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L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Clara Piacentini

La mia ospite di oggi è una cara amica. La nostra amicizia è nata dopo la mia recensione a Bianca come l’Africa, il libro che Clara ha pubblicato nel 2016 per Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani.
Clara Piacentini è stata docente di Lettere in Italia e all’estero ed ha vissuto sette anni in Bulgaria e altrettanti in Etiopia. I sette anni trascorsi in Etiopia hanno profondamente segnato il suo modo di pensare, il suo sguardo sulla vita.
Al rientro in Italia ha scelto come sua dimora un piccolo paese dell’entroterra romagnolo perché dalla sua casa si vede il mare.
Si è diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari conseguendo il titolo di Consulente in scrittura biografica ed autobiografica e conduce Seminari e Laboratori di scrittura di sé, coniugando la forza creativa della parola con il linguaggio poetico.
Nel 2015 e nel 2016 è stata selezionata con i racconti “Corale” e “L’anima si è fatta re” nell’ambito del Concorso Nazionale Lingua Madre. I racconti sono pubblicati nelle antologie “Lingua Madre Duemilaquindici/Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27.
Sempre nell’ambito del Concorso Lingua Madre, è stata selezionata, negli stessi anni, per il Premio speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo con le foto ABABA-FIORE e ATTESA.

A questo punto non ci resta che incontrarla!

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Clara, è un vero piacere averti qui nel mio salotto. Vista l’ora, ai miei ospiti offro tè e dolci, ma lascio piena libertà di scelta. Tu cosa gradisci?

Gradirei, se puoi, un caffè freddo. Puoi aggiungere acqua e ghiaccio a un caffè appena fatto. Poiché lo bevo amaro, lo accompagno volentieri con un dolcetto. Grazie.

 

Ottimo! A questo punto possiamo iniziare la nostra chiacchierata. Sei pronta?

Prontissima!

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Se si esclude la cospicua scrittura epistolare, cartacea e telematica che parte dall’adolescenza, la scrittura voluta e consapevole è cominciata nell’età matura durante gli anni trascorsi in Etiopia e da lì è continuata.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Penna V5 HI-TECPOINT- 0,5 di qualsiasi colore, quaderni e quadernetti “preziosi”, tavolo completamente sgombro per computer e quaderno se sono in casa.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Il luogo ha poca importanza. Non parto da un luogo, ma da una persona che diventa personaggio e che nel luogo o nei luoghi agisce.

 

Il libro più bello che hai letto?

Domanda “difficile”. Il primo che mi viene in mente: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Le sale d’attesa di qualsiasi genere, così mi estraneo, a meno che… l’immaginazione non si posi su persone particolari che mi offrano un nuovo spunto.

 

Bene, Clara! Sono felice di averti con me oggi. Noi ci conosciamo da un anno; sei la prima autrice targata Antonio Tombolini Editore con cui sono diventata amica dopo aver recensito la tua bellissima antologia di racconti. Partiamo da qui, dall’Africa. Del libro parleremo alla fine. Hai fatto riferimento all’Etiopia. Ad un luogo che tu ami molto e che è parte importante della tua vita. Corretto?

Eccoci, Roberta! È un grande piacere anche per me essere in tua compagnia.
Sì Roberta, è corretto ciò che dici. L’Etiopia è il mio paese d’adozione, ha avuto un ruolo fondamentale nella mia esistenza. Ha segnato profondamente il mio modo di pensare, il mio sguardo sulla vita.

 

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Foto ATTESA di Clara Piacentini

Tu hai un legame particolare con le persone, con la mentalità e con gli usi di un popolo così lontano da noi ma così vicino nel tuo cuore. Ci racconti come è nata l’occasione di questo viaggio in Africa, cosa è successo durante il tuo soggiorno in Etiopia e come vivi e hai vissuto tutto ciò?

Vedi, Roberta, questo viaggio è durato sette anni.
In Etiopia sono andata per lavoro in seguito a un concorso fatto al Ministero degli Affari Esteri. Sono stata docente di Lettere presso la Scuola Italiana di Addis Abeba.
Non è facile rispondere alla tua domanda. Mi viene in mente una frase, letta, credo, nella rivista dei Padri Bianchi, Africa, che esprimeva più o meno questo concetto, chiaramente un po’ provocatorio: Chi va in Africa per un mese, torna e scrive un libro, chi vi passa un anno scrive una guida o un articolo, chi vi passa una parte di vita o una vita intera, preferisce star zitto davanti alla sua complessità. Quanto a me, poiché ti ho detto del motivo della mia vita in Etiopia, posso dirti che laggiù ho vissuto con pienezza, lavorando, viaggiando, cercando di capire, a contatto con la popolazione. Non è stato il mio un viaggio turistico, ma un viaggio dell’anima nel suo significato più ampio. Questo è ciò che è successo.
Come ho vissuto ha il nome di gratitudine, riconoscenza, un senso affettivo del ringraziamento.
Come vivo ha il nome di nostalgia, che secondo l’etimologia, dal greco, significa “dolore del ritorno”, nostalgia come sentimento di tristezza, di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari, per un passato che si vorrebbe rivivere.
Dopo il cosiddetto rimpatrio, sono tornata due volte in Etiopia, ma… Nei puntini di sospensione il significato di un passato che non si può rivivere.
Vorrei aggiungere una cosa, ma forse emergerà quando mi farai domande sul mio libro: il mio amore per l’Etiopia non ha niente a che vedere con un che di romantico, sdolcinato o, quel che è peggio, colonialista.
Ho visitato altri Paesi africani, ma da turista…

 

Ho percepito quel “dolore del ritorno” sia durante la lettura di Bianca come l’Africa che dei due racconti Corale e L’anima si è fatta re pubblicati nelle antologie Lingua Madre Duemilaquindici/Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia.
La tua è la scrittura dell’anima. Rispecchia quello che tu sei. Rispecchia quello che trasmetti in chi ti sta accanto. Di quella tua anima che un po’ doni agli altri.
C’è tanto nella tua scrittura di ciò che hai visto e vissuto. C’è anche tanta nostalgia.
Qual è il tuo desiderio di scrittrice? Il tuo obiettivo? Ogni scrittore ha il suo. Chi desidera diventare famoso, chi ricco, chi noto, chi semplicemente vuole essere letto.
Clara cosa desidera dal suo futuro di scrittrice?

Ho cominciato a scrivere da adulta, come dicevo rispondendo alla prima domanda. Ho sentito la scrittura come un bisogno, ho desiderato scrivere della mia vita, per me sola. Mi sono diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e ho scritto la mia autobiografia che è riposta nel mio cassetto segreto, in attesa non so bene di cosa.
Intanto scrivo.
È stato pubblicando Bianca come l’Africa che mi sono accorta del mio ruolo di scrittrice. Non mi pongo un obiettivo particolare, non sicuramente quello di diventare famosa o ricca. Forse è il desiderio di essere letta, la gratificazione di un “riconoscimento” dei temi che affronto, unitamente alla capacità di una buona scrittura, ciò che mi aspetto dal mio futuro di scrittrice, se un futuro ci sarà.

  

clara2Vorrei tornare per un attimo ancora all’Etiopia e chiederti di raccontarci dell’Africa dal tuo punto di vista femminile per mostrarci ciò che hai visto: come vive la popolazione etiope, qual è il ruolo delle donne e quali sono le difficoltà che le persone devono superare ogni giorno. Non quello che ci raccontano i media, ma ciò che veramente è!

 Cercherò di essere breve e puntualizzare ciò che mi hai chiesto, perché l’argomento è molto vasto e complesso. Sono rientrata nel 2006 dall’Etiopia dove ho trascorso sette anni come docente alla Scuola Italiana di Addis Abeba. Ci sono ritornata per più di un mese nel 2010 e nel 2015. Ti parlerò un poco dell’Etiopia che ho amato. I viaggi in altri Paesi africani fatti per turismo per me non fanno testo. L’Etiopia, quando sono arrivata era, nelle statistiche, il penultimo paese fra i più poveri del mondo. La capitale era un insieme di villaggi separati da rigagnoli d’acqua putrida, un paio di quartieri con edifici in stile fascista, retaggio della nostra colonizzazione (Piassa, deformazione di Piazza perché manca in amarico la esse, Casancis, deformazione di Case Incis, gli edifici destinati agli italiani), poi la grande zona di Mercato dove potevi perderti e non era molto sicuro inoltrarti da solo, poi le nostre ville, intendo quelle dei bianchi. Nonostante la povertà estrema l’Etiopia era ed è ancora il più grande mercato dell’Africa orientale e ospita tuttora almeno duecento rappresentanze di Paesi stranieri, fra Ambasciate, Consolati e Organizzazioni Internazionali. La vita dei bianchi era a stretto contatto con la popolazione. Accanto alle nostre confortevoli abitazioni, le abitazioni o le capanne fatiscenti. La mucca dei vicini veniva a mangiarsi le mie calle che il guardiano si ostinava a piantare fuori del muro di cinta. A me stava bene così! Ero contenta. Altri bianche erano perennemente scontenti e nervosi. Ritengo che l’emarginazione sia un terreno in cui può attecchire il germe della violenza. La vicinanza crea rapporti di rispetto per l’altro, nonostante le differenze.
Oggi Addis Abeba è un grande cantiere. Palazzi sorgono come funghi senza regole e soprattutto senza alcuna misura di sicurezza per i lavoratori.
Si parla di grande ripresa economica.
Nessuno sa che dall’ottobre 2016 il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, ancora in atto, in seguito alle proteste della popolazione Oromo che si vedeva sottrarre le terre da coltivare, date alle multinazionali straniere. Cina e Arabia Saudita in primis. Ci sono state centinaia di morti. Coprifuoco e isolamento dei social e delle linee telefoniche.
Ti allego un brano di un articolo del Corriere della Sera del 24 agosto 2016 che fa capire come siano scoppiate le rivolte dopo il gesto del maratoneta etiope che ha vinto la medaglia d’argento.
Non è tornato da eroe. E neanche da nemico della patria. Mentre i suoi compagni atterravano in Etiopia, Feysa Lilesa è rimasto in Brasile. Non girerà per Addis Abeba mostrando la sua medaglia di argento. Perché la maratona più difficile, e non poteva non saperlo, Lilesa l’ha cominciata domenica arrivando sul traguardo di Rio, dopo due ore, nove minuti e rotti, con un gesto che nessuno a questi Giochi aveva osato compiere prima di lui. Un gesto di protesta politica. Alzando le braccia incrociate sopra la fronte, i pugni chiusi, gli occhi bassi. Il segno delle manette, che nelle strade di casa sua sono diventate il simbolo di una rivolta che negli ultimi mesi sta infiammando (nel silenzio internazionale) il Paese del miracolo economico africano (la cui stabilità è cara all’Occidente), la seconda nazione più popolosa del Continente con 95 milioni di abitanti e forti squilibri sociali che prendono la forma di tensioni etniche. «Il governo etiope sta uccidendo il mio popolo — ha detto il ventiseienne Lilesa dopo la gara —. Io sostengo la loro protesta, perché gli Oromo sono la mia gente. I miei familiari sono in prigione, se osano parlare di diritti e democrazia vengono uccisi. Se torno, rischio anch’io di essere ucciso. O di finire in carcere»”. 

Quando sono stata in Etiopia ho visto Addis Abeba così mutata da non riconoscere interi quartieri.
Nelle campagne nulla era mutato.
Come vive la popolazione? Vive per la sopravvivenza. Per procurarsi il cibo quotidiano con una agricoltura ancestrale.
Le donne? Forse un po’ di emancipazione è arrivata, sicuramente nella capitale. L’emancipazione delle donne passa solo e necessariamente attraverso l’istruzione.
Le donne sono di una bellezza incantevole. Fanno i lavori più umili e pesanti. Dipendono direttamente dal marito. Partoriscono numerosissimi figli. Non hanno alcun diritto. Mancano di istruzione, soprattutto nelle campagne. Ti si avvicinano con grazia se tu sorridi loro. È un popolo mite quello etiope. Un popolo di sorrisi e silenzi.
Nei racconti di Bianca come l’Africa faccio spesso riferimento a figure di donne, alla loro vita.
Ti allego un post del Concorso Lingua Madre che affronta un tema difficile e lo fa con rispetto verso le bambine.

Oggi, 6 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, istituita dalle Nazioni Unite quale giornata di riflessione internazionale per l’eliminazione in tutto il mondo di queste violente pratiche.

Anche il #Clinguamadre si unisce e lo ricorda con la fotografia “Ababa – fiore” di Clara Piacentini, selezionata per il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo del X CL.
Quello delle mutilazioni genitali femminili è un tema scottante che ho visto affrontato spesso con violenza verbale, pruderie e morbosa curiosità. E ciò mi indigna.
È una pratica, quella delle mutilazioni, che continua nonostante da anni sia vietata legalmente. È ovviamente una pratica tremenda che spero scompaia già con le piccole generazioni del presente.
Nel film “Mouladé” il regista Sembène Ousmane affronta il tema con forza e delicatezza nella sua aperta denuncia. Ribadisce che solo l’informazione può sollevare le donne dall’essere vittime indifese e offrire loro l’opportunità di essere in grado di spezzare una cruenta tradizione.
Ho postato su Facebook un filmato che finalmente circolerà nelle scuole, un filmato a difesa delle bambine, in cui si parla della consapevolezza e dei diritti delle donne.
Ci sono due bambine in Etiopia, ora ragazzine, figlie della fisioterapista mia e di una mia amica. Sono un po’ figlie nostre. Supportiamo i loro studi. La più grande è stata ammessa all’Università. Diventeranno, spero, donne indipendenti e consapevoli dei loro diritti. Non mi piace parlare di questo. Non è un grande merito. Non mi piace l’atteggiamento buonista di tanti occidentali. Si sentono buoni perché portano doni o aprono una scuolina e si mettono in mostra. Forse non se ne rendono conto “Loro”, intendo gli Africani, i bimbi soprattutto, non ci devono alcun “grazie”. Siamo noi che lo dobbiamo a loro, per il loro sorriso, la loro ingenuità, la loro povertà che dipende in gran parte dalla nostra ricchezza.

 

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FOTO ABABA-FIORE di Clara Piacentini

Molto commovente, Clara, a volte siamo sordi e ciechi davanti a certe realtà e credo faccia bene a tutti ricordarci quanto siamo fortunati rispetto ad altri popoli, ad altre donne, uomini e bambini.
Mi hai chiesto di accorciare, se ti fossi dilungata, ma credo fermamente che non si possa cancellare neanche una sola parola di ciò che ci hai trasmesso con così tanto calore.
Veniamo ora a Bianca come l’Africa, a cui hai già accennato. Sono racconti che contengono tanto di ciò che hai vissuto, sono storie di una intensità disarmante. Ricordo, quando li lessi, provai davvero le sensazioni che descrivevi e per me, che non ho mai visitato l’Africa, è stato come essere lì, viverla, amarla, sentire il dolore di quel distacco.
Sono storie tue, dove c’è la tua vita.
Bianca come l’Africa è una denuncia a ciò che molti di noi non hanno vissuto e non vivranno mai. È il manifesto pubblico di una società che tutti dovrebbero conoscere. È una libertà verso un mondo difficile, quello delle donne, delle bambine, che sopportano ancora condizioni per noi inaccettabili.
È questo Bianca come l’Africa? Cosa è per te?

Sì, Roberta, posso risponderti che Bianca come l’Africa è tutto questo. Ma non è una denuncia, potrei dire, in stile giornalistico o sociale. Solo a occhi attenti, come il tuo del resto, appare ciò che si legge tra le righe, mentre le storie dei singoli si dipanano tenuti insieme da un filo quasi invisibile che la protagonista, in questo caso addirittura la scrittrice che racconta, tiene fra le mani. C’è un racconto intitolato Requiem, dove a un certo punto nel narrare di un fatto tragico, interviene con forza un pensiero che è quasi un grido, una riflessione che esce d’impeto: “… quest’Africa forte di contrasti, di dolcezza e violenza, di sorrisi e pianti, in questi cieli esagerati di bellezza, in questo sole che magnifica e uccide la vita, in questi fiori rabbiosi di colore a coprire il capire, a confondere le menti. Africa piegata che nulla nega al potente e in sé soffoca la sofferenza antica e la vendetta acerba”.
Ci sono quadri descrittivi che, usando un’espressione forte, un ossimoro, potrei definire “apocalisse di bellezza”, altri che danno l’idea della distruzione di un Paese tanto amato.
Per finire, ma forse te l’ho già detto, l’Africa, o meglio l’Etiopia, ha il nome di nostalgia che dal greco significa “dolore del ritorno” e questa nostalgia è quasi impossibile da spiegare, è quella che ti fa muovere per un ritorno reale, come ho fatto più di una volta -ma la mia vita nel frattempo è cambiata-, è quella che ti attanaglia l’anima quando meno te lo aspetti, così in qualsiasi momento della giornata, mentre svolgi azioni apparentemente futili…

 

Devo ringraziarti, Clara, per le tue parole, per quelle di Bianca come l’Africa che invito tutti a leggere. Il tuo libro è un cuore aperto. È emozione pura. È amore per l’Etiopia e la sua gente. Sono racconti che, legati uno all’altro, formano un filo unico. Di parole cariche di tutto il peso che l’Africa porta con sé.
Altre due domande prima di salutarti.
La prima: qual è il racconto che ami di più e perché?
La seconda: tu sei diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, hai conseguito il titolo di Consulente in scrittura biografica ed autobiografica e conduci Seminari e Laboratori di scrittura. Ci racconti, in breve, cos’è la scrittura autobiografica e perché, secondo te, le persone hanno un così forte bisogno di parlare di sé?

Il racconto che amo di più è senza dubbio “La collina degli eucalipti” (viene subito dopo il prologo – che ho scritto per ultimo, stanca di sentirmi chiedere del Mal d’Africa). L’ho scritto senza il presentimento che avrei continuato con altri racconti fino a farne un libro. L’ho scritto in Etiopia. Perché lo amo? Perché esprime tutto: dice chi io sono, dice della terra e degli orizzonti infiniti che ti si aprono davanti agli occhi e che in Europa è impossibile vedere, dice di bambini e donne. Dice di un presagio. Sono tornata in Etiopia due anni fa. Tutto è cambiato. La collina degli eucalipti no. È la stessa, troppo in alto e lontana dalla città non è ancora stata soffocata da una speculazione edilizia scriteriata e ladra.

Per rispondere alla seconda domanda e dirti in breve cos’è la scrittura autobiografica ti rimando a una citazione, tratta da un libro del filosofo Duccio Demetrio, mio maestro dell’età matura: “Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po’ d’ordine dentro di sé e capire il presente, per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, il racconto di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto.” (da: Duccio Demetrio “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé”, Raffaello Cortina Editore).

Se si ripercorre la storia della letteratura possiamo vedere che la scrittura autobiografica è stata praticata dall’antichità, attraverso i secoli, sono tantissimi gli scrittori e le scrittrici che hanno detto della propria vita. Ti cito solo Marco Aurelio, Sant’Agostino, Rousseau, per arrivare con un salto temporale di secoli a Simone De Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Daniel Pennac e alla scrittrice ultima di questo periodo che è Annie Ernaux.
Le persone hanno bisogno di parlare di sé e credo sia per un desiderio di riconoscimento. Ma il parlare, scusa la pedanteria, resta vano. È la scrittura che ci porta alla riflessione sulla propria vita, al recupero delle memorie, al prendersi cura. La scrittura di sé costituisce inoltre una modalità di cura alla quale donne e uomini ricorrono per oltrepassare momenti difficili, di fragilità della propria esistenza. Non vi è età della vita che non si avvalga della scrittura per raccontare un po’ di sé e per imparare a guardare nelle proprie pagine le occasioni di sollevarsi dal disagio.
Quante volte abbiamo scritto di noi! Nelle pagine di un diario, in una lettera, oggi in una mail, in un appunto, persino nella nota della spesa!
Non credo a coloro che scrivono negando che nella scrittura, seppure di finzione, ci sia qualcosa di sé, del proprio vissuto. Non possiamo scrivere del mare se non l’abbiamo conosciuto, anche indirettamente, così come non possiamo scrivere d’amore, per esempio, di un amore vissuto o solo desiderato, sognato o immaginato.
E con questo, cara Roberta, mi fermo, altrimenti correrei il rischio di tenere una lezione di un paio d’ore almeno!

 

Grazie Clara, dal più profondo del cuore; ascoltare i tuoi racconti di vita costringe chi ti ascolta a fermare il mondo in cui vive per immaginare ciò che scaturisce dalle tue parole.
Io ti conosco anche personalmente e quello che traspare da questa intervista è la bellezza di ciò che tu sei.
Vi invito a leggere Bianca come l’Africa, gustandolo a piccole dosi, nel silenzio di un salotto e in compagnia di una tazza di tè o caffè, come abbiamo fatto noi oggi, perché la lettura dei suoi spaccati di vita vi trasporterà altrove, in un mondo diverso, dove palpitano altri cuori come i nostri e la vita è meno facile. Vi resterà dentro e forse proverete anche voi il “dolore del ritorno”.

Ringrazio i nostri lettori e li invito al prossimo appuntamento con L’ora del tè.

L’ora del tè, quando i ruoli si invertono: Ilaria Vitali intervista Roberta Marcaccio

Mancano dieci minuti alle cinque, Roberta è qui di fronte a me, tamburella nervosa con le dita sul bracciolo della poltrona, facendo tintinnare braccialetti e pendagli, fissandomi silenziosa da dietro gli occhiali, a metà tra il divertito e il preoccupato.
Sono Ilaria Vitali, mi sono impossessata del salotto di Roberta Marcaccio e ho uno scopo preciso: intervistarla.
«Ma sei sicura?» mi chiede in un soffio.
«Zitta, le domande le faccio io!»
Ride Roberta, non mi prende sul serio e la sua risata per un attimo mi travolge piacevolmente.

Roberta, prima o poi sapevi che sarebbe successo. Adesso tocca a te, siediti comoda, smetti per favore di tintinnare quel braccialetto e rilassati. Ho già preparato il tuo tè preferito e una fetta di crostata di ciliegie. Qui c’è gente che aspetta, vogliamo cominciare?
Sono comoda, ma guardare le cose da questa diversa angolatura mi crea un po’ d’ansia. Di solito le domande le faccio io. E poi vorrei sapere chi ti ha suggerito qual è il mio tè preferito e che amo la crostata di ciliegie. Vabbè, pazienza, visto che i lettori sono interessati ad altro iniziamo pure. Sono pronta!

 

cropped-Roberta-2.jpgRoberta Marcaccio, lavoratrice indefessa, moglie e mamma, figlia e nipote, scrittrice prolifica, lettrice affamata, la domanda sorge spontanea: come fai a conciliare una vita così frenetica? Ho come la sensazione che la scrittura e la lettura rappresentino questa stanza, dove tu riesci a isolarti mentre fuori il mondo cammina a velocità sostenuta. L’ora del tè non è casuale, è il luogo che tu hai creato, un rifugio morbido dove Roberta trova serenità. Vuoi parlarcene?
Guardandola da fuori, la mia vita, è davvero come la descrivi tu, ma fino ad ora non l’avevo mai analizzata. In effetti me lo sento ripetere spessissimo: “Ma dove trovi il tempo per scrivere?” Negli occhi di chi mi fa questa domanda leggo il rispetto del mio interlocutore nei confronti di un amore che è ormai molto più grande di quanto io riesca a gestirlo. È diventato anche il “tormentone” del mio BLOG – Il mio amore per la scrittura – è il mio mantra, è una urgenza che mi costringe a scrivere, perché quando ami una cosa o una persona con tutto te stesso vuoi stare o solo con quella cosa o con quella persona. Devo dire la verità, a volte vado in overflow, succede quando ho “in lavorazione” più attività di quelle che riesco a gestire; in questo ultimo periodo ho superato il limite di guardia, tanto che ho dovuto rallentare: mi sono ritrovata con un romanzo in scrittura, la rubrica de L’ora del tè a pieno ritmo, i libri da leggere (perché gli scrittori prima di scrivere leggono) più i manoscritti da selezionare per la collana di cui sono lettrice, le presentazioni di Tranne il colore degli occhi (quattro in due mesi), i racconti che ogni tanto ho l’orgoglio di vedere pubblicati su Il Colophon, la rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore… Però, anche quando rallento, il mio cuore è sempre là, la testa macina storie, il bisogno di scrivere si fa urgenza e, in un modo o nell’altro, devo immergere le mani nelle pagine dei libri, miei o di altri.
L’ora del tè, che come dicevo ha subìto un rallentamento forzato ma ripartirà presto con nuovi e interessanti scrittori, è la rubrica nata per dare voce agli altri autori, farli conoscere in un modo semplice e simpatico, simulando una chiacchierata in salotto all’ora del tè. Mi piace il rapporto vivo, quello vero, a faccia a faccia, mentre si parla di libri, scrittura e arte in genere. E volevo che il mondo caotico venisse confinato fuori da questo piccolo angolo silenzioso in cui regna sovrana la parola scritta e la voce dell’autore. Spero di essere riuscita nel mio intento e mi auguro che la rubrica sia apprezzata.
Devo dire che grazie ai tanti impegni e soprattutto a L’ora del tè, ho imparato ad organizzarmi. A dedicare il tempo giusto alle cose. A fare la scaletta delle priorità e a riempire fogli e fogli di TO DO che si alleggeriscono mano a mano che tiro una riga sopra alle cose fatte. Non sono una super-woman. Sono semplicemente una che sacrifica tutti i momenti liberi per amore di una cosa importante in cui crede: le pause pranzo, la mattina presto e la sera tardi e qualche mezza giornata nei week end. In mezzo a tutto il resto, ovviamente.

 

La scrittura, potente mezzo di comunicazione prima con sé stessi che con gli altri. Perché questa urgenza di scrivere? Io da scrittrice me lo sono chiesto mille volte senza darmi una risposta soddisfacente. Quando scrivi, cosa succede?
L’urgenza di scrivere nasce da un bisogno interiore: raccontare storie è come vivere altre vite. Da piccola me le raccontavo da sola, erano il mio passatempo nei momenti di solitudine, mi facevano compagnia. Raccontare storie è ossigeno, cibo, vino, è vita. Ora che sono grande (così dice l’anagrafe!) quelle storie che mi racconto da sola, premono affinché io le scriva per gli altri.
Scrivere (e leggere) è come vivere centinaia, migliaia di altre vite, quelle che non potremo vivere mai.

 

10423644_990163001033578_6127305744714367041_nIo ho conosciuto Anna. Ancora una donna, coinvolta da eventi profondi, di quelli che lasciano il segno. Anna è la protagonista del tuo prossimo libro in uscita, Ti raggiungo in Pakistan, che ha già solleticato la curiosità di chi, come me, segue le tue avventure letterarie. Chi è Anna?

Innanzi tutto devo spiegare una cosa che riguarda Anna. Devo chiarire la confusione che ho involontariamente creato sui social. Chi mi segue su Facebook, Twitter, trova citazioni, estratti, brani, monologhi firmati Anna. Con gli amici ho parlato tanto del romanzo che stavo scrivendo facendo riferimento ad Anna. E per tutti, è Anna.
Quando accenno a Ti raggiungo in Pakistan noto il disorientamento negli occhi dei miei interlocutori e più volte mi sono sentita chiedere: “E Anna? Quando lo pubblichi?”
La risposta è facile: Ti raggiungo in Pakistan è Anna.
E così spero di avere chiarito il fraintendimento che ho provocato.
Ed ora veniamo a lei.
Anna è uno specchio, la proiezione della mia anima ribelle e in subbuglio. A lei ho trasferito tre cose che mi appartengono e che sono parte predominante della mia vita: l’amore per la scrittura, per il mare e l’amicizia.
Anna è parte della mia essenza primaria.
Contiene le cose che amo, le mie passioni, i sogni, tutto ciò che fa parte di me e del mio mondo.
Ovviamente non contiene i dettagli della mia vita privata. Non è un’autobiografia.

 

Possiamo quindi ritornare a quello che affermavi poc’anzi sull’urgenza di scrivere come esperienza di viaggio e di vivere altre vite. Anna è una Roberta in un ipotetico mondo parallelo? Se sì, il fatto che sia privo di elementi autobiografici, Ti raggiungo in Pakistan si presenta più come un sogno a occhi aperti? E qui tocchiamo il tuo modo particolare di accompagnare i personaggi delle storie che scrivi, un modo che definirei al confine tra il materno e il fraterno, dove a tratti si percepisce la forte empatia con alcuni di essi. Con Anna è stato così? In parte hai già risposto, ma vorrei che parlassi del tuo legame con lei.
L’urgenza di scrivere nasce dalla mia incapacità di vivere una sola vita. È un bisogno che è nato con me, si è sviluppato fin da piccola, durante la lettura dei primi libri o la visione dei miei film preferiti (non ho perso neanche una puntata di Ellery Queen oltre ad aver letto i libri ovviamente). Dall’adolescenza in poi le storie ho iniziato a raccontarmele da sola. Erano il mio passatempo. Un vero sogno ad occhi aperti. Da qui l’esigenza di trasportarmi in un altro mondo in cui vivere una vita diversa, irreale e reale allo stesso tempo.
La scrittura ha amplificato un processo nato con la lettura, che continua ancora oggi.
L’amore per i libri va oltre ogni altra passione. Il bisogno di fantasticare, sognare è irrefrenabile. Potrei smettere di leggere e scrivere ma la mia anima continuerebbe a produrre storie.
Per nutrirsi.
Non c’è nulla di autobiografico nelle storie che invento.
Che bisogno avrei di scrivere la mia vita; la sto già vivendo ed è più che sufficiente.
Certo, nei racconti ci finiscono situazioni, persone ed emozioni che mi ruotano attorno. Questo è normale.
Se qualcuno pensa che ciò che scrive un autore sia completamente inventato si sbaglia di grosso. Anzi, vorrei mettere in guardia gli amici degli scrittori: prima o poi potreste essere rinchiusi in un capitolo.
E il sogno a occhi aperti di cui parli, oggi è un sogno reale. È quello stato di trance che caratterizza gli scrittori e che a volte li fa apparire assenti e un po’ folli. Quando lo scrittore è con lo sguardo perso nel vuoto o assorto, non sta riposando, non è depresso e nemmeno triste: sta semplicemente lavorando.
Ti rispondo alla seconda parte della domanda. Parlare di Anna per me non è facile. È un personaggio che io amo profondamente, sono cinque anni che vive con me, al mio fianco, la osservo mentre lavora, vive, soffre. Mentre ama.
Come ho già detto, a lei ho trasferito alcune mie manie o passioni ma anche alcuni moti della mia anima. In effetti forse le ho trasferito un po’ troppe cose.
Devo dire che mi sono divertita a cucirle addosso la vita che desiderava vivere. A farle incontrare gli uomini sbagliati e poi quelli giusti o viceversa. A farle fare il lavoro che amava. Ad affiancarle l’amica giusta.
È stata Anna a parlarmi e a raccontarmi di sé. Io ho solo trascritto sulla carta.
Io sono stata il suo specchio… e lei il mio.

 

IMG-20160718-WA0017Tranne il colore degli occhi è uscito nel 2016 nella collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore, per Ti raggiungo in Pakistan hai scelto una nuova avventura che è quella dell’auto pubblicazione. Da fuori emerge una volontà quasi viscerale di fare in modo che Anna abbia voce, quasi che fosse un elemento materico che hai deciso di plasmare dall’inizio alla fine senza percorrere strade più convenzionali. Ce ne vuoi parlare?
Ho riflettuto tanto sul futuro di Anna, per molti mesi, ho pensato e ripensato a quale dovesse essere il suo ruolo e soprattutto chi dovesse occuparsi di lei. Anna ha incontrato diversi editori, ha ricevuto critiche positive e suscitato interesse.
È nata nel 2012 e da allora ha subito diverse fasi di lavorazione; l’ho scritta, riscritta, corretta, riletta, anche quando era già a posto è ripassata di nuovo sotto la macchina dell’editing. In un attimo di follia avevo addirittura pensato di riscrivere il finale. Anna è nata di getto, è giunta a me con la forza di uno tsunami, mi ha travolta con la sua potenza e con la stessa urgenza mi ha costretta a scrivere di lei.
È dentro di me in modo inscindibile.
Chi mi conosce bene sa cosa intendo. L’energia che mi trasmette è vita piena, vera. Ha una forza che non può non essere comunicata.
Anna merita voce. Merita di essere conosciuta, letta, amata o odiata, apprezzata o disprezzata. Merita di essere accompagnata, presentata, annunciata.Mi aspetto commenti positivi ma anche negativi. Questo non toglie che Anna lascerà qualcosa di sé in tutti.
Con questa consapevolezza mi sono fatta le mille domande che un autore si fa prima di consegnare la sua opera a una casa editrice.
Non sarà sicuramente il libro della vita o il bestseller dell’anno ma merita le attenzioni che vale.
Dopo queste riflessioni mi sono risposta.
L’unica persona che può presentarla al mondo è colei che l’ha creata, plasmata, educata, cresciuta.
Non c’è nessun altro che possa offrirle la vetrina che merita. E da qui la decisione, difficile e ragionata mille volte, di produrla da sola. La paura è di non farcela, non avere tempo sufficiente, non essere capace. Confido nella passione che mi muove e nell’amore che ho per lei.
Anna è una storia di passione, amore, amicizia, vita, sogni. Ha la profondità del mare, lo stesso che lei ama, e spero non venga trattata per una banale storia d’amore.
Aggiungo che il prodotto finito è il risultato di un lavoro a più mani. Ho voluto curare Anna in tutto e per tutto: l’editing, la copertina, tutta la grafica e la produzione del libro sono stati realizzati da Carla Casazza e Carlo Alberto Civolani, miei carissimi amici oltre che grandi professionisti.

 

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Roberta, a questo punto non ci rimane che attendere l’uscita di Ti raggiungo in Pakistan, ma vorrei chiudere questa intensa chiacchierata con un’ultima domanda.
Al di là di quello che hai detto prima riguardo al fatto che Anna rappresenti la proiezione della tua anima, i personaggi delle tue storie sono sempre donne. Perché l’universo femminile?
Ad essere sincera un motivo preciso non c’è, è una cosa avvenuta per caso. La risposta facile sarebbe: “perché l’universo femminile mi appartiene”, ma non è così.
Ti racconto una cosa successa durante una presentazione del mio romanzo Tranne il colore degli occhi, che forse può aiutarci a spiegare questo fenomeno. Una ragazza in sala mi ha fatto una domanda che nessuno mi aveva mai posto e quella sua riflessione è stata come uno “squarcio di luce in mezzo a tante nubi” (cit). Tutto quello che ho scritto fino a ora, è il risultato di un percorso preciso di cui non ero cosciente. La scrittura parte sempre da un’idea che poi la fantasia sviluppa. Ed è stata proprio la mia fantasia a portarmi nel luogo giusto, quello dell’anima delle donne.
La ragazza che ha provocato quella riflessione è parte di questo percorso. È l’anello di congiunzione di tanti tasselli di cui, fino a quel momento, non comprendevo il significato.
Nei giorni successivi a quella presentazione ho messo assieme le tessere del puzzle e ho capito quale scrittrice voglio essere da grande. È la strada avviata con Tranne il colore degli occhi, che proseguirà con Ti raggiungo in Pakistan e che definirà il mio genere: letteratura femminile. Non romance, non eros, ma femminile.
Storie dal contenuto scomodo. Storie di donne che parlano alle donne, ma anche storie di uomini con a fianco grandi donne.
Spero di non essere travolta dalle critiche maschili, il mio intento non è sminuire il mondo degli uomini, ma trovare nell’anima delle donne la ricetta per crescere, riflettere, fare propri certi sentimenti ed emozioni che possano rendere meno difficile vivere. Indipendentemente dal sesso.

 

Direi che abbiamo finito e che puoi riprendere le redini de L’ora del tè. Non senza prima avermi versato un Martini Rosso! Suerte!

Ma potrò brindare con una che beve Martini Rosso? Mi verso una Saison! Prosit!

 

Ringrazio Ilaria Vitali per la splendida e ironica intervista. Oltre a essere una bravissima scrittrice Ilaria è anche mia grande amica, una delle poche persone al mondo che appartengono per motivi inspiegabili e stregoneschi alla mia anima. Vi aspetto alla prossima puntata de L’ora del tè.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Caterina Ferraresi

Quando scrissi a Caterina per invitarla a L’ora del tè non sapevo che avrei incontrato una splendida protagonista dell’universo femminile. Ironica, profonda e dolce sono, a mio avviso, i tre aggettivi che la rappresentano meglio.
Ce la siamo presa comoda, io e Caterina, abbiamo chiacchierato a lungo e quella che vi proponiamo è la sintesi di un pomeriggio trascorso assieme. L’incontro con Caterina ha in sé qualcosa di magico, contiene quel pizzico di meraviglia che ti fa dire: “Nulla accade per caso”.
Caterina s’innamora dei libri quando aveva cinque anni. “Avevo cinque anni e mio nonno ci leggeva la storia – a me e alla nonna- seduto a gambe incrociate su un gradino della scaletta che portava all’orto. C’era sempre qualche gatto che girava lì attorno e a volte si sedevano ad ascoltare, incantati.”
A quindici anni, grazie a un libro di Freud, viene a contatto con quello che poi diventerà il suo mestiere: la psichiatria.
Lasciamo che fra poco sia lei a raccontarsi. Intanto cito alcune delle sue pubblicazioni: Il lupo sotto il mantello, scritto con Marco Mazzoli ed edito da Ponte vecchio, vincitore del Premio Tobino 1997; Lo gnomo della biblioteca scritto con Danilo Di Diodoro edito da Moby Dyck; nel 2013 vince il premio ‘miglior incipit’ al torneo letterario Ioscrittore, con il romanzo Domani è un altro giorno edito in ebook; nel 2014 pubblica il libro per bambini Naso di cane edizioni Einaudi e, infine, nel gennaio 2017 il saggio L’elogio del barista Corbaccio Editore.

Io direi di cominciare la nostra intervista. Noi siamo pronte, voi?

 

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Caterina, benvenuta nel mio salotto. Cosa posso offrirti? Tè, caffè, biscotti, crostata?
Caffè, grazie, con un po’ di zucchero e niente biscotti: non mi piacciono i dolci! Invidia, eh?!

 

Invidiosissima ovviamente! Iniziamo la nostra chiacchierata?
Molto volentieri!

 

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho sempre scritto, credo. Quando ero piccola inventavo delle storie e le raccontavo ai miei gatti.  Ho avuto lì le mie prime stroncature perché i gatti, o se ne andavano dopo pochi minuti, o mi sbadigliavano in faccia e si addormentavano. Ero un’artista, come tutti i bambini che sono scrittori pittori e musicisti, prima che i grandi li “educhino”.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Scrivo solo di mattina perché- dopo mezzogiorno- il mio cervello si scollega. Scrivo a casa, alla mia scrivania, con un caffè e la radio accesa. Ascolto notizie di economia perché mi rilassano, sono come un rumore di fondo.  Ѐ stato durante la correzione del mio ultimo libro che ho imparato tutto sul bail-in.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Le mie storie sono ambientate in interni. Dentro le case e dentro i cervelli. Non ho tanta attenzione al fuori: questo è un mio limite. E per questo motivo inciampo continuamente e ho sempre qualche livido sui gomiti o sulle ginocchia.

 

Il libro più bello che hai letto?
Che domanda difficilllissssima. Con la pistola alla tempia “Cent’anni di solitudine”. La Colombia è un posto che voglio visitare: voglio vedere Macondo e non mi importa che sia un luogo immaginario, andrò a cercarlo e lo troverò.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?
Non scrivo in posti strani, se mi viene in mente una frase o una parola che non voglio perdere, mi fermo e la scrivo su un pezzo di carta, quello che trovo. So che dovrei portarmi dietro un blocchetto e me lo sono ripromessa un sacco di volte ma mi sono arresa ai miei limiti. Ho biglietti del treno e scontrini della coop con su scarabocchiate frasi dal significato misterioso.

 

Allora, Caterincate3a, con te vorrei cominciare dalla fine, non so perché ma sento di dover partire dal disordine. Mi viene così. È come un istinto primordiale che mi costringe a partire da dentro, dal tuo “interno”, per vedere cosa c’è “fuori”.
Come prima cosa ti chiedo cosa ti ha spinto a scegliere il mestiere che fai (dicci tu di cosa si tratta, in parte l’ho già anticipato nella mia introduzione) e cosa ti costringe, oggi, ad alternare la tua professionalità quotidiana con la passione per la scrittura. Parlo di costrizione, perché scrivere, molto spesso, è un atto che facciamo non di nostra volontà, una sorta di forza che nasce da dentro, alla quale è difficile ribellarsi.
A volte mi chiedo se sia giusto o meno assecondarla e quanto deve esserci di noi, nel momento in cui scriviamo, oppure sia il nostro Personaggio Interiore a guidarci, indicando quale sia il percorso migliore da seguire.
Non so se ho scelto il mio lavoro di psichiatra e psicoterapeuta. Allora ero giovane, un po’ bizzarra, la psichiatria era rivoluzionaria. La psichiatria è un osservatorio privilegiato per i voyeur dell’anima e io sono sempre stata un’impicciona delle storie altrui. Quello che ho sempre fatto, in ogni momento, è stato tradurre in racconto le cose che vedo o che ascolto. Anche adesso non so se sono un bravo medico: ascolto storie, modifico la punteggiatura, aggiungo ipotesi, tolgo qualcosa e qualcosa aggiungo finché la storia clinica del mio paziente diventa un racconto condiviso a due voci. Scrivere non è molto diverso da questo, scrivo perché, da poco tempo, ho trovato il coraggio di raccontare le mie storie e non solo quelle degli altri. E poi scrivo perché, sennò, divento nervosa, strapazzo gli idraulici e i giardinieri: quando mi rendo conto che la mia inquietudine sta diventando eccessiva mi metto davanti al PC e scrivo. Ѐ il momento in cui tutte le cose trovano il loro posto giusto nel mondo.

 

È anche il momento in cui le cose trovano il giusto posto nella nostra anima, non è vero? È molto interessante il tuo parallelismo fra le storie reali, di coloro che tu accogli e ascolti, e quelle di fantasia che inventi togliendole da dentro di te e condividendole con coloro che poi le leggeranno.
Come definiresti le storie che scrivi? Di che colore sono (e perché)?
E poi ho paura di chiederti da dove attingi i tuoi personaggi…
Vale per me come per tutti quelli che scrivono: io sono i miei personaggi, anche quando il protagonista – come nel libro per bambini ”Naso di cane”- è un cane. Io sono le paure di un cane, la sua lotta tra l’istinto di uccidere e l’istinto- ugualmente forte- di salvare cinque gattini in difficoltà. Se scrivessi gialli sarei la vittima e l’assassino, se scrivessi un triangolo amoroso sarei l’amato, l’amante, il tradito e il traditore. Certo la realtà mi dà spunti, il mio lavoro mi dà spunti…i libri sono lì, fuori e dentro, già tutti scritti: basta ascoltare, annusare e soprattutto rubare. Ecco, credo che uno scrittore sia questo, più di tutto: un bravo ladro. Però io non sono una scrittrice, non ancora, sono una che scrive. Ma spero di diventarlo prima o poi, è da sempre che voglio questo.
Di che colore sono le mie storie? Be’, guarda, c’è un colore che detesto tra tutti: il fucsia. Lo trovo sfacciato, arrogante, eccessivo e volgare eppure, a mia insaputa! bada bene, mi ritrovo a possedere un’enorme borsa fucsia, una sciarpa dello stesso colore e anche un orribile paio di sandali. Allora, forse, le storie che scrivo sono di quel colore. Anche un po’ giallo scuro, un colore che associo a una blanda cattiveria. In passato il giallo era considerato sconveniente per una donna, segno di poca serietà. E, perciò, viva il giallo!

 

La tua bella risposta mi  costringe a fare alcune riflessioni!
Intanto mi piace tantissimo il tuo altalenare tra i personaggi. Per chi scrive è fondamentale poter raccogliere e vivere le emozioni e le sensazioni dei soggetti che si muovono all’interno della storia. Altrimenti la narrazione sarebbe piatta e spenta. Senza cuore. E rubare è lecito in questo caso, l’importante è non rivelare al malcapitato ciò che abbiamo sottratto: una caratteristica fisica, un tratto caratteriale, il dettaglio di un abito oppure un pezzo di storia (a me è capitato anche questo).
Sono d’accordo sulla tua definizione “…non sono una scrittrice, non ancora, sono una che scrive. Ma spero di diventarlo prima o poi, è da sempre che voglio questo”. Mi hanno rivolto proprio ieri questa domanda: “Ti consideri una scrittrice?” Mi piace quando me lo chiedono perché ho l’occasione per dire quello che penso. Mi sento in sintonia con la tua affermazione. Scrivere è un amore e penso che scriverei in ogni caso, anche se nessuno mi leggesse.
Ma proprio qui nasce la mia curiosità. Io che scrivo un libro sono sicuramente l’autrice di quel libro ma non per forza sono una scrittrice o per lo meno ancora non mi considero tale. Credo che sia così anche per te.
Cosa serve allora ad un “autore” per diventare anche “scrittore”? Maggiore visibilità e fama? Un certo numero di libri pubblicati? Almeno 5000 copie vendute? Recensioni positive? Un piazzamento nei primi posti della classifica Amazon?
Secondo te, quando un autore può definirsi scrittore?
C’è un altro lato della medaglia. È più importante per un autore essere pubblicato o essere letto? Io una risposta ce l’ho, ma vorrei sentire cosa ne pensi tu.
A proposito! Il giallo è il mio colore preferito.
Allora essere uno scrittore o scrittrice (difficile liberarsi dall’uso del genere maschile, fa sembrare tutto più serio!) o essere qualcuno che scrive. Ci ho pensato e ho concluso questo, scrittore o scrittrice è un riconoscimento esterno. Non dipende da quanto vendi o quanti soldi guadagni, dipende dal fatto che, quando dici a qualcuno “Adesso non rispondo al telefono perché devo scrivere” la risposta non sia “Sì, però prima puoi passare in banca o alla posta o a far tosare il cane? ecc…” ma “Certo, naturalmente”. Perché, se fai caso, nessuno chiederebbe a un chirurgo di passare alle poste prima di un intervento, e nemmeno a un idraulico (anzi, meno che mai!) Sarò una scrittrice quando alla frase “Devo staccare il telefono ecc…” amici e parenti diranno “Certo, naturalmente”. Alla fine è il riconoscimento della dignità di lavoro a qualcosa che è anche un piacere e si sa, nella nostra mistica, il lavoro deve essere sempre un po’ spiacevole.
Comunque ci ho ripensato: quando potrò scrivere in pace e dire di essere una scrittrice, allora vorrò tornare a essere una che scrive. Perché essere libera da qualunque definizione credo sia il principio basilare della trasformazione, cioè della vita.
Essere pubblicati o letti? Ti rispondo con un pezzetto iniziale di La luna e sei soldi di quel genio di Maugham. “Ѐ una salutare disciplina riflettere sul gran numero di libri che si scrivono… lo scrittore dovrebbe cercare la ricompensa nel piacere della sua opera e, indifferente a ogni altra cosa, non curarsi… né del successo né della sconfitta.”

 

domaniVorrei invitare tutti coloro che scrivono (me compresa) a riflettere sul significato delle tue parole e a domandarsi perché hanno deciso di scrivere. Un minuto di silenzio e di raccoglimento su questa riflessione, intanto noi ci prepariamo un altro caffè.

Veniamo ora al tuo romanzo Domani è un altro giorno. Un libro con un titolo potente, una storia profonda. Devo dire che quando l’ho letto mi ha colpito molto. Carolina vive in ogni donna, non trovi?
Io ho una mia particolare convinzione sulle scelte che una persona fa (non succedono per caso) e questa mia convinzione è anche il filo conduttore del tuo romanzo.
Ma perché quel giorno Carolina ha posto al marito quella domanda che le ha stravolto la vita? C’era un motivo bel preciso? Doveva andare così?
Parlaci di Domani è un altro giorno, fatti pubblicità e convincici a leggerlo (io l’ho letto e lo consiglio a tutti ma vorrei sentirlo da te).
Carolina ha un nome troppo simile al mio, se lo scrivessi adesso lo cambierei! Carolina è una persona che vive in modo sommesso. Non sottomesso, ma sommesso. Cerca di fare poco rumore, di non dare troppo nell’occhio. Vive protetta dentro la sua bolla di sicurezza. Questa è una cosa che facciamo in molti: l’idea che il mondo, là fuori, sia un posto pericoloso. Ma c’è un momento in cui la voglia di verità prevale, come un prurito che non si può fare a meno di grattare, come un cerotto che bisogna strappare. Lei sa che chiedendo al marito se ha un’altra lui dirà di sì. Forse non è pronta a saperlo davvero, ma la verità ha una sua forza alla quale non si può sfuggire, se non al prezzo di ammalarsi. Di tristezza, di solitudine – quella vera – di vivere “come se”. Nel momento in cui si decide di uscire dalla propria bolla di sicurezza si scopre che fuori c’è un mondo pieno di possibilità, di fatica, di tutto. C’è una bella poesia di Neruda che recita” muore lentamente chi…” (non ricordo il titolo, dopo lo cerco). Questo libro vuole dire questo, che bisogna essere coraggiosi per vivere e non sopravvivere. È questo il senso di essere al mondo, credo: non smettere mai di essere vivi. Carolina ci prova e lo fa. Sarà più felice o meno, lasciando il suo buon marito, la sua vita protetta, le sue minime certezze? Io non lo so, ma credo che non ci sia altra scelta che questa.

 

9788867002221_lelogio_del_baristaEd ora è giusto il momento di dare spazio al tuo ultimo lavoro. Un saggio psicologico. L’elogio del barista. Bello il titolo, molto bello il libro. Devo dire che l’ho letto sperando che davvero tu mi convincessi che è meglio chiacchierare con il barista che con la psicologa, risparmiando magari soldi ed uscendo comunque dal bar con molte risposte alle mie domande. Per il momento resto dell’idea che preferisco chiacchierare con la mia Caterina tutti i mesi.
Parliamo de L’elogio del barista. Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea, cosa ti ha ispirato e, soprattutto, perché proprio il barista…

Il titolo è scherzoso, ma non del tutto. Il mio barista Flamingo aveva una saggezza antica, che – nel tempo di un caffè – sapeva consolarti l’anima. Ci sono molti “terapeuti” inconsapevoli in giro, persone con una bella energia, persone buone che con poche parole, o a volte con un silenzio affettuoso, ti curano. Ecco, io tengo in gran conto questi terapeuti, come tengo in grande conto gli aiutanti che troviamo nella vita: i libri, la musica…La vita è un lungo racconto corale, il mio barista aveva una voce limpida che raccontava la semplicità.

Questo libro non è propriamente un saggio, più una raccolta di pensieri, di osservazioni, di momenti di grande soddisfazione per una terapia andata bene, di attimi di frustrazione per una terapia che invece non si muove…potrei dire che ho voluto far vedere il terapeuta mentre lavora, chi è, cosa succede in quell’ora in cui il paziente si affida a noi. Il terapeuta dal buco della serratura, con le sue debolezze, la sua forza, i suoi tic. Un terapeuta persona che, insieme a voi, cerca di aggiungere significato al racconto della vostra e della sua vita.

 

Bene, Caterina, siamo giunte alla fine e devo dire che è stato molto interessante chiacchierare con te. Io ti saluto, ti ringrazio e nel frattempo consiglio a tutti i lettori di questa rubrica di leggere i libri di Caterina Ferraresi perché è una donna ironica, leggera e coinvolgente. E perché i suoi libri lasciano qualcosa dentro.
Sono stata assente per un po’ da questo salotto perché la mia vita privata mi ha sottratta ad alcuni piaceri come chiacchierare con gli autori, bere tè in ottima compagnia e parlare di libri che vale la pena di leggere.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 12, salvo complicazioni, con una L’ora del tè un po’ insolita che vi consiglio di non perdere.

Nel frattempo buon inizio di settimana a tutti e  per questo primo lunedì di giugno io e Caterina vi regaliamo la poesia “Lentamente muore” e vi auguriamo una  splendida felicità.

 

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

 

 

 

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Giulia De Gasperi

La si smaschera non appena apre bocca. Il suo accento trevigiano se l’è portato fino in Canada dove vive insieme a marito e cane su un’isoletta. Con la passione per la lettura fin da bambina e per la letteratura canadese fin dalle superiori, ha messo in piedi un’agenzia letteraria, Radici Translation and Wordcraft [www.radici.ca], attraverso la quale spera di poter portare più libri canadesi in Italia e più libri italiani in Canada. È direttrice della collana Roads di Antonio Tombolini Editore.
Un vulcano di energia e vitalità.
Io l’ho conosciuta grazie al reciproco amore per i libri e sono felice di averla qui con me oggi a L’ora del tè.
Ve la presento: il suo nome è Giulia De Gasperi.

Eccoci qua, Giulia, benvenuta nel mio salotto. Sono le cinque, è l’ora del tè, cosa posso offrirti? Chiedi pure quello che desideri. Io oggi penso che sceglierò il mio infuso preferito, tè nero, zenzero e cannella.
Io berrei caffè sempre e ovunque, ma mi devo regolare, purtroppo, e allora, se posso, amerei tanto una tazzona di camomilla alla lavanda con dentro una strizzatina di limone e un cucchiaio di miele d’acacia. Grazie!

Se sei pronta e comoda possiamo cominciare la nostra chiacchierata. Che ne pensi?
Mani attorno alla tazza calda, che qui in Canada fa ancora un pochino freddo, e sono prontissima. Procediamo pure.

A che età hai letto il primo libro? Ricordi il titolo?
Non ricordo. L’orco di Cornovaglia.

Cosa ha fatto scattare in te l’amore per i libri?
L’aver imparato a leggere.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando leggi?
La mia unica mania è il non sapere smettere.

Il luogo più strano in cui leggi?
Io leggo ovunque mi capiti.

Il tuo libro preferito?
L’anello forte di Nuto Revelli in italiano e The Glace Bay Miners’ Museum di Sheldon Currie in inglese.

 

giulia1Ben arrivata nel mio salotto, Giulia! Sono felice di ospitarti perché oggi parleremo di lettura. Ho ospitato tanti scrittori ma per una volta vorrei fare due chiacchiere con una lettrice forte che ha una profonda conoscenza dell’arte della scrittura.
L’elemento che accomuna tutti coloro che siedono sulla poltrona dove sei seduta tu è l’amore per i libri. Un amore viscerale e irrefrenabile; una passione di pochi, purtroppo. Conosco alcune persone che leggono un centinaio di libri all’anno, ma anche tante che leggono solo uno o due libri durante le vacanze o che non leggono affatto. Un dato triste, confermato purtroppo anche dalle statistiche. Personalmente non potrei concepire la mia vita senza libri. Ma evidentemente non la pensiamo tutti allo stesso modo.
Ovviamente non possiamo disquisire sul perché i lettori siano pochi e quali siano le motivazioni che spingono le persone a non leggere. Però c’è una domanda che voglio rivolgerti che forse può fare capire, a chi segue questo numero de L’ora del tè, che leggere è bello.
Secondo te perché leggiamo? Potremmo scegliere mille passatempi diversi invece ci siamo innamorati proprio della lettura. Io sono convinta che leggere sia benefico, quando leggo mi sento meglio e credo che questo piccolo vizio condizioni positivamente anche il mio stato di salute, fisica e mentale. È giusta o sbagliata questa mia convinzione?
Grazie a te, Roberta, per avermi accolta nel tuo salotto e avermi invitata a parlare di libri e di lettura. Mi chiedi perché secondo me noi leggiamo e io penso che una risposta (perché ognuno di noi ne ha una diversa) a questa domanda la si possa trovare in quello che scrivi successivamente e cioè che “potremmo scegliere mille passatempi diversi…”. Ecco, secondo me, proprio qui sta la risposta. La lettura ci permette di non dover scegliere tra le tante cose che potremmo fare con e nel nostro tempo libero, ma di poterle farle tutte e molte, molte di più. Ogni libro che leggiamo è un’avventura che ci trasporta in un altro mondo. Anche i luoghi, le persone, le vicende che pensiamo di conoscere come le nostre tasche ci appaiono nuove quando ci vengono presentate tramite le parole e le esperienze altrui. Leggendo si viaggia, si visitano luoghi esotici, lontani, vicini, fantastici, straordinari; si incontrano persone nuove, cibi diversi, ci si confronta con tradizioni, usi e costumi di altri paesi e di altre culture; si entra nella mente altrui; si soffre insieme a chi soffre, e si ama con chi ama. Si ride, si piange, ci si innamora, ci si arrabbia, si provano emozioni vecchie, nuove, si scava nel proprio io e a volte si affrontano situazioni poco piacevoli. Vedi quante vite ci permette di vivere la parola scritta?
Come te sono inoltre convinta che l’atto della lettura sia benefico. Leggere è il mio rifugio. Lo è diventato non appena ho imparato a leggere. E lo è ancora e spero rimanga tale fino alla fine dei miei giorni. Per me è un potere straordinario. Uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto. Anche nella disperazione più totale, nello sconforto più profondo, ho sempre trovato pace anche nel solo tenere un libro in mano. Il sapere che mi basta aprirlo per immergermi nella pace mi calma.

 

Quello che hai appena detto mi ricorda le parole che dissi ad un’amica qualche tempo fa. «Quando sono triste e depressa prendo uno dei volumi di Harry Potter e mi stacco dal mondo». È la realtà, forse criticabile, ma è successo davvero. In un periodo di particolare crisi esistenziale, mi sono estraniata dai miei problemi immergendomi nella vita del maghetto più famoso del mondo. Un’altra cosa che mi ha colpito nelle tue parole è “anche nel solo tenere un libro in mano”… una sensazione fantastica, vero, quella della carta, il profumo, le pagine che croccano, i colori della copertina, la percezione del contatto nelle nostre mani. Certo che parlare di carta nell’era di Internet e degli ebook potremmo essere condannate per eresia.
Ti dico il mio pensiero e chiedo il tuo parere.
Il libro è la storia, con un titolo ed un’immagine che lo contraddistingua; che poi sia confezionato in un volume di carta o in un file ePub o Mobi o altro quello che conta, per me, è ciò che contiene. Avere la possibilità, inoltre, di poter mettere in borsa dieci libri con peso e dimensioni ridottissime è il massimo; non devo più scegliere, butto tutto dentro il mio kindle e parto.
Ci racconti qual è il tuo pensiero rispetto alla riflessione che ho appena fatto e quale rapporto hai con il libro elettronico?
Forse risulterò impopolare, ma io penso che una realtà non escluda necessariamente l’altra. I libri di carta (riciclata, aggiungo io) possono tranquillamente convivere con la loro versione digitale. Anche io sono d’accordo nella praticità dell’avere i libri che si stanno leggendo o quelli che si amano in particolare, in un solo e-reader e di poterli portare così ovunque si vada, ma quando parlo dell’effetto terapeutico della lettura, io mi riferisco anche al potere calmante che hanno su di me i libri di carta. Quando non ne posso davvero più, mollo tutto e vado a prendermi un libro, lo sfilo, ne osservo la copertina, l’accarezzo con la mano, lo porto al naso e lo annuso, chiudo gli occhi e sono già altrove. Poi riapro gli occhi e inizio a sfogliarlo. L’atto del girare una pagina dopo l’altra è per me terapia che mi permette di regolare il battito del cuore, di calmarmi e di spazzare via i pensieri che fino a poco prima mi disturbavano. Io poi leggo per lavoro e la maggior parte delle opere che mi si chiede di valutare arrivano sulla scrivania in formato Word o PDF. Fisso lo schermo tutto il giorno e quando stacco, io voglio ritrovarmi fra le mani un libro in carta e inchiostro e nulla di più.

 

giulia21Direi che è comprensibile, Giulia, e concordo con te sul potere terapeutico della carta, sulla possibilità di segnare le pagine, sottolineare paragrafi che vogliamo ricordare, aprire il libro a caso ed iniziare a leggere, tenerlo fra le mani e cominciare a sognare… ecco, sì, sono d’accordo con te che il libro di carta scateni tutte queste sensazioni.
Andando un po’ più nello specifico vorrei affrontare con te l’argomento “libri che fanno compagnia”: quelli che leggi per il gusto di leggere. Quali sono i tuoi generi preferiti? I libri che hai amato? Raccontaci aneddoti legati a questi romanzi. E poi consigliaci qualcosa che davvero ti è piaciuto tanto e che non dovrebbe mancare nell’esperienza di un lettore.
Vorrei iniziare con il dire che io leggo sempre per il piacere di leggere. Anche gli argomenti che forse mi potrebbero interessare meno, io li affronto sempre con entusiasmo. Se anche leggere diventasse un peso, allora sarei perduta! Leggo di tutto. Se dovessi scegliere un genere che avvicino con diffidenza, dovrei dire la poesia, ma solo perché penso di non essere in grado di capirla. Tutto qua. Amo i racconti brevi perché penso che ci voglia molto talento per acchiappare un lettore in poche pagine. Tra i miei autori preferiti ci sono Sheldon Currie, scrittore che adoro e che spero presto di portare in Italia. La critica dice che scrive come Flannery O’Connor e quindi mi sembra di non dover aggiungere altro. Degli scrittori che conosco personalmente e quelli con i quali collaboro per una cosa o per l’altra non voglio parlare perché rischierei di dimenticare qualcuno e non mi sembra giusto. L’unica eccezione che mi concedo è Sheldon perché è stato il primo a credere in me.
Tra i libri che amo ricordo Il copista di Marco Santagata (Sellerio 2000). Lì è stato amore a prima vista, ancora prima di leggere il libro mi sono innamorata delle sensazioni scaturite dal volume tra le mani. Sempre di Santagata, ho adorato I frammenti dell’anima (il Mulino 2004) che ho usato per preparare un esame di letteratura italiana all’università. Ricordo con moltissima emozione la lettura di Memorie di un cacciatore di Turgenev, letto da giovanissima.
Se però devo scegliere un libro italiano su tutti, un libro che ho amato e che consiglierei, per ora sceglierei L’anello forte di Nuto Revelli (Einaudi 2005). L’ho letto mentre anche io cercavo di svolgere ricerche sul campo; dare voce a chi pensa di non averla o a chi crede che a nessuno importi di sentire storie di vita altrui, è un atto direi necessario. Io sono sempre più convinta che ogni singola storia meriti di essere raccontata e condivisa.

 

Parliamo ora della tua attività di editor e di direttrice di collana. Un ruolo importante e difficile soprattutto perché la tua materia prima (il manoscritto) è quanto possa esistere di più caro per il suo creatore.
In sostanza, vorrei spostare l’attenzione sui libri che leggi per lavoro. Mi farebbe piacere che ci spiegassi in cosa consiste il mestiere dell’editor e poi ti domando, quando ti viene sottoposto un manoscritto da selezionare cosa succede, cosa cerchi, quali sono le caratteristiche a cui devi fare attenzione?
Inizio col rispondere alla tua ultima domanda: il processo di selezione di un manoscritto. Prima di arrivare ad avere una collana tutta mia, quella di narrativa di viaggio, Roads, che curo per Antonio Tombolini Editore (collana che era stata sospesa, ma che ora riprendo con più grinta di prima), ho collaborato con Michele Marziani a due delle sue collane: Officina Marziani e Oceania. Michele mi passava i manoscritti oppure le sinossi, io li leggevo. Se mi piacevano, stilavo una scheda; se non mi piacevano e/o li trovavo mal scritti inviavo a Michele un semplice no. Fin da subito lui mi aveva avvertita consigliandomi di leggere solo le prime venti pagine. Se entro le venti pagine ero presa, finivo, altrimenti l’avventura terminava lì. All’inizio però, io che sono testarda e pure un po’ ingenua, mi sono imposta di leggere tutto, fino alla fine perché pensavo che per dare un giudizio onesto il lavoro doveva venire letto tutto, fino all’ultima parola, fino alla parola ‘Fine’. Speravo sempre che anche i manoscritti più brutti avessero da qualche parte qualcosa che li facesse redimere. Purtroppo però ho capito ben presto che il mio era un errore e che dalle prime pagine, ma a volte anche solo dalle primissime righe, si capisce se il manoscritto merita oppure no. Una delle cose che scrivevo nelle schede per Michele era se quello che leggevo mi faceva venire la pelle d’oca. Ecco, io vado a emozioni, a pelle, e se arrivo a provare quella sensazione, allora il manoscritto lo mando avanti e devo dire che mi è successo per tutti i manoscritti ai quali ho detto finora di sì.
Applico le stesse regole per Roads, ma lì conta anche il tema nella valutazione. Per quanto ampia sia l’interpretazione che do alla parola ‘viaggio’, quell’elemento ci deve sempre essere nei manoscritti che ricevo.
Mi chiedi poi in che cosa consiste il lavoro dell’editor e io ti rispondo dicendo che per me la parte più importante è il rapporto che si instaura tra me e lo scrittore. Chiedo sempre, nel limite del possibile, di ‘incontrare’ la persona con la quale lavorerò. Ho avuto dei bellissimi incontri Skype che mi hanno permesso di conoscere meglio l’autore o l’autrice. Sembra impossibile ma si riescono a cogliere moltissime cose anche in pochi minuti di conversazione. Io poi sono un’attenta osservatrice. Il resto poi, il lavoro sul testo, le correzioni, la pulizia, sono tutti passaggi che faccio insieme allo scrittore.
Per quanto riguarda invece il lavoro che svolgo attraverso la mia agenzia letteraria, la scelta di rappresentare o meno un’opera letteraria e di proporne la traduzione in Italia o in Canada dipende soprattutto dal contenuto. I libri sono già stati pubblicati e quindi si presuppone che il lavoro di scelta e di revisione sia già stato fatto. Mi aspetto di trovarmi fra le mani un’opera scritta bene, curata nella presentazione, nella forma, nel messaggio. È vero che non sempre quello che viene pubblicato vale, ma l’errore lì è stato già fatto a monte tramite una selezione poco attenta e mirata. Io valuto l’opera chiedendomi se possa interessare al pubblico italiano (se si tratta di un’opera canadese) o a quello canadese (se si tratta di un’opera italiana). Sceglierei di rischiare se mi trovassi fra le mani un libro originale, diverso, nuovo perché penso che chi lavora nell’editoria abbia anche il potere, con le scelte che fa, di influenzare i gusti, i trend, le aspettative dei lettori. Se diamo a chi ama leggere sempre le stesse cose come si fa a crescere come individui e come lettori? Come si allargano gli orizzonti? Come si imparano cose nuove e come si viaggia verso luoghi ancora sconosciuti?

 

giulia3È vero, leggere fa viaggiare verso luoghi sconosciuti in cui probabilmente non andremo mai. Si dice che sia come avere sempre una valigia pronta con qualche abito e pochi effetti personali e partire per destinazioni che non avevamo previsto o neanche immaginato. È l’autore che conduce il lettore nei luoghi che ha scelto, lasciandolo libero di immaginarli, viverli, sentirli.
Giulia, io ti ringrazio infinitamente per essere stata qui, oggi, in mia compagnia. È stata una chiacchierata piacevole e spero avremo altre occasioni d’incontro.
Ti lascio ai nostri lettori con un’ultima domanda personale. Lo sai che mi piace curiosare anche nella vita dei miei ospiti. Sono troppo indiscreta se ti chiedo come sia nata l’idea di lasciare l’Italia e andare a vivere in Canada? Un paese interessante, immenso, ricco. Avere lasciato l’Italia e scelto il Canada è stato determinante per le scelte professionali che hai fatto nella tua vita?
La tua è una domanda che mi fanno in molti. Non mi dispiace affatto raccontare di come sono finita a vivere qui. Fa parte della persona che sono diventata e della storia della mia vita. Sono venuta in Canada la prima volta nel 1993 grazie a Intercultura i cui programmi di scambio ti permettono di trascorrere tre, oppure sei mesi o addirittura un anno intero in un altro paese. Io ho voluto stare via un anno perché volevo migliorare il mio inglese. Sono arrivata sull’isola nella quale vivo ora (Prince Edward Island, costa orientale del Canada, isola per la maggior parte anglofona) e ci ho trascorso un anno che mi ha aperto gli occhi, gli orizzonti e che mi ha fatto riflettere sul fatto che ci possono essere altri luoghi che ti fanno sentire a casa. Sono ritornata qui a intervalli più o meno regolari fino al 2004, quando ho vinto una borsa di studio di un anno durante il mio dottorato di ricerca. Ho trascorso quell’anno in una piccola università della Nova Scotia, che si trova vicino all’isola nella quale avevo fatto lo scambio culturale. Dovevo stare via solo un anno, ma poi la borsa di studio mi è stata prorogata di altri sei mesi, e nel frattempo ho conosciuto la persona che ora è diventata mio marito. Anche lui, nato in Pennsylvania da madre canadese e da padre italo-americano, aveva trascorso un anno di scambio sulla stessa isola. Viviamo qui a pianta stabile dal 2013. Non so se ci fermeremo. Gli occhi li ho dovuti aprire ancora di più da quando sono diventata una residente permanente. Trovo che il Canada, visto da fuori, goda di una reputazione che non sempre si merita. Io e mio marito abbiamo vissuto in Scozia, a Edimburgo, per quattro anni prima di ritornare in Canada. Sono tutte esperienze queste che ti arricchiscono, ti fanno diventare più sensibile, più umano (si può dire?), più attento alle persone che ti circondano. Mi piace il luogo nel quale vivo ora, nonostante i problemi, anche grandi e gravi, che ci sono, ma se ci fosse la possibilità di iniziare una nuova avventura altrove, io sarei la prima a dire di sì. Sono una persona che si adatta a nuove situazione piuttosto facilmente e cerco di trovare positività ovunque vada.
Non so se l’essere qui ora dopo il percorso fatto abbia influenzato in modo determinante le mie scelte professionali. Sicuramente sono stata messa in contatto con persone e luoghi che mi hanno ispirata a prendere certe decisioni, ma forse farei quello che sto facendo anche se fossi altrove. Una ‘chiamata’ è pur sempre una ‘chiamata’ o no?

Con un po’ di nostalgia, chiudo un altro appuntamento de L’ora del tè, ringrazio Giulia di cuore per avermi fatto compagnia in questo viaggio attraverso i libri e l’amore per la lettura e vi aspetto per la prossima puntata.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Amanda Pitto Melling

La mia ospite di oggi è di origine italo-tedesca, è nata a Londra e vive in Irlanda con il marito e i figli. È appassionata di cultura contadina, folklore montano, tradizioni popolari, fotografia e cucina.

Ha diverse pubblicazioni al suo attivo (romanzi, saggi, racconti, storie per bambini) per le quali ha ricevuto alcuni premi letterari. É appassionata di fotografia, e a questo proposito è uscito ad agosto del 2016 per Flook, l’app dello scrittore Federico Moccia, un suo Taccuino di viaggio dedicato all’Irlanda.

Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Racconti di umana natura di Montedit, I racconti di Boscomagico, Pagan Pride Italia, tradotta per una tesi universitaria all’Università di Leeds, Il Testimone del Diavolo, Anguana edizioni, un noir con prefazione a firma di Danilo Arona.

I suoi ultimi due libri, editi da Antonio Tombolini Editore, sono Il peso sul cuore (collana Oceania) e Il capolavoro (collana Amaranta). Oltre ad essere scrittrice, è anche direttrice della collana Amaranta per Antonio Tombolini Editore.

Questo è quello che dice di sé: “Amo anche le eccellenze culinarie, e i miei imminenti progetti letterari verteranno proprio su questo. Mi piace sperimentare e unire vari generi letterari, e difficilmente amo ripetermi in ciò che scrivo. Nelle mie particolarità ci sono senz’altro l’adorazione smisurata per i corvi, i miei diciotto tatuaggi e la fissazione per ogni forma, vera o presunta, di gingerbread man.“

La vogliamo conoscere assieme? È un onore averla qui con me oggi, lei è anche una delle persone che ha creduto in me e nella mia capacità creativa. Il suo nome è Amanda Pitto Melling.

amanda1Eccoci qua, Amanda. Intanto benvenuta nel mio salotto. È un piacere averti qui oggi. Come sai, noi, a L’ora del tè, prima di iniziare a chiacchierare beviamo tè, caffè, c’è chi mi ha chiesto della birra o, addirittura, alcolici. Abbiamo una dispensa ben fornita. Cosa posso offrirti?
Grazie a te per l’invito. Prenderei se possibile un vino bianco sapido, bello fresco, e magari due patatine, ho fatto il voto di non bere il tè almeno fino a novant’anni.

Pronta per iniziare la nostra chiacchierata?

Sono pronta, anche perché adoro le interviste.

A che età hai iniziato a scrivere?
Da quando ho preso in mano fisicamente la penna. A scuola ero un disastro, ma facevo i temi senza quella che veniva definita la versione “brutta” già dalle elementari.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non deve parlarmi nessuno da quando mi alzo la mattina, l’interazione sociale mi devasta la mente.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Preferisco luoghi tendenzialmente isolati e piccole comunità.

Il libro più bello che hai letto?
Il Manuale del guerriero della luce di Coelho, perché mi sento una guerriera in cerca di giustizia.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Sono maniaca della routine, posso scrivere solo seduta sull’erba in giardino o in casa mia sulla poltrona.

 

Se non ti dispiace inizierei con una domanda personale, di quelle che gli autori odiano ma di cui noi, de L’ora del tè, siamo curiosi. Spero mi perdonerai! Vorrei curiosare un po’ nella tua giornata tipo, sapere come organizzi il momento della scrittura (hai dei figli piccoli, quindi sei molto impegnata), cosa succede mentre scrivi, di che cosa hai bisogno, se bevi, mangi, ascolti musica, se hai bisogno di Internet, di un vocabolario, di un foglio degli appunti, di disegni…
Sono troppo curiosa?
No al contrario, più le domande sono personali, e più mi fa piacere rispondere. La mattina porto i figli a scuola e all’asilo, che qui in Irlanda iniziano alle nove e mezza, torno a casa con il più piccolo, mi siedo con una tazza di caffè lungo e organizzo la giornata. È in quel momento che capisco se sono nel mood giusto per immergermi nella scrittura. L’orario ottimale per scrivere è sempre un’ora prima di pranzo e un paio d’ore nel primo pomeriggio, quando i bambini sono tornati e magari si rilassano un po’. Qualsiasi rumore di sottofondo mi disturba, ad esclusione dei cartoni animati che ho imparato a non ascoltare. In questo senso sono fortunata, vivo in aperta campagna e tutto tace. Non prendo appunti, e possibilmente non uso internet. Spesso guardo fuori dalla finestra, dove vedo le fronde degli alberi muoversi e i corvi appollaiati sulla mia recinzione del giardino, e cerco di svuotare la mente. Intorno a me le cose continuano a scorrere, i bambini hanno sempre esigenze, ma ho imparato a isolare una parte della mente per quel tempo che mi serve, nonostante il mio corpo continui a svolgere delle azioni come prendere un succo di frutta, cambiare canale, o cercare i giochi che i cani nascondono. Ho provato ad ascoltare della musica un paio di volte, ma non fa decisamente per me, a volte mi ha anche creato il classico blocco per giorni. Non a caso quando in passato ero insegnante di danza del ventre, occupata a creare coreografie con i pezzi in sottofondo, ho passato molti anni senza scrivere nulla. Poi sono stata proprietaria di un Guest House per due anni nel Clare, e anche in quel caso, con la gente che andava e veniva, non riuscivo a ritagliarmi uno spazio intimo. Da quando mi sono trasferita nel mio cottage, riesco a scrivere molto di più. Ne deduco quindi che anche i luoghi in qualche modo influiscano sulla capacità creativa. E a proposito di postazioni, le mie sono il breakfast table, oppure la poltrona reclinabile, sempre rigorosamente con ipad mini.
Per tornare alla mia giornata, verso le otto di sera ci mettiamo tutti a tavola, e poi se non siamo troppo stanchi, quando tutti i bambini dormono, io e Jonathon (mio marito) torniamo in salotto a rilassarci. A volte mi vengono delle idee durante la notte, e quello è un grosso problema, perché poi non riesco più a prendere sonno. Se devo trovare ispirazione, invece, ho solo un oggetto che mi salva: il binocolo.

 

amanda3Grazie Amanda per averci consentito di sbirciare dentro la tua giornata tipo. A noi lettori (ed a me in particolare) piace conoscere le abitudini dei nostri autori preferiti.
Molto interessante il luogo in cui vivi, immerso nella natura e, da come racconti, molto semplice e naturale. Interessante ed anche stimolante.
Mi riallaccio a quest’ultima riflessione per la prossima duplice domanda.
Prima di tutto ti chiedo di raccontaci com’è nata e poi si è realizzata l’idea di trasferirvi in Irlanda e poi, legando questo concetto alla scrittura (il tuo lavoro primario), vorrei sapere quanto, secondo te, il luogo in cui vivi è da stimolo per nuove storie e nuovi progetti oppure l’ispirazione arriva a te da un’altra fonte.
L’idea iniziale era di trasferirci in Danimarca, dove viveva mia suocera, oppure in Spagna, che in campo alberghiero offriva diverse soluzioni. Poi abbiamo pensato che per snellire la burocrazia, forse era meglio venire sull’isola di smeraldo, visto che mio marito è irlandese. Quando sono arrivata non conoscevo nulla del posto, non ci ero mai stata nemmeno in vacanza. Le temperature qui non salgono quasi mai sopra i 20 gradi, e per me, che ho l’anemia mediterranea, significa avere ossigeno sempre, anche grazie al vento, che io adoro. Trasferirci è stato piuttosto complesso, siamo partiti con una macchina con dentro bambini, gatti e cane, e una volta arrivati, abbiamo dovuto subito sostituirla per la guida al contrario. È stato anche un viaggio tragicomico, a Parigi in albergo un gatto si è infilato nell’intercapedine del bagno ed è rimasto bloccato, e il cane è scappato al ristorante. Quindi tutti ci vedevano correre in giro con i passeggini senza capire cosa stesse succedendo. E poi quando cambi paese cambi letteralmente il tuo mondo. Non credo però che il luogo stia contribuendo alle mie idee per nuovi libri, ad esclusione di un ricettario mediterraneo che ho quasi finito, dedicato ai paesi anglosassoni.  Per qualche motivo, da quando vivo in Irlanda, ho iniziato ad avere una grande passione per la cucina. Quando lavoro a un romanzo, ascolto una voce che non ho ancora capito da dove arriva, ma fortunatamente non parla in gaelico!

 

Ho una domanda tecnica da rivolgerti. Quando si pensa alla scrittura, ci si immagina che lo scrittore sieda davanti al computer (in un giorno di piena ispirazione) ed inizi a rigettare parole su carta come un forsennato. Ovviamente io so che non è così ma credo che molti lo pensino (lo capisco dalle domande che mi rivolgono).
Nell’ultima biografia (Terry Brooks) che ho letto, l’autore spiega l’importanza di lavorare in maniera organizzata, costruendo uno schema, predisponendo delle schede per i personaggi, affinando la trama a tal punto da “avere la storia in mano”.
Cosa ne pensi? Anche tu utilizzi questa tecnica oppure hai un tuo modo di approcciarti al foglio bianco.
Il mio metodo è questo: cammino da qualche parte e a un certo punto una voce mi racconta la storia in sintesi di qualcuno, come se non fossi io ad avere l’intuizione. Lo so che è un po’ strano, ma è quello che accade. Torno a casa e scrivo la trama in poche righe, come se stessi presentando a me stessa il romanzo, e nel modo più commerciale possibile. Poi lascio che mi raggiungano dei dettagli nella mente, ma in questa fase, che può durare anni, non scrivo nulla. Quando sono pronta, inizio. Non lavoro mai a un romanzo più di due o tre mesi, poi se mi viene richiesto, allungo il brodo successivamente. Non so bene cosa succederà, non sono per nulla organizzata, lascio andare dove deve finire il tutto per un paio di ore al giorno tutti i giorni, cercando di non prendere mai una pausa. Ad esempio, ora sto pensando a un fantasy per ragazzi, e conosco l’isola dove si muove il protagonista, ho presente tutta la scenografia, e anche quei quattro o cinque punti cruciali che ci saranno grazie a delle immagini di oggetti che mi sono arrivate, ma cosa succederà, precisamente, non lo so. E non so nemmeno quando sarà il momento di scriverlo sul serio. Sono una persona dal temperamento molto vulcanico e questo mi porta ad essere forse impetuosa anche nei progetti letterari. Se parto, non mi fermo più, e tendo a rappresentare bene l’immagine dello scrittore tormentato che non si cura della realtà. Io però per forza di cose mi sdoppio, il corpo fa una cosa, e la testa un’altra. Senz’altro sono una scrittrice forsennata.

 

amanda2Lo scrittore vive due vite contemporanee: una nella realtà, l’altra nel sogno.
Raccontaci due sogni: quello che ti ha suggerito Il peso sul cuore e quello che invece ti ha condotto verso creazione de Il capolavoro.
Il peso sul cuore è nato osservando le rose rampicanti di una casa nella località di Cong. La voce mi ha detto che quella proprietà con una parete a filo d’acqua, nei pressi del parco del paese, era in realtà un B&B dove una ragazza doveva scoprire qualcosa sul suo passato. Essendo a circa venti minuti da casa mia, ci tornavo spesso, e altri luoghi adatti al romanzo si sono presentati: il negozio di libri antichi, Ashford Castle, il pub, il negozio di alimentari. Avevo una strana urgenza di far uscire quella storia dalla mia testa. Sono anche successe delle cose molto curiose, durante la stesura. Nel libro c’è un passaggio in cui racconto del Claddagh Ring, un anello tipico irlandese che spesso include uno smeraldo, forse perché di quel verde brillante tanto simile al muschio dell’isola, e nello stesso istante in cui lo scrivevo ho ricevuto in regalo proprio quell’anello. È un romanzo con un grande potenziale, sarebbe perfetto per essere trasformato in un film, e spero che un giorno verrà tradotto in inglese per poter essere letto proprio dalla gente che vive nella contea di Mayo.
Il capolavoro invece nasce grazie a tanti ricordi d’infanzia. In Valsesia, dove è ambientato il giallo, ci ho passato molti anni, e ci sono luoghi che fatico a dimenticare. Io poi sono una grande appassionata di folklore e cultura contadina, quindi poter ambientare un romanzo in una casa Walser è stato divertente. In quel caso particolare, ho dovuto necessariamente preparare uno schema per la storia, perché si trattava di un omicidio, doveva entrare in gioco anche la razionalità. Tendenzialmente, essendo una grande amante del cinema, mi faccio trascinare in questi mondi paralleli anche da dettagli che si imprimono per sempre nella mia mente tramite le scenografie. Ci sono film che mi ossessionano, come The Wicker Man di Robin Hardy, dove mi sono innamorata del negozio dell’isola. Ce ne sono altri che sono entrati in gioco durante la stesura del giallo, ad esempio un sospettato in particolare ha preso spunto dal capitano della nave di Stardust, interpretato da Robert De Niro, e Misery non deve morire ha avuto un ruolo cruciale sulla mia scelta stilistica. Il capolavoro ha preso anche spunto dalla serie tv di Agata Raisin, investigatrice un po’ bizzarra estremamente famosa in Inghilterra. Mi sto giusto rendendo conto ora che forse per ogni romanzo che scrivo entrano in gioco dinamiche completamente differenti. A volte, forse, la realtà e il sogno si avvicinano. Potrebbe dipendere molto dal genere di appartenenza del romanzo. Ogni volta sperimento nuovi modi di lavorare, quindi si può affermare che mi ritrovo sempre come se fosse la prima volta che scrivo. Ho iniziato con i racconti drammatici, per passare alla saggistica esoterica, poi al genere noir, rosa e giallo. Con Moccia ho poi pubblicato un taccuino multimediale di viaggio. Ora sto lavorando a un ricettario e a un romanzo mainstream. Non amo ripetermi, ma non so se sia un bene o meno. Prima o poi esaurirò i generi letterari.

 

amanda4Ovviamente noi speriamo che tu esaurisca i generi letterari il più tardi possibile così da concederci il piacere di leggerti in tutte le tue forme; ed una volta esauriti io mi auguro che tu possa ricominciare daccapo.
Ultima domanda, Amanda, purtroppo siamo arrivate alla fine.
Anzi, per la verità ne ho altre due.
Per prima cosa ti chiedo di raccontarci dei libri che leggi, quali sono i generi e gli autori che preferisci e quanto queste letture influiscono sulla tua produzione letteraria.
L’ultimissima domanda poi la rivolgo ad Amanda, direttrice della collana di Antonio Tombolini Editore e ti chiedo di parlarci della tua attività per Amaranta, di cosa si tratta, qual è la mission e come selezioni le opere da pubblicare.
Sono una lettrice infedele. Ad esclusione di Stephen King, di cui ho letto una decina di romanzi, tendo a innamorarmi dei libri ma non degli autori. La mia libreria è piuttosto eccentrica, ma certamente i miei romanzi preferiti sono La foresta incantata di Mary Stewart, Gli occhi dell’Amaryllis di Natalie Babbitt, La notte dei desideri di Michael Ende e Lo stregone di Robert Westall. E poi adoro i libri illustrati come Il grande libro degli gnomi di Wil Huygen, C’era una volta di Hermann Vogel e Il cammino dei maghi di Tom Cross. Lo so, non è propriamente letteratura per adulti, ma dovresti vedere la mia casa piena di casette colorate e gingerbread man per capire che non ho ancora deciso di crescere. Di autori italiani ne ho letti veramente pochi, ma voglio rimediare prima o poi con Mauro Corona, che mi affascina molto.
Come direttrice editoriale invece mi trovo ad affrontare tematiche completamente differenti. Cerco di scegliere storie originali, dove l’amore è il contorno ma il piatto principale è qualcosa di più intrigante, e se possibile, cerco anche di differenziare molto le uscite, come stile, lunghezza, tema e atmosfera, che magari si avvicina ad altri generi letterari. Dicono che i romanzi d’amore abbiano uno schema preciso da seguire, non è quello che cerca Amaranta. L’originalità e la scorrevolezza sono i due punti su cui mi soffermo maggiormente. Nei romanzi del 2016 ci sono state sfumature politiche, drammatiche, ironiche, e due gialli. Ora mi piacerebbe esplorare il fantasy, lo storico, il noir, l’erotico. Certo non dipende da me, ma da ciò che di veramente buono mi arriva da valutare. La prima uscita del 2017 parla di streghe ed esoterismo, la cosa mi entusiasma molto, e la collana ha già pronti nuovi titoli molto interessanti.

 

Capisco cosa intendi con “lettrice infedele”. La voglia di leggere di tutto e assaggiare il più possibile ci costringe a tradire autori che amiamo o con cui vorremmo trascorrere più tempo possibile.
Amanda, ti ringrazio di cuore per questo incontro molto piacevole, per aver aperto la tua casa ai nostri occhi e averci parlato di te. Spero verrai a trovarmi di nuovo nel mio salotto. Grazie ancora!

Un’anticipazione per i lettori de L’ora del tè. Nella prossima puntata non ospiterò uno scrittore. Non siete curiosi? E allora seguitemi !!
A presto!

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Anna Maria Falchi

Ho conosciuto Anna Maria Falchi grazie ad un comune amico e devo dire di essere grata di avere avuto la possibilità di incontrarla, parlarle e conoscerla sia attraverso le sue opere sia attraverso le sue parole.
Anna Maria è una splendida scrittrice nata “per caso a Firenze” e vissuta in Sardegna fino ai vent’anni.
Quando le ho chiesto di raccontarmi qualche dettaglio della sua vita ho percepito immediatamente l’amore che Anna prova per la terra in cui ha vissuto da bambina, adolescente e ragazza, quella terra che ritorna prepotentemente nella sua prosa: «Ho vissuto in Sardegna quasi 20 anni, a Cabras precisamente, il paese famoso per lo stagno e le lagune, per l’asfodelo, per il mare cristallino, per i chilometri di spiagge meravigliosamente uniche e… per la bottarga di muggine. Ci sono rimasta fino al 1988, data della mia ‘rimpatriata’ a Firenze».
Una vita ricca di passione per la famiglia, il marito, il figlio, il lavoro e poi la scrittura.
«La scrittura è arrivata dopo, molto tempo dopo. Fino a qualche anno fa ho dato la precedenza a tante altre cose, la famiglia, il lavoro, la casa, il figlio, la scuola. Tutte cose belle, cercate, volute, ma avevo escluso dai miei progetti ciò che amavo di più fare, ovvero disegnare e scrivere. Il disegno l’ho abbandonato da tempo, ma la scrittura mi ha trascinato con forza lungo un percorso nuovo ed emozionante».
Ed è davvero emozionante leggerla, come lo è stato trascorrere con lei le ultime due settimane per costruire questa bellissima ed intensa chiacchierata. Sono contenta di averla conosciuta e di potervela presentare.

Anna Maria Falchi ha pubblicato due romanzi L’isola delle lepri e La spiaggia di quarzo (edizioni Guanda) ed alcuni racconti.

Anna, è un piacere averti mia ospite qui a L’ora del tè. Di solito inizio preparando tè e offrendo dolci. Cosa gradisci?
Il piacere è tutto mio, sono felice del tuo invito e adoro il tè verde, meglio se accompagnato da alcuni biscotti al cioccolato.

Direi di iniziare subito con la nostra chiacchierata! Sei pronta?
Adoro anche chiacchierare, quindi sì, sono pronta.

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho pubblicato il mio primo romanzo, L’isola delle lepri, a 46 anni. Ho sempre amato la scrittura, ma non avevo mai pensato di scrivere un romanzo prima di allora. Poi una serie di fortunate coincidenze mi hanno accompagnato fino alla mia prima pubblicazione.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Più che manie le definirei esigenze. Ho bisogno di silenzio, di pace. Ho bisogno di ascoltare mentalmente la mia voce mentre scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Luoghi che conosco bene, perché ci ho vissuto o perché me li hanno descritti. Amo descrivere l’ambiente, la natura è uno dei principali protagonisti dei miei romanzi.

Il libro più bello che hai letto?
Ne ho letti molti bellissimi, l’ultimo Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, che ho riletto dopo trentadue anni. Un romanzo potente.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Non ho una casa grande, vado alla ricerca delle stanze più silenziose quindi mi sposto tra il salotto e la camera da letto. Talvolta scrivo in cucina, per non dimenticare le pentole sul fuoco.

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Eccoci qua, Anna Maria, ora che abbiamo scaldato l’ambiente, vorrei entrare con te nel tuo mondo. Qui a L’ora del tè amiamo curiosare nella vita dei nostri ospiti, scoprire cosa amano, che rapporto hanno con la scrittura ed i libri in genere.
Noi abbiamo già fatto conoscenza ma vorrei che raccontassi a chi ci legge come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura, quando hai capito che potevi sviluppare a fondo questa passione e raggiungere il grande pubblico dei lettori. Durante la stesura de L’isola delle lepri hai mai pensato che un giorno l’avresti pubblicato? Come è avvenuto l’incontro con Guanda?
A dire il vero ho sempre avuto un rapporto piacevole con la scrittura. A volte mi sono affidata alla stesura di brevi racconti per descrivere situazioni che avevo vissuto, ma non avevo mai pensato ad una pubblicazione. Farlo avrebbe significato raggiungere un numero di lettori più ampio, rispetto alla ristretta cerchia di amici cui affidavo i miei pensieri, non mi sentivo pronta per un passo del genere, e non mi interessava.
Nel 2011 è successa una cosa incredibile, una serie di ‘fortunate coincidenze’, cose straordinarie, non volute, non cercate, che hanno cambiato totalmente il mio approccio nei confronti della scrittura.
All’improvviso ho capito che il manoscritto al quale stavo lavorando poteva trasformarsi in qualcosa di diverso dalle mie solite, intime riflessioni, e che se fossi riuscita a prenderne le distanze avrei potuto farlo leggere e mettermi alla prova.
Per parlarne devo tornare indietro nel tempo.
Nel 2009 ho dovuto affrontare un periodo molto difficile, una serie di disgrazie familiari mi aveva abbattuto al punto da rendermi incapace di reagire, di affrontare i piccoli problemi di tutti i giorni. Avevo bisogno di aiuto e mi sono rivolta a un medico il quale mi disse che la soluzione ai miei problemi era dentro di me, dovevo cercarla.
Mi chiese di dedicarmi soltanto alle cose che riuscivano ancora a regalarmi equilibrio e pace. Così ho fatto, ho iniziato a scrivere un racconto del quale ero gelosissima, per due anni l’ho tenuto per me, nascosto agli occhi di tutti, anche dei miei familiari. Ricorrevo alla scrittura ogni volta che mi sentivo fragile. Inizialmente ho messo nero su bianco le mie paure, cercando così di prenderne le distanze. A poco a poco mi sono liberata di un peso e a quel punto la scrittura è diventata leggera, scrivevo per costruire un mondo alternativo e parallelo al mio, attraverso il quale vedere riflessi i miei stati d’animo riuscendo a osservarli da un punto di vista nuovo. Per mesi è stato come riscrivere la storia della mia famiglia alternando alcune situazioni autobiografiche a molte altre totalmente immaginarie, mi sono sentita padrona del mio passato e ho potuto manipolarlo a mio piacimento. Affidavo ai protagonisti le mie emozioni, ma allo stesso tempo mi sentivo padrona di cambiare il loro destino, la loro storia. Era una sensazione incredibile che giorno dopo giorno mi restituiva forza e fiducia.
Non avevo mai pensato a una pubblicazione. Scrivevo per ritrovarmi e questo era appagante.
Nel frattempo, sono entrata in contatto con uno scrittore fiorentino, Marco Vichi. Avevo letto un suo romanzo, Un tipo tranquillo, che mi aveva profondamente turbato. Ho sentito la necessità di scrivergli per parlargli di ciò che avevo provato e così ho fatto. Gli ho inviato una lettera ‘ottocentesca’, come dice Marco, scritta a mano e spedita per posta. Lui gentilmente mi ha risposto comunicandomi però il suo indirizzo email. Da allora ci siamo scritti saltuariamente e per mesi, quasi sempre per commentare l’uscita di un suo nuovo romanzo. Leggendo i suoi libri ho capito che avrei potuto condividere il mio grande segreto senza timore, così ho trovato il coraggio di parlargli del manoscritto. Mi ha chiesto di inviargliene una copia, lo avevo incuriosito. Ho esitato per mesi, non mi decidevo a separarmene. Alla fine però l’ho fatto, non so bene perché, avevo bisogno di capire fin dove mi ero spinta, volevo il parere obiettivo di chi i libri li sapeva scrivere sul serio.
Forte del suo incoraggiamento, ne ho inviato una copia in lettura alla casa editrice Guanda, che mi ha proposto di pubblicarlo.
Da quel momento in poi ho vissuto settimane di incertezza, a volte ero felice, altre emozionata, molto spesso impaurita.
Per mesi ho letto e riletto le bozze, ero indecisa su tutto. Ho smesso di farlo quando alla fine ho ricevuto a casa le prime copie omaggio. Allora ho capito che quello che avevo tra le mani non era più il ‘mio manoscritto’, ma una storia dalla quale ero riuscita a separarmi e che quindi non mi apparteneva più.

 

C’è una cosa che ci accomuna, Anna, ed è l’amore per la Sardegna, la terra in cui hai vissuto fino ai ventun anni. La Sardegna è una terra che comunica, coinvolge, esprime, è un luogo intenso, colorato, forte. Nel tuo romanzo, di cui parleremo fra poco, emerge tutto il tuo rapporto con questa terra che immagino abbia influito prepotentemente anche sui contenuti delle tue storie. Ce ne vuoi parlare?
E poi vorrei un tuo parere su questa mia riflessione: il paese in cui l’autore vive o ha vissuto per buona parte della vita influisce sulla scelta dei luoghi in cui ambienta le sue storie. Cosa ne pensi?
Nelle mie storie l’ambiente ha sempre un ruolo da protagonista.
Sono convinta che i luoghi possano influenzare i nostri stati d’animo.
Nei miei libri la natura è sempre presente, talvolta osserva ciò che accade, come uno spettatore impassibile, altre ancora invece freme, ansiosa di partecipare. In ogni mio romanzo o racconto l’ambiente accompagna le inquietudini che agitano i protagonisti.
La Sardegna inoltre è una terra unica, mi ha aiutata a dare voce e colore alle emozioni. È un’isola capace di esprimersi in mille modi diversi e a me piace molto l’idea di usare i luoghi per far parlare i sentimenti.
Credo sia impossibile dimenticare il posto nel quale si è cresciuti, il luogo della propria formazione, pertanto penso che per uno scrittore sia naturale lasciarsi influenzare. Non per niente i miei primi due romanzi sono ambientati in Sardegna. Nonostante siano passati tanti anni non sono mai riuscita ad allentare la presa, è un’isola che mi chiama a sé ogni volta che sento bisogno di solidità, di sicurezza, di conforto.
Mi è venuto spontaneo ambientarci due storie familiari, sebbene così diverse tra loro, accomunate da un ritorno difficile ma necessario, quando si fa forte il desiderio di ritrovare se stessi.

 

Non è difficile credere che un luogo così intenso come la Sardegna sia capace di influenzare e caratterizzare una storia. E confermo quanto hai affermato: «Nelle mie storie l’ambiente ha sempre un ruolo da protagonista». Ho letto La spiaggia di quarzo e devo dire che la tua capacità di teletrasportare il lettore nel luogo in cui si svolge la storia senza appesantire la narrazione è davvero singolare e unica.
Uno dei miei maestri mi ha insegnato che esiste un luogo della scrittura, che non è solo il luogo in cui si scrive o il luogo di cui si scrive, ma è anche il luogo (predisposizione, senso creativo, ispirazione, idea, passione…) che c’è dentro di noi e che deve esistere nel momento in cui ci sediamo davanti alla macchina da scrivere (nel mio immaginario lo scrittore siede sempre alla macchina da scrivere).
Il luogo della scrittura è un insieme complesso di condizioni che mettiamo in moto e che ci facilitano nel complicato atto di scrivere. Ci racconti qual è il tuo luogo della scrittura? Sia fisico (luogo in cui scrivi e luogo di cui scrivi) sia interno (predisposizione, ispirazione, idea…).
Il mio luogo fisico è la casa, spesso un angolo del salotto, ma anche la cucina.
Ho bisogno di un posto silenzioso e raccolto, un luogo familiare.
Devo scrivere in assoluta libertà, libera di alzarmi e di muovermi quando ho necessità di raccogliere le idee o di staccarmi dalla storia.
Libera di sfogliare un libro o delle foto per ritrovare il filo, di parlare da sola quando mi inceppo su una parola che proprio non vuole venire, di coccolare il gatto quando ho bisogno di rilassarmi.
Un luogo che mi dia la sicurezza necessaria per andare lontano e trasferirmi altrove con la mente.
I luoghi di cui parlo non sono mai vicini, devo fare appello al ricordo e all’immaginazione per riuscire a descriverli come se in quell’istante mi trovassi davvero lì.
Pertanto non è importante che il posto in cui scrivo sia proprio quello che andrò a descrivere, anzi. Più bianche e spoglie sono le pareti che mi circondano e più riesco a immaginare e a fantasticare luoghi dei quali sento persino nostalgia, ne ricordo i profumi, gli odori, sono capace di percepire la luce e il buio, il caldo e il freddo. A ogni luogo che descrivo attribuisco una percezione fisica molto forte.
Quando esco di casa sento il desiderio di toccare tutto ciò che vedo, soprattutto quando mi trovo a stretto contatto con la natura.
Raccolgo i sassi e li accarezzo per sentirne la ruvidità o la politezza, annuso le conchiglie, raccolgo foglie, rami secchi, tutto ciò che ha una forma particolare devo toccarla e molto spesso la porto con me per un lungo tratto.
Non so resistere lontano dal mare, quando visito una spiaggia sconosciuta devo subito immergermi in acqua e sporcarmi di sabbia, diversamente ho come la sensazione di non esserci mai stata.
Forse è proprio per questo che nei miei libri riesco a descrivere in modo così realistico i luoghi.
Ho un rapporto molto fisico con l’ambiente, trovo emozionante riuscire a descrivere uno stato d’animo anche attraverso il movimento leggero di un’onda che si rompe sulla riva, un cielo che si rabbuia all’improvviso o che so, grazie al rumore del vento.

 

isola quarzoÈ arrivato il momento di parlare de La spiaggia di quarzo, il tuo secondo romanzo pubblicato da Guanda. Io l’ho letto, l’ho recensito QUI e mi è piaciuto davvero tanto.
Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea della storia, a cosa ti sei ispirata e quali difficoltà hai incontrato (se ce ne sono state) durante la stesura del libro.
E poi svelaci (tutti noi lettori siamo curiosi di saperlo) se contiene qualcosa di autobiografico.
L’idea è nata nel 2013. Era estate, mi trovavo in Sardegna per il festival letterario di Gavoi. Da Firenze mi avevano chiesto di scrivere un brevissimo racconto che sarebbe uscito sul Corriere fiorentino. Dovevo scrivere una storia che avesse i colori e gli odori dell’estate. Dopo il festival ci siamo trasferiti nel Sinis, il luogo nel quale ho vissuto una buona metà della mia vita. Ho cercato l’ispirazione immergendo i piedi nella sabbia di quarzo della spiaggia di Is Aruttas. Ho chiamato a raccolta tutte quelle sensazioni che avrebbero potuto ispirare il racconto. Pensare all’adolescenza in quei momenti mi è venuto spontaneo. Cercavo un contrasto forte tra il candore della spiaggia, la sua purezza, le trasparenze dell’acqua e una condizione emotiva travagliata, complicata, sporcata dai pregiudizi. Lo stato d’animo di un adolescente, in pratica, in quella stagione della vita che ci accompagna verso nuove scoperte, nuove sensazioni, e che può essere causa di turbamenti anche dolorosi.
Tornata a casa mi sono resa conto che quella breve storia mi era rimasta dentro, come un compito in classe consegnato al suono della campanella, ma non ancora finito. Sentivo la necessità di farla crescere, di arricchirla, completare la descrizione di quelle sensazioni che in ottomila battute avevo solo accennato, sfiorandole appena.
Così dopo qualche settimana ho ripreso il breve racconto e ho iniziato a scrivere.
Parlare di adolescenza non è facile, si rischia di cadere in facili banalità o in retorica spicciola.
E qui rispondo anche alla domanda più spinosa.
Per parlarne con sincerità ho ricordato la mia adolescenza, i dubbi, le incertezze, le mie fragilità. Ma anche il desiderio forte di fare nuove esperienze, di sentirmi libera, di staccare quel filo sottile e resistente che mi legava alla famiglia al punto da farmi sentire prigioniera. Il personaggio di Alessia raccoglie molte mie pulsioni, le riflessioni di un tempo sul significato della vita e delle amicizie, sulla lealtà, le prime delusioni. Le ingenuità di Alessia sono le mie, la sua sincerità anche e, perché no, la sua imbranataggine. E ora farò una grande rivelazione: quel motorino Sì Piaggio rosso, che nel romanzo rappresenta la fuga verso la libertà desiderata, era proprio il mio. Me lo regalarono per i miei quindici anni. Esiste ancora.
Anche le baracche descritte nel romanzo sono esistite davvero. La storia raccontata no, è frutto della mia fantasia.
Devo dire che ho incontrato molti più ostacoli dopo la stesura del romanzo, in particolare tra alcuni familiari. Come spesso accade, quando in una storia ci sono anche pochi riferimenti autobiografici, l’intera narrazione può diventare motivo di imbarazzo, specie in chi non è riuscito a cogliere il significato più profondo del romanzo e si limita a un giudizio approssimativo e superficiale.
Per leggere La spiaggia di quarzo è necessario abbandonare i pregiudizi, sforzarsi di ricordare quali e quante pulsioni hanno accompagnato la crescita e la formazione di ognuno di noi.

 

Anna1Siamo arrivate alla fine, Anna. L’ora trascorsa con te è stata piacevole e molto intensa. Sentirti raccontare del tuo mondo, ha suscitato immagini, colori e sapori che corrispondono alla tua scrittura che io definirei “sensoriale”. Leggerti mette in moto tutti i sensi. È un ascensore di emozioni che salgono e scendono, riempiono gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e il cuore. E che non ti consentono di scendere.
Nel tuo curriculum hai due romanzi e diversi racconti.
Ci racconti la tua esperienza come scrittrice di short story, che rapporto hai con i due generi, il romanzo e il racconto, e per quale ti senti più portata?
Ai racconti mi sono avvicinata in un secondo tempo, dopo la stesura del primo romanzo. È stato un incontro casuale, Vichi cercava autori per il Decameron 2013 e mi ha chiesto se me la sentivo di partecipare con alcuni miei scritti.
Mi sono accorta che sul computer avevo archiviato alcune storie brevi che avevo iniziato e lasciato lì, in attesa che potessero prendere vita. Le ho riprese e le ho elaborate portandole a una conclusione breve. Non è stato facile, mi sento più portata per le storie lunghe che mi danno il tempo di rallentare, quando la narrazione si fa intensa, e di riprendere, allontanando nel tempo la fine, che mi preoccupa.
Per me è difficilissimo chiudere un racconto o un romanzo. Iniziare non mi spaventa, ma concludere mi obbliga a pensare che su quelle pagine non ci tornerò più e questo mi agita, perché penso che, così come nella vita, le storie non hanno mai una fine definitiva.
I primi tempi, quando mi chiedevano di scrivere un racconto, mi facevo sorprendere dall’ansia, la sintesi non è la mia migliore dote.
Ora invece vivo l’idea della brevità di una storia come una sfida, uno stimolo a sintetizzare in poche pagine emozioni che, di solito, riesco a sciogliere solo se diluite in un intero romanzo.

 

Ringrazio di cuore Anna Maria per avermi accompagnato in questa bellissima ed emozionante chiacchierata ed invito tutti i lettori che ci seguono a leggere i suoi romanzi.
Arrivederci presto con un’altra puntata de L’ora del tè.

© 2017 Roberta Marcaccio

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