CategoryFavole

FAVOLA: Il dolore (terza prova)

La montagna era alta e per scalarla impiegai quasi tutta la mattina.

Il cielo era color azzurro polvere, forse a causa dell’aria così fresca da tagliare la pelle.

Non c’era anima viva attorno a me, neanche un animale passeggiava in quella terra desolata.

Nello zaino avevo una bottiglia d’acqua, due tavolette di cioccolata, un cannocchiale ed alcuni indumenti di ricambio.

Ero sempre più stupita per le indicazioni che ricevevo, nessuna aveva senso per me fino a quel momento.

          Fra otto giorni esatti da oggi, recati in cima alla montagna di fuoco – mi aveva detto il mio maestro – là ti aspetterò.

E così lo trovai, seduto in meditazione su un enorme blocco di pietra, ad attendermi.

Appena percepì la mia presenza, mi fece un cenno. Appoggiai lo zaino a terra, mi levai scarpe e calze e mi sedetti.

La meditazione aveva il potere di raccogliere tutta l’energia che l’universo produceva e iniettarla, come una droga, dentro le mie vene.

Dopo circa mezz’ora si alzò e mi disse: – Andiamo.

Scendemmo a piedi nudi dall’altro lato della montagna e lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi fu agghiacciante: una landa desolata, spoglia, bruciata, appannata dal calore e dall’umidità che fuoriuscivano dalla terra.

Arrivati ad un certo punto del nostro cammino, il terreno si fece più impervio che mai.

I nostri piedi faticavano a trovare una pietra o una striscia di terra pulita, fresca, dove poggiarsi. A volte il mio maestro mi aspettava, piantandosi con i piedi a terra, mi allungava la mano, diventando per me il bastone. Quando non potevamo aiutarci, allargavamo le braccia e, come equilibristi, saltellavamo da un sasso all’altro, da un lembo di terra all’altra, per evitare di scottarci.

Un silenzio pesante si espandeva attorno a noi: nessuna creatura vivente era presente in quella terra infuocata dove i vapori, l’afa e il vento bollente rendevano l’aria irrespirabile.

Il nero e il rosso coloravano ogni cosa e tutto era avvolto dalla nebbia.

          Maestro, – dissi – ho paura.

          Di che cosa hai paura? – mi chiese.

          Di non sapere che strada prendere e di incontrare, sul mio cammino, degli ostacoli difficili da superare.

          Quali ostacoli?

          Non so, – risposi – forse … il dolore, ad esempio. Quando attorno a me non c’è più nulla e tutto è dolore, io non so che strada intraprendere.

          E cosa faresti in quel caso?

Non risposi subito. Sapevo che se avessi buttato lì una frase qualunque, non sarebbe stato saggio.

Mi guardai attorno cercando di capire cosa fare. Il mio maestro aspettava.

Se restavo dov’ero avrei rischiato di finire arrostita, se continuavo potevo incontrare qualche ostacolo.

Cosa fare? Quale scelta era quella giusta?

La montagna rigurgitava fuoco, fumo e polvere, sembrava dovesse esplodere di lì a poco.

Decisi che dovevo agire senza paura.

Andare avanti, questa era l’unica strada possibile. Forse più in là avrei trovato un riparo o forse no.

Dovevo tentare.

– Proseguo nel cammino – dissi al mio maestro.

FAVOLA: La nascita (seconda prova)

Era buio pesto quando mi recai sulla collina.
Il mio maestro era già là, seduto a terra, con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia.
          Siediti – mi disse.
Obbedii.
Restammo in silenzio per molti minuti. Non mi aveva detto di che prova si trattasse, come al solito, le sue uniche parole erano state: “Fra sette giorni, sulla collina, un’ora prima del risveglio del sole.”
Mi sedetti assumendo la stessa, scomoda posizione del mio maestro.
Chiusi gli occhi e attesi. Non capivo il senso di fare meditazione sulla collina, nell’aria fredda della notte, seduti sulla terra bagnata. Volevo dirglielo e nello stesso tempo non volevo sembrare ingrata o lamentosa.
Chiusi gli occhi e attesi. Tanto valeva adeguarmi.
Il sonno, che era ancora appiccicato ai miei occhi, non tardò ad arrivare. Entrai in una foresta scura, dove gli alberi erano così vicini fra di loro, che io dovevo continuamente cambiare direzione. Il mio maestro era davanti a me ma io non lo vedevo, sentivo soltanto la sua voce che mi chiamava, mi chiedeva di raggiungerlo. Io camminavo nel buio più totale, senza sapere dove mettere i piedi e senza vedere cos’avevo davanti. Nulla.
La sua voce delicata mi chiamava.
          Aurora … Aurora … Aurora …
La voce mi chiamava con insistenza.
Aprii gli occhi e guardai l’orizzonte di fronte a me.
          Maestro! – esclamai.
Ammirai l’orizzonte e rimasi a bocca aperta. La notte stava assistendo ad uno degli spettacoli più belli della terra, prima di ritirarsi, ed anch’io. Non ne avevo mai visto uno così bello.
Il cielo era una girandola di colori, che si abbracciavano l’uno all’altro, mescolandosi in migliaia di sfumature e gradazioni. Il blu della notte abbracciava l’indaco, che a sua volta girava gli occhi verso un rosa-fuscia molto seducente. L’arancione, il rosso e il giallo camminavano a braccetto, zigzagando qua e là.
Era così incantata da tanta bellezza, da non riuscire a dire nulla.
Restammo così per molto tempo, in silenziosa preghiera, ad ammirare una delle più belle opere d’arte della natura: la nascita.
          Ora, Aurora, devi contemplare il re sole e, in silenzio, ringraziarlo. Lui è la fonte di vita, il primo gene, la creazione, la fonte del nostro calore. Non dimenticarti mai che lui esiste, anche quando non c’è.
Rimasi seduta per molto tempo, fino a quando il mio maestro non si alzò e mi disse che era ora di andare.
Il calore che sentivo dentro mi riempiva a tal punto che, ero certa, se mi fossi trovata al freddo e al buio, avrei potuto sempre ripensare ai raggi che accarezzavano la mia pelle per ritrovare dentro di me un po’ di quella energia.

FAVOLA: Rifiuto e Accoglienza (prima prova)

          Buongiorno, maestro! – dissi inchinandomi leggermente davanti al mio mentore. Lui fece altrettanto. Si sedette ed io mi sedetti di fronte a lui.

          Oggi faremo un esercizio molto semplice, ma nello stesso tempo molto difficile. Prima respiriamo. Inspira …. Espira …. Inspira …. Espira ….

Il mio maestro era un piccolo, grande uomo, di età indefinita e di nazionalità sconosciuta. A volte mi faceva fare cose che non capivo, gesti senza importanza o scontati. Per me!

          Alzati, ragazza! E avvicinati … Bene, così … Ora abbracciami.

Mi avvicinai al mio maestro, allargai le braccia e, come mi aveva chiesto, lo abbracciai.

Non mi sentivo molto a mio agio ad abbracciare il mio maestro: lo feci, perché lui me lo aveva chiesto.

La sua reazione fu per me una sorpresa. Non so bene cosa mi aspettassi, forse solo di essere ricambiata.

Invece lui si trasformò in palo di cemento. Neanche albero, perché un albero è vivo, ha energia, ha rami, corteccia, linfa che scorre. No, divenne palo di cemento: freddo, liscio, morto.

Sbang! La mia anima registrò il messaggio. Se tu abbracci l’altro, sei ricambiato con freddezza. Se doni amore, nulla riceverai in cambio.

          Bene … Ora abbracciami di nuovo –  disse il mio maestro.

Obbedii, come la prima volta. Allargai le braccia e lo abbracciai.

Sbang! Un’altra frustata alla mia anima.

Anche questa volta, nonostante la batosta precedente, non ero pronta al suo rifiuto. Mentre io allargavo le braccia e lo abbracciavo, lui alzava le sue, appoggiava le mani sul mio seno e mi allontanava. Nei suoi occhi leggevo disprezzo, odio, indifferenza.

Indietreggiai, amareggiata e triste.

          L’ultima prova … Abbracciami per la terza volta.

Lo guardai e non mi mossi. Ora avevo capito e non volevo un altro rifiuto e altra indifferenza.

          Avvicinati … devi superare tutte le tre prove … altrimenti a nulla sarà valso e dovrai ricominciare da capo.

Aveva ragione, ma io avevo paura. Cosa sarebbe successo questa volta?

Mi avvicinai, lo guardai negli occhi, aspettando un cenno, cogliendo un movimento, leggendo l’illeggibile. Ma il mio maestro non a caso è un maestro: di lui non si mosse neanche una ciglia.

Mi avvicinai, senza mai distogliere lo sguardo, senza cedere, senza abbandonare il campo.

Allargai le braccia e lo abbracciai e, con mia enorme sorpresa, anche lui allargò le braccia e mi abbracciò, con tutto il calore che aveva dentro, con tutto l’amore che poteva trasmettermi, con tutta la generosità che ogni uomo può dare al proprio fratello, perché non esiste al mondo individuo che non desideri essere amato, consolato o accolto.

E calde, salate, piccole lacrime di felicità sgorgarono dai miei occhi, colando lentamente lungo le guance.

Fiaba: IL BARATTO DELLE QUALITA’

(Dedicata alla mia maestra)

 

C’era una volta …

Tutte le fiabe iniziano così, con un “C’era una volta”.

Ed anche questa inizierà così, ma non sarà una fiaba tradizionale, con un cattivo, un buono, un principe azzurro e una matrigna.

Sarà una storia con una morale e quale che sia questa morale, spero che ognuno ne tragga la sua.

Sarà una storia fatta di uomini, che ad un certo punto capiscono che al mondo non si deve vivere nell’egoismo, criticando gli altri, ma si deve rispettare l’umanità intera, anche quando l’altro ci infastidisce, perché nessuno di noi ha il diritto di essere giudice o inquisitore e decidere chi è meglio o chi è peggio.

E’ la storia di uomini come tanti, che un bel giorno acquisiscono la consapevolezza dei propri limiti e capiscono che sono “nulla senza gli altri”.

 

Dunque.

C’era una volta una terra molto, molto lontana, una terra splendida, verde e rigogliosa, dove non mancavano mai il sole, l’acqua, la luce, le piante e gli animali. Era la più bella terra che si potesse ammirare al mondo, il più bel luogo in cui ogni creatura desiderasse vivere.

Questa terra era divisa fra tre popoli.

Il popolo dei minatori abitava nel ricco paese di Mida, ai piedi della grande montagna rocciosa a nord-est, affacciato sul lago d’Ilia.

I minatori vivevano scavando l’oro della miniera che si trovava chilometri e chilometri sotto la montagna, lo lavoravano ed erano considerati i migliori mastri orafi di tutta la terra.

Con l’oro costruivano gioielli, ma anche oggetti per la casa, porte, finestre, tessuti da tappezzeria, decoravano statue, quadri. Ogni cosa che essi toccavano splendeva e brillava, tanto che l’acqua del lago, in cui si specchiava il paese, era diventata color oro.

Erano gli uomini più ricchi della terra.

A causa del loro lavorare in miniera erano piccoli, scuri di pelle, ruvidi e taciturni.

Il popolo degli amanuensi abitava nel convento di San Benedetto, situato sulla collina a ovest del lago, un tempo sede dell’ordine dei frati benedettini.

Qui tutti lavoravano in rispettoso silenzio, al lume di candela, seduti su alti scranni ed appoggiati a vecchi e tarlati tavolacci di abete, copiando, a mano, con inchiostro e pennino, su preziose pergamene, antichi testi religiosi, saggi di politica e leggi, libri di scienze, storia, geografia e filosofia.

Tutto il giorno e tutta la notte riproducevano con precisione assoluta ed infinita passione le lettere, le cifre, i decori, le illustrazioni.

Gli amanuensi erano i migliori sulla terra nell’arte dello scrivere e del copiare e le sale del convento erano piene dei libri meravigliosi che essi creavano.

Per la posizione che assumevano nello scrivere erano gobbi, piccoli, con le dita della mano destra ricurve e portavano tutti grandi occhiali dalle lenti spesse che servivano per ingrandire i simboli e le lettere.

Il popolo dei lanternai viveva nella città di Lomma, che si estendeva a sud-ovest del lago, ai piedi della collina.

Era il popolo dei giganti sottili: altissimi, lunghissimi, sottilissimi, camminavano silenziosamente e lentamente.

Erano padroni del fuoco, della luce e dell’elettricità e grazie al loro lavoro, tutto il mondo era in grado di vivere, riscaldarsi e cucinare.

Ogni popolo viveva chiuso nella propria porzione di terra, dedicandosi giorno e notte al proprio mestiere, con passione e dedizione. Ognuno si considerava il migliore nel proprio campo e nessuno degli altri era da apprezzare quanto sé. Erano egoisti ed orgogliosi e per questo motivo i tre popoli non s’incontravano mai.

Per trecentocinquantotto giorni vivevano come se fossero soli sulla terra.

Il bisogno di incontrarsi era dettato dal fatto che ogni popolo, per potere continuare a svolgere il proprio mestiere, aveva bisogno di materie prime che solo gli altri popoli sapevano produrre.

E così, nella prima settimana dell’anno, ogni popolo inviava una delegazione di tre rappresentanti, che s’incontravano in una radura lontana dal paese, dal convento e dalla città, dove per otto giorni si intessevano relazioni commerciale con gli altri popoli, al fine di barattare le proprie merci con quelle altrui.

Il luogo da raggiungere era a tre giorni e tre notti di cammino. La radura era una landa pianeggiante a sud-est del lago, circoscritta da boschi di querce, faggi e aceri secolari che raggiungevano altezze mai viste, tanto che a vista d’occhio non era possibile scorgerne la cima.

Il primo giorno i nove rappresentanti, giunti alla radura, si accinsero a preparare la propria dimora, innalzando una tenda dove riposare e ripararsi durante la settimana di permanenza. Le tende che costruivano erano ogni anno diverse e sempre più spettacolari, a dimostrazione della superiorità di ognuno.

Il popolo dei minatori costruì una tenda a forma di montagna rocciosa, identica a quella in cui aveva sede la miniera; nella parte anteriore un’apertura ricordava l’ingresso della caverna da cui si accedeva al cuore della montagna; fuori e dentro la tenda c’erano centinaia di sacchi e di barili pieni di pepite di tutte le forme e dimensioni: piccole, medie e grandi, a forma di cuore, fiore, sole e luna. La tenda era costruita con un tessuto prodotto intrecciando un filo di lana ed un filo d’oro: la tenda, i barili, le pepite … tutto era d’oro e dal sito in cui era stata piantata, proveniva una luce così forte e abbagliante, da sembrare un sole.

Il popolo degli amanuensi costruì una tenda a forma di castello medievale, con tanto di fossato e ponte levatoio, torri, torrioni e pontili, soldati di vedetta e maggiordomi, dame di corte e servitù. All’interno della tenda-castello un’enorme stanza era stata adibita a scriptorium, ed allestita con una completa esposizione di tutte le opere prodotte: libri, pergamene, testi sacri e profani, biglietti di auguri e d’invito, poesie, disegni e quadri.

La tenda dei lanternai era a forma di casa, illuminata da centinaia di luci di tutti i colori, blu, rosse, gialle, verdi. In ogni stanza c’era un caminetto acceso, dove brillava un fuoco allegro e scoppiettante, ad ogni finestra luccicava la fiamma di una piccola candela che non si spegneva al soffio del vento, tutto attorno, decine di lampioni illuminavano il giardino di alberi, fiori, cespugli ed aiuole che i lanternai avevano creato.

Le tre tende furono edificate intorno ad un cerchio immaginario, in modo da creare una piazza al centro.

E in quella piazza, la sera del primo giorno alle nove, i nove si incontrarono per salutarsi.

“Noi popolo dei minatori, siamo venuti ad incontrarvi, per scambiare le nostre pepite d’oro con le vostre merci. Le nostre pepite sono le migliori che si possano trovare in questa terra e in tutte le terre. Veniamo per comprare dagli amanuensi i testi antichi, ricchi di consigli di saggezza e segreti e dai lanternai la luce da portare nelle nostre miniere.”

E s’inchinarono.

“Noi popolo degli amanuensi, siamo venuti ad incontrarvi, per scambiare i nostri libri e le nostre pergamene con le vostre merci. I nostri libri e le nostre pergamene sono i migliori che si possano trovare in questa terra e in tutte le terre. Veniamo per comprare dai minatori l’oro con il quale decorare le nostre miniature e dai lanternai la luce che ci serve per lavorare di notte.”

E s’inchinarono.

“Noi popolo dei lanternai, siamo venuti ad incontrarvi, per scambiare la nostra luce con le vostre merci. La nostra luce è la migliore che si possa trovare in questa terra e in tutte le terre. Veniamo per comprare dagli amanuensi i testi che contengono la scienza e l’arte di produrre la luce e dai minatori l’oro con il quale produrre l’olio che brucia a lungo e risplende di una brillantezza mai vista.”

E s’inchinarono.

Ognuno tornò alla propria tenda, fino all’indomani mattina.

Il secondo giorno i minatori incontrarono i lanternai nella tenda a forma di casa, parlarono tutto il giorno, discussero sul prezzo della merce e non si misero d’accordo.

Il terzo giorno gli amanuensi incontrarono i minatori nella caverna all’interno della tenda a forma di montagna, parlarono tutto il giorno, discussero sul prezzo della merce e non si misero d’accordo.

Il quarto giorno i lanternai incontrarono gli amanuensi nella tenda a forma di castello, parlarono tutto il giorno, discussero sul prezzo della merce e non si misero d’accordo.

Il quinto, il sesto e il settimo giorno si incontrarono di nuovo un’altra volta, cercando di abbassare il prezzo per potersi procurare la merce. Ma non si misero d’accordo.

Così tornarono alle loro tende, indignati e tristi per il cattivo esito delle trattative.

La mattina dell’ottavo giorno, si ritrovarono tutti nella piazza, preoccupati per il loro futuro.

Nessuno dei tre popoli sarebbe sopravvissuto se non avesse potuto procurarsi le materie prime necessarie per lo sviluppo del proprio mestiere.

Il popolo dei minatori prese la parola.

“Noi rappresentanti del popolo dei minatori, se non possiamo procurarci luce e saggezza tutto il nostro lavoro sarà inutile, l’oro si trasformerà in pietra e tutta la bellezza e lo splendore del mondo periranno.”

“Noi rappresentanti del popolo degli amanuensi, se non possiamo procurarci oro e luce tutto il nostro lavoro sarà inutile, la pergamena si trasformerà in polvere e tutta la sapienza della terra morirà.”

“Noi rappresentanti del popolo dei lanternai, se non possiamo procurarci oro e saggezza tutto il nostro lavoro sarà inutile, la luce si trasformerà in tenebre, l’oscurità e il gelo avvolgeranno la terra e tutto morirà.”

Quando l’ultimo uomo pronunciò l’ultima parola, all’improvviso tutto si spense.

Le luci morirono, le pergamene si polverizzarono e l’oro si trasformò in pietra. Non c’erano più le luci ad illuminare, le pergamene a risplendere e l’oro a brillare.

Il mondo fu avvolto dal buio più nero che si potesse immaginare.

I nove rimasero sbalorditi di fronte ad un tale cataclisma, ed immediatamente, pieni com’erano del proprio ego, cominciarono ad addossare le colpe gli uni agli altri.

Per tre ore continuarono a insultarsi e incolparsi, sottolineando che l’unica merce perfetta ed utile a tutti era la propria.

Ad un certo punto la voce di un bambino, si elevò sopra le voci dei nove. Una voce infantile ed allo stesso tempo terrificante.

“Siete egoisti e pieni di voi stessi e la vostra arroganza vi ha punito. Il mondo è al buio e fino a quando non troverete un accordo tutto resterà avvolto dalle tenebre.”

“Chi è?” disse uno dei nove.

“Chi ha parlato?” disse un altro.

“Accendete la luce, voi, lanternai.”

“Senza fiamma come facciamo, non sappiamo produrre la luce. Noi accendiamo una luce con un’altra luce. Piuttosto voi, amanuensi, prendete le vostre pergamene dipinte con colori brillanti e fatele risplendere, cosicché possiamo avere un po’ di chiarore.”

“Le nostre pergamene sono polverizzate. Non possono risplendere più. Ma c’è sempre l’oro dei minatori che può illuminare questo giorno nero” dissero gli amanuensi.

“Il nostro oro è stato trasformato in pietra. Nemmeno una pepita brilla più. Tutto è morto” dissero i minatori.

“Ma cosa possiamo fare? Non abbiamo più nulla da scambiare” chiese qualcuno.

E la voce rispose.

“Barattate quello che possedete.”

“Ma non possediamo più nulla. Come possiamo fare?”

E la voce rispose di nuovo.

“Barattate quello che possedete.”

I novi pensarono e pensarono, senza arrivare ad una conclusione.

Per un giorno intero pensarono, litigarono, s’insultarono, fino a quando uno degli amanuensi disse: “Scambiamoci le nostre qualità.”

“Buona idea!”

Gli amanuensi per primi si recarono dai minatori e dissero: “Noi amanuensi vi doniamo la nostra sapienza nel trasformare la pietra in oro e in cambio vi chiediamo un po’ della vostra forza.”

Fu la volta dei minatori, che si recarono dai lanternai e dissero: “Noi minatori vi doniamo la nostra arte nella lavorazione dell’oro ed in cambio vi chiediamo un po’ della vostra capacità nel diffondere la luce.”

I lanternai  infine si recarono dagli amanuensi e dissero: “Noi lanternai vi doniamo il nostro impegno nel distribuire la luce e in cambio vi chiediamo la vostra conoscenza nel creare il fuoco dal nulla.”

Ognuno accettò, di cuore, i doni dell’altro, la luce tornò, la polvere divenne pergamena e la pietra fu trasformata di nuovo in oro.

Da quel giorno i tre popoli impararono a scambiarsi qualità e doni, anziché merci. Capirono l’importanza del sapere dell’altro e nessuno pensò più di essere il migliore.

La luce, l’oro e la pergamena, da quel giorno, furono a disposizione di tutti i popoli indistintamente.

E tutti vissero sulla terra, senza confini e senza limiti, felici e contenti.

© 2017 Roberta Marcaccio

Theme by Anders NorenUp ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: