tutti i bambini dormono, io e Jonathon (mio marito) torniamo in salotto a rilassarci. A volte mi vengono delle idee durante la notte, e quello è un grosso problema, perché poi non riesco più a prendere sonno. Se devo trovare ispirazione, invece, ho solo un oggetto che mi salva: il binocolo.

 

amanda3Grazie Amanda per averci consentito di sbirciare dentro la tua giornata tipo. A noi lettori (ed a me in particolare) piace conoscere le abitudini dei nostri autori preferiti.
Molto interessante il luogo in cui vivi, immerso nella natura e, da come racconti, molto semplice e naturale. Interessante ed anche stimolante.
Mi riallaccio a quest’ultima riflessione per la prossima duplice domanda.
Prima di tutto ti chiedo di raccontaci com’è nata e poi si è realizzata l’idea di trasferirvi in Irlanda e poi, legando questo concetto alla scrittura (il tuo lavoro primario), vorrei sapere quanto, secondo te, il luogo in cui vivi è da stimolo per nuove storie e nuovi progetti oppure l’ispirazione arriva a te da un’altra fonte.
L’idea iniziale era di trasferirci in Danimarca, dove viveva mia suocera, oppure in Spagna, che in campo alberghiero offriva diverse soluzioni. Poi abbiamo pensato che per snellire la burocrazia, forse era meglio venire sull’isola di smeraldo, visto che mio marito è irlandese. Quando sono arrivata non conoscevo nulla del posto, non ci ero mai stata nemmeno in vacanza. Le temperature qui non salgono quasi mai sopra i 20 gradi, e per me, che ho l’anemia mediterranea, significa avere ossigeno sempre, anche grazie al vento, che io adoro. Trasferirci è stato piuttosto complesso, siamo partiti con una macchina con dentro bambini, gatti e cane, e una volta arrivati, abbiamo dovuto subito sostituirla per la guida al contrario. È stato anche un viaggio tragicomico, a Parigi in albergo un gatto si è infilato nell’intercapedine del bagno ed è rimasto bloccato, e il cane è scappato al ristorante. Quindi tutti ci vedevano correre in giro con i passeggini senza capire cosa stesse succedendo. E poi quando cambi paese cambi letteralmente il tuo mondo. Non credo però che il luogo stia contribuendo alle mie idee per nuovi libri, ad esclusione di un ricettario mediterraneo che ho quasi finito, dedicato ai paesi anglosassoni.  Per qualche motivo, da quando vivo in Irlanda, ho iniziato ad avere una grande passione per la cucina. Quando lavoro a un romanzo, ascolto una voce che non ho ancora capito da dove arriva, ma fortunatamente non parla in gaelico!

 

Ho una domanda tecnica da rivolgerti. Quando si pensa alla scrittura, ci si immagina che lo scrittore sieda davanti al computer (in un giorno di piena ispirazione) ed inizi a rigettare parole su carta come un forsennato. Ovviamente io so che non è così ma credo che molti lo pensino (lo capisco dalle domande che mi rivolgono).
Nell’ultima biografia (Terry Brooks) che ho letto, l’autore spiega l’importanza di lavorare in maniera organizzata, costruendo uno schema, predisponendo delle schede per i personaggi, affinando la trama a tal punto da “avere la storia in mano”.
Cosa ne pensi? Anche tu utilizzi questa tecnica oppure hai un tuo modo di approcciarti al foglio bianco.
Il mio metodo è questo: cammino da qualche parte e a un certo punto una voce mi racconta la storia in sintesi di qualcuno, come se non fossi io ad avere l’intuizione. Lo so che è un po’ strano, ma è quello che accade. Torno a casa e scrivo la trama in poche righe, come se stessi presentando a me stessa il romanzo, e nel modo più commerciale possibile. Poi lascio che mi raggiungano dei dettagli nella mente, ma in questa fase, che può durare anni, non scrivo nulla. Quando sono pronta, inizio. Non lavoro mai a un romanzo più di due o tre mesi, poi se mi viene richiesto, allungo il brodo successivamente. Non so bene cosa succederà, non sono per nulla organizzata, lascio andare dove deve finire il tutto per un paio di ore al giorno tutti i giorni, cercando di non prendere mai una pausa. Ad esempio, ora sto pensando a un fantasy per ragazzi, e conosco l’isola dove si muove il protagonista, ho presente tutta la scenografia, e anche quei quattro o cinque punti cruciali che ci saranno grazie a delle immagini di oggetti che mi sono arrivate, ma cosa succederà, precisamente, non lo so. E non so nemmeno quando sarà il momento di scriverlo sul serio. Sono una persona dal temperamento molto vulcanico e questo mi porta ad essere forse impetuosa anche nei progetti letterari. Se parto, non mi fermo più, e tendo a rappresentare bene l’immagine dello scrittore tormentato che non si cura della realtà. Io però per forza di cose mi sdoppio, il corpo fa una cosa, e la testa un’altra. Senz’altro sono una scrittrice forsennata.

 

amanda2Lo scrittore vive due vite contemporanee: una nella realtà, l’altra nel sogno.
Raccontaci due sogni: quello che ti ha suggerito Il peso sul cuore e quello che invece ti ha condotto verso creazione de Il capolavoro.
Il peso sul cuore è nato osservando le rose rampicanti di una casa nella località di Cong. La voce mi ha detto che quella proprietà con una parete a filo d’acqua, nei pressi del parco del paese, era in realtà un B&B dove una ragazza doveva scoprire qualcosa sul suo passato. Essendo a circa venti minuti da casa mia, ci tornavo spesso, e altri luoghi adatti al romanzo si sono presentati: il negozio di libri antichi, Ashford Castle, il pub, il negozio di alimentari. Avevo una strana urgenza di far uscire quella storia dalla mia testa. Sono anche successe delle cose molto curiose, durante la stesura. Nel libro c’è un passaggio in cui racconto del Claddagh Ring, un anello tipico irlandese che spesso include uno smeraldo, forse perché di quel verde brillante tanto simile al muschio dell’isola, e nello stesso istante in cui lo scrivevo ho ricevuto in regalo proprio quell’anello. È un romanzo con un grande potenziale, sarebbe perfetto per essere trasformato in un film, e spero che un giorno verrà tradotto in inglese per poter essere letto proprio dalla gente che vive nella contea di Mayo.
Il capolavoro invece nasce grazie a tanti ricordi d’infanzia. In Valsesia, dove è ambientato il giallo, ci ho passato molti anni, e ci sono luoghi che fatico a dimenticare. Io poi sono una grande appassionata di folklore e cultura contadina, quindi poter ambientare un romanzo in una casa Walser è stato divertente. In quel caso particolare, ho dovuto necessariamente preparare uno schema per la storia, perché si trattava di un omicidio, doveva entrare in gioco anche la razionalità. Tendenzialmente, essendo una grande amante del cinema, mi faccio trascinare in questi mondi paralleli anche da dettagli che si imprimono per sempre nella mia mente tramite le scenografie. Ci sono film che mi ossessionano, come The Wicker Man di Robin Hardy, dove mi sono innamorata del negozio dell’isola. Ce ne sono altri che sono entrati in gioco durante la stesura del giallo, ad esempio un sospettato in particolare ha preso spunto dal capitano della nave di Stardust, interpretato da Robert De Niro, e Misery non deve morire ha avuto un ruolo cruciale sulla mia scelta stilistica. Il capolavoro ha preso anche spunto dalla serie tv di Agata Raisin, investigatrice un po’ bizzarra estremamente famosa in Inghilterra. Mi sto giusto rendendo conto ora che forse per ogni romanzo che scrivo entrano in gioco dinamiche completamente differenti. A volte, forse, la realtà e il sogno si avvicinano. Potrebbe dipendere molto dal genere di appartenenza del romanzo. Ogni volta sperimento nuovi modi di lavorare, quindi si può affermare che mi ritrovo sempre come se fosse la prima volta che scrivo. Ho iniziato con i racconti drammatici, per passare alla saggistica esoterica, poi al genere noir, rosa e giallo. Con Moccia ho poi pubblicato un taccuino multimediale di viaggio. Ora sto lavorando a un ricettario e a un romanzo mainstream. Non amo ripetermi, ma non so se sia un bene o meno. Prima o poi esaurirò i generi letterari.

 

amanda4Ovviamente noi speriamo che tu esaurisca i generi letterari il più tardi possibile così da concederci il piacere di leggerti in tutte le tue forme; ed una volta esauriti io mi auguro che tu possa ricominciare daccapo.
Ultima domanda, Amanda, purtroppo siamo arrivate alla fine.
Anzi, per la verità ne ho altre due.
Per prima cosa ti chiedo di raccontarci dei libri che leggi, quali sono i generi e gli autori che preferisci e quanto queste letture influiscono sulla tua produzione letteraria.
L’ultimissima domanda poi la rivolgo ad Amanda, direttrice della collana di Antonio Tombolini Editore e ti chiedo di parlarci della tua attività per Amaranta, di cosa si tratta, qual è la mission e come selezioni le opere da pubblicare.
Sono una lettrice infedele. Ad esclusione di Stephen King, di cui ho letto una decina di romanzi, tendo a innamorarmi dei libri ma non degli autori. La mia libreria è piuttosto eccentrica, ma certamente i miei romanzi preferiti sono La foresta incantata di Mary Stewart, Gli occhi dell’Amaryllis di Natalie Babbitt, La notte dei desideri di Michael Ende e Lo stregone di Robert Westall. E poi adoro i libri illustrati come Il grande libro degli gnomi di Wil Huygen, C’era una volta di Hermann Vogel e Il cammino dei maghi di Tom Cross. Lo so, non è propriamente letteratura per adulti, ma dovresti vedere la mia casa piena di casette colorate e gingerbread man per capire che non ho ancora deciso di crescere. Di autori italiani ne ho letti veramente pochi, ma voglio rimediare prima o poi con Mauro Corona, che mi affascina molto.
Come direttrice editoriale invece mi trovo ad affrontare tematiche completamente differenti. Cerco di scegliere storie originali, dove l’amore è il contorno ma il piatto principale è qualcosa di più intrigante, e se possibile, cerco anche di differenziare molto le uscite, come stile, lunghezza, tema e atmosfera, che magari si avvicina ad altri generi letterari. Dicono che i romanzi d’amore abbiano uno schema preciso da seguire, non è quello che cerca Amaranta. L’originalità e la scorrevolezza sono i due punti su cui mi soffermo maggiormente. Nei romanzi del 2016 ci sono state sfumature politiche, drammatiche, ironiche, e due gialli. Ora mi piacerebbe esplorare il fantasy, lo storico, il noir, l’erotico. Certo non dipende da me, ma da ciò che di veramente buono mi arriva da valutare. La prima uscita del 2017 parla di streghe ed esoterismo, la cosa mi entusiasma molto, e la collana ha già pronti nuovi titoli molto interessanti.

 

Capisco cosa intendi con “lettrice infedele”. La voglia di leggere di tutto e assaggiare il più possibile ci costringe a tradire autori che amiamo o con cui vorremmo trascorrere più tempo possibile.
Amanda, ti ringrazio di cuore per questo incontro molto piacevole, per aver aperto la tua casa ai nostri occhi e averci parlato di te. Spero verrai a trovarmi di nuovo nel mio salotto. Grazie ancora!

Un’anticipazione per i lettori de L’ora del tè. Nella prossima puntata non ospiterò uno scrittore. Non siete curiosi? E allora seguitemi !!
A presto!

 

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