Search "sono solo un ricordo"

Sono solo un ricordo di C.K. Harp

 

Il libro è firmato C.K. Harp, lo pseudonimo è quello di Federica D’Ascani.
Credo di essere arrivata a quota quattro dei libri di Federica.  Ed ogni volta mi dico: «Eccola, sì, è lei, la riconosco».

È un po’ come visitare l’esposizione dei quadri di un pittore che amate per lo stile, il tocco e quella pennellata particolare che troverete solo nei suoi dipinti.

La D’Ascani è una pittrice che mi convince ogni volta, che dà sollievo alla mia anima di lettrice affamata, spezza la noia e la routine di letture pesanti e mi porta in mondi da cui non vorrei mai tornare.

Il tratto caratteristico di Federica è la scrittura lineare, scorrevole, un’impronta precisa e molto curata. I suoi libri sono frizzanti, esuberanti come lei, hanno contenuti importanti, raccontano storie che fanno riflettere ma soprattutto travolgono e trasportano il lettore in una vita diversa. Li vivi per davvero, li senti dentro e lì dentro restano, per un po’.

La storia d’amore di Richie e Ty è un virus. Perché Federica D’Ascani sa come prenderti per mano e farti camminare a fianco dei suoi personaggi. E una volta che ti ha preso la mano ti trascina dentro e ti trovi incatenato a nuove vite e nuove anime.

E sono sempre belle anime.

Mentre leggi Sono solo un ricordo vorresti che il tempo si fermasse mentre osservi Richard e Tyrone, ascolti le loro parole e ti arrabbi con le loro scelte.

Vi piacciono i romance, gli m/m o semplicemente amate le belle storie che emozionano?

Sono solo un ricordo fa per voi.

 

SINOSSI

La vita non è stata facile, per Tyrone Vidal. L’infanzia e l’adolescenza con un padre autoritario e violento lo hanno provato e reso insicuro, ostacolando le sue naturali inclinazioni. Solo il matrimonio con Sandy e la nascita della loro bambina Janet sembra restituirgli un po’ di serenità, almeno finché non si imbatte in Richard Ford. Il giornalista freelance rivoluziona tutta la sua vita, lo riporta alla sua vera essenza e lo sprona a credere in se stesso e in ciò che è realmente. L’attrazione che Tyrone prova per lui impiega un battito di ciglia a diventare amore e neanche il richiamo del suo matrimonio sembra essere sufficiente a minare il forte sentimento che lo lega a Ford.
Ma la mente gioca brutti scherzi, e se per tutti questa è una mera constatazione, per lui diventa un futuro scritto quando arriva la notizia di una malattia che, in maniera lenta e subdola, sta iniziando a minare il suo corpo e i suoi ricordi. Eppure la realtà, come spesso accade, supera qualsiasi prospettiva e se il passato comincia a diventare sfocato, un grande amore può diventare l’unico faro da tener presente per navigare a vista. E respirare davvero come non si è mai fatto.

 

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Federica D’Ascani

Se lo contendono in due, lo scettro della simpatia, dell’ironia acuta, travolgente, sana. Dopo Piero De Fazio (mio socio in “affari” e grande, grandissimo, in tutti i sensi, autore noir) ho l’onore di avere mia ospite Federica D’ascani, la regina dell’lgbt, del m/m, dell’adult romance.
Romana di nascita, Federica è autrice, soggettista e sceneggiatrice di fumetti, presso Editoriale Aurea (Lanciostory e Skorpio), editor freelance, collabora con numerose agenzie e riviste letterarie (Pink Magazine ad esempio). Ha pubblicato con Rizzoli e ha all’attivo oggi un numero di romanzi che neanche lei sa contare.
Ha scelto il selfpublishing per le sue nuove sfide in ambito lgbt con lo pseudonimo di C.K.Harp, identità che sta prendendo sempre più il sopravvento, anche se continua a essere autrice cosiddetta “ibrida” con la casa editrice Triskell edizioni.
Ha almeno un’altra identità sparsa per il pianeta libri e forse, la mattina, guardandosi allo specchio, anziché vedere se stessa, si ritrova davanti a uno sconosciuto che tanto sconosciuto non è.
Io sono impaziente di chiacchierare con lei perché so già che sarà un’esperienza esilarante e vorrei che tutti i miei lettori conoscessero Federica e leggessero i suoi libri.

 

Federica, benvenuta, entriamo subito nel vivo dell’intervista. In quanti modi ti possiamo chiamare? E quale di questi ti è più caro?

Ma grazie! Ciao a tutti da Federica, C.K. Harp ed Amy Clark (sembro una bella gatta da pelare per un qualunque esorcista, me ne rendo conto!). Li ho a cuore tutti e tre, com’è ovvio, ma con Federica ho macinato più strada e credo le sia davvero più affezionata…

 

Bene, ora ci rilassiamo (si fa per dire), ti chiedo cosa posso offrirti (tè, caffè, alcolici, biscotti, torta di carote, tramezzini o altro) e poi iniziamo l’intervista.

Mi sta bene tutto. Non farti problemi, sono un’ottima ospite da quel punto di vista!

 

E allora presentiamoti subito!

 

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Credo a 7 anni. Mi sembra fosse quello il periodo. Scrissi un racconto basato su un incubo fatto. Era horror, parlava di gelatine aliene e stranamente lo ricordo molto bene. Forse non è tanto strano, in fondo…

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Non ne ho. Anzi, forse una: il titolo e la citazione iniziale.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Non ne ho uno in particolare, dipende da cosa mi ispira in quel momento quella determinata storia.

 

Il libro più bello che hai letto?

Il più bello… Credo che risponderò sempre e per sempre IT.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Accanto alla porta d’entrata di casa.

 

 Federica D’Ascani, una donna vulcano, esplosiva, vitale, ironica, generosa, affettuosa, nostrana e pacioccona. In quale di questi aggettivi-qualità ti riconosci di più? E se dovessi descrivere, invece, Federica D’Ascani-scrittrice con tre aggettivi o sostantivi o verbi, quali utilizzeresti?

La Federica D’Ascani normale direbbe esaurita, agitata e mai soddisfatta, ma la scribacchina… be’, quella è davvero vulcanica, esplosiva e ironica, anche se alla fine della fiera spesso e volentieri nei miei libri si piange e non si ride 😀

 

Non importa, che si rida o si pianga quello che conta sono le emozioni.
Ogni autore ha le sue motivazioni per scrivere, chi lo fa per vivere, chi per passione, chi per esigenza…
E allora ti chiedo: perché hai decido di “scrivere per vivere” anziché iscriverti a vulcanologia? Come sei arrivata alla scrittura? E poi raccontaci il miliardo di altre attività in cui sei impegnata ogni giorno. Hai mezz’ora di tempo!

Dio santo, solo mezz’ora? Mi devo impegnare! Dunque, vediamo… Ho iniziato a scrivere e ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2008. All’epoca volevo solo scrivere per provare a me stessa di esserne in grado, per sfogare tutto il marasma horror che avevo nelle vene (a venti anni si ama questo genere di amore viscerale!) e per fare qualcosa che mi appagasse al di là del lavoro ufficiale che era quello di impiegata in un ufficio aeroportuale. Dopo i primi due, però, mi sono fermata, fagocitata dalla vita e da esperienze che mi hanno, malgrado tutto, fortificata. Ho ricominciato a studiare e a scrivere solo 4 anni fa, complice la gravidanza del mio primo (e non so se unico) cucciolino. Da lì è ripartito tutto e, presa da un istinto folle di imprenditoria kamikaze, ho mollato il lavoro che avevo all’epoca (che non mi manca neanche un po’) e mi sono messa d’impegno per diventare una buona editor. In effetti, il mestiere ufficiale, quello che finora mi ha consentito di contribuire alle spese di casa, è proprio quello. Non la scrittura, che in ogni caso rimane ciò che desidero fare sempre e comunque. Ultimamente molte cose stanno cambiando, non ultima la mia entrata nelle forze dell’Editoriale Aurea (editore di Lanciostory e Skorpio, fra gli altri) in qualità di soggettista e sceneggiatrice. Non mi sognerei mai di dire che sono fumettista, sono autodidatta con l’immensa fortuna di aver conosciuto Enzo Marino (direttore) dal quale continuo ad assorbire informazioni come ne dipendesse della mia vita.
Insomma, perché scrivo? Perché sarei fare tanto altro, ma preferisco fare questo 😉

 

 

Ogni autore ha una cassetta degli attrezzi che rifornisce di tutto ciò che gli serve per progettare, fare ricerca, scrivere, revisionare, correggere. Ogni autore ha un suo metodo di lavoro, un modo personale di trovare l’ispirazione, costruire i personaggi, farcire le storie di eventi realmente accaduti oppure di pura fantasia.
Ogni autore ha una sua metodologia di approccio alla scrittura.
Ci racconti la tua, se non è protetta da segreto professionale inviolabile?
E poi vorrei anche sapere come nasce il tuo amore per la scrittura erotica e in particolare m/m (spiegaci anche cos’è).
Vai! A te la parola!

Uhm, domanda bella complicata. Però io sono per le cose semplici e ti risponderò di conseguenza: scrivo quando posso, se posso, ma anche quando non posso, a costo di svenire sulla tastiera. Se sono sotto stesura di romanzo, ho una tabella di marcia ferrea quotidiana che non mollo a meno che non ci siano eventi straordinari (e non conta Natale, Pasqua o vacanza, per capirci). Non ho riti propiziatori o chissà che altro: mi siedo e parto. Non importa dove sia rimasta, se prima di sedermi abbia o no le idee chiare. Io parto, chi c’è c’è! L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento, ma spesso e volentieri la sprono e la piego al mio volere. Non è semplice, richiede esercizio e esperienza, ma se si deve lavorare si impara a farlo. E poi… Be’, sai, l’ultima domanda è un po’ difficile. Io scrivo quello che voglio, che sia erotico o meno. Non ho un genere prestabilito: dipende dalla storia che devo narrare. Vero è che ormai le mie sono solo storie a sfondo lgbt, ovvero che presuppongono storie d’amore tra persone dello stesso sesso, specialmente uomini. Perché? Perché il mio cervello al momento non concepisce altro. Non riesco proprio a vedere altre situazioni, anche se amo leggere romanzi etero. Non saprei dirti come mai, forse è solo la mia indole.

 

Oltre a scrivere sei anche editor, quella strana figura che bazzica nelle case editrici (o freelance), che gli autori guardano con sospetto: è colui (o colei) che mette le mani e la testa nella loro creatura e cambia qui, cambia là, toglie qui, toglie là.
Guai eliminare anche una sola parola!
Guai cambiare il senso di quella frase, perfetta così com’è!
Guai anche solo pensare che quel personaggio non sia il miglior personaggio mai ideato.
Siamo antipatici, scontrosi e insopportabili, noi autori. Non abbiamo mai provato a metterci dall’altra parte della barricata e guardare per davvero con occhi nuovi. Io sto lavorando per diventare anche editor di me stessa e so che molti altri autori lo fanno.
Ci racconti come si sta dall’altra parte del muro e cosa vedono, per davvero, gli occhi del nostro editor? Quali mostri deve combattere? Quanto è difficile il rapporto autore-editor?

Domanda complessa, per alcuni versi quasi impossibile da affrontare. Il discorso è che per essere un buon editor bisogna riuscire ad approcciarsi al testo che si ha davanti con il distacco adatto, giusto, ma leggere comunque il romanzo come se si fosse un lettore. Cosa vede l’occhio dell’editor? Tutto: dalla coerenza dei personaggi alla struttura, dalla trama e la sua effettiva “consistenza” alla forma impiegata per trasporla su carta. Un lavoro complesso che chi è dall’altra parte della barricata, o non ci ha mai avuto niente a che fare, stenta a comprendere. Ho sentito persone che si facevano “editare il romanzo da mio marito che di mestiere fa l’impiegato in una società di macchine” per dire… oppure la solita cugina (solo io ho parenti che non mi guardano neanche da lontano, figurarsi leggere testi miei?!) e la beta. La beta, questa figura onnipresente e onnisciente che sembra detenere tra le mani il futuro del mondo…
Senza dubbio quello dell’editor è un mestiere, nel 2017, difficile e controverso, soprattutto perché ci si improvvisa senza averne le facoltà (e facendo danni inenarrabili). Per lavorare con un autore non basta aver studiato, aver conseguito la famosa laurea (non è neanche indispensabile, quella, se si sono condotti gli studi giusti), ma serve anche saper “sentire” il testo, saperci parlare, sapersi immedesimare nello scrittore e capirlo. Una sorta di psicologo? A volte. Il rapporto con il romanzo è particolare, quello con l’autore sacro. E due cose sono basilari in questa relazionenonrelazione: il rispetto e la fiducia da ambedue le parti. Se queste vengono a mancare, non ne uscirà niente di buono.
Ovviamente parlo da freelance, lavorare in una casa editrice implica mille altre cose in più, anche se per alcuni aspetti è più semplice. Discorso lungo e complesso (ma vi annoierei e… no, non posso, ho un cuore, nonostante tutto!).

 

 

«Ok, allora io vado» disse schiarendosi la gola per non apparire ancora più impacciato di quello che in effetti era, e vide il mezzo sorriso sulle labbra di Richard comparire di nuovo. Era divertito? Tyrone si morse il labbro e fece per voltarsi, pronto a darsela a gambe, quando un braccio dell’uomo scattò in avanti e ne bloccò la fuga.
«Non farlo…»
«Cosa?» domandò di getto, sentendo una goccia di sudore imperlargli la fronte prima di scendere giù, verso la tempia, in un rivolo fastidioso.
«Non morderti il labbro in quel modo. Potrei davvero non rispondere di me…»
«Non…» tentò Tyrone, ma quasi soffocò di nuovo, il respiro corto e i polmoni stretti in una morsa.
«Ci vediamo domani» gli promise Richard prima di voltarsi e andare via. E Tyrone rimase lì, in piedi, a osservare le spalle possenti di uno sconosciuto che era appena entrato a gamba tesa nella sua vita.

(estratto da Sono solo un ricordo)

CLICCA SULL’IMMAGINE PER ACQUISTARE SONO SOLO UN RICORDO

 

 

 

 

 

È giunto il momento di parlare delle tue creature, di fare conoscere i tuoi libri. Ne hai scritti e pubblicati diversi. Hanno tutti una base romantica, che in alcuni spazia nell’erotico o nell’m/m, ecc.
Innanzi tutto vorrei sapere da te quanti ne hai scritti e poi vorrei ci raccontassi qualcosa del tuo romanzo preferito (fra quelli che hai scritto): come è nata l’idea, come l’hai sviluppata, se i personaggi sono i tuoi vicini di casa o…
Poi, per finire (anche se non siamo ancora all’ultima domanda), vorrei ci raccontassi in due parole (Fede, due!) perché dopo aver pubblicato con case editrici anche importanti hai scelto il self.

Cominciando dall’ultima, perché è la più facile, le due parole (due!) sono: libertà pura.
Per quanto riguarda tutto il resto… è un altro paio di maniche. Dunque, diciamo che la base romantica è sempre presente perché, per quanto adori squartare gente su carta, ho scoperto che senza sentimento non riesco a concepire il realismo. Per me la realtà comprende tutto, per questo, per esempio, ho adorato la serie Dexter (non c’entra nulla, ma se vi capita recuperate le stagioni e guardatele, almeno le prime tre!).
Quanti ne ho scritti? Non tengo il conto. Sono una di quelle bestie rare che deve andare a controllare sugli stores e contare uno a uno i titoli a seconda dello pseudonimo utilizzato (e sono a quota tre identità, per ora… posso fare di meglio!) Diciamo che dovrei aver raggiunto la ventina, tra romanzi lunghi e brevi… Una volta ti avrei detto che IL libro era un romanzo non ancora pubblicato, che adoro e ho adorato per la tematica, e per alcuni versi rimane ancora quello, ma… Be’, Sono solo un ricordo è entrato nel mio cuore in maniera inaspettata, rievocando ricordi e sensazioni che non credo riuscirò mai a dimenticare. L’idea è nata tre anni prima della stesura, quando mio nonno ha iniziato a stare male davvero, ma forse ancora prima, quando mia nonna lo ha lasciato stroncata da un cancro e ho visto il dolore vero, la nostalgia pura. Volevo qualcosa che riuscisse a raccontare quell’amore che li aveva uniti, soffermandomi sul dopo e sul prima, non sul “durante”. Ho “ricevuto” la chiave di lettura quando ho iniziato a scrivere il male to male, trovando il mio mondo perfetto, e da lì… sono nati Ty e Richard. Nessuno dei due ha un volto predefinito, sono più anime che mi si sono presentate e hanno narrato ciò che dovevo scrivere.
Ecco, Sono solo un ricordo è il mio preferito, si può dire 😉

 

Non mento quando ti dico che sei stata la cosa migliore del mio vivere, perché me ne rendo conto una volta di più adesso che non posso guardarti.
Stare senza parlarti è un aspetto sul quale avevo riflettuto: avrei potuto sopportarlo.
Stare senza vederti camminare al mio fianco, magari spingendo una carrozzina, era un altro aspetto sul quale avevo meditato abbastanza: avrei potuto accettarlo.
Ma sapere di non poterti più avere, come se Dio ti avesse strappato a forza dalle mie braccia, no: non posso proprio tollerarlo.
Se potessi esprimere un desiderio, uno solo, di certo non sarebbe quello di non averti mai conosciuto. Sarebbe stato più facile, più semplice, non sapere nulla della tua esistenza, ma io avrei vissuto senza vivere, avrei camminato senza sapere dove stessi mettendo i piedi. Perché sei la mia strada, il mio bastone, le mie certezze.
Ho paura. Ho paura di quello che sei stato e di quello che non sarai più. Ho paura di saperti senza me. Ho paura dei tuoi pensieri, del corso dei tuoi voli mentali, del freddo che potrai sentire senza il mio corpo accanto. Ho paura che tutto questo sia reale, che tu invece non lo sia. E sentirmi in questa maniera rende ancora più vivido il ricordo dei nostri giorni, del calore che mi infondi con un tocco. Dio, se potessi averti di nuovo sotto alle mie mani, a occhi chiusi solcherei le tua pelle, facendoti sentire tutto ciò che ho dentro, tutta la pena che cresce e aumenta. Ti bagnerei con le mie lacrime, ma solo per sentire il balsamo delle tue rassicurazioni, e dischiuderei le labbra per dirti che ti amo, e ti amo ancora, più di prima.

(estratto da Sono solo un ricordo)

 

Sapevo che mi avresti tolto il pane di bocca. Ma oggi sei tu la regina del salotto e ti è concesso tutto.
La prossima domanda sarebbe stata proprio su Sono solo un ricordo (di cui riportiamo due estratti in questa intervista), un libro coinvolgente, emozionante, una storia che travolge, anzi che ti trascina dentro ed esplode nel cuore del lettore. L’ho divorato (la mia recensione qui) e invito tutti a fare altrettanto. La scrittura pulita e scorrevole di Federica si sposa perfettamente a storie semplici, che hanno il gusto delle piccole cose quotidiane e non ti abbandonano fino all’ultima parola.
Stiamo per arrivare alla conclusione e ti rivolgo la più antipatica delle domande. Non l’ho ancora fatta a nessuno dei miei ospiti e c’è un motivo se la porgo a te su un piatto d’argento (so che mi odierai).
Cosa consiglieresti a uno scrittore che vuole emergere in un mercato già strapieno di gente che scrive e che rischia di confondersi in un mare di libri di pessima qualità? Cosa gli diresti per incoraggiarlo? Qual è il modo giusto per approcciare la scrittura a scopo di pubblicazione?

Non pensare alla pubblicazione, ma a raccontare la storia che hai. Partendo dal presupposto che lo scrittore in oggetto abbia gli strumenti basilari che dovrebbero far parte della cassetta degli attrezzi di uno “scribacchino” tipo, consiglierei di leggere molto, ovviamente, e di lasciarsi trasportare dalla narrazione. Se ci si ferma a pensare a quello che il lettore vuole, desidera, a quello che va di moda, a quello che fa fare i soldi (come se poi, di questi tempi, fosse possibile) si può anche arrivare, ma nel modo sbagliato. Oltre a non lasciare proprio niente, di sé, si rischia di perdere di vista il perché. Perché si è iniziato a scrivere, perché ci si è voluti sfidare e spronare, il perché ci si senta così bene durante la stesura di un romanzo. Se si scrive solo a comando, solo con lo scopo di “emergere” ci si lascia dietro molto, e in quel molto c’è anche la passione e il piacere.
Non deve accadere.
Oltretutto, nonostante le case editrici siano fossilizzate su alcuni generi e tematiche “che fanno cassa” la vera differenza la fa l’originalità. Snaturarsi non fa mai bene: penalizza.
Insomma, scrivete quello che sentite scrollandovi di dosso la moda. Magari incorrerete in delusioni, magari invece la spunterete comunque, ma in maniera sana. Sana e costruttiva.
Sono stata brava? 😉

 

Sei stata bravissima e simpatica come sempre.
Spero che i miei lettori si siano divertiti e che l’ora trascorsa in nostra compagnia sia stata piacevole.
Grazie, Fede, torna a trovarci presto!

 

La curiosità di oggi riguarda un libro che io e Federica consigliamo di leggere a tutti gli aspiranti scrittori. Più che un suggerimento, è un must! Una lettura indispensabile per chi si avvicina al complesso mondo della scrittura narrativa.
Vi lascio con alcuni brani tratti dalla nuova edizione di ON WRITING di Stephen King, il Re dell’horror e vi do appuntamento alla prossima ora del tè.

 

ESTRATTO ON WRITING – prefazione

 

 

ESTRATTO ON WRITING – sulla scrittura

 

 

ESTRATTO ON WRITING – sulla scrittura

 

 

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Stefano Rossini

Conosci l’autore di oggi, Stefano Rossini? No? Allora mettiti comodo, recupera una buona mezz’ora libera da dedicare a questa lettura e fai rifornimento di pop corn, patatine e birra (per la gioia di Piero De Fazio) o Martini Rosso (per quella di Ilaria Vitali).


Credevo di avere provato tutto, qui, a L’ora del tè. L’erotismo, l’ironia, la seriosità, il pragmatismo, la razionalità, il sentimentalismo, l’emozionalità e anche la spiritualità.
Mi mancavano il surrealismo e l’onirismo ed ero al completo.
Faccio un piccolo passo indietro per raccontarti il dietro le quinte de L’ora del tè.
Le interviste che leggi sul mio blog sono rigorosamente virtuali. Il salotto, il tè, i biscotti – ehm, scusa Piero, anche la birra… – sono tutta una finzione. Ah non lo sapevi? Io e il mio ospite di turno colloquiamo via mail: è più comodo per tutti, ci raggiungiamo facilmente anche a distanza e possiamo farlo senza stravolgerci la vita.
Questa volta, però, è stato diverso, un’avventura alla Jules Verne. E per evitare di fare anche noi il giro del mondo in 80 giorni, ho condiviso con l’autore l’idea di un incontro ravvicinato a colazione (in effetti gli sono letteralmente corsa dietro, visto che lui stentava, e non poco, a rispondermi in tempi decenti).
Prima di pianificare l’incontro però ho sbirciato sul suo calendario biografico. Non sai cos’è? Se clicchi QUI lo scoprirai, e, tranquillo, non lo sapevo neanche io prima di diventare amica di Stefano Rossini, l’unico uomo al mondo le cui personalità (SETTE) sono strettamente condizionate dal giorno della settimana, profondamente diverse e in antitesi l’una dall’altra; per decidere con quale Stefano Rossini parlare, le ho analizzate attentamente una per una.
Avevo poche alternative visti i miei impegni, o sabato o domenica. E considerando che StefanoDomenica mangia, dorme e guarda telefilm, mi restava un’unica scelta, la personalità più complessa di tutta la settimana: StefanoSabato!!

Il 7 ottobre 2017 io e Stefano Rossini ci incontriamo al Bio’s Cafè di Rimini per una colazione fra amici, per parlare delle nostre scritture ed esperienze editoriali e concludere l’intervista che stenta a procedere (via email ci siamo arenati alla seconda domanda).
Questa è la prima edizione de L’ora del tè che si svolge (in parte) seduti a un tavolino, faccia a faccia.

Eccoci qua, Stefano! Questa sarà L’ora del tè più stravagante di tutta la serie. Abbiamo ordinato un tè, un caffè, un estratto di frutta e due brioche bio (Piero De Fazio starà rabbrividendo al pensiero). Siamo seduti in una sala-verde, tranquilla e silenziosa, pronti per continuare la nostra chiacchierata, iniziata in modalità virtuale come tutte le altre e terminata come i grandi intervistatori sanno fare, con il registratore acceso.
Pronti. Via!

A che età hai iniziato a scrivere?
Dodici anni circa. Scrivevo giornali con fumetti, rubriche e storielle. Poi ho ricominciato a sedici con la poesia. Poi a venticinque anni col giornalismo e i racconti.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ho particolari manie. Ma in generale cerco di scrivere al mattino, quando sono più lucido e fresco.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Mi piace ambientarle in una sorta di “realtà aumentata”, il nostro mondo, ma pieno di fantasmi, creature strane, divinità e tutto quello che ha popolato la storia umana in questi secoli.

 Il libro più bello che hai letto?
Domandona. Così a bruciapelo mi viene Delitto e Castigo.

Stefano, perché sei tu e, a rischio di un colpo di stato da parte di tutti gli altri autori de L’ora del tè, ti concedo un secondo libro, oltre a Delitto e Castigo. Cosa scegli?
Il gioco delle perle di vetro di Hermane Hesse.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Noiosamente scrivo nel mio studio. Però ho sempre con me un taccuino in cui appunto idee e dialoghi che mi vengono in mente. E in quel caso scrivo ovunque mi trovi!

 

Stefano, sono molto contenta di averti mio ospite. Iniziamo con una domanda a bruciapelo. Tu vivi nel mondo dell’informazione e della comunicazione a 360 gradi: sei scrittore, giornalista, blogger, ti occupi di viaggi, cultura, comunicazione sociale, storia locale, più varie ed eventuali (le varie ed eventuali mi hanno sempre fatto sorridere, è il punto più ambito dell’ordine del giorno delle riunioni aziendali; forse lo è anche in questa intervista).
Iniziamo dalle varie ed eventuali.
Stefano-giornalista e Stefano-scrittore. Raccontami di queste due figure che ti rappresentano e quali immagini scaturiscono in te, quali ricordi, pensieri, previsioni e poi dimmi chi dei due butteresti dalla torre.

Queste due figure, di cui tu parli, lo Stefano giornalista e lo Stefano scrittore, si scontrano in me continuamente, ma siccome nessuna delle due ha il modulo di constatazione amichevole, finiscono per non mettersi mai d’accordo. Cominciamo da quello che avrei voluto. E devo dire che ci hai azzeccato con rara precisione.
Sì, perché avrei sempre desiderato laurearmi in Varie ed Eventuali. Detta così sembra una battuta, ma in realtà nasconde la mia profonda e insaziabile indecisione su ogni cosa. E in quest’ottica, le varie ed eventuali diventano un po’ la vecchia soffitta della nonna in cui non sai cosa trovare, in cui si nasconde un po’ di tutto, in cui puoi far vivere una scrittura liminale, di oggetti dimenticati, di storie al confine tra realtà e fantasia, dei racconti e dei dialoghi che corrono sul filo tra il grottesco e l’illuminante.
Quindi diciamo che convivono. Capita che alcuni spunti giornalistici diventino narrativa e che alcune idee che avevo pensato per un racconto o un romanzo trovino invece una declinazione giornalistica..
Ho il sospetto che i due Stefani abbiano le scarpe legate assieme, io butterei uno dei due indifferentemente, giusto per lasciare un po’ più spazio in cima alla torre, ma quello che cade trascinerebbe giù anche l’altro. No, forse con un po’ di snobismo intellettuale butterei giù il giornalista e lascerei lo scrittore, però davvero ho il timore che tirerebbe giù anche l’altro. Alla fine penso che certa narrativa, oggi, faccia quello che il giornalismo non è più capace di fare: raccontare la realtà in modo onesto, dal punto di vista di chi scrive, certo, non neutro, ma neanche fazioso.

 

“…le varie ed eventuali diventano un po’ la vecchia soffitta della nonna in cui non sai cosa trovare, in cui si nasconde un po’ di tutto, in cui puoi far vivere una scrittura liminale, di oggetti dimenticati, di storie al confine tra realtà e fantasia..”
In queste parole è inclusa, io credo, l’essenza della narrazione, quel frugare in mezzo ai ricordi, a ciò che abbiamo stipato nel magazzino di ciò che abbiamo visto, sentito, vissuto, per poter estrarre al momento opportuno una caratteristica, un colore, una musica e incastrare tutto come tessere di un puzzle.
La scrittura è un “varie ed eventuali”, cioè il raccogliere le tessere sparse sul tavolo, provare a incastrarle e vedere cosa ne viene fuori, oppure deve partire da un messaggio forte, da qualcosa che spinge da dentro e ti costringe a tirare fuori la storia che vuoi raccontare? E poi ti chiedo: cos’è la scrittura per Stefano-scrittore?

Per quanto mi riguarda la scrittura viene fuori in entrambi i modi. Alcune volte è un messaggio, un’idea che si fa strada nella mente e vuole uscire e passando dai corridoi bui del mio cervello, sporcandosi con ricordi e immagini accatastati lì da chissà quanto tempo. Altre volte, però, nasce da un gioco, dalla voglia di divertirsi con i pezzi di narrazione che galleggiano qua e là nella testa e prendono forma all’improvviso, come illuminazioni. Una non esclude l’altra, e il più delle volte, anzi, convivono.
Cos’è la scrittura? Urka, domandona. Io ho cominciato con la poesia, poi sono passato al giornalismo e infine alla narrativa. Nel primo caso la scrittura è un’urgenza. Scrivere poesia vuol dire dare forma alle inquietudini dell’esistenza, ma anche alle gioie, ai sentimenti più sottili e vaporosi. È una scrittura dolorosa e faticosa, che giunta alla fine lascia un senso di spossatezza e benessere. Il giornalismo richiede molto rigore, la voglia di trovare la quadra nel racconto della realtà che è sì, soggettivo ma anche sociale.
Quello che scrivo ora, invece, nasce proprio dalla voglia, e dal divertimento di inventare storie e raccontarle. La vivo come una necessità antropologica.
Dopo tutta questa serietà potrei risponderti che la scrittura è stata per me in tanti anni il tentativo di portare a casa la pagnotta, fallita con la poesia, altrettanto fallita con le tesi universitarie e di dottorato, così così col giornalismo e vediamo con la scrittura!

Da qui in poi l’intervista diventa reale: io e Stefano siamo seduti al bar, ingurgitiamo carboidrati, zuccheri e scrittura.

Come lettrice-scrittrice sono curiosa e invadente.
E allora ti chiedo: cosa c’è nella cassetta degli attrezzi di Stefano-scrittore? Il contenuto è lo stesso per Stefano-giornalista?
E infine: cosa non deve mancare sulla tua scrivania (intesa come piano del tavolo e desktop del PC) quando scrivi?

“Come immaginerai sulla mia scrivania reale (e virtuale) c’è una gran confusione. A seconda di quello che scrivo mi circondo delle cose che mi servono. Quando ho scritto Podissea ho recuperato tutti i libri che potevano essermi utili: l’Odissea, I viaggi di Gulliver, Cuore di tenebra, il Don Chisciotte, Le città invisibili di Calvino, tutti romanzi che parlano di viaggi surreali; e ho riempito quaderni di appunti. Questi sono gli strumenti che normalmente uso quando scrivo, più ovviamente un accesso alla rete internet, utile per approfondire qualsiasi spunto o idea e in cui mi perdo a leggere milioni di cose…
Gli stessi strumenti li uso anche come giornalista; ultimamente tendo a romanzare gli articoli che scrivo. Ho fatto questa scelta dopo aver letto Considera l’aragosta di David Foster Wallace, una serie di articoli e saggi giornalistici scritti come farebbe uno scrittore, che hanno cambiato molto il mio modo di scrivere. Sono arrivato alla conclusione che il giornalismo non sia solo una cronaca di fatti ed eventi accaduti, ma il racconto di qualcosa in cui l’autore aggiunge il suo punto di vista onesto, sfacciato, esponendo le cose come le vede e raccontandole senza troppi giri di parole. Di cronaca ce n’è tanta, fatta in modo scolastico, lineare, canonico. Io invece lo faccio a modo mio.
Da quando scrivo così anche giornalisticamente ho avuto le mie soddisfazioni, dare un taglio personale, anche rischioso, funziona; in mezzo a tanti giornalisti che scrivono tutti allo stesso modo che cercano di essere il più obiettivi possibile con il risultato di non riuscirci o risultare noiosi, tanto vale metterci del proprio e vedere cosa ne viene fuori. Questa è la mia idea.”

 

Come scrivi solitamente? A mano e poi ricopi oppure direttamente al computer?

“Scrivo a mano, su un quaderno, spunti o idee o quando devo creare i personaggi: chi sono, i collegamenti fra loro, ecc. Quando invece lavoro alla stesura del romanzo, anche la prima, scrivo direttamente al computer.”

 

Ed ora arriviamo al tuo romanzo.  Hai parlato più volte di questo viaggio particolare che tu hai vissuto davvero e da cui è nata l’idea di scrivere Podissea, che ricordiamo è pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. È tipico, degli autori, partire per un’avventura in Africa o una gita al Fumaiolo o una visita a Bologna e rientrare a casa con una lampadina accesa in testa: nuovi personaggi, nuove vicende, nuove emozioni da scrivere.
Il tuo viaggio aveva uno scopo preciso e non era quello di realizzare un nuovo libro. Ti aspettavi che saresti tornato con questa storia surreale, avevi già un’idea che dalla risalita del Po potesse nascere un romanzo?

«Assolutamente no. Il quel periodo lavoravo molto come giornalista e mi occupavo di viaggi ed enogastronomia per cui il mio intento era quello di raccogliere materiale utile per i miei articoli, immaginavo di intervistare persone che avevano scelto di abbandonare le città e portare avanti tradizioni di vita e culinarie che altrimenti sarebbero andate perse. Quello che abbiamo trovato, io e il mio compagno di viaggio Michele Marziani, è stata una cosa radicalmente diversa: tranne l’incontro con Dio, tutto quello che racconto in Podissea è successo davvero: personaggi strani, pescatori di frodo ungheresi, pescatori tedeschi che fungono da poliziotti, paesi abbandonati con un unico bar gestito da cinesi… Ricordo che un giorno, dalle parti di Piacenza, dopo una lunga serie di sfighe, dissi a Michele: «Sembra quel passo del libro di Giobbe, in cui Dio e Satana scommettono per vedere cosa succede, perché qui ne stanno accadendo troppe…» Nel nostro blog di viaggio che aggiornavo tutte le sere, riportai proprio quel brano del libro di Giobbe che poi divenne l’inizio del romanzo, l’idea da cui è partito tutto.
Il romanzo è surreale, ma la realtà è stata ancora più surreale.»

 

«Villanova Marchesana» disse Dio «hai qualcosa da mostrargli anche qui? Per ora mi sembrano ancora colmi di Fede, Speranza, Carità e Gianna».
«Chi è Gianna?» chiese Lucifero.
«L’ultima delle quattro virtù teologali. Gli uomini l’hanno dimenticata, ma a me piace nominarla ancora».
«Non la conosco».
«Un tempo, devi sapere, le virtù teologali non erano tre, ma quattro. Fede, Speranza, Carità e, appunto, Gianna. Quest’ultima si occupava di Carità, mentre Carità, a dispetto del nome, gestiva il catering. Poi, alla fine del V secolo, scoppiò un gran putiferio tra le virtù teologali e quelle cardinali, anche queste quattro, per chi dovesse avere la preminenza. “Le virtù teologali sono più importanti, perché competono direttamente a Dio” dicevano alcuni. “No”, rispondevano gli altri, “senza le virtù cardinali e il controllo del proprio corpo e del proprio spirito le altre non servono a nulla”. Insomma non se ne veniva fuori. Già gli eserciti si ammassavano, e nelle città i pro-cardinali e i pro-teologali si scontravano in continui tafferugli. Poi il Metatron mi suggerì un’idea. In realtà, grazie alla mia preveggenza e onniscienza, fui io a suggerirgli di suggerirmela, ma questo non gliel’ho mai detto. «Dicevo: l’idea era questa. Se in uno dei gruppi ci fosse stata una virtù in meno, la questione si sarebbe risolta in automatico, e il totale dei due gruppi sommati assieme sarebbe stato sette. Ora, vedi, agli umani il sette piace molto, e davanti a quel numero sono disposti ad accettare ogni cosa e a mettere assieme anche i concetti più disparati. Bisognava eliminarne una. Impossibile farlo da quelle cardinali. Troppo antiche, troppo prestigiose. Platone e Aristotele ci avevano riempito libri su libri; troppo complesso da gestire. Per cui era necessario sacrificarne una teologale. Fu la stessa Gianna a proporsi. E io, a malincuore, accettai. Carità ne prese il posto, il catering venne abbandonato e Gianna si trasformò per alcuni secoli nel prete Gianni, prima di scomparire inghiottito da un castoro gigante della Kamchakta».
«Una storia affascinante» disse Satana «ma per riprendere il discorso: sì ho in serbo una bella sorpresa per i nostri naviganti a Villanova Marchesana».
«Cosa hai in mente?» chiese Dio.
«Guarda» disse Satana. E batté le mani.
Davanti ai due si materializzò un acre e puzzolente fumo, nero come il cuore della notte. Quando i vapori si diradarono, un grosso pesce dall’aspetto malvagio li guardava.
«Kun!» esclamò Dio.
«Sì! Kun» disse Lucifero «il mitico pesce gigante cinese. Una creatura infida, malevola, che fomenta l’ambizione e il sospetto tra gli uomini».

(Estratto da Podissea)

 

Podissea potrebbe essere considerato un fantasy…

«La mia più grande difficoltà è sempre stata quella di mettere assieme le mie due anime, quella seriosa e quella demenziale e Podissea è stato un po’ questo: ho vissuto in una realtà talmente surreale che quando ho scritto il romanzo mi sono detto: «Qui bisogna spingere a fondo il gas della fantasia».
Podissea ha avuto una gestazione molto lunga, era il mio primo romanzo, era da poco nato mio figlio, in un periodo complicato, professionalmente e personalmente. Non sapevo bene come scriverlo, mi sono posto il problema del genere, se dovesse essere realistico o fantasy, come dici tu, o più demenziale e divertente, perché, nel bene e nel male, Podissea ha molte anime, forse troppe e metterle tutte assieme e trovare un equilibrio non è stato facile, forse avrebbe avuto bisogno di più attenzione da parte mia, di più tempo.»

 

Liu seguì un piccolo viottolo in terra battuta che tagliava i campi perpendicolarmente fino ad un canale in cui l’acqua del fiume entrava a nord e usciva a sud creando un piccolo isolotto. La campagna era in parte incolta e in parte coltivata. Non si vedeva nessuno. Di fronte a lei si stendeva il canale, poi l’isolotto, il fiume e l’argine opposto, appena velato da volute di foschia. Dietro, invece, la terra senza strade proseguiva piatta sino all’argine.
Dopo essersi guardata intorno più volte, si tolse i vestiti ed entrò in acqua. La corrente era molto forte e il fondo, melmoso, rendeva difficile camminare senza cadere. Dovette fare uno sforzo notevole per rimanere in piedi con l’acqua solo alle ginocchia. Si trasformò in pesce e si tuffò.
Le ci volle qualche secondo per abituarsi ai nuovi sensi e cominciare a percepire il mondo che la circondava anche attraverso i barbigli e le pinne. L’acqua era torbida e rendeva impossibile riuscire a vedere qualsiasi cosa. Si lasciò trasportare dalla corrente verso il fondo del canale, ma era chiuso da un istmo di terra. Per cui tornò indietro, risalendo la corrente. Si spostò avanti e indietro alcune volte, in mezzo agli altri pesci.
Poi scese verso il fondo, a smuovere la sabbia col muso, cercando qualche piccolo insetto o larva. L’acqua la circondava ovunque e la sensazione le piaceva. C’era una sorta di godimento fisico nel nuotare e sguazzare in un fiume che non era il suo. Per quanto avesse avuto sempre un ottimo rapporto con il fratello, quel gesto, nuotare e fare come se fosse a casa sua in casa di altri, la rendeva partecipe di un orgasmo cosmico che si aprì d’un tratto davanti ai suoi occhi. Era nel centro di un’immensità d’acqua. Ovunque guardasse vedeva solo acqua popolata dalle più strane creature. Sciami di ragni danzavano leggeri mentre pesci d’ogni specie roteavano in coreografie arabescate sopra e sotto di lei.
Sipari d’acqua si aprivano e chiudevano lasciando entrare lame di luce ambrata che si riflettevano sulle livree metalliche dei pesci. Un caleidoscopio di colori esplose come fuochi d’artificio, e in un attimo Liu si ritrovò nei fiumi della Mesopotamia, negli altipiani siberiani, nelle gelide acque dei fiumi russi, e poi nei sontuosi fiumi francesi, in quelli impetuosi delle regioni alpine, ancora fino in Cina, nella sua casa, nel Fiume Giallo e in quello Azzurro e poi da lì nelle acque dei fiumi canadesi e americani che avevano mantenuto le loro caratteristiche primigenie. Tutti i fiumi erano un solo fiume, collegato da cavità, bacini, paludi, laghi, mari e ghiacciai.
D’un tratto fu fuori dal mondo, nel fiume cosmico che circonda la terra e fa cadere le proprie acque per generare la pioggia. Salì fino alle vette più alte, superando le cime dell’Hymalaya, in un enorme bacino che correva e si espandeva per tutto il cielo.
In alto poteva vedere le stelle algide e bianche che si riflettevano sulla superficie del fiume, dove i ragnetti erano tutti ghiacciati in sculture artistiche. Percorso il mondo in tutte le direzioni, guardò il sole sorgere e tramontare nello spazio e trafiggere l’acqua con lame di fuoco.
Poi cadde. Dall’alto dei cieli fino alle profondità dei fiumi. E si risvegliò sulla riva del Po, nel punto in cui si era immersa. Era nuda e sporca di fango. I piedi ancora bagnati dalla corrente. Si rimise il vestito e tornò verso gli altri.

(Estratto da Podissea)

 

Clicca sull’immagine qui a fianco per acquistare Podissea 

 

 

 

 

Usciamo dalla scrittura, abbandoniamo Stefano-giornalista e Stefano-scrittore e parliamo con Stefano-lettore.
Come scegli i libri che leggi, quindi al di là del raccontarmi quali letture preferisci, quando scegli un libro come orienti le tue scelte? Segui i consigli di altri lettori? Leggi libri che ti possano servire? Li usi in modo didattico? Scegli gli autori che sono più vicini al tuo modo di scrivere? Oppure leggi qualsiasi cosa senza motivo, solo perché ti piace leggere?

«Uno scrittore volontariamente o involontariamente quando legge lo fa in modo didattico, perché quando trova un passaggio bello, una struttura narrativa o una tecnica particolare dice: “Cavolo, bella questa, non ci avevo pensato, mi piace”. Tornando alla tua domanda, in realtà sono dieci anni che mi sono affacciato alla letteratura moderna. Fino al 2000 mi sono dedicato principalmente ai classici: i libri Tolstoj, Dostoevskij, Flaubert, Proust, mi piacciono, rappresentano il tipo di lettura che amo, pesante, impegnativa…
Quando ho bisogno di staccare la spina da tutto io prendo un bel volume di filosofia, solitamente Boezio oppure un autore medievale, e mi perdo. È una lettura complessa, che mi costringe a stare lì, non consente di pensare ad altro e, di conseguenza, mi rilassa. Le letture sono tutte le cose che hai detto: a volte leggo un libro, mi piace e ne cerco un altro di quell’autore (ho scoperto da poco Carrère e sto divorando un libro dopo l’altro), oppure ascolto i consigli di amici, prendo spunto dalle citazioni o da riferimenti che trovo su altri libri e che mi incuriosiscono, altre volte mi sfogo con acquisti bulimici in libreria da quarta di copertina oppure leggo articoli, blog e giornali di cui mi fido e che parlano di libri.
Sono un lettore esigente, ci sono tanti libri che abbandono, ho superato il timore reverenziale del libro, se non mi piace lo lascio. Può essere anche bello, scritto bene, di successo, ma se è un genere che io non amo, come ad esempio i gialli e i polizieschi, non mi prende più di tanto.»

 

Possiamo definire quindi un tuo genere preferito?

«Sto pensando ai due libri tra cui ero indeciso, come miei libri preferiti, Delitto e Castigo di Dostojeskj e Il gioco delle perle di vetro di Hesse e provo a chiedermi che cosa hanno in comune, in realtà molto poco, tranne forse un’analisi e una introspezione dei personaggi molto approfondita. Forse è questo il genere di libri che amo.»

 

Ti piace una lettura che ti costringa a riflettere, che lavori un po’ dentro di te…

«Sì, non amo la lettura tanto per staccare, leggere così per leggere, per far passare il tempo…»

 

Quindi il tuo libro preferito è Delitto e Castigo

«Sì, ma poi mi sono pentito perché io sono un eterno indeciso, ho riscritto la prima mail otto volte e poi mi sono pentito appena l’ho inviata.»

 

Se vuoi lo correggiamo…

«No, perché poi mi pentirei della correzione!»

 

Aggiungo anche Il gioco delle perle di vetro fra i tuoi preferiti, sei l’unico a cui ne ho concessi due.

«Grazie, questo mi conforta molto.»

 

Io e Stefano terminiamo la nostra chiacchierata con una disquisizione (che non riporterò qui) su Dostojesky, un autore che entrambi amiamo molto e che ci accomuna così come ci accomunano l’amore per la scrittura, per il tè e per la nostra città, Rimini.
Vorrei aggiungere, a questa intervista un po’ fuori dai canoni, una nota di serietà: Stefano si occupa di giornalismo sociale e di tutte quelle tematiche che toccano problematiche umane: emarginazione, emigrazione, economia, cooperazione e servizi.
Da pochi giorni dirige Dedalo, la collana di libri-game di Antonio Tombolini Editore. Segui QUI la pagina della collana.
A Stefano va, ovviamente, il nostro in bocca al lupo.

 

Aurelio si svegliò. Erano le cinque di mattina. La cena era stata sontuosa. Al culatello preparato da Spigoni si era aggiunto lo strolghino, il cappone, il timballo di riso, oca e salsiccia e il pesce del fiume, tra cui spiccava l’anguilla fritta. Dopo l’ennesimo rutto il giovane viaggiatore decise di alzarsi, vestirsi, e bere qualcosa.
La corte Spigoni Zibello era silenziosa e ieratica. Le massicce porte di legno e le grosse travi del soffitto sembravano aver assorbito tutti i rumori del giorno passato. Aurelio uscì dalla sua camera e passò lungo il corridoio sul quale si affacciavano le altre stanze. Scese nella grande cucina, in cui si sentiva ancora l’odore di brace. In piedi, illuminato di sbieco dalla luce di una piccola applique, Marco stava bevendo un bicchiere d’acqua.
«Cena pesante?» disse sorridendo quando vide entrare Aurelio.
«Già. Sono venuto a bere un bicchiere d’acqua».
«Che ne dici invece di un caffè?»
«Buona idea».
Come se seguisse un antico rituale, Marco prese la macchinetta, la lavò con l’acqua fredda e riempì il filtro con la polvere di caffè. Nessuno dei due parlò mentre il profumo si diffondeva in tutta la stanza e il liquido nero e bollente gorgogliava sul fuoco. Solo quando furono seduti a tavola con le tazzine colme Marco interrogò Aurelio.
«Allora? Cosa pensi?»
«Non lo so davvero, siamo partiti a cercare un pesce e abbiamo incontrato un mondo assurdo. Penso che ormai non mi sorprenderebbe più nulla».
«Non dirlo troppo forte».
«Sì… hai ragione» rispose Aurelio scoprendosi scaramantico «e tu?»
«Mi sta salendo la malinconia da fine viaggio».
«E ti dispiace?»
«Devo ammettere che… sì, mi dispiace. È stato un viaggio bizzarro. Ma chi l’avrebbe mai detto che mi sarei fatta amica una salama da sugo?»
«In effetti. E non è la cosa più strana».
«No. Decisamente».
«Tu cosa senti, Marco? Si prepara il tuo incontro con lo storione d’argento? Tutti lo predicono… ma tu?»
Marco rimase un attimo in silenzio. Il suo sguardo si perdeva nei cinquant’anni del suo passato che ora si rimescolavano creando mulinelli di immagini e ricordi.
«Sì» disse a bassa voce «o tutto questo non avrebbe senso. È stato come se una mano guidasse il nostro viaggio».

(Estratto da Podissea)

 

 

LA LEGGENDA DEL LAGO GERUNDO

Per restare in clima con Podissea, la nostra curiosità di oggi, grazie al suggerimento di Stefano Rossini, riguarda il lago Gerundo, un lago oggi scomparso, che si trovava in territorio lombardo, in una zona compresa tra la bergamasca meridionale e il territorio a nord di Cremona. Il lago Gerundo era formato dalle esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero.
Esistono testimonianze storiche, del periodo romano, relative alla presenza di questo lago. Fonti più significative però sono del 1110 d.C., a firma del monaco Sabbio, il quale racconta di torri utilizzate per l’ormeggio delle barche, i cui resti sono presenti ancora oggi.
La leggenda narra di misteriose creature che vivevano in quelle acque, descritte come enormi serpenti dall’alito pestifero. Si dice anche che le popolazioni locali avessero eretto mura alte tre metri e lunghe 15 chilometri per difendersi da quei mostri.
Realtà o leggenda?

Per approfondimenti accedi a questa pagina.

 

Grazie a Stefano per la simpatia, l’amicizia, la profondità d’animo; grazie per il tempo trascorso assieme (davanti a una brioche bio) e alle attese (lungheeeeee) di sue risposte.
A parte gli scherzi, il piacere di averti mio ospite è stato immenso.

Godetevi la lettura di questa chiacchierata e, mi raccomando, comprate e leggete Podissea!

 

Detto questo, ho una comunicazione di servizio per tutti i lettori di questa rubrica.
L’ora del tè si prenderà una pausa: per motivi organizzativi e di urgenza riguardanti altre attività in cui sono impegnata, la rubrica subirà dei rallentamenti. Non chiuderà ma verrà aggiornata più raramente.
Per non perdere gli articoli che pubblicherò sul mio sito e che non riguarderanno solo L’ora del tè, puoi iscriverti utilizzando l’apposito frame presente nella home page “ISCRIVITI AL BLOG TRAMITE E-MAIL”.

Buona lettura!

 

Presentazione presso la libreria Bianca&Volta di Riccione (nella foto, da destra: Stefano Rossini, Roberta Marcaccio e Michele Marziani; a sinistra di Michele Marziani, c’è Massimo Lazzari, ingiustamente tagliato dalla foto). Momento memorabile con i miei cari amici!8

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Sonia Ognibene

Finite le ferie? Hai letto tanti libri durante le vacanze? Magari prendendo spunto dai romanzi degli autori che ho avuto l’onore di avere come miei ospiti qui, a L’ora del tè, oppure dalle recensioni pubblicate sul mio blog? Spero tu abbia viaggiato tanto in compagnia dei personaggi incontrati durante le tue pause di lettura e vissuto pienamente le loro storie.
L’estate sta finendo, diceva una vecchia canzone, e allora combattiamo assieme la malinconia di un’altra bella stagione che se ne va, riprendendo a parlare di libri, viaggi, scrittura e sogni, con una bravissima scrittrice che ho conosciuto qualche anno fa, grazie al suo blog La locanda in mezzo alla brughiera, incuriosita da un corso a puntate di scrittura creativa che Sonia pubblicava periodicamente.
All’epoca ero affamata di conoscenza, volevo sapere tutto, imparare i segreti dell’arte narrativa, diventare capace. E lei, la scrittrice con cui parleremo fra pochissimo, fu una delle prime a trasmettermi i rudimenti della scrittura creativa, dello scrivere per raccontare. Seguii tutto il corso, interagii con lei, lessi più volte il suo primo libro di cui parleremo fra poco e diventammo amiche.
Lascerò che sia Sonia a raccontarsi.
Prima di iniziare, però, ti invito a restate con me fino alla fine: le nuove puntate de L’ora del tè, che riparte oggi dopo la pausa vacanze, si arricchiranno di alcune novità che ti svelerò alla fine.
Sei pronto? Allora accogliamo assieme, nel salotto del tè, la nostra ospite di oggi!

 

1926859_915544551812714_8473129258894579238_n

 

 

Benvenuta Sonia, finalmente a tu per tu per parlare di ciò che amiamo di più. Intanto lascia che ti offra il mio tè o qualsiasi cosa tu gradisca. Abbiamo anche biscotti, crostate e muffin.

Un tè al bergamotto o all’arancia, grazie… con molti biscotti di pastafrolla!

 

Bene! E ora, se sei pronta e tuo agio, iniziamo la nostra chiacchierata.

Prontissima, tra l’altro questa poltrona è comodissima e mi sento davvero bene.

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Tredici anni, dopo essere stata “posseduta” dallo spirito di Jo March in “Piccole donne”.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Digrigno ritmicamente i denti senza accorgermene

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

I luoghi silenziosi, non affollati

 

Il libro più bello che hai letto?

Non ce n’è uno in particolare, adoro libri diversissimi fra loro per differenti ragioni… ma dovrei spiegarlo con troppe parole.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

In macchina (ovviamente ferma) tra un impegno e l’altro.

 

Eccoci qua! Emozionante, non trovi? Almeno lo è per me, per diverse ragioni che forse sveleremo o forse no. Lasciamo un po’ di mistero fino alla fine. Vorrei iniziare da Sonia lettrice, svelare a chi ci segue quali sono i libri che ti hanno appassionata – e qui ti puoi sbizzarrire – e perché, secondo te, Piccole donne è stato così determinante per la nascita della scrittrice che oggi sei.

Premetto che a casa mia non c’erano romanzi, per cui feci questa scoperta dando un’occhiata alla libreria della mia migliore amica, Anna Lucia. Lessi il romanzo in due giorni, come in trance. Quando lo terminai decisi che da grande avrei fatto la scrittrice come Jo, la seconda delle quattro sorelle March che scriveva e provava a pubblicare i suoi racconti. Mi identificai subito in lei: per il coraggio delle sue scelte, per la sua sincerità, forza, bontà ma soprattutto per la sua smania di indipendenza e determinazione. Quindi dissi a me stessa: “Anch’io scriverò e pubblicherò un giorno, anch’io sarò indipendente e potrò decidere cosa fare della mia vita.”.
Più determinante di così!

 

Vorrei disquisire con te sul ruolo e l’importanza della lettura per uno scrittore. Più divento grande e più mi rendo conto che leggere è vitale per molti motivi, in particolare per chi scrive, e che senza non potrei mai arricchire, nutrire, approfondire le storie che narro. Non è copiare. Anche le letture diventano più mirate, indirizzate verso ciò che stiamo scrivendo al momento.
Dopo questa premessa ti chiedo cosa ne pensi dell’importanza dei libri nella formazione di uno scrittore e se ci sono delle letture che consideri indispensabili e propedeutiche.

Le letture sono fondamentali, imprescindibili, indipendentemente dalla professione che si sceglierà da grandi. Perché la scrittura è formazione, conoscenza, libertà. Perché leggere ci insegna a pensare e ad esporre il nostro pensiero, ci infonde dubbi e a volte ci dà risposte. Ci insegna a vivere, insomma, ma vivere nel senso più appagante del termine, cioè ci fa “sentire” profondamente.
Flaubert a tal proposito diceva: “Non leggete, come fanno i bambini, solo per divertirvi o, come fanno gli ambiziosi, solo per istruirvi e far bella figura. No, leggete per vivere.”. E se lo dice lui dobbiamo crederci.
Detto questo, non so se ci siano letture indispensabili o propedeutiche per uno scrittore, posso solo parlarti della mia esperienza. Ho scoperto la lettura dei veri romanzi da adolescente, quindi è stato naturale per me buttarmi sulla narrativa per ragazzi: Piccole donne, ma anche Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I ragazzi di Jo, David Copperfield, I ragazzi della via Paal, Cuore, Ventimila leghe sotto i mari, Zanna bianca, e tanti altri. Da grande sono passata ai classici della letteratura italiana e straniera: La coscienza di Zeno, Il fu Mattia Pascal, La metamorfosi, I miserabili, Il rosso e il nero, Madame Bovary, Il vecchio e il mare, Il giovane Holden e chi più ne ha più ne metta. Ecco, per rispondere alla tua domanda, posso dire che i classici vanno assolutamente letti e interiorizzati.

La tua vita e la tua professione sono legate alla scrittura, come assistente scolastica per bambini e ragazzi diversamente abili, tutor di italiano per stranieri e infine scrittrice. Le parole e la scrittura a 360 gradi. Io stessa ti ho conosciuta grazie ad un bellissimo corso di scrittura che tu pubblicasti a puntate sul tuo blog La locanda in mezzo alla brughiera e che per me fu una iniziazione.

Beh, ne sono onorata…

 

13413736_1228796670487499_8080559453204025784_n

 

A fianco di questa passione ce n’è un’altra, altrettanto potente, che ti occupa mente, cuore e anima. Una passione così forte che riesci a trasmetterla a distanza: l’amore per l’Inghilterra e le lingue straniere.
Ti ascoltiamo. Raccontaci.

Oh, ma tu mi inviti a nozze! L’amore per l’Inghilterra, Londra in particolare, è qualcosa di inspiegabile, una passione profonda che ho sin da bambina. Ricordo che quando cambiavo canale alla tv in bianco e nero… spingendo i pulsanti… e mi imbattevo in un film in costume girato in Inghilterra, io restavo incollata allo schermo mentre tutti mi davano della pazza. Ricordo ancora, come fosse oggi, il giorno in cui mia sorella maggiore comprò il libro di inglese per il primo anno di scuola media: in primo piano sulla copertina c’era la bandiera del Regno Unito con il Big Ben. Ne rimasi ipnotizzata. Cominciai a sfogliare il libro e pensai: voglio imparare a leggere, voglio andare lì. Avevo solo quattro anni. La passione per la Union Jack mi è rimasta poi impressa a fuoco, infatti oggi ho ciondoli, tazze, tazzine, calzini, magliette, maglioni, top, orecchini, ombrelli, cuscini, tappeti, quadri, penne, portafogli, borse, bandiere, scatole di latta, guanti da forno, calendari, libri, calamite, cuffie per la musica, lenzuola e trapunte con la bandiera del Regno Unito. Molti sono regali perché mio marito, mio figlio e i miei amici ormai mi conoscono e sanno che se mi regalano qualcosa di British vanno sul sicuro.
Con una tale passione è chiaro anche il mio profondo amore per la lingua inglese, ora mi sto preparando per sostenere il FIRST, cioè la certificazione Cambridge per il livello B2, e spero tanto di farcela. Comunque vorrei anche prendere delle certificazioni per la lingua spagnola e tedesca, ma adesso è ancora prematuro. Magari fra due anni.

 

So che sei anche un’appassionata di viaggi…

Sì, tanto. Purtroppo, però, viaggiare costa e ho cominciato a farlo solo da pochi anni. Non sono viaggi lunghi o costosi. Si fa quel che si può ma, anche se per pochi giorni ed evitando alberghi a 4 o 5 stelle, io mi sento viva, viva per davvero. Solo il viaggio ha il potere di rendermi felice, appagata, ristorata. Essere nei luoghi sognati e visti solo nei libri è un’emozione impagabile. Una vera scoperta è stata Budapest. Mi è rimasta dentro. Dal mio prossimo viaggio in America mi aspetto tanto. Voglio emozionarmi molto e imparare altrettanto.

 

Parliamo di scrittura e dei tuoi libri.
Prima di tutto ti chiedo: come è nata l’idea di scrivere romanzi e qual è il genere che prediligi come scrittrice?

Perché la forma del romanzo? Perché è quella che riesce a veicolare meglio la trama attraverso una caratterizzazione più profonda dei personaggi, delle ambientazioni e dei dialoghi. Per quanto riguarda i generi, faccio prima a dire che mal digerisco i noir e i romance, cioè gli estremi: o troppa violenza o troppo zucchero, e detesto il genere erotico che trovo estremamente noioso.

 

11260385_1066639666703201_818932719473680652_n

 

Il segreto di Isabel è una storia per ragazzi con una trama intensa e un segreto che Isabel porta dentro e che rende il racconto forte. Se non erro è il tuo primo romanzo. Io l’ho letto almeno due volte e mi sento di consigliarlo a tutti. Come è nata l’idea della storia e da cosa hai preso spunto?

 Sì, è il mio primo romanzo nato almeno 4 anni prima della stesura vera e propria. L’idea della storia prende spunto da un fatto di cronaca, che non posso rivelare altrimenti va a monte una parte del segreto di Isabel, e da lì sono partita per costruire l’intera storia. Comunque posso dire che il romanzo tocca il tema dell’incomunicabilità familiare, che è un problema tutt’altro che trascurabile: difficoltà più o meno gravi, infatti, possono avere conseguenze disastrose per un adolescente che tende ad ingigantire e ad assolutizzare ogni evento ed emozione. Ho scritto questo romanzo proprio pensando ai ragazzi, ma sarebbe utile che anche i genitori, i nonni e gli zii lo leggessero. Ai professori delle scuole medie posso solo dire di richiedere questo libro alla Raffaello Editrice per adottarlo e leggerlo in classe… tra le altre cose è corredato anche di un fascicolo con approfondimenti che stimolano la riflessione ed esercizi che aiutano ad arricchire il lessico e le capacità critiche.

 

─ Ci vai mai a Messa? Oggi è domenica .─ disse spiazzandomi.
Rimasi interdetta. Non ci andavo dal giorno della mia Prima Comunione.
─ Qualche volta. ─ mentii.
─ Come mai solo qualche volta?
─ Mamma dice che la religione è una preoccupazione dei poveri.
Mio nonno smise di masticare e mi fissò come se avessi detto una bestemmia.
─ Bene… ─ aggiunse dopo un po’, masticando lentamente. ─ Bene… e tu… cosa pensi?

─ Non lo so. ─ risposi. ─ Ma oggi verrò con te, se ti fa piacere.
─ Deve far piacere a te e a Lui. ─ precisò alzando gli occhi al cielo. ─ È da un pezzo che io non conto più per nessuno.
─ Mi fa piacere andarci insieme a te. ─ rettificai, per non contrariarlo ulteriormente.
Il nonno annuì e le sue rughe finalmente si distesero.
─ Quando finisci la colazione sparecchia e lava almeno il tuo piatto. Anche questa è una preoccupazione dei poveri.

(estratto da Il Segreto di Isabel)

CLICCA SULL’IMMAGINE PER ACQUISTARE IL SEGRETO DI ISABEL

il segreto di isabel

 

 

 

 

 

Il romanzo Non puoi essere tu (la mia recensione al libro è pubblicata QUI) nasce invece con un intento didattico, oltre ad essere un giallo intrigante è anche un libro adatto a tutti coloro che stanno imparando la nostra bella ma non facile lingua.

Proprio così. Come dico anche nell’introduzione del libro, mi sono resa conto che molti studenti di livello elementare-intermedio, pur conoscendo la grammatica italiana e desiderando leggere libri nella nostra lingua, continuano a non comprendere molte nostre espressioni tipiche e mollano i libri che acquistano perché risultano troppo complessi o troppo noiosi. Ecco perché ho deciso di scrivere una storia breve che tratta di un mistero soprannaturale, corredata dal significato reale delle espressioni idiomatiche che un vocabolario non riesce a tradurre. Alla fine di ogni capitolo ho inoltre inserito un breve riassunto per aiutare gli studenti nella comprensione del testo appena letto. Ovviamente è un libro che possono leggere anche gli italiani, se non altro per la trama misteriosa ispiratami durante un viaggio a Viù e Lanzo in Piemonte e di cui parlo alla fine del libro.

 

Ormai è sera e io sto perdendo ogni speranza di trovare delle risposte.
Ma c’è una bambina accanto al cancello di un parco. La bimba sembra avere i capelli chiari, ma non ne sono così sicura con questo buio, e li ha legati in due piccole code ai lati della testa. Indossa qualcosa di scuro e porta uno zainetto sulle spalle. Mi avvicino.
– Ciao!
– Ciao.
– Sei con la mamma?
– No, da sola.
– Da sola? E come mai? Non hai paura del buio?
Lei non mi risponde.
– Abiti qui?
– Sì, da tanto tempo.
Sorrido pensando alla sua giovane età.
– Ah, molto bene! Allora ti va di (= vuoi)  dirmi se riconosci una ragazza che ho qui sul mio smartphone?
– Sì, è un bel gioco! Fammi vedere!
– Ecco, è questa la ragazza.
La bambina la osserva bene, poi dice:
– La sera passa sempre di qui.
– Allora la conosci?
– Sì, è sempre di corsa. Ma non vive a Viù, ormai la sua casa è il Ponte del Diavolo.
– Cos’è il Ponte del Diavolo?…

(estratto da Non puoi essere tu)

CLICCA SULL’IMMAGINE Per acquistare Non puoi essere tu 
non puoi essere tu

 

 

 

 

 

Sonia, siamo arrivate alla fine, grazie a te di tutto. Attendiamo  altri tuoi libri con il desiderio di leggerti e, personalmente, ti auguro di avere sempre la voglia di andare avanti con la curiosità e la vitalità che ti contraddistinguono.

Roberta, grazie davvero per questa intervista, per me è stato un onore e, se me lo permetti voglio approfittare ancora un po’ della tua ospitalità per aggiungere un’ultima cosa: leggete, leggete, leggete, perché la lettura è sogno e scoperta. Non vi condannate a vivere una sola vita se potete viverne migliaia. Ci sentiamo prestissimo… il mio terzo libro è quasi pronto!

 

Prima di lasciarci ti chiedo ancora pochi minuti per parlarti delle novità che avevo anticipato e che da questa puntata de L’ora del tè arricchiranno di volta in volta la rubrica.
La prima è l’immagine di copertina. L’avrai già vista nel precedente articolo e spero ti piaccia.
Seconda news: da questo numero, all’interno di ogni articolo, troverai una o più citazioni estratte dai libri dell’autore  e il link di acquisto degli stessi.

Infine, terza e ultima, una curiosità.
Durante L’ora  del tè non parliamo solo di libri. Una parola tira l’altra e spesso, dalle parole dell’autore, possono scaturire argomenti che destano la mia ( e magari anche la tua) curiosità. Ho pensato di raccogliere, alla fine di ogni puntata, una di queste curiosità per fartene dono. In segno di ringraziamento per la pazienza, l’attenzione e la fiducia che mi dimostri.

La chicca di oggi (la prima) è tratta dall’amore incondizionato di Sonia per la pasta frolla.

Provala, è la miglior ricetta che io abbia usato fino a oggi, e poi mandami una fetta della tua crostata!

 

hd650x433_wm 

Pasta frolla per crostata

Ingredienti:

  • 250 gr. di farina
  • 100 gr. di burro ammorbidito fuori dal frigorifero
  • 100 gr. di zucchero
  • 1 uovo intero
  • mezza bustina di lievito per dolci
  • 2 cucchiai di latte

La ricetta completa della crostata la trovi QUI.

Da gustare con il tè darjeeling.

Al prossimo tè!

 

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Clara Piacentini

La mia ospite di oggi è una cara amica. La nostra amicizia è nata dopo la mia recensione a Bianca come l’Africa, il libro che Clara ha pubblicato nel 2016 per Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani.
Clara Piacentini è stata docente di Lettere in Italia e all’estero ed ha vissuto sette anni in Bulgaria e altrettanti in Etiopia. I sette anni trascorsi in Etiopia hanno profondamente segnato il suo modo di pensare, il suo sguardo sulla vita.
Al rientro in Italia ha scelto come sua dimora un piccolo paese dell’entroterra romagnolo perché dalla sua casa si vede il mare.
Si è diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari conseguendo il titolo di Consulente in scrittura biografica ed autobiografica e conduce Seminari e Laboratori di scrittura di sé, coniugando la forza creativa della parola con il linguaggio poetico.
Nel 2015 e nel 2016 è stata selezionata con i racconti “Corale” e “L’anima si è fatta re” nell’ambito del Concorso Nazionale Lingua Madre. I racconti sono pubblicati nelle antologie “Lingua Madre Duemilaquindici/Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27.
Sempre nell’ambito del Concorso Lingua Madre, è stata selezionata, negli stessi anni, per il Premio speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo con le foto ABABA-FIORE e ATTESA.

A questo punto non ci resta che incontrarla!

clara1

Clara, è un vero piacere averti qui nel mio salotto. Vista l’ora, ai miei ospiti offro tè e dolci, ma lascio piena libertà di scelta. Tu cosa gradisci?

Gradirei, se puoi, un caffè freddo. Puoi aggiungere acqua e ghiaccio a un caffè appena fatto. Poiché lo bevo amaro, lo accompagno volentieri con un dolcetto. Grazie.

 

Ottimo! A questo punto possiamo iniziare la nostra chiacchierata. Sei pronta?

Prontissima!

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Se si esclude la cospicua scrittura epistolare, cartacea e telematica che parte dall’adolescenza, la scrittura voluta e consapevole è cominciata nell’età matura durante gli anni trascorsi in Etiopia e da lì è continuata.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Penna V5 HI-TECPOINT- 0,5 di qualsiasi colore, quaderni e quadernetti “preziosi”, tavolo completamente sgombro per computer e quaderno se sono in casa.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Il luogo ha poca importanza. Non parto da un luogo, ma da una persona che diventa personaggio e che nel luogo o nei luoghi agisce.

 

Il libro più bello che hai letto?

Domanda “difficile”. Il primo che mi viene in mente: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Le sale d’attesa di qualsiasi genere, così mi estraneo, a meno che… l’immaginazione non si posi su persone particolari che mi offrano un nuovo spunto.

 

Bene, Clara! Sono felice di averti con me oggi. Noi ci conosciamo da un anno; sei la prima autrice targata Antonio Tombolini Editore con cui sono diventata amica dopo aver recensito la tua bellissima antologia di racconti. Partiamo da qui, dall’Africa. Del libro parleremo alla fine. Hai fatto riferimento all’Etiopia. Ad un luogo che tu ami molto e che è parte importante della tua vita. Corretto?

Eccoci, Roberta! È un grande piacere anche per me essere in tua compagnia.
Sì Roberta, è corretto ciò che dici. L’Etiopia è il mio paese d’adozione, ha avuto un ruolo fondamentale nella mia esistenza. Ha segnato profondamente il mio modo di pensare, il mio sguardo sulla vita.

 

clara3

Foto ATTESA di Clara Piacentini

Tu hai un legame particolare con le persone, con la mentalità e con gli usi di un popolo così lontano da noi ma così vicino nel tuo cuore. Ci racconti come è nata l’occasione di questo viaggio in Africa, cosa è successo durante il tuo soggiorno in Etiopia e come vivi e hai vissuto tutto ciò?

Vedi, Roberta, questo viaggio è durato sette anni.
In Etiopia sono andata per lavoro in seguito a un concorso fatto al Ministero degli Affari Esteri. Sono stata docente di Lettere presso la Scuola Italiana di Addis Abeba.
Non è facile rispondere alla tua domanda. Mi viene in mente una frase, letta, credo, nella rivista dei Padri Bianchi, Africa, che esprimeva più o meno questo concetto, chiaramente un po’ provocatorio: Chi va in Africa per un mese, torna e scrive un libro, chi vi passa un anno scrive una guida o un articolo, chi vi passa una parte di vita o una vita intera, preferisce star zitto davanti alla sua complessità. Quanto a me, poiché ti ho detto del motivo della mia vita in Etiopia, posso dirti che laggiù ho vissuto con pienezza, lavorando, viaggiando, cercando di capire, a contatto con la popolazione. Non è stato il mio un viaggio turistico, ma un viaggio dell’anima nel suo significato più ampio. Questo è ciò che è successo.
Come ho vissuto ha il nome di gratitudine, riconoscenza, un senso affettivo del ringraziamento.
Come vivo ha il nome di nostalgia, che secondo l’etimologia, dal greco, significa “dolore del ritorno”, nostalgia come sentimento di tristezza, di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari, per un passato che si vorrebbe rivivere.
Dopo il cosiddetto rimpatrio, sono tornata due volte in Etiopia, ma… Nei puntini di sospensione il significato di un passato che non si può rivivere.
Vorrei aggiungere una cosa, ma forse emergerà quando mi farai domande sul mio libro: il mio amore per l’Etiopia non ha niente a che vedere con un che di romantico, sdolcinato o, quel che è peggio, colonialista.
Ho visitato altri Paesi africani, ma da turista…

 

Ho percepito quel “dolore del ritorno” sia durante la lettura di Bianca come l’Africa che dei due racconti Corale e L’anima si è fatta re pubblicati nelle antologie Lingua Madre Duemilaquindici/Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia.
La tua è la scrittura dell’anima. Rispecchia quello che tu sei. Rispecchia quello che trasmetti in chi ti sta accanto. Di quella tua anima che un po’ doni agli altri.
C’è tanto nella tua scrittura di ciò che hai visto e vissuto. C’è anche tanta nostalgia.
Qual è il tuo desiderio di scrittrice? Il tuo obiettivo? Ogni scrittore ha il suo. Chi desidera diventare famoso, chi ricco, chi noto, chi semplicemente vuole essere letto.
Clara cosa desidera dal suo futuro di scrittrice?

Ho cominciato a scrivere da adulta, come dicevo rispondendo alla prima domanda. Ho sentito la scrittura come un bisogno, ho desiderato scrivere della mia vita, per me sola. Mi sono diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e ho scritto la mia autobiografia che è riposta nel mio cassetto segreto, in attesa non so bene di cosa.
Intanto scrivo.
È stato pubblicando Bianca come l’Africa che mi sono accorta del mio ruolo di scrittrice. Non mi pongo un obiettivo particolare, non sicuramente quello di diventare famosa o ricca. Forse è il desiderio di essere letta, la gratificazione di un “riconoscimento” dei temi che affronto, unitamente alla capacità di una buona scrittura, ciò che mi aspetto dal mio futuro di scrittrice, se un futuro ci sarà.

  

clara2Vorrei tornare per un attimo ancora all’Etiopia e chiederti di raccontarci dell’Africa dal tuo punto di vista femminile per mostrarci ciò che hai visto: come vive la popolazione etiope, qual è il ruolo delle donne e quali sono le difficoltà che le persone devono superare ogni giorno. Non quello che ci raccontano i media, ma ciò che veramente è!

 Cercherò di essere breve e puntualizzare ciò che mi hai chiesto, perché l’argomento è molto vasto e complesso. Sono rientrata nel 2006 dall’Etiopia dove ho trascorso sette anni come docente alla Scuola Italiana di Addis Abeba. Ci sono ritornata per più di un mese nel 2010 e nel 2015. Ti parlerò un poco dell’Etiopia che ho amato. I viaggi in altri Paesi africani fatti per turismo per me non fanno testo. L’Etiopia, quando sono arrivata era, nelle statistiche, il penultimo paese fra i più poveri del mondo. La capitale era un insieme di villaggi separati da rigagnoli d’acqua putrida, un paio di quartieri con edifici in stile fascista, retaggio della nostra colonizzazione (Piassa, deformazione di Piazza perché manca in amarico la esse, Casancis, deformazione di Case Incis, gli edifici destinati agli italiani), poi la grande zona di Mercato dove potevi perderti e non era molto sicuro inoltrarti da solo, poi le nostre ville, intendo quelle dei bianchi. Nonostante la povertà estrema l’Etiopia era ed è ancora il più grande mercato dell’Africa orientale e ospita tuttora almeno duecento rappresentanze di Paesi stranieri, fra Ambasciate, Consolati e Organizzazioni Internazionali. La vita dei bianchi era a stretto contatto con la popolazione. Accanto alle nostre confortevoli abitazioni, le abitazioni o le capanne fatiscenti. La mucca dei vicini veniva a mangiarsi le mie calle che il guardiano si ostinava a piantare fuori del muro di cinta. A me stava bene così! Ero contenta. Altri bianche erano perennemente scontenti e nervosi. Ritengo che l’emarginazione sia un terreno in cui può attecchire il germe della violenza. La vicinanza crea rapporti di rispetto per l’altro, nonostante le differenze.
Oggi Addis Abeba è un grande cantiere. Palazzi sorgono come funghi senza regole e soprattutto senza alcuna misura di sicurezza per i lavoratori.
Si parla di grande ripresa economica.
Nessuno sa che dall’ottobre 2016 il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, ancora in atto, in seguito alle proteste della popolazione Oromo che si vedeva sottrarre le terre da coltivare, date alle multinazionali straniere. Cina e Arabia Saudita in primis. Ci sono state centinaia di morti. Coprifuoco e isolamento dei social e delle linee telefoniche.
Ti allego un brano di un articolo del Corriere della Sera del 24 agosto 2016 che fa capire come siano scoppiate le rivolte dopo il gesto del maratoneta etiope che ha vinto la medaglia d’argento.
Non è tornato da eroe. E neanche da nemico della patria. Mentre i suoi compagni atterravano in Etiopia, Feysa Lilesa è rimasto in Brasile. Non girerà per Addis Abeba mostrando la sua medaglia di argento. Perché la maratona più difficile, e non poteva non saperlo, Lilesa l’ha cominciata domenica arrivando sul traguardo di Rio, dopo due ore, nove minuti e rotti, con un gesto che nessuno a questi Giochi aveva osato compiere prima di lui. Un gesto di protesta politica. Alzando le braccia incrociate sopra la fronte, i pugni chiusi, gli occhi bassi. Il segno delle manette, che nelle strade di casa sua sono diventate il simbolo di una rivolta che negli ultimi mesi sta infiammando (nel silenzio internazionale) il Paese del miracolo economico africano (la cui stabilità è cara all’Occidente), la seconda nazione più popolosa del Continente con 95 milioni di abitanti e forti squilibri sociali che prendono la forma di tensioni etniche. «Il governo etiope sta uccidendo il mio popolo — ha detto il ventiseienne Lilesa dopo la gara —. Io sostengo la loro protesta, perché gli Oromo sono la mia gente. I miei familiari sono in prigione, se osano parlare di diritti e democrazia vengono uccisi. Se torno, rischio anch’io di essere ucciso. O di finire in carcere»”. 

Quando sono stata in Etiopia ho visto Addis Abeba così mutata da non riconoscere interi quartieri.
Nelle campagne nulla era mutato.
Come vive la popolazione? Vive per la sopravvivenza. Per procurarsi il cibo quotidiano con una agricoltura ancestrale.
Le donne? Forse un po’ di emancipazione è arrivata, sicuramente nella capitale. L’emancipazione delle donne passa solo e necessariamente attraverso l’istruzione.
Le donne sono di una bellezza incantevole. Fanno i lavori più umili e pesanti. Dipendono direttamente dal marito. Partoriscono numerosissimi figli. Non hanno alcun diritto. Mancano di istruzione, soprattutto nelle campagne. Ti si avvicinano con grazia se tu sorridi loro. È un popolo mite quello etiope. Un popolo di sorrisi e silenzi.
Nei racconti di Bianca come l’Africa faccio spesso riferimento a figure di donne, alla loro vita.
Ti allego un post del Concorso Lingua Madre che affronta un tema difficile e lo fa con rispetto verso le bambine.

Oggi, 6 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, istituita dalle Nazioni Unite quale giornata di riflessione internazionale per l’eliminazione in tutto il mondo di queste violente pratiche.

Anche il #Clinguamadre si unisce e lo ricorda con la fotografia “Ababa – fiore” di Clara Piacentini, selezionata per il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo del X CL.
Quello delle mutilazioni genitali femminili è un tema scottante che ho visto affrontato spesso con violenza verbale, pruderie e morbosa curiosità. E ciò mi indigna.
È una pratica, quella delle mutilazioni, che continua nonostante da anni sia vietata legalmente. È ovviamente una pratica tremenda che spero scompaia già con le piccole generazioni del presente.
Nel film “Mouladé” il regista Sembène Ousmane affronta il tema con forza e delicatezza nella sua aperta denuncia. Ribadisce che solo l’informazione può sollevare le donne dall’essere vittime indifese e offrire loro l’opportunità di essere in grado di spezzare una cruenta tradizione.
Ho postato su Facebook un filmato che finalmente circolerà nelle scuole, un filmato a difesa delle bambine, in cui si parla della consapevolezza e dei diritti delle donne.
Ci sono due bambine in Etiopia, ora ragazzine, figlie della fisioterapista mia e di una mia amica. Sono un po’ figlie nostre. Supportiamo i loro studi. La più grande è stata ammessa all’Università. Diventeranno, spero, donne indipendenti e consapevoli dei loro diritti. Non mi piace parlare di questo. Non è un grande merito. Non mi piace l’atteggiamento buonista di tanti occidentali. Si sentono buoni perché portano doni o aprono una scuolina e si mettono in mostra. Forse non se ne rendono conto “Loro”, intendo gli Africani, i bimbi soprattutto, non ci devono alcun “grazie”. Siamo noi che lo dobbiamo a loro, per il loro sorriso, la loro ingenuità, la loro povertà che dipende in gran parte dalla nostra ricchezza.

 

clara

FOTO ABABA-FIORE di Clara Piacentini

Molto commovente, Clara, a volte siamo sordi e ciechi davanti a certe realtà e credo faccia bene a tutti ricordarci quanto siamo fortunati rispetto ad altri popoli, ad altre donne, uomini e bambini.
Mi hai chiesto di accorciare, se ti fossi dilungata, ma credo fermamente che non si possa cancellare neanche una sola parola di ciò che ci hai trasmesso con così tanto calore.
Veniamo ora a Bianca come l’Africa, a cui hai già accennato. Sono racconti che contengono tanto di ciò che hai vissuto, sono storie di una intensità disarmante. Ricordo, quando li lessi, provai davvero le sensazioni che descrivevi e per me, che non ho mai visitato l’Africa, è stato come essere lì, viverla, amarla, sentire il dolore di quel distacco.
Sono storie tue, dove c’è la tua vita.
Bianca come l’Africa è una denuncia a ciò che molti di noi non hanno vissuto e non vivranno mai. È il manifesto pubblico di una società che tutti dovrebbero conoscere. È una libertà verso un mondo difficile, quello delle donne, delle bambine, che sopportano ancora condizioni per noi inaccettabili.
È questo Bianca come l’Africa? Cosa è per te?

Sì, Roberta, posso risponderti che Bianca come l’Africa è tutto questo. Ma non è una denuncia, potrei dire, in stile giornalistico o sociale. Solo a occhi attenti, come il tuo del resto, appare ciò che si legge tra le righe, mentre le storie dei singoli si dipanano tenuti insieme da un filo quasi invisibile che la protagonista, in questo caso addirittura la scrittrice che racconta, tiene fra le mani. C’è un racconto intitolato Requiem, dove a un certo punto nel narrare di un fatto tragico, interviene con forza un pensiero che è quasi un grido, una riflessione che esce d’impeto: “… quest’Africa forte di contrasti, di dolcezza e violenza, di sorrisi e pianti, in questi cieli esagerati di bellezza, in questo sole che magnifica e uccide la vita, in questi fiori rabbiosi di colore a coprire il capire, a confondere le menti. Africa piegata che nulla nega al potente e in sé soffoca la sofferenza antica e la vendetta acerba”.
Ci sono quadri descrittivi che, usando un’espressione forte, un ossimoro, potrei definire “apocalisse di bellezza”, altri che danno l’idea della distruzione di un Paese tanto amato.
Per finire, ma forse te l’ho già detto, l’Africa, o meglio l’Etiopia, ha il nome di nostalgia che dal greco significa “dolore del ritorno” e questa nostalgia è quasi impossibile da spiegare, è quella che ti fa muovere per un ritorno reale, come ho fatto più di una volta -ma la mia vita nel frattempo è cambiata-, è quella che ti attanaglia l’anima quando meno te lo aspetti, così in qualsiasi momento della giornata, mentre svolgi azioni apparentemente futili…

 

Devo ringraziarti, Clara, per le tue parole, per quelle di Bianca come l’Africa che invito tutti a leggere. Il tuo libro è un cuore aperto. È emozione pura. È amore per l’Etiopia e la sua gente. Sono racconti che, legati uno all’altro, formano un filo unico. Di parole cariche di tutto il peso che l’Africa porta con sé.
Altre due domande prima di salutarti.
La prima: qual è il racconto che ami di più e perché?
La seconda: tu sei diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, hai conseguito il titolo di Consulente in scrittura biografica ed autobiografica e conduci Seminari e Laboratori di scrittura. Ci racconti, in breve, cos’è la scrittura autobiografica e perché, secondo te, le persone hanno un così forte bisogno di parlare di sé?

Il racconto che amo di più è senza dubbio “La collina degli eucalipti” (viene subito dopo il prologo – che ho scritto per ultimo, stanca di sentirmi chiedere del Mal d’Africa). L’ho scritto senza il presentimento che avrei continuato con altri racconti fino a farne un libro. L’ho scritto in Etiopia. Perché lo amo? Perché esprime tutto: dice chi io sono, dice della terra e degli orizzonti infiniti che ti si aprono davanti agli occhi e che in Europa è impossibile vedere, dice di bambini e donne. Dice di un presagio. Sono tornata in Etiopia due anni fa. Tutto è cambiato. La collina degli eucalipti no. È la stessa, troppo in alto e lontana dalla città non è ancora stata soffocata da una speculazione edilizia scriteriata e ladra.

Per rispondere alla seconda domanda e dirti in breve cos’è la scrittura autobiografica ti rimando a una citazione, tratta da un libro del filosofo Duccio Demetrio, mio maestro dell’età matura: “Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po’ d’ordine dentro di sé e capire il presente, per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, il racconto di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto.” (da: Duccio Demetrio “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé”, Raffaello Cortina Editore).

Se si ripercorre la storia della letteratura possiamo vedere che la scrittura autobiografica è stata praticata dall’antichità, attraverso i secoli, sono tantissimi gli scrittori e le scrittrici che hanno detto della propria vita. Ti cito solo Marco Aurelio, Sant’Agostino, Rousseau, per arrivare con un salto temporale di secoli a Simone De Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Daniel Pennac e alla scrittrice ultima di questo periodo che è Annie Ernaux.
Le persone hanno bisogno di parlare di sé e credo sia per un desiderio di riconoscimento. Ma il parlare, scusa la pedanteria, resta vano. È la scrittura che ci porta alla riflessione sulla propria vita, al recupero delle memorie, al prendersi cura. La scrittura di sé costituisce inoltre una modalità di cura alla quale donne e uomini ricorrono per oltrepassare momenti difficili, di fragilità della propria esistenza. Non vi è età della vita che non si avvalga della scrittura per raccontare un po’ di sé e per imparare a guardare nelle proprie pagine le occasioni di sollevarsi dal disagio.
Quante volte abbiamo scritto di noi! Nelle pagine di un diario, in una lettera, oggi in una mail, in un appunto, persino nella nota della spesa!
Non credo a coloro che scrivono negando che nella scrittura, seppure di finzione, ci sia qualcosa di sé, del proprio vissuto. Non possiamo scrivere del mare se non l’abbiamo conosciuto, anche indirettamente, così come non possiamo scrivere d’amore, per esempio, di un amore vissuto o solo desiderato, sognato o immaginato.
E con questo, cara Roberta, mi fermo, altrimenti correrei il rischio di tenere una lezione di un paio d’ore almeno!

 

Grazie Clara, dal più profondo del cuore; ascoltare i tuoi racconti di vita costringe chi ti ascolta a fermare il mondo in cui vive per immaginare ciò che scaturisce dalle tue parole.
Io ti conosco anche personalmente e quello che traspare da questa intervista è la bellezza di ciò che tu sei.
Vi invito a leggere Bianca come l’Africa, gustandolo a piccole dosi, nel silenzio di un salotto e in compagnia di una tazza di tè o caffè, come abbiamo fatto noi oggi, perché la lettura dei suoi spaccati di vita vi trasporterà altrove, in un mondo diverso, dove palpitano altri cuori come i nostri e la vita è meno facile. Vi resterà dentro e forse proverete anche voi il “dolore del ritorno”.

Ringrazio i nostri lettori e li invito al prossimo appuntamento con L’ora del tè.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Caterina Ferraresi

Quando scrissi a Caterina per invitarla a L’ora del tè non sapevo che avrei incontrato una splendida protagonista dell’universo femminile. Ironica, profonda e dolce sono, a mio avviso, i tre aggettivi che la rappresentano meglio.
Ce la siamo presa comoda, io e Caterina, abbiamo chiacchierato a lungo e quella che vi proponiamo è la sintesi di un pomeriggio trascorso assieme. L’incontro con Caterina ha in sé qualcosa di magico, contiene quel pizzico di meraviglia che ti fa dire: “Nulla accade per caso”.
Caterina s’innamora dei libri quando aveva cinque anni. “Avevo cinque anni e mio nonno ci leggeva la storia – a me e alla nonna- seduto a gambe incrociate su un gradino della scaletta che portava all’orto. C’era sempre qualche gatto che girava lì attorno e a volte si sedevano ad ascoltare, incantati.”
A quindici anni, grazie a un libro di Freud, viene a contatto con quello che poi diventerà il suo mestiere: la psichiatria.
Lasciamo che fra poco sia lei a raccontarsi. Intanto cito alcune delle sue pubblicazioni: Il lupo sotto il mantello, scritto con Marco Mazzoli ed edito da Ponte vecchio, vincitore del Premio Tobino 1997; Lo gnomo della biblioteca scritto con Danilo Di Diodoro edito da Moby Dyck; nel 2013 vince il premio ‘miglior incipit’ al torneo letterario Ioscrittore, con il romanzo Domani è un altro giorno edito in ebook; nel 2014 pubblica il libro per bambini Naso di cane edizioni Einaudi e, infine, nel gennaio 2017 il saggio L’elogio del barista Corbaccio Editore.

Io direi di cominciare la nostra intervista. Noi siamo pronte, voi?

 

cate

Caterina, benvenuta nel mio salotto. Cosa posso offrirti? Tè, caffè, biscotti, crostata?
Caffè, grazie, con un po’ di zucchero e niente biscotti: non mi piacciono i dolci! Invidia, eh?!

 

Invidiosissima ovviamente! Iniziamo la nostra chiacchierata?
Molto volentieri!

 

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho sempre scritto, credo. Quando ero piccola inventavo delle storie e le raccontavo ai miei gatti.  Ho avuto lì le mie prime stroncature perché i gatti, o se ne andavano dopo pochi minuti, o mi sbadigliavano in faccia e si addormentavano. Ero un’artista, come tutti i bambini che sono scrittori pittori e musicisti, prima che i grandi li “educhino”.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Scrivo solo di mattina perché- dopo mezzogiorno- il mio cervello si scollega. Scrivo a casa, alla mia scrivania, con un caffè e la radio accesa. Ascolto notizie di economia perché mi rilassano, sono come un rumore di fondo.  Ѐ stato durante la correzione del mio ultimo libro che ho imparato tutto sul bail-in.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Le mie storie sono ambientate in interni. Dentro le case e dentro i cervelli. Non ho tanta attenzione al fuori: questo è un mio limite. E per questo motivo inciampo continuamente e ho sempre qualche livido sui gomiti o sulle ginocchia.

 

Il libro più bello che hai letto?
Che domanda difficilllissssima. Con la pistola alla tempia “Cent’anni di solitudine”. La Colombia è un posto che voglio visitare: voglio vedere Macondo e non mi importa che sia un luogo immaginario, andrò a cercarlo e lo troverò.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?
Non scrivo in posti strani, se mi viene in mente una frase o una parola che non voglio perdere, mi fermo e la scrivo su un pezzo di carta, quello che trovo. So che dovrei portarmi dietro un blocchetto e me lo sono ripromessa un sacco di volte ma mi sono arresa ai miei limiti. Ho biglietti del treno e scontrini della coop con su scarabocchiate frasi dal significato misterioso.

 

Allora, Caterincate3a, con te vorrei cominciare dalla fine, non so perché ma sento di dover partire dal disordine. Mi viene così. È come un istinto primordiale che mi costringe a partire da dentro, dal tuo “interno”, per vedere cosa c’è “fuori”.
Come prima cosa ti chiedo cosa ti ha spinto a scegliere il mestiere che fai (dicci tu di cosa si tratta, in parte l’ho già anticipato nella mia introduzione) e cosa ti costringe, oggi, ad alternare la tua professionalità quotidiana con la passione per la scrittura. Parlo di costrizione, perché scrivere, molto spesso, è un atto che facciamo non di nostra volontà, una sorta di forza che nasce da dentro, alla quale è difficile ribellarsi.
A volte mi chiedo se sia giusto o meno assecondarla e quanto deve esserci di noi, nel momento in cui scriviamo, oppure sia il nostro Personaggio Interiore a guidarci, indicando quale sia il percorso migliore da seguire.
Non so se ho scelto il mio lavoro di psichiatra e psicoterapeuta. Allora ero giovane, un po’ bizzarra, la psichiatria era rivoluzionaria. La psichiatria è un osservatorio privilegiato per i voyeur dell’anima e io sono sempre stata un’impicciona delle storie altrui. Quello che ho sempre fatto, in ogni momento, è stato tradurre in racconto le cose che vedo o che ascolto. Anche adesso non so se sono un bravo medico: ascolto storie, modifico la punteggiatura, aggiungo ipotesi, tolgo qualcosa e qualcosa aggiungo finché la storia clinica del mio paziente diventa un racconto condiviso a due voci. Scrivere non è molto diverso da questo, scrivo perché, da poco tempo, ho trovato il coraggio di raccontare le mie storie e non solo quelle degli altri. E poi scrivo perché, sennò, divento nervosa, strapazzo gli idraulici e i giardinieri: quando mi rendo conto che la mia inquietudine sta diventando eccessiva mi metto davanti al PC e scrivo. Ѐ il momento in cui tutte le cose trovano il loro posto giusto nel mondo.

 

È anche il momento in cui le cose trovano il giusto posto nella nostra anima, non è vero? È molto interessante il tuo parallelismo fra le storie reali, di coloro che tu accogli e ascolti, e quelle di fantasia che inventi togliendole da dentro di te e condividendole con coloro che poi le leggeranno.
Come definiresti le storie che scrivi? Di che colore sono (e perché)?
E poi ho paura di chiederti da dove attingi i tuoi personaggi…
Vale per me come per tutti quelli che scrivono: io sono i miei personaggi, anche quando il protagonista – come nel libro per bambini ”Naso di cane”- è un cane. Io sono le paure di un cane, la sua lotta tra l’istinto di uccidere e l’istinto- ugualmente forte- di salvare cinque gattini in difficoltà. Se scrivessi gialli sarei la vittima e l’assassino, se scrivessi un triangolo amoroso sarei l’amato, l’amante, il tradito e il traditore. Certo la realtà mi dà spunti, il mio lavoro mi dà spunti…i libri sono lì, fuori e dentro, già tutti scritti: basta ascoltare, annusare e soprattutto rubare. Ecco, credo che uno scrittore sia questo, più di tutto: un bravo ladro. Però io non sono una scrittrice, non ancora, sono una che scrive. Ma spero di diventarlo prima o poi, è da sempre che voglio questo.
Di che colore sono le mie storie? Be’, guarda, c’è un colore che detesto tra tutti: il fucsia. Lo trovo sfacciato, arrogante, eccessivo e volgare eppure, a mia insaputa! bada bene, mi ritrovo a possedere un’enorme borsa fucsia, una sciarpa dello stesso colore e anche un orribile paio di sandali. Allora, forse, le storie che scrivo sono di quel colore. Anche un po’ giallo scuro, un colore che associo a una blanda cattiveria. In passato il giallo era considerato sconveniente per una donna, segno di poca serietà. E, perciò, viva il giallo!

 

La tua bella risposta mi  costringe a fare alcune riflessioni!
Intanto mi piace tantissimo il tuo altalenare tra i personaggi. Per chi scrive è fondamentale poter raccogliere e vivere le emozioni e le sensazioni dei soggetti che si muovono all’interno della storia. Altrimenti la narrazione sarebbe piatta e spenta. Senza cuore. E rubare è lecito in questo caso, l’importante è non rivelare al malcapitato ciò che abbiamo sottratto: una caratteristica fisica, un tratto caratteriale, il dettaglio di un abito oppure un pezzo di storia (a me è capitato anche questo).
Sono d’accordo sulla tua definizione “…non sono una scrittrice, non ancora, sono una che scrive. Ma spero di diventarlo prima o poi, è da sempre che voglio questo”. Mi hanno rivolto proprio ieri questa domanda: “Ti consideri una scrittrice?” Mi piace quando me lo chiedono perché ho l’occasione per dire quello che penso. Mi sento in sintonia con la tua affermazione. Scrivere è un amore e penso che scriverei in ogni caso, anche se nessuno mi leggesse.
Ma proprio qui nasce la mia curiosità. Io che scrivo un libro sono sicuramente l’autrice di quel libro ma non per forza sono una scrittrice o per lo meno ancora non mi considero tale. Credo che sia così anche per te.
Cosa serve allora ad un “autore” per diventare anche “scrittore”? Maggiore visibilità e fama? Un certo numero di libri pubblicati? Almeno 5000 copie vendute? Recensioni positive? Un piazzamento nei primi posti della classifica Amazon?
Secondo te, quando un autore può definirsi scrittore?
C’è un altro lato della medaglia. È più importante per un autore essere pubblicato o essere letto? Io una risposta ce l’ho, ma vorrei sentire cosa ne pensi tu.
A proposito! Il giallo è il mio colore preferito.
Allora essere uno scrittore o scrittrice (difficile liberarsi dall’uso del genere maschile, fa sembrare tutto più serio!) o essere qualcuno che scrive. Ci ho pensato e ho concluso questo, scrittore o scrittrice è un riconoscimento esterno. Non dipende da quanto vendi o quanti soldi guadagni, dipende dal fatto che, quando dici a qualcuno “Adesso non rispondo al telefono perché devo scrivere” la risposta non sia “Sì, però prima puoi passare in banca o alla posta o a far tosare il cane? ecc…” ma “Certo, naturalmente”. Perché, se fai caso, nessuno chiederebbe a un chirurgo di passare alle poste prima di un intervento, e nemmeno a un idraulico (anzi, meno che mai!) Sarò una scrittrice quando alla frase “Devo staccare il telefono ecc…” amici e parenti diranno “Certo, naturalmente”. Alla fine è il riconoscimento della dignità di lavoro a qualcosa che è anche un piacere e si sa, nella nostra mistica, il lavoro deve essere sempre un po’ spiacevole.
Comunque ci ho ripensato: quando potrò scrivere in pace e dire di essere una scrittrice, allora vorrò tornare a essere una che scrive. Perché essere libera da qualunque definizione credo sia il principio basilare della trasformazione, cioè della vita.
Essere pubblicati o letti? Ti rispondo con un pezzetto iniziale di La luna e sei soldi di quel genio di Maugham. “Ѐ una salutare disciplina riflettere sul gran numero di libri che si scrivono… lo scrittore dovrebbe cercare la ricompensa nel piacere della sua opera e, indifferente a ogni altra cosa, non curarsi… né del successo né della sconfitta.”

 

domaniVorrei invitare tutti coloro che scrivono (me compresa) a riflettere sul significato delle tue parole e a domandarsi perché hanno deciso di scrivere. Un minuto di silenzio e di raccoglimento su questa riflessione, intanto noi ci prepariamo un altro caffè.

Veniamo ora al tuo romanzo Domani è un altro giorno. Un libro con un titolo potente, una storia profonda. Devo dire che quando l’ho letto mi ha colpito molto. Carolina vive in ogni donna, non trovi?
Io ho una mia particolare convinzione sulle scelte che una persona fa (non succedono per caso) e questa mia convinzione è anche il filo conduttore del tuo romanzo.
Ma perché quel giorno Carolina ha posto al marito quella domanda che le ha stravolto la vita? C’era un motivo bel preciso? Doveva andare così?
Parlaci di Domani è un altro giorno, fatti pubblicità e convincici a leggerlo (io l’ho letto e lo consiglio a tutti ma vorrei sentirlo da te).
Carolina ha un nome troppo simile al mio, se lo scrivessi adesso lo cambierei! Carolina è una persona che vive in modo sommesso. Non sottomesso, ma sommesso. Cerca di fare poco rumore, di non dare troppo nell’occhio. Vive protetta dentro la sua bolla di sicurezza. Questa è una cosa che facciamo in molti: l’idea che il mondo, là fuori, sia un posto pericoloso. Ma c’è un momento in cui la voglia di verità prevale, come un prurito che non si può fare a meno di grattare, come un cerotto che bisogna strappare. Lei sa che chiedendo al marito se ha un’altra lui dirà di sì. Forse non è pronta a saperlo davvero, ma la verità ha una sua forza alla quale non si può sfuggire, se non al prezzo di ammalarsi. Di tristezza, di solitudine – quella vera – di vivere “come se”. Nel momento in cui si decide di uscire dalla propria bolla di sicurezza si scopre che fuori c’è un mondo pieno di possibilità, di fatica, di tutto. C’è una bella poesia di Neruda che recita” muore lentamente chi…” (non ricordo il titolo, dopo lo cerco). Questo libro vuole dire questo, che bisogna essere coraggiosi per vivere e non sopravvivere. È questo il senso di essere al mondo, credo: non smettere mai di essere vivi. Carolina ci prova e lo fa. Sarà più felice o meno, lasciando il suo buon marito, la sua vita protetta, le sue minime certezze? Io non lo so, ma credo che non ci sia altra scelta che questa.

 

9788867002221_lelogio_del_baristaEd ora è giusto il momento di dare spazio al tuo ultimo lavoro. Un saggio psicologico. L’elogio del barista. Bello il titolo, molto bello il libro. Devo dire che l’ho letto sperando che davvero tu mi convincessi che è meglio chiacchierare con il barista che con la psicologa, risparmiando magari soldi ed uscendo comunque dal bar con molte risposte alle mie domande. Per il momento resto dell’idea che preferisco chiacchierare con la mia Caterina tutti i mesi.
Parliamo de L’elogio del barista. Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea, cosa ti ha ispirato e, soprattutto, perché proprio il barista…

Il titolo è scherzoso, ma non del tutto. Il mio barista Flamingo aveva una saggezza antica, che – nel tempo di un caffè – sapeva consolarti l’anima. Ci sono molti “terapeuti” inconsapevoli in giro, persone con una bella energia, persone buone che con poche parole, o a volte con un silenzio affettuoso, ti curano. Ecco, io tengo in gran conto questi terapeuti, come tengo in grande conto gli aiutanti che troviamo nella vita: i libri, la musica…La vita è un lungo racconto corale, il mio barista aveva una voce limpida che raccontava la semplicità.

Questo libro non è propriamente un saggio, più una raccolta di pensieri, di osservazioni, di momenti di grande soddisfazione per una terapia andata bene, di attimi di frustrazione per una terapia che invece non si muove…potrei dire che ho voluto far vedere il terapeuta mentre lavora, chi è, cosa succede in quell’ora in cui il paziente si affida a noi. Il terapeuta dal buco della serratura, con le sue debolezze, la sua forza, i suoi tic. Un terapeuta persona che, insieme a voi, cerca di aggiungere significato al racconto della vostra e della sua vita.

 

Bene, Caterina, siamo giunte alla fine e devo dire che è stato molto interessante chiacchierare con te. Io ti saluto, ti ringrazio e nel frattempo consiglio a tutti i lettori di questa rubrica di leggere i libri di Caterina Ferraresi perché è una donna ironica, leggera e coinvolgente. E perché i suoi libri lasciano qualcosa dentro.
Sono stata assente per un po’ da questo salotto perché la mia vita privata mi ha sottratta ad alcuni piaceri come chiacchierare con gli autori, bere tè in ottima compagnia e parlare di libri che vale la pena di leggere.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 12, salvo complicazioni, con una L’ora del tè un po’ insolita che vi consiglio di non perdere.

Nel frattempo buon inizio di settimana a tutti e  per questo primo lunedì di giugno io e Caterina vi regaliamo la poesia “Lentamente muore” e vi auguriamo una  splendida felicità.

 

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

 

 

 

 

« Older posts

© 2017 Roberta Marcaccio

Theme by Anders NorenUp ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: