CategoryCogito, ergo sum

Parole che girano a vuoto

Sono giorni in cui le parole galleggiano nel vuoto e non trovano frasi da costruire. Giorni in cui la vita ha intrapreso un cammino inaspettato.

Avete mai provato lo smarrimento di dover ricominciare un’altra volta dalla griglia di partenza? Di trovarvi nello stesso luogo ad ingoiare parole e rivivere le stesse angoscianti emozioni?
All’inizio pensi che sia un incubo dal quale sei fuggita, poi ti guardi attorno e noti nei colori qualcosa di incredibilmente familiare.
Ti ascolti e le parole che pronunci sono quelle di un indigesto deja-vu.
Identiche, irrimediabili, amare.
Solo una cosa è diversa.
TU.

Tu che non sei più la stessa.
Quella che qualcuno pensa di ritrovare e che invece non c’è.
Dove l’hai lasciata, quando si è staccata da te? Che sensazione hai provato?
Lo specchio non riflette più. Le ciocche di capelli sono invisibili fili lucenti, gli occhi coperti da troppo mascara e occhiali scuri, la pelle un’impenetrabile guscio.
Lo senti dentro quel fiume che ha portato via tutto.
Lo guardi scorrere, hai paura, ma resti là. Aspetti che trascini anche te.
È passato solo un anno da quando ti vedevi diversa e te lo chiedi ogni giorno.
Cosa è successo?
Perché?
E poi lo leggi. Scritto con inchiostro indelebile. Inciso in grassetto. Scolpito sulla pietra.
É tutto lì, nelle parole, quelle che tracimano e sulle quali scivoli, cadi e poi ti rialzi, con sbucciature, contusioni, lividi. Hai le ginocchia bucate, le mani trafitte e i gomiti confusi. Sì, confusi.

Quelle parole che tante volte ti hanno guarita non trovano spazio sulla pagina bianca. Girano a vuoto. Cadono. Si sbriciolano. Travolte da un vortice vengono risucchiate da un gorgo e spariscono nel buio.

Come te.

Senza te

Primo Natale senza di te. Sembra incredibile come i giorni si lascino dietro ricordi e dolori senza che ce ne accorgiamo.

Ogni passo avanti non cancella. Neanche il vento riesce a coprire le orme che abbiamo lasciato sulla sabbia.

Pensavo che il tempo mitigasse i ricordi. Invece riaffiorano tutti, giorno dopo giorno, un fotogramma alla volta.

Quello che avevo dimenticato ritorna indelebile in tutta la sua nitidezza, anche i momenti più difficili, tristi, angoscianti.

Anche quegli ultimi tragici giorni, riemergono.

Tutto mi ricorda te. Anche il cielo grigio, il sole, l’inverno, il Natale, i panettoni, l’ambulanza che urla…

Sono flash sparati sulla retina. Immagini che dagli occhi s’imprimono sul cuore, dove restano per sempre.

Solo una parte di te è andata via. Quella fisica. Quella racchiusa in un’urna preziosa. Quella a cui ogni settimana lei parla con occhi lucidi… inconsolabile, incrollabile, fiera, eretta e infinitamente fragile…

Ti parla ogni giorno, ogni volta che passa davanti ad una delle tue foto sparse per casa. Ma tanto lo sai, cosa te lo dico a fare, neanche ora ti lascia tranquillo.

A volte la vedo così… persa, indecisa…

Altre invece determinata e inflessibile…

Lo sai?

Non è facile!

Stare qui senza te…

High School Musical

Torniamo a casa con il buio. E la nebbia bagnata. Dal bagagliaio dell’auto escono borse, borsette, zaini e shopper. Nessun acquisto. Sono solo le cose che ogni giorno traslochiamo da casa al lavoro, per me, e a scuola, per lei. Con le mani piene di tutta questa roba e due mazzi di chiavi, chiudiamo l’auto ed entriamo in casa.

Durante il tragitto lei mi ha fatto la solita, meravigliosa domanda. Mamma, che film guardiamo mentre mangiamo? Quello che vuoi amore, possiamo usare il mio computer. Però guardiamo un film che abbiamo già visto, dice lei con quegli occhi dolci che amo da quasi quattordici anni. Va bene, amore.

Faccio le mie proposte, ma lei storce il naso. In effetti sono copioni che conosciamo ormai a memoria. Anche le musiche.

Cosa ti va per cena? Siamo solo io e lei e cucinare diventa molto facile. Per me la solita insalata brucia-grassi, per lei il pieno di carboidrati. Alla mia proposta di insalata o verdura risponde con uno sguardo che non ammette repliche.

Lei ascolta musica sotto la doccia, mentre io, in compagnia di altra musica, farcisco il toast, affetto il finocchio, scolo il tonno e lavo i carciofini. Sono fissata con le calorie. Devo tenere sotto controllo quel cinque maledetto che tende sempre a salire e a diventare sei e poi sette. I carboidrati sono stati drasticamente ridotti e la mia dieta prevede pochissimi zuccheri complessi e assolutamente niente alcool e pane (tranne quando mangio in compagnia o sono in crisi affettiva). Cancellare quei due numeri è una fatica immane.

Mangiamo in cucina? Sì, mamma, per me va bene. Così, mentre ceniamo e guardiamo il film io posso cucinare il pranzo per domani, riporre le stoviglie sporche nella lavastoviglie, preparare la merenda e sgranocchiare un po’ d’uva e mandorle come dessert. Riordino, pulisco ed evito di fare avanti e indietro dalla sala da pranzo alla cucina con piatti, bicchieri e posate, perdendomi metà film ogni volta.

Finita la doccia lei mi raggiunge. È tutto pronto, devo solo cuocere il toast e scaldare la pizza. Sul tavolo apparecchiato, accanto alle stoviglie, alle bevande e alla mia insalata, c’è il computer portatile, con casse collegate e accese.

Lei fa partire il film e iniziamo a cantare e danzare. Sì, perché il film che ha scelto è la storia un gruppo di adolescenti che vivono l’ultimo anno di liceo e si ritrovano tutti assieme a raccontare la loro vita e la loro amicizia nello spettacolo di fine anno. Un musical.

È una bella storia. Molto giovane. Una di quelle storie leggere che però fanno sognare. La musica poi raccoglie le anime dei personaggi e le trasforma in piccoli quadri da ammirare.

Vedo lei, nei volti dei ragazzi che recitano al di là dello schermo. Ricordo me, 35 anni fa, con quei desideri nascosti sotto il cuscino che solo io e il mio diario conoscevamo.

Non so quanto sia rimasto in me di quell’adolescente che ballava, cantando alla vita. Quanti di quei desideri siano sbocciati in fiori da cogliere. Quanto di quella spensieratezza, di quella passione ancora animi il mio cuore.

Ho un amico dolcissimo, a cui confido tutte le mie stranezze, che mi ricorda ogni giorni di quanto io sia la stessa di allora e quanto la vita non sempre ripaghi con la stessa moneta di scambio. Se dono passione non sempre ottengo la stessa passione. Se chiedo amicizia o amore non sempre trovo quello che mi aspetto.

E allora, visto che nella vita reale non sempre le aspettative sono attese e High School Musical è solo un sogno, tanto vale scrivere una bella storia dove affogare tutta la passione che anima il mio cuore.

Un’assenza lunga due anni

Finalmente un po’ di tempo per me. Lontano da casa, dal lavoro, dal supermercato, i figli, le faccende domestiche, la lavatrice e l’asciugatrice (i migliori soldi spesi!), l’aspirapolvere…

Ho pubblicato due post, oggi, ripromettendomi di scriverne subito altri. Ho una lista che al momento contiene sedici titoli (in espansione), e che mi servirà come traccia per non perdere il mio “filo di Arianna” del BLOG.

Dopo aver pubblicato i due post ho controllato la cronologia e mi sono resa conto che l’ultimo articolo scritto risaliva al 5 dicembre 2012: due anni fa!

DUE anni!

Ma cosa ho fatto in questi due anni? Perché la mente dimentica? Cancella le immagini? Riduce i ricordi? Spezza la memoria?

Succede così, senza che te ne accorgi: la vita ti prende per mano e comincia a correre e tu, col fiato corto, a cercare di resistere.

Hai l’ansia? Sei preoccupata? La testa è troppo piena di cose da fare e non sai quale fare per prima?

Sì! Eppure, nonostante tutto, cadi, ti rialzi, impari, cresci, rompi gli schemi, superi tutto, vai avanti, voli dall’altra parte dell’ostacolo e, prima ancora che tu te ne renda conto, ti ritrovi già “grande”. Forse troppo. Grande e con una valigia satura di vita pesante, che, al di là di ogni aspettativa, ti ha insegnato a dominare l’ansia, respirare con calma e lasciare le preoccupazioni a quelli che ancora hanno un bagaglio troppo vuoto per poter dire di avere vissuto.

E allora mi guardo indietro, mi osservo, guardo com’ero e poi mi volto verso quella che sono oggi. E non so cosa mi piace di me, se la fresca ingenuità dei miei venti o trent’anni o la sicura durezza dei quasi cinquanta.  E mentre mi guardo, scopro che io sono DUE (Che novità! Da buona Bilancia…): una è quella che fissa con dolcezza gli occhi della persona che AMA, l’altra invece si allontana da chi l’ha ferita. Una parla con dolcezza al cuore di un Amico, l’altra non sopporta ipocrisia e mezze verità.

Due anni di cadute, rimbalzi, spostamenti, rinunce, delusioni, paure, ripartenze, stop e nuove valutazioni.

In questi due anni, a pensarci bene, qualcosa di buono c’è stato.

A maggio è nata ANNA!!! Dopo due anni e mezzo di gestazione (2012-2014) finalmente è venuta alla luce. Spero che presto sia pronta per uscire di casa.

Nel 2010 ho intrapreso un nuovo percorso lavorativo, in un ambito a me sconosciuto. Ho percorso una strada sulla quale mai avrei creduto di camminare e che ho affrontato a fatica, a volte da sola, scoraggiata, senza un navigatore, né un compagno di avventura. Una strada verso un obiettivo ambizioso.

Felicità e dolore vanno di pari passo e non sempre il cammino che percorriamo ci porta verso la gioia. Nel 2014 ho conosciuto il dolore della perdita. Un dolore così grande che lo sopporti solo se sei già abituato. L’ho vissuto in modo strano, come se non stesse capitando a me. Come se stessi osservando una scena nuova. Osservavo i due, lei e lui, chiusi fra le quattro mura di una stanza di ospedale, mai così vicini come in quell’ultimo momento. E così lui se ne è andato, ha lasciato un vuoto incolmabile, di quelli che riempi col resto della vita e che ti travolge violentemente quando il rumore si spegne e il profumo dei ricordi torna ad impregnare tutto. Lui se ne va e lascia lei, la mia dolce mamma, una tenera creatura che sta riscoprendo se stessa in una vita diversa ogni giorno.

DUE anni di assenza e tanta vita da raccontare.

E voi cosa avete fatto negli ultimi due anni?

Benvenuti e bentrovati.

Eccomi qua. Ritorno su questo blog, dopo parecchi mesi di assenza. Sono seduta sulla poltrona del Freccia Argento Roma Termini-Bologna, con scorci meravigliosi di Italia che mi passano accanto, a trovare qualcosa di carino da scrivere per farmi conoscere. Quante cose avrei da dire? Tantissime, credo. Eppure quando si tratta di parlare di me stessa, la lampadina si spegne ed ogni cosa che potrei raccontare diventa improvvisamente banale.

Bene. Intanto vi lascio un primo indizio: odio parlare di me, mi vergogno, divento rossa dentro (perché la mia pelle non si colora, fuori, con l’imbarazzo). Quando ricevo una domanda sul lavoro che faccio o sulle “storie che scrivo” mi sento sempre in difficoltà. È stupido, penserete. Lo so anche io, che è stupido. Di solito la gente ama parlare di quanto riesce bene nel fare quello o fare questo, di quali successi abbia ottenuto quella volta che…, di quanti complimenti abbia ricevuto o quanti premi vinti…

Io non ci riesco! A parte i miei Amici intimi, ai quali racconto davvero tutto, in genere non amo stordire i miei interlocutori con lunghe arringhe sui miei progetti di lavoro o di scrittura.

Quindi partiamo da qui. Dal mio imbarazzo nel raccontare chi sono e cosa faccio e andiamo avanti assieme, su queste pagine, se vi va. Io vi aspetto.

Intanto vi aggiorno sul mio attuale impiego, quello che mi “dà da mangiare” e grazie al quale ricevo un buon sostegno per la mia famiglia (che non è poco!).  A settembre sono approdata su una nuova isola (si chiama Project Management, un altro grande titolo inglese con cui riempirsi la bocca e che io non riesco a pronunciare), ho ricevuto un biglietto di sola andata chiuso in una busta, con scritto sopra il mio nuovo obiettivo da raggiungere. Ovviamente importantissimo, strategico e molto impegnativo (come sempre!). Che mi vede fare la trottola su e giù per l’Italia, lavorare la sera, la notte, la mattina presto, nel week-end. Testa e corpo dedicati alla causa, insomma.

E tempo per il resto?

Quale resto, scusa?

Il resto, la vita…

Ah, perché c’è una vita fuori?

Sì, direi di sì.

Ah, non lo sapevo.

Ecco, questo è il paradigma della mia vita: onesta e dedizione, dedicate al lavoro.

Oltre al lavoro, c’è la famiglia, ovviamente, i miei figli meravigliosi, il mio uomo paziente, la mia mamma adorabile, mio fratello e gli amici cari. Tutte persone che mi adorano e mi vogliono bene davvero. E che cerco di ricambiare con tutto quello che posso.

Di fianco a tutto ciò, corre un mondo parallelo. Quel mondo solo mio, in cui sono me stessa. Quel mondo che viaggia alla velocità con cui l’anima pensa e agisce: la scrittura. È il luogo in cui vivo più intensamente, dove trovo la forza e il coraggio di esprimere ciò che provo. Il rifugio, l’angolo in cui piangere o ridere. Dove sono felice o triste. E dove tutto passa, guarisce, cambia pelle, cresce…

A scanso di equivoci vorrei dire a tutti, e non lo ripeterò un’altra volta, che le storie che scrivo sono assolutamente autobiografiche. Tutte, in un modo o nell’altro, contengono una parte di me. Io ci sono dentro mani e piedi, se non altro perché le ho scritte io. E non chiamatemi scrittrice, vi prego, perché non lo sono. Non ancora, almeno…

I miei obiettivi per il futuro? Scrivere, scrivere, scrivere…

La mia carta d’identità

Non racconterò di me, in questo sito, ma lascerò che le parole parlino per me, che siano loro a descrivermi per quello che sono.

Racconterò solo di ciò che amo.

Tanto per iniziare con leggerezza, dirò che le mie grandi passioni sono due: leggere e scrivere. Fra le due, se fossi obbligata a scegliere, sono certa che non rinuncerei a scrivere. Vivo le mie passioni come se fossero l’unico laccio che mi lega alla vita. L’unico motivo di vita. Per questo mi auguro di non trovarmi mai davanti a questa scelta perché sono certa impazzirei.

Parliamo prima di lettura. È più facile.

L’amore per la lettura è nato con me. Non so quando sia iniziato il tutto, ma ricordo che ero molto piccola e già i colori, le immagini, le lettere stampate esercitavano su di me un certo fascino. M’innamoravo degli eroi, accompagnavo gli investigatori nelle ricerche, sognavo terre lontane ed entravo in mondi magici dove la realtà scompariva all’istante. Ecco cosa mi piace della lettura: la capacità di strapparti dalla vita vera, quella di tutti i giorni, quella che sei costretto a vivere, e portarti in una dimensione in cui esiste solo la fantasia.

La scrittura, invece, ha avuto in me un percorso più complicato. È iniziato tutto per necessità, anche se scrivere per me è sempre stato un processo automatico. Quaderno e matita e scarabocchi sulla carta. Diario, poesie, aforismi, riflessioni, preghiere …qualunque cosa purché uscisse fuori da me. L’unico modo che conoscevo di buttare fuori quello che non sopportavo più di tenere dentro.

Dal diario al racconto, dalla vita personale alla vita di personaggi inventati, dalla quotidianità alla fantasia il passo è stato breve ed illuminante. Ritrovarmi dentro i personaggi che nulla hanno di me ma nello stesso tempo mi assomigliano tanto, lasciare vivere le loro vite attraverso la mia matita (o tastiera), piangere o ridere, amare o soffrire, provare le loro stesse sensazioni o emozioni, crescere con loro e diventare una persona diversa ad ogni pagina. Al di là di qualsiasi teoria, questo per me è la scrittura. È il mio modo di vivere la vita e di diventare adulta.

Non scrivo per vivere ma vivo per scrivere.

© 2019 Roberta Marcaccio

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