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L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Michela Belotti

Michela Belotti si presenta, sul suo sito, come aspirante scrittrice con un sogno nel cassetto: pubblicare il suo primo romanzo.
Prima di accoglierla devo raccontarti come ci siamo conosciute, Michela e io, come le nostre strade si siano incrociate.
Prima che Michela mi contattasse non eravamo neanche amiche virtuali. Due perfette sconosciute. Lei mi scrive in chat, chiedendomi, molto gentilmente, se sono interessata a recensirla. Io le rispondo dicendole che sono molto impegnata, che il lavoro più il resto non mi lasciano spazio per altro e bla bla bla… le solite cose che si dicono per non offendere e prendere tempo. Mentre le sciorinavo la lista dei miei impegni, però, curiosavo nelle sue pagine, cliccando sul link che mi aveva inviato, dove si parlava di lei e del suo romanzo. In quei giorni ero impegnata con un’altra recensione e altre interviste ed ero davvero piena di mille cose, ma…
Quella piccola donna bruna mi catturò. Attirò la mia attenzione su di sé e fece in modo che io leggessi il suo giallo incredibile. Una storia fresca, matura, scritta con un linguaggio giovane che spero Michela non perda mai. Come tutti i giovani scrittori la strada sarà decisamente lunga ma Michela ha una mente aperta, tanta curiosità e la voglia di raccontare la vita come pochi sanno fare: con la semplicità di chi ci crede.

Ovviamente mi sono appassionata al suo libro e a lei, ho trovato nelle nostre vite tante piccole e insignificanti coincidenze che tanto insignificanti non sono.

Sono molto felice che oggi, a pochi giorni dall’uscita del suo romanzo d’esordio, Michela sia ospite nel mio salotto.

Eccola che arriva! Lasciamo che sia lei a raccontarsi.

Benvenuta Michela nel mio salotto, il tempio dei libri e della buona scrittura. Sono felicissima di averti mia ospite oggi e sono certa che sarà una bellissima chiacchierata. Prima di iniziare ti chiedo cosa posso offrirti: tè, caffè, torta di mele, crostata oppure, se vuoi, andiamo con qualcosa di alcolico. Qui tutto è ammesso.
Grazie Roberta, è un piacere essere qui con te. Prendo volentieri del caffè e anche una fetta di torta. Caffeina e zuccheri sono un’accoppiata vincente!

Direi che siamo pronte per iniziare. Vado con le domande?
Forza! Cominciamo pure…

A che età hai iniziato a scrivere?
Credo 15-16 anni, articoli sportivi soprattutto riguardanti le partite del Milan.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non voglio assolutamente nessuno attorno, mi vergogno da morire quando scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Nella vita quotidiana, nella mia città e provincia di Bergamo.

Il libro più bello che hai letto?
Novecento di Alessandro Baricco.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Mi è capitato di scrivere in pullman nel tragitto casa lavoro.

Michela, perché la scrittura? Quale momento o situazione hanno fatto nascere in te il desiderio di scrivere e quando hai capito che volevi farlo diventare qualcosa di più di un hobby?
Non pensavo che avrei mai scritto seriamente. Ho iniziato così per caso, con articoli sportivi, adoravo il Milan e non potevo fare a meno di recensire le partite della domenica. Poi ho continuato con la politica, mi sono appassionata agli scritti di Montanelli e della Fallaci. Lì ho iniziato a pensare che la mia strada fosse il giornalismo, cosa che alla fine non si è realizzata. Ho continuato comunque a scrivere piccoli articoli per giornali locali e anche cose mie, soprattutto racconti. Poi quando finalmente sono riuscita a mettere su carta qualcosa di più, ho capito che forse una briciola di talento c’era e lavorando sodo avrei potuto trarne soddisfazione. Riga dopo riga eccomi qua.

Se dovessi fermarti a pensare a tutte le situazioni legate alla tua esperienza di scrittrice, vissute fino a oggi, quali sono state quelle che hanno fatto vacillare la tua determinazione e quelle che invece ti hanno fatto galleggiare per l’immensa felicità?
Sono la persona più pessimista al mondo. Dico sempre che Leopardi mi fa un baffo. Con il nulla mi abbatto, mi basta una critica anche leggera. La mia peggior nemica sono io. Eppure sono riuscita a resistere, ho terminato il mio primo romanzo, impresa che non pensavo di riuscire a compiere, e ora a farlo pubblicare. Ricevere recensioni positive, sapere che qualcuno ha apprezzato il mio lavoro è la soddisfazione più grande. Partecipare alla raccolta crowdfunding per la pubblicazione e vedere quante persone hanno creduto nel mio progetto è stata una felicità enorme.

 

«Ti prego, non farmi del male!» urlo correndo lun­go il viale alberato.
Vengo risvegliata dall’ennesimo incubo da una voce che cerca di tranquillizzarmi, poi vedo di nuovo quegli occhi cobalto. Questa volta riesco a metterli a fuoco in un volto maschile. È un uomo sulla quaranti­na, forse meno, di bell’aspetto, anche se un po’ trascu­rato. Dà l’idea di averne passate tante.
Non faccio quasi in tempo a realizzare la sua pre­senza che inizia a parlare: «Buongiorno, signorina Rota. Sono il tenente Castelli dei carabinieri di Ber­gamo. Sono il responsabile delle indagini relative alla sua aggressione. Sono felice che ora stia meglio e spe­ro abbia voglia di fare due chiacchiere».
Proferisce tutto come un poliziotto di qualche se­rie TV americana piuttosto scadente. Soprattutto, mi chiedo se sia questa la veste solita di un carabiniere, ovvero felpa e jeans.
Sembra mi legga nel pensiero e subito aggiunge: «Mi scuso per l’abbigliamento, ma quando sono fuori servizio preferisco essere comodo».
Effettivamente fuori è buio e l’orologio appeso al muro dice che sono le ventitré e quattordici. Quindi si è trattenuto oltre l’orario di lavoro per potermi in­terrogare. Sicuramente non gli si può dare dello scan­safatiche, ma inizio a domandarmi se abbia una vita privata, una compagna ad attenderlo o un hobby.
«Si figuri, tenente, va benissimo» dichiaro con qualche attimo di troppo.
«Le va di raccontarmi cosa si ricorda della sera in cui è stata soccorsa e portata in ospedale?»
Io veramente non mi ricordo proprio un bel niente, neppure le giornate precedenti, e mi sono resa conto solo oggi che sono passati già tre giorni dall’aggressione.
Castelli mi scruta con quegli occhioni che fino a poco prima credevo fossero parte dei miei incubi e mi dice risoluto: «Mi hanno raccontato che, con mol­ta probabilità, a causa dello stress potrebbe avere dei vuoti di memoria. Ma chi le ha fatto questo è ancora là fuori, e se le venisse in mente un qualsiasi elemen­to che potrebbe aiutarci, magari legato anche ai suoi spostamenti nei giorni precedenti, non esiti a comu­nicarcelo. Siamo già stati nel suo appartamento, ma è tutto in ordine e nessun vicino ha visto o sentito qual­cosa di sospetto. Mi spiace ammettere che siamo a un punto fermo».
È un uomo davvero destabilizzante. Non mi ha ancora dato la possibilità di poter avere un dialogo, ma ha la faccia triste, quasi come se davvero gli im­portasse del mio caso, come se quasi tutti i giorni non succedessero cose del genere, oppure ne succedesse­ro troppe.

(Estratto da La corsa)

 

 

Il tuo romanzo La corsa uscirà domani, 29 marzo, e sarà pubblicato da Bookabook, un’associazione che si occupa di mettere in contatto libri e lettori, per un nuovo modo di fare editoria. Raccontaci come ne sei venuta a conoscenza, come è stata l’esperienza che hai vissuto fino a ora e se la consiglieresti.
Bookabook è stata la prima casa editrice italiana ad occuparsi di editoria attraverso il crowdfunding, ovvero con il contributo del pubblico che sceglie se aiutare l’autore ad arrivare alla pubblicazione preordinando una copia del romanzo, ancora prima che esso esista. Quando un anno fa cercavo una casa editrice a cui mandare il manoscritto del mio libro mi è capitato di leggere questa novità, e scoprendo le potenzialità ho voluto sperimentarla in prima persona. Mi piacciono le sfide e la possibilità di realizzare i sogni anche con l’aiuto degli altri. Inoltre Bookabook mi dava la possibilità di scoprire se il mio romanzo potesse piacere ancora prima di averlo pubblicato, attraverso la prima selezione della casa editrice e poi con i primi commenti e recensioni di pubblico e blogger! La consiglierei a chi ha tanta pazienza, coraggio e faccia tosta! Di sicuro non è adatta ai timidi…

La corsa è un giallo. Come lettrice amo particolarmente questo genere, come autrice non saprei da che parte iniziare. I due lati della mia medaglia, autrice e lettrice, sono in completa antitesi: leggo generi diversi da quelli che tratto come scrittrice. Nel tuo caso vale lo stesso, oppure sei una mangiatrice di thriller in entrambi i ruoli? Se sì, ti chiedo quali sono i tuoi giallisti preferiti e quale, dei libri che hai letto, ha ispirato l’autrice che è in te.
Fin da piccola non mi sono mai limitata a un genere in particolare, ho sempre letto, anzi direi fagocitato, qualsiasi cosa e per qualsiasi cosa intendo anche biografie, manuali e diari di viaggio. Il thriller, insieme all’horror, è però il mio genere preferito, nato dall’amore per l’autore Stephen King. Ho letto quasi tutti i suoi libri e ho una collezione da fare invidia a una biblioteca. Non ci posso fare nulla quando esce un suo nuovo libro devo averlo assolutamente. Tra gli altri autori che mi hanno ispirato in primis sicuramente Oscar Wilde ma anche Baricco. Novecento lo annovero tra i migliori libri che io abbia mai letto, il regalo che non mi stancherò mai di regalare e il film che non smetterò mai di vedere.

 

Alcune volte fa piacere che ci sia qualcuno accan­to a noi capace di sorprenderci. Lisa, la mia Louise, guida a gran velocità sulla A4. È tutta un ciacolare, allegra e bellissima cerca di mettermi di buon umore. Pronta a tutto per un’amicizia nata da poco, mi spro­na e mi fa strada in un’avventura nell’avventura; a co­lori, contrapposta a quella nera che in questi giorni mi sta portando a picco, forse l’ultima che potrò an­cora vivere se verrò condannata. Io, la sua Thelma, in questo momento sono in stato di agitazione, non riesco quasi a star seduta sul sedile dell’auto.
Sono sempre stata affascinata dalla favola mo­derna di Ridley Scott. Quando la guardavo in TV e vedevo le due amiche lanciarsi nel baratro piuttosto che vivere infelici, sognavo a occhi aperti di provare un giorno quel tipo di sentimento così puro e buo­no. Fino a oggi potevo dire con certezza che la vera amicizia non esiste, frutto sempre di un tornaconto o della noia. Bene, sono stata smentita. In fondo capire di essersi sbagliati e cambiare idea dicono sia sinto­mo di intelligenza. Lo racconto a Lisa, ringraziandola per l’appoggio.
Lei ride sorniona dicendo: «Col cacchio che mi butto nel burrone con te, soffro di vertigini! Io scappo con Michael Madsen. Toh! Finalmente ti ho strappato un sorriso».
Ho staccato il telefono, ma ora mi sento in colpa; così a metà strada ascolto i messaggi in segreteria.
«Cosa dice il tuo bello? Wow! Che voce da tene­broso…»
«Dai, Lisa! Non è il mio bello! Dice che Giorgio ha mentito, ma non aggiunge altro, vuole che lo richia­mi. Ma anche no, per dirci cosa ancora? Guarda, me lo sentivo che c’entrava in questa storia! Arriviamo a Vicenza e cerchiamo di capire dove possiamo trovare Giorgio, prima che i carabinieri si mettano a cercarlo. Così non dovremo pure spiegare cosa ci facciamo lì.»
«E l’altro messaggio di chi è?» domanda Lisa in­curiosita.
«È mia sorella! Indovina perché la mia famiglia non si faceva viva da giorni?» e premo play: “Sara! Ma cosa hai combinato?! Stiamo via tre giorni in gita con la parrocchia e tu cosa ci combini ancora? Omicidio?! Ti abbiamo pure acceso una candela! Ma ti rendi con­to? La mamma è sconvolta, non parla più con nessu­no, non sappiamo come farla riprendere! Lo diceva lei che non era normale che vedevi tutti i film di quel Ta­rantino! Papà, arrivo, arrivo! Vieni a casa quando rie­sci, ché la mamma ti vuol vedere, prima che sia tardi!”.

(Estratto da La corsa)

 

 

Anche io amo moltissimo Novecento, sia libro che film, e devo dire che entrambi hanno tanto da insegnare a chi scrive. E nonostante io non ami il genere horror, sono una grande fan di Stephen King di cui ho apprezzato tantissimo On Writing (il manuale di scrittura per eccellenza) e il suo bellissimo Miglio Verde (sia libro che film). Senti, visto che abbiamo fatto una digressione, che ne pensi di parlare di cinema?
Quali sono i film che ami di più e che non smetteresti mai di guardare (oltre a Novecento)? Ci sono dei film o dei personaggi che hanno ispirato le tue storie e i tuoi protagonisti?
Certo! Sono una super appassionata di film, tanto da avere una pagina su Facebook dedicata al tema cinefilo. Sicuramente tra i miei film preferiti ci sono tutti quelli firmati dal genio di Quentin Tarantino, mio regista e sceneggiatore preferito. Poi avrei una lista infinita, ma non mi limito a vedere solo cose che mi piacciono, cerco di tenere la mente aperta. Specialmente in inverno mi dedico a tutte le pellicole che partecipano alla Award Season, soprattutto ai premi Oscar. Mi piace vederli in anteprima, in lingua originale coi sottotitoli e recensirli. Insomma, una vera fissazione.

 E ora veniamo al tuo romanzo. Io l’ho letto e recensito (leggi qui LA MIA RECENSIONE) e sono rimasta davvero colpita. Hai intuito, freschezza, immediatezza, velocità con uno stile giovane e coinvolgente. Davvero brava!
Cosa ti ha ispirato la storia e i personaggi? Hai lavorato molto per costruire la trama e gli intrecci o è venuto tutto naturale? Quanto ti sei sentita attrarre da quello che stavi costruendo durante la stesura? Sei riuscita a estraniarti o eri nella storia?
La corsa è nato da un’idea piombata dal nulla, che ho sviluppato quasi subito nella sua interezza, anche se per completare la bozza, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per mia insicurezza ci ho impiegato un tempo faraonico. Gli intrecci narrativi sono quelli che hanno portato via più tempo, per far sì che tutto tornasse e non ci fossero incongruenze. Nonostante la mia negatività la storia mi ha sempre riportato da lei in qualche modo. Quando rileggevo, dopo un po’ di tempo quanto avevo scritto, mi dicevo “Ehi, però non è male”, e questo mi aiutava ad avere maggior autostima. E quando mi rimettevo a scrivere ero un tutt’uno con i personaggi e con la storia.

 

(clicca sulla miniatura qui a fianco per acquistare La corsa, il romanzo di Michela Belotti, edito da Bookabook)

 

 

Michela ti ringrazio infinitamente per la bella persona che sei e per la tua semplicità. Ti auguro che La corsa sia il primo di una lunga serie di libri e che la nostra intervista ti porti fortuna. In bocca al lupo per tutto!

Voglio ricordare a tutti che oggi è una delle giornate dedicate al tuo BLOG BOOK TOUR e il mio blog e la mia pagina partecipano a questa bellissima iniziativa. Le regole per partecipare sono semplici:

  • condividere i post del BLOG BOOK TOUR con l’hashtag #lacorsa
  • mettere mi piace alla pagina Michela Belotti

In palio, A TUTTI i partecipanti, l’EBOOK del romanzo!!!

 

Per concludere questa bellissima intervista e rimanere in tema di cinema, c’è un film che io amo sopra tutti gli altri. Lo amo particolarmente per due motivi fondamentali. Innanzi tutto l’attore che interpreta il personaggio principale è il mio preferito in assoluto e solo questo vale la visione. Inoltre parla di scrittura; è la storia di uno scrittore famoso che vive da molti anni lontano dalla società, chiuso nel suo appartamento, e viene a contatto con il mondo esterno attraverso un ragazzo che per una scommessa entra di nascosto in casa sua. Un bellissimo film con alcuni passaggi davvero intensi.

È la mia medicina quando sono in crisi di scrittura!

Vi lascio con la visione dell’estratto di youtube che trovate qui sotto e, se non lo conoscete, vi invito a guardare il film completo. Merita!

Scoprendo Forrester

Buona visione e arrivederci alla prossima puntata del L’ora del tè! E partecipate al BLOG BOOK TOUR di Michela!

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Marco Mancinelli

Marco Mancinelli e io siamo amici esattamente da un anno. Amici come lo intendiamo oggi, grazie ai social e alla realtà virtuale, che non vuol dire meno amici, per me; è un’amicizia a distanza come ai miei tempi esistevano gli amici di penna (a quattordici anni corrispondevo con una coetanea tedesca). Oggi, con l’aiuto della tecnologia, la comunicazione è più veloce e immediata e consente la nascita di amicizie fra persone che altrimenti non si sarebbero incontrate mai.
E sarebbe stata una grande perdita.
Non vorrei dilungarmi in preamboli, il mio ospite è una splendida persona e saprà presentarsi con la classe che le contraddistingue.
Prima di accoglierlo vorrei lasciarti alcune informazioni biografiche.
Marco pubblica in self publishing quattro romanzi: Cyberblood (2013), In equilibrio sul silenzio (2014), Nero Uomo (2016) e 2068 – L’uomo che distrusse il futuro (2017) e quattro racconti: Sussurri dal profondo, La stagione della temperanza, Il sorriso di Elena e Il risveglio del male. Con BakemonoLab editrice ha pubblicato il racconto Il giardino dei bambini storti nell’antologia Yokai (2017) e il romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (2018).
Ama il surf, l’astronomia e l’hacking.
Se lo cercate e non è al computer, vuol dire che quel giorno ci sono le onde.

Pronti per incontrarlo? Io sono molto emozionata!

Benvenuto nel mio salotto, Marco. Spero ti senta a tuo agio in questo luogo per me molto speciale, dove i libri sono i protagonisti e gli autori miei graditi ospiti. Sono le cinque e solitamente offro tè e crostata, ma devo dire che i tuoi predecessori si sono sbizzarriti a più non posso e so che tu ami molto il whisky. Potrei stupirti con effetti speciali. Marco, cosa ti offro?

Ciao Roberta e grazie per avermi ospitato nel tuo salotto. In effetti chi mi conosce sa che ho una certa passione per il whisky. A quest’ora vedrei bene un Oban Little Bay invecchiato 14 anni, rigorosamente liscio, e una generosa fetta di torta di mele. Si può fare?

 

 

Certo che si può fare, in questo salotto è tutto concesso.
A questo punto siamo pronti per iniziare le nostre chiacchiere. I lettori attendono a bocca aperta di ascoltare la tua storia. Sei pronto?

Cercherò di soddisfare ogni curiosità allora, non vorrei che a restare a bocca spalancata qualcuno dei tuoi lettori si slogasse la mascella. Non me lo potrei perdonare. Non sarebbe neanche simpatico, in effetti.

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Subito dopo aver letto il mio primo romanzo, Le avventure di Tom Sawyer. Avevo nove anni e scrissi un racconto breve ispirato proprio al protagonista del libro di Twain.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Ho una sola mania: ascolto musica a tutto volume, di solito con le cuffie. La playlist, che non conosce neanche mia moglie, è sempre la stessa, da anni. Ed è composta soltanto da 5 brani, che mando in loop per ore.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

La mia città, Roma. Mi piace però descriverla nella sua parte meno conosciuta e più underground.

 

Il libro più bello che hai letto?

Ne ho letti molti, di libri belli. Così al volo mi viene in mente Nero, di Olivier Pauvert.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Scrivo soltanto seduto dietro la mia scrivania, che in effetti non ha nulla di strano. Però spesso siedo in maniera scomposta, con i piedi sul tavolo e la tastiera poggiata sulle gambe. Questa vale come stranezza?

 

Vale tutto come stranezza, qui a L’ora del tè, soprattutto in fatto di scrittura. Comincio subito con una curiosità.
Anche io ascolto musica in cuffia quando scrivo e la mia playlist è formata da brani che io non possa cantare altrimenti sarebbe un disastro.
Ci vuoi svelare quali canzoni contiene la tua?

Potrei svelarvi qual è la mia playlist segreta, ma poi dovrei uccidervi tutti. In quanti lo leggono, il tuo blog, Roberta? Tanto per sapere se devo fare una strage.

Posso dirvi che i brani musicali appartengono per la quasi totalità a generi musicali che di solito non ascolto. Molti sono strumentali e durano diversi minuti. In ogni caso, c’è sempre una canzone che fa un po’ da colonna sonora ai miei libri. La ascolto in fase di lettura e correzione, in loop. Se vuoi, posso associare un brano ad ogni romanzo che ho scritto. E considera che sto facendo un grosso strappo alla mia regola. Procedo in ordine cronologico di pubblicazione.

Cyberblood: March of the pigs – Nine Inch Nails
In equilibrio sul silenzio: Script for a Jester’s tear – Marillion
Nero Uomo: Something to remind you – Staind
2068: Carnival Rust – Poets of the fall
Di là dall’oscurità e nel tempo: Mary Ann’s Place – Volbeat

A nove anni scopri l’amore per la scrittura. Raccontaci il tuo percorso da 9 a “n” anni (non sveliamo la tua età).

A 9 anni iniziai a scrivere e la scrittura è stata la mia passione fin da subito. Croce e delizia, come si dice. A scuola facevo impazzire gli insegnanti. Un anno promosso con voti altissimi e quello dopo bocciato senza appello. Spesso il pomeriggio invece di studiare mi sedevo davanti alla Olivetti di mia madre e scrivevo, per ore, dimenticandomi completamente della versione di latino o degli esercizi di chimica.
Fino verso i venti anni coltivai la mia passione praticamente tutti i giorni.
Mi cimentai con diversi concorsi letterari, ricevendo premi e riconoscimenti. Poi, dopo l’anno di servizio militare, iniziai a lavorare come programmatore. I computer erano la mia seconda passione. Non smisi completamente di scrivere, ma rallentai la produzione.
Con l’avvento di internet spostai la mia bussola lavorativa verso lo sviluppo di siti web e riuscii a vendermi, tra le altre cose, la mia capacità di scrittura proprio nel mercato del web marketing. Molte aziende mi contattavano anche per scrivere le loro storie aziendali o per sistemare i testi da inserire nelle pagine web.
Poi verso il 2010 decisi di mollare tutto e di riprendere in mano la penna “quasi” a tempo pieno. Iniziai a lavorare part time e a dedicarmi alla mia passione con maggiore impegno. Nel 2012 pubblicai in maniera indipendente il mio primo romanzo: Cyberblood. Riuscii a vendere un migliaio di copie in meno di un anno, senza sapere niente di promozione e marketing. In realtà fui soddisfatto dell’accoglienza dei lettori, non tanto delle vendite. Sapevo che era un romanzo imperfetto, ma conteneva anche delle buone cose, che in tanti apprezzarono. Così, sulla scia dell’entusiasmo, mi rimboccai le maniche, aggiustai il tiro, provai a capire dove dovevo migliorare e sfornai, un anno dopo, In equilibrio sul silenzio. Soddisfatto delle critiche, proseguii per la mia strada. Oggi mi ritrovo con cinque romanzi pubblicati e due in uscita nei prossimi mesi del 2018, uno indipendente e l’altro con una casa editrice. Mi reputo soddisfatto, ma so che la strada è ancora lunga e tutta da percorrere. E io ho sempre avuto un gran fiato e gambe buone.

Marco, con te vorrei parlare non solo di scrittura perché so che sei impegnato un po’ su tutti i fronti, non solo come autore: sei editor, collabori con Extravergine d’Autore, un portale che dà visibilità al self di qualità, e sei esperto di editoria e marketing editoriale.
Quali consigli daresti a chi desidera pubblicare un libro oggi? Self? Editori? E quali sono i passi che un autore dovrebbe fare, post-pubblicazione, per raggiungere il maggior numero di lettori?

Provo a rispondere alle tue domande con un’unica risposta articolata. L’argomento è vasto, quindi non sarò breve. Iniziamo col dire che non vedo molta differenza tra pubblicare self o con un editore, almeno in termini di probabilità di riscontro. È ovvio che un conto è affidarsi ad Amazon per distribuire il proprio romanzo d’esordio e un altro è avere dietro una delle Big dell’editoria che decide di investire grosse cifre su di te. Ma con questo esempio siamo nella fantascienza, quindi restiamo coi piedi per terra e muoviamoci in un campo più realistico.
Immagina di dover raggiungere l’aeroporto per imbarcarti su un volo. Sono molteplici i modi in cui puoi arrivarci: auto privata, treno, pullman, taxi, scooter, uno strappo da un amico, bicicletta, a piedi se è vicino, metropolitana, car sharing. Ecco, ora portiamo l’esempio nell’editoria: l’aeroporto è la pubblicazione e il selfpublishing e le case editrici sono i modi per raggiungerla. L’importante è che non perdi il volo, poi come arrivi al check-in poco importa. Self e case editrici sono due percorsi di pubblicazione validi allo stesso modo, ognuno con i propri limiti, i propri pregi e punti di forza, e ognuno con il medesimo grado di fallibilità. Io stesso pubblico affidando una parte dei miei scritti al selfpublishing e l’altra a una casa editrice, e la mia esperienza è stata ed è positiva in entrambi i casi. E in entrambi i casi devo sudare per ottenere risultati.
Non amo molto la diatriba che spesso si accende tra autori self e case editrici, come se uno dei due dovesse necessariamente rappresentare il male dell’editoria. In questo senso il mio consiglio è di scegliere il percorso che più si sente di voler affrontare, con serenità e obiettività. Nel self l’autore ha la grande responsabilità di essere editore di se stesso. Per questo io suggerisco in ogni caso di non esordire col selfpublishing, se non si conoscono a fondo le dinamiche dell’editoria. Si rischia di fare un bel botto e di perdere l’entusiasmo. Oggi pubblicare con un editore è diventato molto più semplice rispetto a qualche decina di anni fa, perché è aumentato il numero delle piccole case editrici e perché la follia che muove il mercato dei libri ha costretto gli editori a pubblicare molti più titoli rispetto a prima. Con un po’ di pazienza e caparbietà qualcuno disposto a pubblicare un buon manoscritto si trova. Non è impossibile.
La mia idea è che il selfpublishing sia più adatto ad un autore già svezzato a livello editoriale. Ad esempio, un grosso ostacolo verso la strada del successo è rappresentato proprio dal marketing e dalle strategie per raggiungere i lettori. Farsi conoscere dal grande pubblico è difficile tanto per il selfpublisher quanto per l’autore pubblicato da casa editrice. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno, e questa è la parte in cui tutti devono rimboccarsi le maniche, gli autori per primi. Che tu abbia fatto tutto da solo (non scendo nello specifico, ma ci tengo a precisare che selfpublishing non significa letteralmente fare tutto da soli, ma solo avere la responsabilità della filiera editoriale) o che un editore ti abbia aiutato a pubblicare, quando si tratta di vendere non esistono scuse: l’autore deve rimboccarsi le maniche e muovere il culo. L’autore, lo ripeto per chiarezza. La bacchetta magica, non la posseggo neanche io, ma se dovessi dare consigli ad un amico che ha appena pubblicato, gli suggerirei di iniziare creando un pubblico nella sua cerchia di conoscenze. È inutile bearsi di avere il proprio libro venduto nell’unica libreria della più sperduta cittadina della Valle d’Aosta, se a casa tua, a Catania, il salumiere dove fai la spesa tutti i giorni non sa che sei un autore e che hai scritto dei libri. Il successo raramente si muove a salti. Se devi arrivare da A a Z, prima devi passare per tutte le altre lettere dell’alfabeto. Quindi, il mio primo consiglio è di procedere per gradi. Il secondo è scrivere. Mai fossilizzarsi sul primo romanzo, che nella maggior parte dei casi sarà un lavoro imperfetto e acerbo. Il miglior biglietto da visita di un autore è rappresentato dai suoi libri, quindi bisogna mettersi sotto e scrivere. Il terzo consiglio è di non isolarsi e, dove possibile, cercare di inserirsi in un contesto editoriale (casa editrice, associazione, fondazione, gruppi, ecc.) e di rimanere agganciati alle dinamiche che smuovono il mercato, conoscendo altri autori, operatori e divulgatori. Più si amplia il giro di conoscenze e maggiori opportunità si hanno di essere riconosciuti e letti. L’Italia organizza ogni anno decine di fiere dedicate all’editoria, in quasi tutte le città. Partecipare a questi eventi, anche solo come semplici spettatori, può essere già un buon modo per conoscere persone e addetti ai lavori, e per rimanere sintonizzati su quanto accade nell’editoria (fondamentale per un selfpublisher).

Questi sono i miei consigli. Se poi qualcuno inciampa nella bacchetta magica, vi pregherei di spedirmela per posta, ché due colpi di polvere di stelle farebbero comodo anche a me.

 

Il professore mi punta il dito, quasi con fare minaccioso. «Ricorda le mie parole, perché tanto tempo fa le disse a me tuo nonno: alcune persone ti entrano nel cuore, altre nella testa, altre ancora fanno breccia in entrambe. La vita e la felicità si rincorrono lì, in quello spazio, tra sentimento e follia. Non perdere mai la tua possibilità di vivere accanto a chi riesce a lasciarti cicatrici nel cuore e nella mente, perché persone simili non sono facili da trovare. E quando sarai vecchio, come me, quelle cicatrici le amerai più di te stesso, perché ti ricorderanno che sei stato vivo e che hai vissuto, e che c’era un motivo per vivere. Certe cicatrici, col tempo, prendono il sapore del miele, e saranno il tuo nutrimento prima della morte, ti accompagneranno fino all’ultimo respiro e allora morire avrà il sapore che tu avrai saputo dare alla tua vita. E forse non ti farà così paura».
Io sono rigido sulla poltrona e osservo questo vecchio saggio, mezzo guercio, che mi ha inchiodato alla realtà con le sue parole. Vorrei abbracciarlo, ma temo che mi beccherei uno dei sui montanti famosi. «Sicuro che mio nonno abbia detto proprio così?», mi limito a dire.
Lui fa una smorfia e inizia a tirarsi i peli candidi dei baffi. «Giurerei di sì, però mi sa che eravamo ubriachi tutti e due. Oddio, magari me lo sono immaginato, sai l’alcol…».
E ci viene da ridere, con la spontaneità e la naturalezza di due amici di vecchia data. E per un attimo mi dimentico delle mie ansie, delle paranoie e tutto il resto. E quasi mi sembra di essere felice, come quando ero bambino.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

Grazie Marco, credo che tu abbia delineato esattamente tutte le sfumature del mondo dell’editoria, indispensabili soprattutto per coloro che si avvicinano a questo mondo e desiderano scrivere per pubblicare. Scrittori ed editori non ci si inventa, dietro c’è un lavoro immenso da fare ed è bene iniziare con il giusto passo.
Prima di parlare dei tuoi libri, vorrei sapere da te quali sono gli strumenti che riempiono la tua cassetta degli attrezzi. Quali manuali, vocabolari, libri, metodi consigli agli aspiranti scrittori.

Quando scrivo sono molto disordinato. La mia cassetta degli attrezzi ha sicuramente qualche buco, perché tendo a perdere quasi tutto. Di solito prendo tonnellate di appunti sul mio taccuino e registro appunti vocali sul mio cellulare. Alla fine organizzare il materiale diventa più complicato che scrivere la storia. Così improvviso e attingo di tanto in tanto a quello che ho raccolto, lasciando fuori, troppo spesso, buone intuizioni e spunti interessanti. Per il resto mi affido al mio word processor open source e ai miei dizionari online e cartacei dei sinonimi e dei contrari (lo ammetto, sono ossessionato dalle parole e a volte passo anche due ore su un’unica frase per renderla perfetta come voglio che sia). Accanto alla tastiera tengo, a proposito di cassette degli attrezzi, una copia di On Writing di Stephen King. Materialmente non mi serve a niente, ma mi piace averla lì.
Date le premesse, capirai che non sono proprio la persona adatta a dare consigli agli aspiranti scrittori. Quello che posso suggerire è di utilizzare un software come Bibisco che può aiutare in maniera efficace ad organizzare il lavoro. Per le trame più complesse lo utilizzo anche io, sebbene la mia scarsa propensione alla precisione non mi permetta mai di usarlo fino alla fine. Di solito lo mollo a metà del lavoro. Ma devo dire che è davvero un ottimo programma, che ogni scrittore dovrebbe custodire nella propria cassetta degli attrezzi. Per quanto riguarda il metodo, il mio suggerimento è di scrivere quando si ha voglia di farlo. A meno di avere scadenze troppo ravvicinate, mai forzare la mano. Il mio ultimo romanzo, 500 pagine, l’ho scritto in quattro mesi, ma sono stato anche più di una settimana senza buttare giù una singola parola. Hemingway suggeriva di smettere di scrivere quando si hanno ancora buone idee, in modo da riprende in un secondo tempo senza problemi da pagina bianca. Credo sia davvero un gran buon consiglio. Forse il più prezioso da custodire nella propria cassetta. E occhio ai buchi, non fate come me.

 Beh, Marco, visti i risultati che hai raggiunto e i libri che hai scritto penso proprio che i tuoi consigli siano assolutamente da seguire o, per lo meno, da tenere in considerazione, poi come dico io, quando “ricevi un consiglio prendi quello che ti serve e piace, il resto buttalo”. Parliamo dei tuoi romanzi? Credo sia giunta l’ora.
A quale dei tuoi libri sei più legato e quale invece butteresti nella spazzatura? (Domanda insolente che non si fa, ma stamattina mi sono svegliata così!)

Mi piacciono le domande insolenti, vediamo se riesco ad essere tale anche nella risposta.
Il romanzo al quale mi sento più legato è In equilibrio sul silenzio, perché per un lungo periodo della mia vita ho avuto molto in comune col protagonista principale della vicenda, Modesto. In realtà sono affezionato a questa libro anche perché è stato il secondo che ho scritto e, come canta Caparezza: il secondo album è sempre il più difficile!
Cyberblood, il mio romanzo d’esordio, ha ottenuto fin da subito un discreto successo, grazie ai suoi personaggi spregiudicati e cattivi, che hanno conquistato fin da subito i lettori. Col secondo romanzo mi sentivo un po’ sotto pressione, perché temevo che non sarei riuscito a replicare in maniera decente quella mia prima performance letteraria. Poi tutto è andato per il verso giusto e In equilibrio sul silenzio si è ritagliato un posto speciale accanto al mio cuore. Per certi versi è stato un ottimo compagno di viaggio in un momento critico, che ho vissuto non senza ansia.
Vuoi sapere qual è il libro che butterei nella spazzatura? 2068 – L’uomo che distrusse il futuro. Il motivo? Mi è venuto talmente bene che adesso mi tocca scriverne altri della stessa saga… e io detesto le saghe.

Il corridoio è immerso nella penombra. Sul fondo, la porta chiusa mi ricorda che devo occuparmi dei mostri. Non l’ho ancora fatto, per via del trasloco, e adesso forse sto cercando una scusa per non entrare in quella stanza.
Raggiungo la cucina e poggio la busta del supermercato sul tavolo. Alzo la serranda, ma lascio chiusa la finestra. Il terrazzino è allagato. Fuori c’è una specie di tempesta. Alla televisione hanno detto che pioverà per tutta la settimana, e le premesse ci sono tutte. Mi sciacquo le mani nel lavandino, usando il sapone per i piatti come detergente. È quasi ora di pranzo e devo mangiare, anche se non ho fame. Se prendo le pillole a stomaco vuoto, potrebbe venirmi un’ulcera, o qualcosa di simile. L’idea mi terrorizza e basta quella a togliermi l’appetito; in pratica mangio per non avere paura di non mangiare. La mia vita funziona tutta più o meno in questo modo.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Ed ora è il momento di svelarci qualche segreto sul tuo ultimo romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (la mia recensione al romanzo di Marco può essere letta cliccando QUI): dal come è nata l’idea a come hai disegnato i personaggi e poi vorrei conoscere, se ce ne sono, alcuni aneddoti legati a questo libro, più tutto quello che ti viene in mente.
Aggiungo, perché sono insaziabile, che vorrei anche sapere come ti senti mentre scrivi, cosa provi e qual è la sensazione che ti assale dopo l’ultima parola scritta.

Di là dall’oscurità e nel tempo è un romanzo complesso, che si offre a diverse chiavi di lettura. Vuoi un’aneddoto interessante? Te lo servo subito. Ero a Torino, a maggio scorso, con Valentina Cestra, l’editor in chief della BakemonoLab, casa editrice per la quale avevo appena pubblicato un racconto nell’antologia Yokai, Spiriti Inquieti. Parlavamo di progetti letterari e lei mi ha chiesto se non avessi una buona storia di fantasmi e mostri da proporle. Così ho iniziato a pensarci su. Nel viaggio di ritorno verso Roma, che ho affrontato in pullman di notte, nel dormiveglia ho avuto una specie di visione: un uomo e una donna che si scambiano libri, e ogni libro è una promessa d’amore. Questa immagine l’ho portata fino a casa, anche se non sapevo bene cosa ci avrei fatto. Un paio di giorni dopo ero davanti al pc che vedevo un film di Jarmusch, Only Lovers Left Alive, e sulla scena che apre il film, dove si vede una affascinante Tilda Swinton stesa ai piedi di un letto circondata da decine di libri, ho pensato: “Sarebbe divertente ficcare una donna in una casa ai confini di un luogo oscuro, e darle i libri come unica compagnia. Anzi tutti i libri scritti dagli uomini”.
Così ho messo insieme le due idee e ho iniziato a lavorare alla trama di Di là dall’oscurità e nel tempo. Ho lavorato alla prima stesura del romanzo da maggio a ottobre, scrivendo oltre 130 mila parole. Il risultato è una storia completamente diversa da quella che avevo in mente all’inizio. Ma devo ammettere che il risultato mi ha soddisfatto fin da subito. E oggi sono molto orgoglioso e geloso della mia piccola creatura.
Per quanto riguarda i personaggi, sono tutti frutto della mia fantasia, tranne quello di Giovanni Corvi che ho ricalcato fedelmente sulla vita di mio nonno, grande pittore, amante delle donne, del vino e delle scienze occulte. Da bambino trascorrevo ore ad ascoltare i suoi racconti sulla guerra e sulla vita, tra una partita a dama e una passeggiata al parco. Alla fine di lui mi sono rimaste soltanto le sue storie, e alcune erano troppo belle per non provare a metterle sulla carta. Se oggi fosse vivo, credo sarebbe orgoglioso anche lui del lavoro che ho fatto. Almeno mi piace pensare così.

Per rispondere alla tua ultima domanda, ti dico che mentre scrivo mi sento come se in me ci fosse un fiume in piena. Molti autori scrivono per sentirsi liberi, io invece scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me e che non riesco più a trattenere. La scrittura per me è come un parto, tra dolori e disagi. Da questo puoi intuire che quando metto il punto ad una storia è come una specie di liberazione. Mi sento sicuramente più leggero, ma poi inizio ad avere l’ansia per la mia piccola creatura che dovrà affrontare il mondo dopo essersi staccata da me. Io scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me. Se non lo facessi, credo che finirei per esplodere ad un certo punto.

Di’ la verità: ti ho fatto venire l’ansia con questa risposta? È che volevo restituirti un po’ di insolenza.

 

Nessuna ansia e accetto l’insolenza! Due parole sul tuo ultimo romanzo che ho apprezzato davvero tanto. È un libro esigente ed egoista e ti costringe a restare lì, in sua compagnia, fino all’ultima pagina. L’ho letto chiusa in una bolla dove non esistevano spazio e tempo, e dove ogni minuto era rotto dal respiro di quello precedente e così via, fino alla fine. In un unico, lungo, apnoico respiro. Non si legge d’un fiato perché è un bel tomo, ma è davvero ben scritto e molto coinvolgente. Voglio regalare un altro brano estratto dal tuo romanzo ai nostri lettori.

 

Il caffè gorgoglia nella moka e il suo aroma avvolge la cucina. A volte penso che dovrei cominciare a berlo anche io. Poi mi vengono in mente le emicranie e l’insonnia che mi procura anche una piccola tazzina e lascio stare questi propositi, godendomi solo il profumo intenso della miscela che sta per trasformarsi in bevanda. «Credo che prima o poi mi lascerà, appena si accorgerà che con me perde solo tempo», commento a bassa voce. «Prima o poi ci lasciano tutte… è destino», sentenzia il professore versando il caffè nella tazzina. Il tintinnio del cucchiaino che scioglie lo zucchero accompagna il resto del discorso, mentre lui si siede al tavolo. «In ogni caso, noi uomini facciamo cose inutili per gran parte della nostra vita. Amare e capire, ecco le uniche cose che davvero valgono il tempo che gli si dedica. Quindi il tempo speso ad amare non è mai realmente perduto. Quando ami qualcuno, ci credi sul serio. L’amore vive nel presente, nel momento attuale. E allora non è mai tempo perso, perché in quel momento si sta dando un senso alla propria vita, anche se poi ci accorgiamo che non amiamo più, o che abbiamo amato la persona sbagliata. Io la vedo così». Lo squadro con espressione incerta. «Va bene per quanto riguarda l’amore. Ma da capire cosa ci sarebbe?», chiedo serio. «Capire è il secondo compito più importante della nostra vita. Esistere senza cercare di capire il mondo che ci circonda equivale ad attraversare la sala di un museo bendati e sordi. Passeremmo davanti alle opere d’arte più meravigliose e alte della creatività umana senza rendercene conto. Non sarebbe uno spreco di tempo? Cosa c’è di più coinvolgente e gratificante a livello umano del comprendere la propria vita e il mondo intorno ad essa? Amare e capire, è tutto quello che devi fare per dare un senso alle tue giornate, dammi retta», chiosa il professore prima di sorseggiare il caffè bollente. «Lei ha amato, professore?», gli chiedo di getto, senza pesare prima le parole. Lui poggia la tazzina sul tavolo e abbassa lo sguardo. «Un tempo ho amato tanto…». «Beh, oggi ha la sua bella postina a cui pensare, o sbaglio?», dico notando lo scoramento sul suo volto. «Amare è come andare in bicicletta: non lo dimentichi mai una volta che hai imparato», commenta un po’ meno tetro.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Marco, l’ora sta per finire ma, se sei d’accordo, andiamo avanti un altro po’.
Tu sei una persona impegnata in attività diverse, la tua giornata è scandita da lavoro, famiglia, scrittura e in più collabori con Radio Impegno e con l’associazione Extravergine d’Autore. Io ti conosco già da un po’ e durante le nostre chiacchierate private è emersa la tua bella personalità. Per questo motivo vorrei che raccontassi ai nostri lettori di cosa ti occupi in radio e in Extravergine d’Autore e, come ultima cosa, ti chiedo una chicca: tre consigli per diventare autore di successo che scriverò su tre post-it, li appenderò alle ante dell’armadio e li leggerò tutte le mattine durante il make-up. E inviterò chiunque voglia diventare autore a fare lo stesso (compreso il make-up).

Radio Impegno è una bella realtà romana, nata a Corviale, uno dei quartieri simbolo della lotta alla criminalità e del recupero del territorio. Circa due anni fa un incendio doloso rischiò di distruggere uno dei luoghi simbolo di questa rinascita sociale, Il Campo dei Miracoli. Da quella notte un manipolo di volontari ha creato una rete che è un presidio attivo, rivolto proprio a custodire il Campo da ulteriori azioni intimidatorie. Decine di cittadini, che non hanno paura di sfidare la mano infame e armata della criminalità, persone volenterose che ogni notte animano il palinsesto dell’unica radio che va in onda 365 giorni l’anno, dalle 24 alle 8.30 del mattino, rigorosamente in diretta. Durante la notte, col favore delle tenebre, qualcuno ha voluto colpire uomini, donne e bambini di Corviale, e allora di notte noi rispondiamo, con le nostre voci impegnate e appassionate. Io sono entrato a far parte della grande famiglia di Radio Impegno, che qualche giorno fa ha ricevuto una onorificenza dal Presidente Mattarella, perché ho seguito la mia amica Lucilla, che aveva bisogno di un folle che la aiutasse nell’impresa di tirare su una trasmissione notturna. Abbiamo creato un gruppo, gli Emozionati, e una volta al mese parliamo in radio di emozioni, affrontando l’argomento dal punto di vista sociale, psicologico, artistico e umano. La prossima puntata, se volete ascoltarci e vederci (abbiamo le telecamere in studio), andrà in onda la notte tra il 18 e il 19 marzo, e sarà incentrata sulla gelosia. Potete collegarvi in diretta streaming all’indirizzo www.radioimpegno.it oppure ascoltarci sulle frequenze F.M. 97.7 di Radio Città Futura.
Extravergine d’Autore è invece l’associazione culturale della quale faccio parte da oltre un anno e con la quale cerchiamo di far conoscere il self-publishing e, dove possibile, dargli lustro. Il progetto, nato da un’idea di Michel Franzoso circa tre anni fa, è cresciuto tantissimo negli ultimi tempi. Oggi, oltre ad offrire una vetrina di qualità per i libri self più meritevoli, siamo in grado di seguire molti autori nel loro percorso di pubblicazione, fornendo loro un aiuto concreto in termini di assistenza editoriale e di promozione. Siamo anche impegnati nella divulgazione del self-publishing, collaborando con molte delle voci che animano il sottobosco editoriale del nostro paese. Ad esempio, proprio pochi giorni fa, abbiamo lanciato un nuovo servizio in collaborazione con Michele Amitrani e il suo canale Youtube Credi Nella Tua Storia. Il servizio si chiama Fare Self e ogni settimana Michele risponderà alle domande poste direttamente dagli autori. All’interno dell’associazione io mi occupo del comitato di lettura e valutazione delle opere per la selezione nella nostra Vetrina di Qualità e svolgo il compito di consulente editoriale, che vuol dire essere a contatto con gli autori, ascoltare le loro richieste e cercare di aiutarli nel loro percorso di pubblicazione e promozione.

Per quanto riguarda i tre consigli che mi chiedi, non so se io sia la persona più adatta per darne. Di solito mi piace seguirli, i consigli, e dispensarne mi mette in difficoltà. Io credo che ogni percorso autoriale sia estremamente personale e che ognuno di noi debba trovare la propria strada seguendo strategie personali. In ogni caso, ci provo, alle brutte ti rovino il make-up mattutino. Il primo consiglio è quello più scontato, ma che per molte persone non sembra esserlo: scrivere. Non so se sia colpa dei social network che tendono a distrarre, ma a volte ho l’impressione che troppi scrittori, anche alle prime armi, dimentichino che devono scrivere. La promozione, il marketing, il personal branding sono tutte cose che aiutano a vendere, ma non bisogna dimenticare che prima di ogni cosa siamo scrittori, quindi scriviamo, possibilmente tutti i giorni, avendo sempre ben definiti i nostri progetti.
Il secondo consiglio, altrettanto banale, è leggere. Non conosco nessun scrittore di successo che non sia anche un lettore da competizione. Io ad esempio riservo alla lettura almeno un’ora al giorno, di solito prima di cena, o al limite dopo, se non ho avuto tempo di dedicarmici. Scrivere e leggere sono due attività che ormai fanno parte della mia quotidianità, da molto tempo. Sinceramente fatico a ricordare un solo giorno degli ultimi anni in cui non abbia letto almeno una decina di pagine. È più facile che non scriva per un po’, ma la lettura è un’attività imprescindibile.
Il terzo consiglio è di non prendersi troppo sul serio. Questo di solito me lo rivendo come consiglio generale di vita, ma può e deve essere applicato anche alla nostra attività di autori. Nel momento in cui saliamo su un piedistallo, perdiamo aderenza con la realtà. Ho conosciuto persone che dopo aver pubblicato un paio di romanzi self hanno iniziato ad atteggiarsi a grandi intellettuali o fini pensatori ormai arrivati al capolinea del successo. Io credo che la chiave per riuscire nel mestiere di scrittore sia tutta nella nostra capacità di rimanere curiosi e di pensare al successo come un orizzonte sempre lontano, che ci spinge ad andare avanti, costantemente. Quando ti fermi a lodarti e sbrodarti, ecco, in quel preciso momento, inizi a fallire.

Quindi, ricapitolo i tre suggerimenti: scrivere, leggere, non prendersi sul serio. Ci metto la mano sul fuoco che per diventare bravi scrittori non serva altro. Anzi, guarda, sono pronto a mettercele tutte e due.

 

Clicca sulla copertina per acquistare il romanzo di Marco Mancinelli

 

 

 

Non credo che mi rovinerai il make-up. Sono pronta, io per prima, a seguire i tuoi consigli e a divulgarli. Soprattutto il terzo!
Marco, ci fermiamo qui. Io ti ringrazio di cuore di essere stato mio ospite e invito i nostri lettori ad acquistare e leggere i tuoi libri, soprattutto l’ultimo romanzo che ricordiamo si intitola Di là dall’oscurità e nel tempo, edito dalla casa editrice BakemonoLab.
In bocca al lupo per la tua carriera di scrittore e per il tuo impegno con Radio Impegno e Extravergine d’Autore.

Arrivederci alla prossima puntata!

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Max O’Rover

Chiacchierare con Massimiliano Roveri ha il sapore dell’Irlanda, in tutte le sue sfumature. L’ora del tè è diventata ormai il nostro modo (il mio e il tuo) di girare il mondo. Non siamo andati lontanissimi ma, durante le chiacchierate con gli autori, qualche viaggio per il continente l’abbiamo fatto.
Massimiliano Roveri, in arte Max O’Rover, dopo essersi innamorato dell’Isola di Smeraldo ha cominciato a scrivere e a sognare una vita nella sua nuova terra. Oggi vive a Dublino, in un luogo molto simile alla Barrytown di Roddy Doyle, lavora sul web ed è social media manager di Catherine Dunne, grande autrice irlandese, e di Antonio Tombolini Editore.
A Roddy Doyle, o meglio, a un libro del famoso Roddy Doyle, è ispirato il suo romanzo #igcird (Il giorno in cui incontrammo Roddy Doyle); ne parleremo fra poco
Ero curiosa di conoscerlo e devo dire che la mia aspettativa non è stata delusa. Max ha una personalità multicolore, ricca, sorprendente. È un autore insolito, non ripetitivo, la sua grafia traccia linee che nessuno ha mai disegnato. Inutile imitarlo. Max ha uno stile semplice e complesso, duro e leggero, bianco e nero.
E magari con un pizzico di Verde.
Bene! Non ho raccontato granché di lui, volutamente, perché vorrei conoscerlo assieme a te. A questo punto sono impaziente di iniziare. E tu? Accogliamo Max assieme.

 

Ben arrivato nel mio salotto, Max, è un immenso piacere averti mio ospite. Prima di iniziare offro sempre qualcosa e visto che è L’ora del tè, cosa preferisci?
Tè Lapsang Souchong, marca Taylors of Harrogate. Grazie.

Ottima scelta! Siamo pronti per iniziare a chiacchierare. Partiamo?
Certo!

 A che età hai iniziato a scrivere?
Il primo “lavoro” pubblicato è una poesia sulla pagina dei lettori di Topolino, avevo nove anni, direi.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Potrei dire il tè, tanto tè (il Lapsang di cui sopra), ma lo bevo anche quando non scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
La mia terra: l’Irlanda.

Il libro più bello che hai letto?
Domanda complessa, rispondo “di pancia”: Il Signore degli Anelli.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Mi è capitato di iniziare a scrivere un romanzo con un lapis, su un blocco notes, al primo piano di un letto a castello in una camerata da sei, alle quattro di notte, al buio.

Dopo aver letto il tuo romanzo ho riflettuto molto sui personaggi, sulle loro storie, su quanto l’autore possa influire sulla loro “vita”, se così la possiamo chiamare. E sono sempre più convinta che lo scrittore sia incarnato in ogni suo personaggio.
Io mi sono fatta questa idea ma vorrei la tua opinione. Se ti va di aprire l’anima di Max O’Rover ai nostri lettori, raccontaci quanto c’è di te nei tratti e nella vita dei tuoi personaggi.

Hai visto giusto, Roberta.
Anche se almeno in teoria nel romanzo c’è un personaggio che è il mio alter ego, in realtà ci sono tratti, segnali, tracce, di me nascosti nei diversi personaggi.
Ho cominciato a capire che per me uno dei motivi importanti dietro allo scrivere è quello di vivere altre vite: quelle dei personaggi. Questo non significa che tali vite debbano essermi completamente aliene. Credo che il tema delle identità in discussione sia una delle cose che mi interessano davvero molto (usare uno pseudonimo, avere un personaggio alter ego, vivere, avere coscienza del fatto che sto diventando un’altra persona anche grazie allo scrivere), e diluirsi nei personaggi è un modo di essere empatici con loro e con l’umanità “vera”.
Riflettendoci bene, c’è, però, una eccezione, forse. Bob è molto caratterizzato e non credo che abbia niente di me. Chissà se questo è il motivo per cui forse è il mio personaggio preferito.
Altra cosa da dire è che, forse, comunque, immedesimarsi nei personaggi di #igcird, che sono dei “buoni”, è stato più semplice. Ho dovuto lavorare molto di più su Patrick, uno dei quattro personaggi de La Terza Vita, in uscita a marzo, proprio perché è una testa molto, molto diversa dalla mia.

Il tuo amore per l’Irlanda traspare in ogni parola. Ti confesso che sono sempre stata affascinata dalle persone che provano un amore così forte e incondizionato per una terra che non sia la propria, tanto da decidere di appartenere a quella terra. Quando è nato tutto? Quando hai capito che questo amore era così forte e intenso da costringerti a cambiare nazione? Fra l’altro, nel tuo romanzo, questo amore e questo desiderio così forti sono incarnati in uno dei personaggi. Vorrei che ci raccontassi la tua storia.

Era il 1999. Ho visto le isole Aran nuotare tra il cielo e l’oceano in una bellissima giornata di sole. È stata una folgorazione. Una sensazione praticamente fisica, come se mi avessero liberato i polmoni. Sapevo di essere rinato, sapevo che era accaduto qualcosa di importante.
Non so spiegare il perché di tutto questo. Se vuoi, il libro è un tentativo di rispondere a questa domanda fondamentale, al perché a un certo punto ho cominciato a trasformarmi, culturalmente e non solo, in un’altra persona. Questa persona è ancora in divenire, ma vivere a Dublino e cominciare anche a scribacchiare in inglese sono stati passi fondamentali per farla crescere questa persona, questo nuovo me.
Volevo che nel libro ci fosse altro, per questo ci sono anche personaggi disillusi, o cinici. Ma il personaggio – Massimo è decisamente il tentativo di comprendere il – mio – rapporto con l’Irlanda.
E, bada bene, con questo io non faccio proclami sul fatto che l’Irlanda sia un luogo perfetto. È casa, per me. È abhaile, Casa con la “C” maiuscola. Certo: non solo per me a quanto pare. Ci sono molti irlandofili in giro. Molti “irlandesi Dentro” come li definisco io. Con #igcird parlo a queste persone. Ma anche a chiunque non si trovi al suo posto e lo stia cercando ancora, il – suo proprio – posto. Di sicuro io l’ho trovato, il mio posto.

 

Ci sono momenti catartici, a mio avviso, nella vita e nelle giornate di uno scrittore, momenti che possono essere compresi solo da chi li vive. Questi momenti sono il completo distaccamento dal mondo reale, il sogno onirico e vivido di una vita parallela, la materializzazione di persone, ambienti, colori e profumi di una dimensione che appartiene a una storia raccontata. E, a mio avviso, sono il motore della scrittura.
Non è una domanda, Max, è una riflessione a cui ti chiedo di aggregarti.

Sono, parafrasando una vecchia gag calcistica… completamente d’accordo a metà 😉
Un mio caro amico, un ex collega, parlava di “retrocranio”. Il retrocranio è un posto dove stanno “altre” cose. Io credo che il mio retrocranio sia occupato con la creatività, con la scrittura. Non sento, però, un salto tra la vita di tutti i giorni e la scrittura. Sento, invece, molto spesso, che il retrocranio sia all’erta per cogliere cose della vita di tutti i giorni e cominciare a elaborarle. Da questo punto di vista, anche se per moltissimi altri aspetti sono di fatto nient’altro che un vecchio scrittore alle prime armi, mi sento molto sicuro di me: so che devo solo lasciar fare al retrocranio che, quando è il momento giusto, sa come aprire il flusso della creatività, e molto spesso facendolo, appunto, a partire dalla vita di tutti i giorni, da stimoli altrimenti ben poco rilevanti.

 

Irlanda, venerdì
Messaggi in bottiglia

La stessa mattina in cui Massimo aveva capito che non avrebbe avuto il posto, Bob Robertson era da sua madre.
Era il giorno del funerale di suo padre Colm e lui, in quanto figlio maggiore, doveva accollarsi gli onori e gli oneri della faccenda.
«Come va, ma’?» la salutò, baciandola sulla fronte.
«Oh, buongiorno Bob. Come vuoi che vada… Ci prepariamo un tè?»
«Sì, certo. Che stavi facendo? Che cosa leggevi?»
«La madre di tuo padre era originaria delle Aran, lo sapevi, no?» rispose sua madre, alzandosi e lasciando sul tavolo, a bella posta, dei fogli.
Bob pensò che fossero dei vecchi documenti provenienti dalle Aran che sua madre, in vena di commemorazioni, aveva tirato fuori.
Non rispose, non aveva voglia in quel momento di parlare del passato.
Nuala Dirrane, vedova di Colm Robertson da tre giorni, riempì il bollitore e preparò le tazze per sé e per suo figlio Robert, il padre di Aoife.
La cucina dava sul piccolo giardino sul retro. Dalla doppia porta
a vetri si vedevano l’erba e un paio di cespugli di rose bianche, tristi per il cielo grigio.
Sull’erba, il triciclo arancione, rovesciato, di uno dei nipoti più piccoli.
Orientare lo sguardo dal rubinetto del lavello della cucina alle rose, guardare l’ora sull’orologio da pub marchiato Guinness, sopra il frigorifero alla destra della porta, e far tornare gli occhi sul lavello, corrispondeva alla quantità di tempo necessaria per riempire il bollitore di tanta acqua quanta ne bastava per una tazza.
Ma Nuala non aveva mai fatto una tazza di tè solitaria in tutta la sua vita. Per cui concedeva sempre ai suoi occhi delle pause che consentissero di ottenere abbastanza acqua almeno per due tazze: sul muro perennemente scrostato che delimitava il giardino rispetto a quello speculare dei vicini, sui rametti di semi di miglio a disposizione degli uccellini, sui fili per stendere il bucato, così spesso inutili.
Tanti anni prima, quando vivevano in quindici, in quella casa, usavano semplicemente una grossa pentola…
La base del bollitore, attaccata alla presa di corrente a cui non era mai stato attaccato nient’altro se non un bollitore, era sul mobiletto a sinistra del lavello.
Un passo e il bollitore è sulla sua base. Nuala prende dal pensile sopra il mobiletto due tazze con impugnatura e lo zucchero. Tre contenitori di metallo nascondono Lapsang Souchong, Earl Grey e Irish Breakfast.
Oggi è una giornata particolare e non ha praticamente dormito per tutta la notte, quindi va bene il Lapsang Souchong anche a quest’ora. Non ha mai chiesto ai suoi figli quale tipo di tè volessero. Semplicemente bevono lo stesso che lei sceglie per sé. Semplicemente, è così che funziona.
Richiude l’opportuna dose di foglie in due sferette di fine rete metallica che depone ciascuna in una tazza.
In questo mentre, quasi distrattamente, accende il bollitore. Certe mattine d’inverno l’acqua esce così fredda dal rubinetto che sembra impossibile che possa arrivare mai ad ebollizione.
Versa l’acqua dal bollitore spento nelle due tazze, meravigliandosi, come ogni volta, delle volute di colore che le foglie trasmettono all’acqua.
Per un attimo c’è ancora solo acqua, poi il tè comincia a farsi strada con quelle volute di colore, come un animale che scappa e improvvisamente rallenta per un qualche motivo a noi ignoto.
Sedersi al tavolo dal lato del lavello è ovvio, per aspettare i cinque minuti sbirciando l’orologio.
Il tè è tempo.
Un qualsiasi irlandese saprà come utilizzare al meglio, come economizzare quei minuti.
Per capire se il marito è ancora sbronzo. Per capire se la figlia ha fatto l’amore la notte precedente.
Se sei al pub: – perché sì, è possibile bere del tè anche in un pub… – ti servono per vedere se il tizio accanto a te ha voglia di chiacchierare.
Quando sono passati i cinque minuti, il tè ti farà da sponda. Per mandare affanculo il marito, per chiedere alla figlia se è tutto a posto, per chiedere al tizio del pub da dove viene e perché è lì.
Nuala aveva una teoria: la Guinness era una birra come tutte le altre, non c’era veramente bisogno di aspettare per completare la pinta.
Ma Arthur Guinness aveva inventato una spillatura ad hoc per gli Irlandesi, per costringere chi beve e chi spilla a studiarsi, in quei momenti in cui la pinta non è ancora pronta. A gettare i ponti per passare la serata.
E questo, Nuala era sicura, Arthur Guinness lo aveva imparato dal tè.

(Estratto da Il giorno che incontrammo Roddy Doyle)

 

 

Dammi i nomi di due autori i cui libri non dovrebbero mancare sul comodino di uno scrittore e dimmi perché li ritieni così fondamentali. L’altra domanda che poi ti rivolgo su questo tema è la seguente: mi è capitato di leggere un libro durante la prima stesura di un racconto e rendermi conto che quella lettura influenzava fortemente il mio stile; a te è capitato? Credi, inoltre, che sia fondamentale la lettura per costruire o migliorare il proprio stile?

Sarò banale. Joyce e Beckett. Joyce perché non puoi aggiungere nient’altro alla scrittura meglio di lui, Beckett perché non puoi togliere altro alla scrittura meglio di lui. Le mie letture influenzano sempre il mio stile. È una cosa di cui sono cosciente e cerco di usarla. Ho un modello per i dialoghi, ho un modello per le similitudini, ho due modelli di scrittura al femminile da cui cerco di trarre ispirazione quando affronto personaggi femminili. Quindi, da un certo punto di vista, la risposta è che mi accade continuamente. E, sì: leggere è fondamentale per lo scrivere. Dal leggere una storia archetipica per raccontarla in modo nuovo, al cercare di raccontare una storia completamente nuova ma usando uno stile che è risultante da tutto ciò che abbiamo letto.

 

 

Clicca sull’immagine qui a fianco per acquistare il romanzo di Max O’Rover #igcird
Antonio Tombolini Editore – Collana Oceania

 

(La mia recensione a #igcird puoi leggerla QUI)

 

Wow!! Temevo che mi rispondessi che “no, la lettura non contagia la scrittura” e sarei caduta nella più profonda disperazione! Vorrei fare una cosa insolita, senza precedenti qui a L’ora del tè. Chiedo una riflessione da parte tua, nostro caro lettore di oggi, per chiederti quale sia la tua esperienza in merito. Se anche tu, come me e Max, credi che la lettura di altri autori contamini lo stile dello scrittore. Attendiamo le tue considerazioni nei commenti di questo articolo.

Torniamo a noi, Max. Oltre a scrivere storie, scrivi anche per il Web e, come abbiamo anticipato, curi tutta la comunicazione marketing di due importanti realtà letterarie internazionali: sei social media manager di Catherine Dunne, grande scrittrice irlandese, e responsabile della comunicazione di Antonio Tombolini Editore. Come sono nate queste due collaborazioni? Di cosa ti occupi in questi due ambiti e quanto sono di ostacolo alla tua carriera di scrittore o, al contrario, la arricchiscono?

La prima, quella con Catherine, è nata dall’esistenza di italish.eu e dal rapporto di amicizia nato con Federica Sgaggio, scrittrice e giornalista italiana anche lei irlandofila che aveva già avviato una sua collaborazione, letteraria, con Catherine: l’Italo Irish Literature Exchange, che ha dato vita all’antologia italo – irlandese “lost between / una vita altrove”. Grazie a Federica, Catherine ha avuto modo di comprendere le finalità e la professionalità dietro a Italish Magazine, e ha ritenuto opportuno affidarsi a quella professionalità per promuovere il suo essere scrittrice sul web e sui social.
Nel frattempo, avevo conosciuto a Dublino Michele Marziani, che aveva scelto di pubblicare il mio #igcird e che mi ha proposto di lavorare come social media manager anche per ATE.
Credo che la mia doppia veste (non mi preoccupo della schizofrenia: schizofrenico lo sono sempre stato, non scriverei con uno pseudonimo, altrimenti) aiuti entrambe le mie professionalità. Da scrittore so che non posso fare a meno del web, a ora, per “esistere”: se una scrittrice del calibro di Catherine non ne fa a meno, come potrei io? Da social media manager e responsabile della comunicazione da un lato cerco di aggiungere una qualità testuale nella scrittura che non sempre è caratteristica di quanto troviamo sul web; dall’altro, so che cosa vorrebbero tutti gli scrittori di cui devo raccontare la “storia”. Si crea una bella sinergia, come per esempio nel caso del 6Nazioni letterario, che ho proposto ad Antonio e Michele e che è attivo proprio in questo periodo.

 

Fra poco racconteremo del 6Nazioni, abbiamo lanciato il sasso e non possiamo nascondere la mano.
Della tua vita e delle tue passioni, affetti a parte, ho catturato quattro elementi fondamentali: la scrittura, i libri, l’Irlanda, la Guinness!! Aggiungi pure se non ho colto qualcosa.
Domanda antipatica: se dovessi tornare indietro e scegliere una via diversa, quale sceglieresti? Hai un sogno nel cassetto non realizzato oppure li hai tirati fuori tutti?

Fammi aggiungere qualcosa sugli affetti: Donal Ryan, collega e conterraneo, ha detto che in realtà scrive per fare bella figura con sua moglie. Beh, mi sa che è abbastanza vero anche per me… E senza Maria Grazia che mi sopporta e supporta non so dove sarei, francamente. Sugli interessi dovresti aggiungere la lettura (anche se in effetti è un lato della scrittura, forse) e la fotografia.
Se potessi tornare all’agosto del 1999, strapperei il biglietto di ritorno per l’Italia da Dublino.
Il sogno del cassetto è quello di uno scrittore: vincere il Nobel per la letteratura. Se lo ha vinto uno che gli è servita la chitarra per vincerlo, c’è anche speranza…
Ah: non dimentichiamoci il tè. il Lapsang.


Un bellissimo sogno nel cassetto, Max, non c’è che dire. I sogni sono quella piccola fiammella sempre accesa che alimentiamo per evitare che si spenga. E non deve spegnersi!
È stato un piacere parlare con te e spero che mi verrai a trovare quando uscirà il tuo prossimo libro che è in cantiere.
Sono certa che gli ascoltatori de L’ora del tè abbiamo apprezzato le nostre chiacchiere e li lasciamo con qualcosa da interessante da leggere. Che ne pensi?

 

I racconti del TORNEO 6 NAZIONI LETTERARIO.

Ispirato al torneo 6 Nazioni di Rugby, il 6 NAZIONI LETTERARIO è una vera e propria sfida fra squadre, il cui oggetto del contendere non è una palla ma racconti. La sfida consiste nel scrivere racconti, pubblicarli e raccogliere i maggiori voti possibili. Le partite letterarie si svolgono negli stessi giorni delle partite di Rugby del 6 NAZIONI.

Sulla pagina FB di Antonio Tombolini Editore e sul sito ATE sono disponibili tutte le partite.

Puoi leggere i racconti, che sono bellissimi, e votare quello che ti piace di più. E nel frattempo conoscere ATE, una bella casa editrice che pubblica libri di qualità e dà spazio soprattutto a nuovi scrittori che merita di essere letti alla stessa stregua dei grandi nomi altisonanti.

E così ho fatto un po’ di pubblicità anche a ATE. Sono di parte, lo so! Non ci posso fare niente!
Alla prossima puntata de L’ora del tè.
Buona lettura!

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Stefano Rossini

Conosci l’autore di oggi, Stefano Rossini? No? Allora mettiti comodo, recupera una buona mezz’ora libera da dedicare a questa lettura e fai rifornimento di pop corn, patatine e birra (per la gioia di Piero De Fazio) o Martini Rosso (per quella di Ilaria Vitali).


Credevo di avere provato tutto, qui, a L’ora del tè. L’erotismo, l’ironia, la seriosità, il pragmatismo, la razionalità, il sentimentalismo, l’emozionalità e anche la spiritualità.
Mi mancavano il surrealismo e l’onirismo ed ero al completo.
Faccio un piccolo passo indietro per raccontarti il dietro le quinte de L’ora del tè.
Le interviste che leggi sul mio blog sono rigorosamente virtuali. Il salotto, il tè, i biscotti – ehm, scusa Piero, anche la birra… – sono tutta una finzione. Ah non lo sapevi? Io e il mio ospite di turno colloquiamo via mail: è più comodo per tutti, ci raggiungiamo facilmente anche a distanza e possiamo farlo senza stravolgerci la vita.
Questa volta, però, è stato diverso, un’avventura alla Jules Verne. E per evitare di fare anche noi il giro del mondo in 80 giorni, ho condiviso con l’autore l’idea di un incontro ravvicinato a colazione (in effetti gli sono letteralmente corsa dietro, visto che lui stentava, e non poco, a rispondermi in tempi decenti).
Prima di pianificare l’incontro però ho sbirciato sul suo calendario biografico. Non sai cos’è? Se clicchi QUI lo scoprirai, e, tranquillo, non lo sapevo neanche io prima di diventare amica di Stefano Rossini, l’unico uomo al mondo le cui personalità (SETTE) sono strettamente condizionate dal giorno della settimana, profondamente diverse e in antitesi l’una dall’altra; per decidere con quale Stefano Rossini parlare, le ho analizzate attentamente una per una.
Avevo poche alternative visti i miei impegni, o sabato o domenica. E considerando che StefanoDomenica mangia, dorme e guarda telefilm, mi restava un’unica scelta, la personalità più complessa di tutta la settimana: StefanoSabato!!

Il 7 ottobre 2017 io e Stefano Rossini ci incontriamo al Bio’s Cafè di Rimini per una colazione fra amici, per parlare delle nostre scritture ed esperienze editoriali e concludere l’intervista che stenta a procedere (via email ci siamo arenati alla seconda domanda).
Questa è la prima edizione de L’ora del tè che si svolge (in parte) seduti a un tavolino, faccia a faccia.

Eccoci qua, Stefano! Questa sarà L’ora del tè più stravagante di tutta la serie. Abbiamo ordinato un tè, un caffè, un estratto di frutta e due brioche bio (Piero De Fazio starà rabbrividendo al pensiero). Siamo seduti in una sala-verde, tranquilla e silenziosa, pronti per continuare la nostra chiacchierata, iniziata in modalità virtuale come tutte le altre e terminata come i grandi intervistatori sanno fare, con il registratore acceso.
Pronti. Via!

A che età hai iniziato a scrivere?
Dodici anni circa. Scrivevo giornali con fumetti, rubriche e storielle. Poi ho ricominciato a sedici con la poesia. Poi a venticinque anni col giornalismo e i racconti.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ho particolari manie. Ma in generale cerco di scrivere al mattino, quando sono più lucido e fresco.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Mi piace ambientarle in una sorta di “realtà aumentata”, il nostro mondo, ma pieno di fantasmi, creature strane, divinità e tutto quello che ha popolato la storia umana in questi secoli.

 Il libro più bello che hai letto?
Domandona. Così a bruciapelo mi viene Delitto e Castigo.

Stefano, perché sei tu e, a rischio di un colpo di stato da parte di tutti gli altri autori de L’ora del tè, ti concedo un secondo libro, oltre a Delitto e Castigo. Cosa scegli?
Il gioco delle perle di vetro di Hermane Hesse.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Noiosamente scrivo nel mio studio. Però ho sempre con me un taccuino in cui appunto idee e dialoghi che mi vengono in mente. E in quel caso scrivo ovunque mi trovi!

 

Stefano, sono molto contenta di averti mio ospite. Iniziamo con una domanda a bruciapelo. Tu vivi nel mondo dell’informazione e della comunicazione a 360 gradi: sei scrittore, giornalista, blogger, ti occupi di viaggi, cultura, comunicazione sociale, storia locale, più varie ed eventuali (le varie ed eventuali mi hanno sempre fatto sorridere, è il punto più ambito dell’ordine del giorno delle riunioni aziendali; forse lo è anche in questa intervista).
Iniziamo dalle varie ed eventuali.
Stefano-giornalista e Stefano-scrittore. Raccontami di queste due figure che ti rappresentano e quali immagini scaturiscono in te, quali ricordi, pensieri, previsioni e poi dimmi chi dei due butteresti dalla torre.

Queste due figure, di cui tu parli, lo Stefano giornalista e lo Stefano scrittore, si scontrano in me continuamente, ma siccome nessuna delle due ha il modulo di constatazione amichevole, finiscono per non mettersi mai d’accordo. Cominciamo da quello che avrei voluto. E devo dire che ci hai azzeccato con rara precisione.
Sì, perché avrei sempre desiderato laurearmi in Varie ed Eventuali. Detta così sembra una battuta, ma in realtà nasconde la mia profonda e insaziabile indecisione su ogni cosa. E in quest’ottica, le varie ed eventuali diventano un po’ la vecchia soffitta della nonna in cui non sai cosa trovare, in cui si nasconde un po’ di tutto, in cui puoi far vivere una scrittura liminale, di oggetti dimenticati, di storie al confine tra realtà e fantasia, dei racconti e dei dialoghi che corrono sul filo tra il grottesco e l’illuminante.
Quindi diciamo che convivono. Capita che alcuni spunti giornalistici diventino narrativa e che alcune idee che avevo pensato per un racconto o un romanzo trovino invece una declinazione giornalistica..
Ho il sospetto che i due Stefani abbiano le scarpe legate assieme, io butterei uno dei due indifferentemente, giusto per lasciare un po’ più spazio in cima alla torre, ma quello che cade trascinerebbe giù anche l’altro. No, forse con un po’ di snobismo intellettuale butterei giù il giornalista e lascerei lo scrittore, però davvero ho il timore che tirerebbe giù anche l’altro. Alla fine penso che certa narrativa, oggi, faccia quello che il giornalismo non è più capace di fare: raccontare la realtà in modo onesto, dal punto di vista di chi scrive, certo, non neutro, ma neanche fazioso.

 

“…le varie ed eventuali diventano un po’ la vecchia soffitta della nonna in cui non sai cosa trovare, in cui si nasconde un po’ di tutto, in cui puoi far vivere una scrittura liminale, di oggetti dimenticati, di storie al confine tra realtà e fantasia..”
In queste parole è inclusa, io credo, l’essenza della narrazione, quel frugare in mezzo ai ricordi, a ciò che abbiamo stipato nel magazzino di ciò che abbiamo visto, sentito, vissuto, per poter estrarre al momento opportuno una caratteristica, un colore, una musica e incastrare tutto come tessere di un puzzle.
La scrittura è un “varie ed eventuali”, cioè il raccogliere le tessere sparse sul tavolo, provare a incastrarle e vedere cosa ne viene fuori, oppure deve partire da un messaggio forte, da qualcosa che spinge da dentro e ti costringe a tirare fuori la storia che vuoi raccontare? E poi ti chiedo: cos’è la scrittura per Stefano-scrittore?

Per quanto mi riguarda la scrittura viene fuori in entrambi i modi. Alcune volte è un messaggio, un’idea che si fa strada nella mente e vuole uscire e passando dai corridoi bui del mio cervello, sporcandosi con ricordi e immagini accatastati lì da chissà quanto tempo. Altre volte, però, nasce da un gioco, dalla voglia di divertirsi con i pezzi di narrazione che galleggiano qua e là nella testa e prendono forma all’improvviso, come illuminazioni. Una non esclude l’altra, e il più delle volte, anzi, convivono.
Cos’è la scrittura? Urka, domandona. Io ho cominciato con la poesia, poi sono passato al giornalismo e infine alla narrativa. Nel primo caso la scrittura è un’urgenza. Scrivere poesia vuol dire dare forma alle inquietudini dell’esistenza, ma anche alle gioie, ai sentimenti più sottili e vaporosi. È una scrittura dolorosa e faticosa, che giunta alla fine lascia un senso di spossatezza e benessere. Il giornalismo richiede molto rigore, la voglia di trovare la quadra nel racconto della realtà che è sì, soggettivo ma anche sociale.
Quello che scrivo ora, invece, nasce proprio dalla voglia, e dal divertimento di inventare storie e raccontarle. La vivo come una necessità antropologica.
Dopo tutta questa serietà potrei risponderti che la scrittura è stata per me in tanti anni il tentativo di portare a casa la pagnotta, fallita con la poesia, altrettanto fallita con le tesi universitarie e di dottorato, così così col giornalismo e vediamo con la scrittura!

Da qui in poi l’intervista diventa reale: io e Stefano siamo seduti al bar, ingurgitiamo carboidrati, zuccheri e scrittura.

Come lettrice-scrittrice sono curiosa e invadente.
E allora ti chiedo: cosa c’è nella cassetta degli attrezzi di Stefano-scrittore? Il contenuto è lo stesso per Stefano-giornalista?
E infine: cosa non deve mancare sulla tua scrivania (intesa come piano del tavolo e desktop del PC) quando scrivi?

“Come immaginerai sulla mia scrivania reale (e virtuale) c’è una gran confusione. A seconda di quello che scrivo mi circondo delle cose che mi servono. Quando ho scritto Podissea ho recuperato tutti i libri che potevano essermi utili: l’Odissea, I viaggi di Gulliver, Cuore di tenebra, il Don Chisciotte, Le città invisibili di Calvino, tutti romanzi che parlano di viaggi surreali; e ho riempito quaderni di appunti. Questi sono gli strumenti che normalmente uso quando scrivo, più ovviamente un accesso alla rete internet, utile per approfondire qualsiasi spunto o idea e in cui mi perdo a leggere milioni di cose…
Gli stessi strumenti li uso anche come giornalista; ultimamente tendo a romanzare gli articoli che scrivo. Ho fatto questa scelta dopo aver letto Considera l’aragosta di David Foster Wallace, una serie di articoli e saggi giornalistici scritti come farebbe uno scrittore, che hanno cambiato molto il mio modo di scrivere. Sono arrivato alla conclusione che il giornalismo non sia solo una cronaca di fatti ed eventi accaduti, ma il racconto di qualcosa in cui l’autore aggiunge il suo punto di vista onesto, sfacciato, esponendo le cose come le vede e raccontandole senza troppi giri di parole. Di cronaca ce n’è tanta, fatta in modo scolastico, lineare, canonico. Io invece lo faccio a modo mio.
Da quando scrivo così anche giornalisticamente ho avuto le mie soddisfazioni, dare un taglio personale, anche rischioso, funziona; in mezzo a tanti giornalisti che scrivono tutti allo stesso modo che cercano di essere il più obiettivi possibile con il risultato di non riuscirci o risultare noiosi, tanto vale metterci del proprio e vedere cosa ne viene fuori. Questa è la mia idea.”

 

Come scrivi solitamente? A mano e poi ricopi oppure direttamente al computer?

“Scrivo a mano, su un quaderno, spunti o idee o quando devo creare i personaggi: chi sono, i collegamenti fra loro, ecc. Quando invece lavoro alla stesura del romanzo, anche la prima, scrivo direttamente al computer.”

 

Ed ora arriviamo al tuo romanzo.  Hai parlato più volte di questo viaggio particolare che tu hai vissuto davvero e da cui è nata l’idea di scrivere Podissea, che ricordiamo è pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. È tipico, degli autori, partire per un’avventura in Africa o una gita al Fumaiolo o una visita a Bologna e rientrare a casa con una lampadina accesa in testa: nuovi personaggi, nuove vicende, nuove emozioni da scrivere.
Il tuo viaggio aveva uno scopo preciso e non era quello di realizzare un nuovo libro. Ti aspettavi che saresti tornato con questa storia surreale, avevi già un’idea che dalla risalita del Po potesse nascere un romanzo?

«Assolutamente no. Il quel periodo lavoravo molto come giornalista e mi occupavo di viaggi ed enogastronomia per cui il mio intento era quello di raccogliere materiale utile per i miei articoli, immaginavo di intervistare persone che avevano scelto di abbandonare le città e portare avanti tradizioni di vita e culinarie che altrimenti sarebbero andate perse. Quello che abbiamo trovato, io e il mio compagno di viaggio Michele Marziani, è stata una cosa radicalmente diversa: tranne l’incontro con Dio, tutto quello che racconto in Podissea è successo davvero: personaggi strani, pescatori di frodo ungheresi, pescatori tedeschi che fungono da poliziotti, paesi abbandonati con un unico bar gestito da cinesi… Ricordo che un giorno, dalle parti di Piacenza, dopo una lunga serie di sfighe, dissi a Michele: «Sembra quel passo del libro di Giobbe, in cui Dio e Satana scommettono per vedere cosa succede, perché qui ne stanno accadendo troppe…» Nel nostro blog di viaggio che aggiornavo tutte le sere, riportai proprio quel brano del libro di Giobbe che poi divenne l’inizio del romanzo, l’idea da cui è partito tutto.
Il romanzo è surreale, ma la realtà è stata ancora più surreale.»

 

«Villanova Marchesana» disse Dio «hai qualcosa da mostrargli anche qui? Per ora mi sembrano ancora colmi di Fede, Speranza, Carità e Gianna».
«Chi è Gianna?» chiese Lucifero.
«L’ultima delle quattro virtù teologali. Gli uomini l’hanno dimenticata, ma a me piace nominarla ancora».
«Non la conosco».
«Un tempo, devi sapere, le virtù teologali non erano tre, ma quattro. Fede, Speranza, Carità e, appunto, Gianna. Quest’ultima si occupava di Carità, mentre Carità, a dispetto del nome, gestiva il catering. Poi, alla fine del V secolo, scoppiò un gran putiferio tra le virtù teologali e quelle cardinali, anche queste quattro, per chi dovesse avere la preminenza. “Le virtù teologali sono più importanti, perché competono direttamente a Dio” dicevano alcuni. “No”, rispondevano gli altri, “senza le virtù cardinali e il controllo del proprio corpo e del proprio spirito le altre non servono a nulla”. Insomma non se ne veniva fuori. Già gli eserciti si ammassavano, e nelle città i pro-cardinali e i pro-teologali si scontravano in continui tafferugli. Poi il Metatron mi suggerì un’idea. In realtà, grazie alla mia preveggenza e onniscienza, fui io a suggerirgli di suggerirmela, ma questo non gliel’ho mai detto. «Dicevo: l’idea era questa. Se in uno dei gruppi ci fosse stata una virtù in meno, la questione si sarebbe risolta in automatico, e il totale dei due gruppi sommati assieme sarebbe stato sette. Ora, vedi, agli umani il sette piace molto, e davanti a quel numero sono disposti ad accettare ogni cosa e a mettere assieme anche i concetti più disparati. Bisognava eliminarne una. Impossibile farlo da quelle cardinali. Troppo antiche, troppo prestigiose. Platone e Aristotele ci avevano riempito libri su libri; troppo complesso da gestire. Per cui era necessario sacrificarne una teologale. Fu la stessa Gianna a proporsi. E io, a malincuore, accettai. Carità ne prese il posto, il catering venne abbandonato e Gianna si trasformò per alcuni secoli nel prete Gianni, prima di scomparire inghiottito da un castoro gigante della Kamchakta».
«Una storia affascinante» disse Satana «ma per riprendere il discorso: sì ho in serbo una bella sorpresa per i nostri naviganti a Villanova Marchesana».
«Cosa hai in mente?» chiese Dio.
«Guarda» disse Satana. E batté le mani.
Davanti ai due si materializzò un acre e puzzolente fumo, nero come il cuore della notte. Quando i vapori si diradarono, un grosso pesce dall’aspetto malvagio li guardava.
«Kun!» esclamò Dio.
«Sì! Kun» disse Lucifero «il mitico pesce gigante cinese. Una creatura infida, malevola, che fomenta l’ambizione e il sospetto tra gli uomini».

(Estratto da Podissea)

 

Podissea potrebbe essere considerato un fantasy…

«La mia più grande difficoltà è sempre stata quella di mettere assieme le mie due anime, quella seriosa e quella demenziale e Podissea è stato un po’ questo: ho vissuto in una realtà talmente surreale che quando ho scritto il romanzo mi sono detto: «Qui bisogna spingere a fondo il gas della fantasia».
Podissea ha avuto una gestazione molto lunga, era il mio primo romanzo, era da poco nato mio figlio, in un periodo complicato, professionalmente e personalmente. Non sapevo bene come scriverlo, mi sono posto il problema del genere, se dovesse essere realistico o fantasy, come dici tu, o più demenziale e divertente, perché, nel bene e nel male, Podissea ha molte anime, forse troppe e metterle tutte assieme e trovare un equilibrio non è stato facile, forse avrebbe avuto bisogno di più attenzione da parte mia, di più tempo.»

 

Liu seguì un piccolo viottolo in terra battuta che tagliava i campi perpendicolarmente fino ad un canale in cui l’acqua del fiume entrava a nord e usciva a sud creando un piccolo isolotto. La campagna era in parte incolta e in parte coltivata. Non si vedeva nessuno. Di fronte a lei si stendeva il canale, poi l’isolotto, il fiume e l’argine opposto, appena velato da volute di foschia. Dietro, invece, la terra senza strade proseguiva piatta sino all’argine.
Dopo essersi guardata intorno più volte, si tolse i vestiti ed entrò in acqua. La corrente era molto forte e il fondo, melmoso, rendeva difficile camminare senza cadere. Dovette fare uno sforzo notevole per rimanere in piedi con l’acqua solo alle ginocchia. Si trasformò in pesce e si tuffò.
Le ci volle qualche secondo per abituarsi ai nuovi sensi e cominciare a percepire il mondo che la circondava anche attraverso i barbigli e le pinne. L’acqua era torbida e rendeva impossibile riuscire a vedere qualsiasi cosa. Si lasciò trasportare dalla corrente verso il fondo del canale, ma era chiuso da un istmo di terra. Per cui tornò indietro, risalendo la corrente. Si spostò avanti e indietro alcune volte, in mezzo agli altri pesci.
Poi scese verso il fondo, a smuovere la sabbia col muso, cercando qualche piccolo insetto o larva. L’acqua la circondava ovunque e la sensazione le piaceva. C’era una sorta di godimento fisico nel nuotare e sguazzare in un fiume che non era il suo. Per quanto avesse avuto sempre un ottimo rapporto con il fratello, quel gesto, nuotare e fare come se fosse a casa sua in casa di altri, la rendeva partecipe di un orgasmo cosmico che si aprì d’un tratto davanti ai suoi occhi. Era nel centro di un’immensità d’acqua. Ovunque guardasse vedeva solo acqua popolata dalle più strane creature. Sciami di ragni danzavano leggeri mentre pesci d’ogni specie roteavano in coreografie arabescate sopra e sotto di lei.
Sipari d’acqua si aprivano e chiudevano lasciando entrare lame di luce ambrata che si riflettevano sulle livree metalliche dei pesci. Un caleidoscopio di colori esplose come fuochi d’artificio, e in un attimo Liu si ritrovò nei fiumi della Mesopotamia, negli altipiani siberiani, nelle gelide acque dei fiumi russi, e poi nei sontuosi fiumi francesi, in quelli impetuosi delle regioni alpine, ancora fino in Cina, nella sua casa, nel Fiume Giallo e in quello Azzurro e poi da lì nelle acque dei fiumi canadesi e americani che avevano mantenuto le loro caratteristiche primigenie. Tutti i fiumi erano un solo fiume, collegato da cavità, bacini, paludi, laghi, mari e ghiacciai.
D’un tratto fu fuori dal mondo, nel fiume cosmico che circonda la terra e fa cadere le proprie acque per generare la pioggia. Salì fino alle vette più alte, superando le cime dell’Hymalaya, in un enorme bacino che correva e si espandeva per tutto il cielo.
In alto poteva vedere le stelle algide e bianche che si riflettevano sulla superficie del fiume, dove i ragnetti erano tutti ghiacciati in sculture artistiche. Percorso il mondo in tutte le direzioni, guardò il sole sorgere e tramontare nello spazio e trafiggere l’acqua con lame di fuoco.
Poi cadde. Dall’alto dei cieli fino alle profondità dei fiumi. E si risvegliò sulla riva del Po, nel punto in cui si era immersa. Era nuda e sporca di fango. I piedi ancora bagnati dalla corrente. Si rimise il vestito e tornò verso gli altri.

(Estratto da Podissea)

 

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Usciamo dalla scrittura, abbandoniamo Stefano-giornalista e Stefano-scrittore e parliamo con Stefano-lettore.
Come scegli i libri che leggi, quindi al di là del raccontarmi quali letture preferisci, quando scegli un libro come orienti le tue scelte? Segui i consigli di altri lettori? Leggi libri che ti possano servire? Li usi in modo didattico? Scegli gli autori che sono più vicini al tuo modo di scrivere? Oppure leggi qualsiasi cosa senza motivo, solo perché ti piace leggere?

«Uno scrittore volontariamente o involontariamente quando legge lo fa in modo didattico, perché quando trova un passaggio bello, una struttura narrativa o una tecnica particolare dice: “Cavolo, bella questa, non ci avevo pensato, mi piace”. Tornando alla tua domanda, in realtà sono dieci anni che mi sono affacciato alla letteratura moderna. Fino al 2000 mi sono dedicato principalmente ai classici: i libri Tolstoj, Dostoevskij, Flaubert, Proust, mi piacciono, rappresentano il tipo di lettura che amo, pesante, impegnativa…
Quando ho bisogno di staccare la spina da tutto io prendo un bel volume di filosofia, solitamente Boezio oppure un autore medievale, e mi perdo. È una lettura complessa, che mi costringe a stare lì, non consente di pensare ad altro e, di conseguenza, mi rilassa. Le letture sono tutte le cose che hai detto: a volte leggo un libro, mi piace e ne cerco un altro di quell’autore (ho scoperto da poco Carrère e sto divorando un libro dopo l’altro), oppure ascolto i consigli di amici, prendo spunto dalle citazioni o da riferimenti che trovo su altri libri e che mi incuriosiscono, altre volte mi sfogo con acquisti bulimici in libreria da quarta di copertina oppure leggo articoli, blog e giornali di cui mi fido e che parlano di libri.
Sono un lettore esigente, ci sono tanti libri che abbandono, ho superato il timore reverenziale del libro, se non mi piace lo lascio. Può essere anche bello, scritto bene, di successo, ma se è un genere che io non amo, come ad esempio i gialli e i polizieschi, non mi prende più di tanto.»

 

Possiamo definire quindi un tuo genere preferito?

«Sto pensando ai due libri tra cui ero indeciso, come miei libri preferiti, Delitto e Castigo di Dostojeskj e Il gioco delle perle di vetro di Hesse e provo a chiedermi che cosa hanno in comune, in realtà molto poco, tranne forse un’analisi e una introspezione dei personaggi molto approfondita. Forse è questo il genere di libri che amo.»

 

Ti piace una lettura che ti costringa a riflettere, che lavori un po’ dentro di te…

«Sì, non amo la lettura tanto per staccare, leggere così per leggere, per far passare il tempo…»

 

Quindi il tuo libro preferito è Delitto e Castigo

«Sì, ma poi mi sono pentito perché io sono un eterno indeciso, ho riscritto la prima mail otto volte e poi mi sono pentito appena l’ho inviata.»

 

Se vuoi lo correggiamo…

«No, perché poi mi pentirei della correzione!»

 

Aggiungo anche Il gioco delle perle di vetro fra i tuoi preferiti, sei l’unico a cui ne ho concessi due.

«Grazie, questo mi conforta molto.»

 

Io e Stefano terminiamo la nostra chiacchierata con una disquisizione (che non riporterò qui) su Dostojesky, un autore che entrambi amiamo molto e che ci accomuna così come ci accomunano l’amore per la scrittura, per il tè e per la nostra città, Rimini.
Vorrei aggiungere, a questa intervista un po’ fuori dai canoni, una nota di serietà: Stefano si occupa di giornalismo sociale e di tutte quelle tematiche che toccano problematiche umane: emarginazione, emigrazione, economia, cooperazione e servizi.
Da pochi giorni dirige Dedalo, la collana di libri-game di Antonio Tombolini Editore. Segui QUI la pagina della collana.
A Stefano va, ovviamente, il nostro in bocca al lupo.

 

Aurelio si svegliò. Erano le cinque di mattina. La cena era stata sontuosa. Al culatello preparato da Spigoni si era aggiunto lo strolghino, il cappone, il timballo di riso, oca e salsiccia e il pesce del fiume, tra cui spiccava l’anguilla fritta. Dopo l’ennesimo rutto il giovane viaggiatore decise di alzarsi, vestirsi, e bere qualcosa.
La corte Spigoni Zibello era silenziosa e ieratica. Le massicce porte di legno e le grosse travi del soffitto sembravano aver assorbito tutti i rumori del giorno passato. Aurelio uscì dalla sua camera e passò lungo il corridoio sul quale si affacciavano le altre stanze. Scese nella grande cucina, in cui si sentiva ancora l’odore di brace. In piedi, illuminato di sbieco dalla luce di una piccola applique, Marco stava bevendo un bicchiere d’acqua.
«Cena pesante?» disse sorridendo quando vide entrare Aurelio.
«Già. Sono venuto a bere un bicchiere d’acqua».
«Che ne dici invece di un caffè?»
«Buona idea».
Come se seguisse un antico rituale, Marco prese la macchinetta, la lavò con l’acqua fredda e riempì il filtro con la polvere di caffè. Nessuno dei due parlò mentre il profumo si diffondeva in tutta la stanza e il liquido nero e bollente gorgogliava sul fuoco. Solo quando furono seduti a tavola con le tazzine colme Marco interrogò Aurelio.
«Allora? Cosa pensi?»
«Non lo so davvero, siamo partiti a cercare un pesce e abbiamo incontrato un mondo assurdo. Penso che ormai non mi sorprenderebbe più nulla».
«Non dirlo troppo forte».
«Sì… hai ragione» rispose Aurelio scoprendosi scaramantico «e tu?»
«Mi sta salendo la malinconia da fine viaggio».
«E ti dispiace?»
«Devo ammettere che… sì, mi dispiace. È stato un viaggio bizzarro. Ma chi l’avrebbe mai detto che mi sarei fatta amica una salama da sugo?»
«In effetti. E non è la cosa più strana».
«No. Decisamente».
«Tu cosa senti, Marco? Si prepara il tuo incontro con lo storione d’argento? Tutti lo predicono… ma tu?»
Marco rimase un attimo in silenzio. Il suo sguardo si perdeva nei cinquant’anni del suo passato che ora si rimescolavano creando mulinelli di immagini e ricordi.
«Sì» disse a bassa voce «o tutto questo non avrebbe senso. È stato come se una mano guidasse il nostro viaggio».

(Estratto da Podissea)

 

 

LA LEGGENDA DEL LAGO GERUNDO

Per restare in clima con Podissea, la nostra curiosità di oggi, grazie al suggerimento di Stefano Rossini, riguarda il lago Gerundo, un lago oggi scomparso, che si trovava in territorio lombardo, in una zona compresa tra la bergamasca meridionale e il territorio a nord di Cremona. Il lago Gerundo era formato dalle esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero.
Esistono testimonianze storiche, del periodo romano, relative alla presenza di questo lago. Fonti più significative però sono del 1110 d.C., a firma del monaco Sabbio, il quale racconta di torri utilizzate per l’ormeggio delle barche, i cui resti sono presenti ancora oggi.
La leggenda narra di misteriose creature che vivevano in quelle acque, descritte come enormi serpenti dall’alito pestifero. Si dice anche che le popolazioni locali avessero eretto mura alte tre metri e lunghe 15 chilometri per difendersi da quei mostri.
Realtà o leggenda?

Per approfondimenti accedi a questa pagina.

 

Grazie a Stefano per la simpatia, l’amicizia, la profondità d’animo; grazie per il tempo trascorso assieme (davanti a una brioche bio) e alle attese (lungheeeeee) di sue risposte.
A parte gli scherzi, il piacere di averti mio ospite è stato immenso.

Godetevi la lettura di questa chiacchierata e, mi raccomando, comprate e leggete Podissea!

 

Detto questo, ho una comunicazione di servizio per tutti i lettori di questa rubrica.
L’ora del tè si prenderà una pausa: per motivi organizzativi e di urgenza riguardanti altre attività in cui sono impegnata, la rubrica subirà dei rallentamenti. Non chiuderà ma verrà aggiornata più raramente.
Per non perdere gli articoli che pubblicherò sul mio sito e che non riguarderanno solo L’ora del tè, puoi iscriverti utilizzando l’apposito frame presente nella home page “ISCRIVITI AL BLOG TRAMITE E-MAIL”.

Buona lettura!

 

Presentazione presso la libreria Bianca&Volta di Riccione (nella foto, da destra: Stefano Rossini, Roberta Marcaccio e Michele Marziani; a sinistra di Michele Marziani, c’è Massimo Lazzari, ingiustamente tagliato dalla foto). Momento memorabile con i miei cari amici!8

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Chiara Parenti

Toscana di nascita, Chiara Parenti inizia a scrivere per scommessa (fra poco ce lo racconterà lei), pubblica tre romanzi ebook con Rizzoli, nella collana Youfeel, ed esordisce nel 2017 in libreria con La voce nascosta delle pietre, edito da Garzanti.
C’è un luogo, a Rimini, la mia città, dove si beve un ottimo caffè, puoi sfogliare dei bellissimi libri e chiedere qualche consiglio di lettura ad Alice, la simpaticissima libraia. Se poi il libro lo acquisti, ricevi in omaggio un caffè molto buono.

Perché ti racconto questo?
Perché è lì, nel bar di Alice, che ho sfogliato per la prima volta il libro di Chiara Parenti; è lì che Chiara lo ha presentato e ha scritto sulla mia copia una bellissima dedica.

Segui le pietre e continua a brillare.

Queste parole mi colpirono, il perché lo capirai durante l’intervista, e quando iniziai a leggere la storia di Luna, venni catapultata in un’altra dimensione e non riuscii a staccarmi dal romanzo fino all’ultima pagina. Un giorno di lettura, tutta d’un fiato.
Come ogni toscano che si rispetti Chiara Parenti è solare, allegra e socievole.
Io ho voglia di parlare con lei, intrufolarmi nella sua vita, nelle sue giornate e conoscerla meglio anche come scrittrice.

Te la presento!

 

 

Ciao Chiara, benvenuta nel mio salotto. Sono molto felice di averti qui oggi.
Prima di iniziare chiedo anche a te, come faccio sempre, cosa posso offrirti. Un tè, un caffè, una tisana? Biscotti, ciambella, crostata?

Per me caffè e biscotti, grazie!

 

A questo punto, siamo pronte per iniziare. Pronti, via!
A che età hai iniziato a scrivere?

Ventotto anni.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Ogni cosa sulla mia scrivania deve essere disposta in un determinato modo.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

In Italia.

 

Il libro più bello che hai letto?

Il cavaliere d’inverno di Paullina Simons.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Scrivo solo alla mia scrivania.

 

Eccoci qua, Chiara. A parlare di libri e scrittura. Un tema che amiamo molto. Sono sempre impaziente di approfondire la conoscenza con gli autori che ospito nel mio salotto. Mi piace sapere della loro evoluzione come persone e come autori. Io ti conosco attraverso La voce nascosta delle pietre, di cui non ti ringrazierò mai abbastanza e per questo ho voglia di entrare un po’ di più nella vita di Chiara, come autrice e come donna.
Raccontati e presentati.
E poi svelaci qual è stata la scintilla, se c’è stata, che ti ha fatto innamorare della scrittura.

Allora, mi presento:

Sono Chiara, ho 37 anni e sono nata a Lucca dove vivo insieme a mio marito, mio figlio di 17 mesi e due gatti combinaguai. Sono laureata in Filosofia, sono giornalista pubblicista e lavoro nell’ambito della comunicazione. Le parole, insomma, sono il mio lavoro e soprattutto la mia più grande passione.

In generale posso dire di essere una ragazza solare, sensibile e sognatrice. Amo leggere, disegnare e viaggiare (sia sul serio che solo con la fantasia). Al tempo stesso però, so anche essere testarda, pragmatica e molto determinata.

Credo però che in fondo abbia ragione nonno Pietro, uno dei protagonisti de La voce nascosta delle pietre, quando dice che siamo tutti dei cristalli dalle mille sfaccettature, abbiamo lati tutti diversi che non si finiscono mai di scoprire e che spesso restano sconosciuti perfino a noi stessi.

Come autrice, quindi, sono tutto questo ma anche molto altro. Sono una ragazza che si è presa una sbornia colossale all’addio al nubilato della sua migliore amica, o la proprietaria di un negozio di pietre dure con il cuore ferito. In ognuna delle mie protagoniste c’è un po’ di me e, alla fine di ogni storia, in me resta un po’ di loro.

Ho sempre adorato inventare storie ma l’idea di scriverle è nata per caso: per gioco, in realtà. Un pomeriggio d’estate del 2008, scherzando con mio marito sul mutuo da pagare, mi disse che avrei dovuto mettermi a scrivere le mie storie, così sarei diventata famosa come la Rowling e ci saremmo trasferiti in un castello senza più il mutuo da pagare. Ora, ovviamente non abitiamo in un castello (e il trasferimento non pare neanche tanto imminente, per la verità) e la rata del mutuo arriva puntuale ogni mese, però ho scoperto che scrivere mi piace sopra ogni cosa.  Così, quell’esperimento nato per caso è diventato una vera passione da coltivare con cura, pazienza (tanta!) e amore.

 

Raccolgo dalle tue parole lo spunto per parlare di una cosa che mi sta particolarmente a cuore: i sogni.
Noi tutti abbiamo almeno un sogno chiuso in qualche cassetto di casa, sotto chiave oppure no, dimenticato sotto altri oggetti e lasciato lì, spesso per sempre.
Ti sei definita sognatrice: considerando che la passione per la scrittura è nata per caso e in età adulta, qual è il tuo sogno chiuso nel cassetto, quello che nascondi lì da sempre?
Gli autori sono sognatori di natura, sempre con la testa fra le nuvole, la mente nella storia e impegnati a chiacchierare con i personaggi. Capita anche a te che qualcuno ti parli e tu non senti perché hai la testa nella storia che stai scrivendo?

A parte la scrittura, non ho un sogno in particolare nel cassetto: ne ho tanti. Poter viaggiare in lungo e in largo per il mondo, andare a vivere a New York, prendere una seconda laurea: sono solo alcune delle mie aspirazioni. So per certo che molte di queste non si realizzeranno, ma immaginare realtà possibili è bellissimo e in fondo è quello che amo fare, e già solo questo mi basta. Poi se qualche sogno si realizza, tanto meglio.

Per quanto riguarda la seconda domanda: sì, mi capita molto spesso (forse troppo!). Quando sono nel bel mezzo della stesura di un romanzo, è come se con la testa fossi costantemente insieme ai miei personaggi e succede che i miei sfortunati interlocutori (in genere mio marito) debbano ripetermi qualcosa due volte (facciamo anche tre) per farmi tornare sul pianeta Terra. Ma questo è il bello di creare storie: viverle.

 

«Sapete che cos’è il vero amore, ragazzi?» ci chiese, ma poi fu lui stesso a darci la risposta. «È la persona che ci fa brillare.

L’unica in grado di smussare gli angoli, in modo che la luce esalti tutta la nostra bellezza.» Passò lo sguardo prima su Leo e poi su di me. «Sa tirare fuori la bellezza che abbiamo dentro, perché è la sola che riesce davvero a vederla. Per questo è così raro.» Il nonno prese un respiro profondo, come se quelle sue parole avessero un peso particolare per lui, che noi non riuscivamo a cogliere fino in fondo. «La vita con le

sue difficoltà trasforma le persone. Come diamanti grezzi, ci taglia, ci smussa, ci lucida. Ma è solo l’amore che ci fa brillare».

(estratto da La voce nascosta delle pietre)

 

 Scendiamo nel pratico, nella quotidianità di Chiara.
Hai un metodo di lavoro particolare quando scrivi? Quali strumenti utilizzi? Come organizzi le tue giornate, la tua agenda? Sei metodica? Rigorosa? Ti obblighi a un tot di parole al giorno come consiglia il maestro King, sabato, domenica e giorno di Natale compresi?

 Prima di cominciare la stesura del testo, di solito mi faccio uno schema di tutti i capitoli, uno scheletro abbozzato di come si svilupperà la storia, che andrò a riempire, man mano, di parole.

Scrivo subito al computer, ma se quando sono in giro mi viene qualche idea, la blocco al volo su un pezzo di carta o qualsiasi cosa abbia a disposizione in quel momento. Spesso mi scrivo appunti sulle mani.

Non sono rigorosa, ahimè, e il maestro King mi darebbe tante belle bacchettate perché scrivo solo quando sono ispirata. Se un giorno non mi va o vedo che non mi viene niente di buono, spengo il computer e faccio altro, aspettando che l’ispirazione ritorni.

  

Le bacchettate del maestro King non credo siano molto piacevoli, per fortuna non è qui ad ascoltarci.
Io sono del parere che la verità stia nel mezzo; ogni autore deve trovare il suo metodo di lavoro ideale. È ovvio che scrivere tremila parole ogni giorno sia un’ottima e sana abitudine, ma è anche vero che nessuno di noi è scrittore a tempo pieno e a volte si rende necessario trovare un compromesso fra tutte le attività che compongono le nostre giornate.
E ora parliamo del tuo ultimo romanzo La voce nascosta delle pietre. Vogliamo invogliare i lettori de L’ora del tè affinché lo comprino subito.
Un romanzo d’amore con la A maiuscola. Senza troppo zucchero. Ricco di pathos. Io l’ho letto in un week-end. Non riuscivo a staccarmi da Luna per nessun motivo, giorno e notte (LA MIA RECENSIONE QUI).
Fingi che io sia una persona che non ti conosce e parlami del tuo libro, convincimi a comprarlo e a leggerlo.

Oddio, io non sono molto brava a promuovere me stessa e i miei libri. Comunque ci provo!

Allora, questo è un romanzo che parla d’amore. Non solo l’amore romantico, che pure è al centro della storia, ma anche altri tipi di amore: quello tra madre e figlia, tra nonno e nipote, amore per le pietre, per i viaggi, la scoperta, l’avventura, ecc. Pagina dopo pagina, il protagonista è l’amore, che appare nelle sue molteplici sfaccettature, proprio come una pietra preziosa. Quindi se avete voglia di scoprirne i lati più nascosti, questo è il romanzo che fa per voi!

 

«Sono davvero rari i cristalli di valore, e hanno bisogno di condizioni particolarissime per formarsi. Occorrono un ambiente chimicamente e fisicamente adeguato e un tempo giusto per lo sviluppo, altrimenti il cristallo non solo cessa di crescere, ma può addirittura iniziare a dissolversi. Ma, cosa più importante, i cristalli hanno bisogno di spazio.»
Il nonno ci prese le mani e le strinse tra le sue. «E questo vale anche per voi, ragazzi. Dovrete viaggiare molto, allargare i vostri orizzonti, scoprire posti nuovi. Un giorno dovrete staccarvi dalla roccia madre e ritagliarvi lo spazio che vi occorre. Perché voi due siete dei diamanti.»

(estratto da La voce nascosta delle pietre)

 

Devo confessare che ho amato particolarmente il tuo romanzo perché le pietre dure sono una delle mie grandi passioni. Una passione che, per un motivo che ignoro, mi aveva abbandonato e che ho riacceso grazie a Luna, la protagonista della tua storia. Vorrei che ci raccontassi un po’ perché hai scelto le pietre come tema di base, se è un argomento che conosci bene oppure ti sei dovuta documentare. E poi illuminaci anche su come sono nati i personaggi che gravitano attorno a Luna. Parlaci un po’ di loro, a chi ti sei ispirata, chi ti è più simpatico e chi no, chi ti ha emozionata di più descrivendolo…

Mi piace pensare che, come dice nonno Pietro nella storia, siano state le pietre a chiamarmi, e che il nostro non sia solo un “incontro” nato per caso. Mi sono avvicinata alle pietre nel giugno del 2015, quando persi un anellino con uno zaffiro a cui ero molto affezionata perché me lo aveva regalato mio marito. Qualche tempo dopo, mi venne in mente di cercare su internet “anello di zaffiro” pensando di prenderne un altro. Il primo risultato che trovai però fu la descrizione delle proprietà di questa pietra, che è la pietra della saggezza ma anche simbolo di amore e fedeltà. Ne restai talmente affascinata che sospesi le mie ricerche per mettermi a leggere anche i significati delle altre pietre. Uno, in particolare, mi colpì, quello della pietra di luna, la pietra femminile per eccellenza, legata alla fertilità. Lessi che dovrebbe essere indossata dalle donne che desiderano avere un figlio e durante la gravidanza, per protezione. In quello specifico momento della mia vita il significato di quella pietra che trae il suo potere dalla luna mi restò particolarmente impresso.

Qualche giorno dopo partii con mio marito per un viaggio in Malesia e lì, in un centro commerciale di Kuala Lumpur, trovai un negozietto carino di pietre e cristalli: il profumo di incenso e le luci soffuse gli regalavano un’atmosfera davvero suggestiva… quasi magica. Così comprai un anellino con la pietra di luna e pensai: “Provare non costa niente…”.
Quando, una volta tornata a casa, scoprii di essere incinta, non riuscivo proprio a crederci. Da quel giorno non mi tolsi mai quell’anello dal dito, tranne nelle notti di luna piena, quando lo mettevo sul davanzale della finestra per farlo “caricare” alla luce della luna. Parallelamente, iniziai a scrivere la storia di una ragazza che aveva un negozio di pietre e che conosceva uno a uno i significati di gemme e cristalli e gli straordinari effetti che possono avere sulle persone.

Mentre la storia di Mezzaluna si dipanava nella mia mente, in parallelo studiavo le pietre, con le loro caratteristiche, le proprietà e le leggende ad esse legate. Quando ne trovavo una particolarmente interessante e “utile” per lo sviluppo della storia di Luna, la inserivo proprio dove sentivo che le sarebbe servita, per aiutarla ad andare avanti. Diciamo che nello scrivere la sua storia, ho fatto quello che Luna e suo nonno sanno fare meglio: trovare la pietra giusta per ciascuno dei miei personaggi, quella che guida verso la felicità.

Ho poi conferito ai protagonisti di questa storia le caratteristiche di alcune pietre: Luna e Leo, spigolosi e testardi, sono i diamanti, Giulio è dolce e gentile come un quarzo rosa, Giada è… una giada, saggia e paziente come questa pietra.

Amo tutti i miei personaggi, ma forse quello a cui sono più legata è il nonno di Luna, Pietro, che mi ricorda uno zio (Piero) che ora non c’è più.
Come il nonno di Luna, anche lui mi ha vista crescere ed è stato come un secondo padre per me. Non era un cacciatore di gemme o un viaggiatore inarrestabile, anzi, credo non abbia mai messo piede fuori dall’Italia. Però era un gigante buono, un uomo forte e coraggioso, proprio come Pietro nel libro. Come lui, mi ha sempre spronata e sostenuta a seguire i miei sogni.
Ovviamente amo molto anche Luna, così sensibile ma al tempo stesso anche forte e determinata.

All’inizio del romanzo troviamo una Luna “oscurata”, che ha smesso di brillare a causa di un forte dolore che proviene dal passato. Il ritorno inaspettato di Leonardo la costringerà a una dura prova, in cui dovrà fare i conti prima di tutto con se stessa, con le sue paure e i sogni abbandonati di bambina. Ma è solo quando si è messi alla prova che si riesce a tirare fuori tutto ciò che abbiamo dentro e che a volte non sappiamo nemmeno di avere. Proprio come dice nonno Pietro: il dolore ci forgia come pietre preziose, tirando fuori tutta la bellezza che custodiamo nel nostro cuore.
Insomma, è quando il gioco si fa duro che i duri iniziano a giocare. Per Luna, almeno, è così.

 

Mettersi alla prova, affrontare le nostre paure e tirare fuori noi stessi.
Grazie, una grande lezione di vita!
Il libro di Chiara, La voce nascosta delle pietre, edito da Garzanti, è corredato, in ogni capitolo da una breve spiegazione delle caratteristiche e delle proprietà delle pietre. Un modo simpatico per avvicinare, tutti coloro che ne sono all’oscuro, al magico mondo dei cristalli e al loro utilizzo.
Ringrazio Chiara; la sua compagnia e le sue parole hanno impreziosito questa puntata de L’ora del tè e spero che verrà a trovarci al prossimo libro.
Per approfondimenti, il sito di Chiara è http://www.chiaraparenti.com/.

 

Clicca sull’immagine per acquistare il romanzo di Chiara, La voce nascosta delle pietre.

 

 

 

 

 

C’è una pietra, che non conoscevo, e che mi ha colpita profondamente. Più che colpita, mi sono affidata a chi me l’ha consigliata; l’ho indossata e non me ne sono più separata. È giunta a me in modo singolare, mi serviva un pretesto per riavvicinarmi alle pietre, qualcosa che sbloccasse il mio non sentire più la loro energia.
È un piccolo bracciale di pietre di fluorite verde e viola, alternate ad altre più piccole di ametista.
Che ci si voglia credere o no, da quel giorno io ho ricominciato a sognare tutte le notti. Come disse Chiara: “Provare non costa niente…”.
Eccola! Vi lascio con la mia pietra e vi auguro di trovare la vostra.

 

Fluorite

mde

È una pietra trasparente e lucida, che si trova in commercio in diverse varietà di colore: viola, verde, giallo, arancio, azzurro, rosa, bruno e nero.
Le pietre del mio braccialetto sono di fluorite verde e viola.
È un minerale molto diffuso, spesso usato per creare gioielli in sostituzione delle pietre preziose. Nell’antichità veniva usata per creare statue di immensa bellezza.
La varietà viola è di stimolo alla consapevolezza interiore e unisce l’emisfero razionale a quello spirituale. Ottima per le persone creative.
La varietà verde, che io amo particolarmente, infonde energia, spazzando via pensieri insistenti, blocchi e schemi mentali, crea il vuoto e lo prepara affinché possa essere riempito di nuova linfa vitale.

Se ci vogliamo credere, la fluorite è la pietra del sesto (terzo occhio) e settimo (corona) chakra.

 

«Correte, cadete, rialzatevi, e non abbiate paura di sporcarvi. I tesori più grandi sono ben nascosti, i diamanti affondano nel fango. Quindi sì, ci sarà da sporcarsi, ma non dovrete mai smettere di cercare! Cercate, cercate e, se non trovate quello che davvero volete, continuate a cercare ancora. Non arrendetevi, non è solo uno il sentiero che porta alla felicità. Voi seguite una strada che sia solo la vostra, seguite le pietre, loro vi indicheranno la via. E se vi perderete, vi riporteranno a casa.»

(estratto da La voce nascosta delle pietre)

 

Alla prossima puntata!

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Federica D’Ascani

Se lo contendono in due, lo scettro della simpatia, dell’ironia acuta, travolgente, sana. Dopo Piero De Fazio (mio socio in “affari” e grande, grandissimo, in tutti i sensi, autore noir) ho l’onore di avere mia ospite Federica D’ascani, la regina dell’lgbt, del m/m, dell’adult romance.
Romana di nascita, Federica è autrice, soggettista e sceneggiatrice di fumetti, presso Editoriale Aurea (Lanciostory e Skorpio), editor freelance, collabora con numerose agenzie e riviste letterarie (Pink Magazine ad esempio). Ha pubblicato con Rizzoli e ha all’attivo oggi un numero di romanzi che neanche lei sa contare.
Ha scelto il selfpublishing per le sue nuove sfide in ambito lgbt con lo pseudonimo di C.K.Harp, identità che sta prendendo sempre più il sopravvento, anche se continua a essere autrice cosiddetta “ibrida” con la casa editrice Triskell edizioni.
Ha almeno un’altra identità sparsa per il pianeta libri e forse, la mattina, guardandosi allo specchio, anziché vedere se stessa, si ritrova davanti a uno sconosciuto che tanto sconosciuto non è.
Io sono impaziente di chiacchierare con lei perché so già che sarà un’esperienza esilarante e vorrei che tutti i miei lettori conoscessero Federica e leggessero i suoi libri.

 

Federica, benvenuta, entriamo subito nel vivo dell’intervista. In quanti modi ti possiamo chiamare? E quale di questi ti è più caro?

Ma grazie! Ciao a tutti da Federica, C.K. Harp ed Amy Clark (sembro una bella gatta da pelare per un qualunque esorcista, me ne rendo conto!). Li ho a cuore tutti e tre, com’è ovvio, ma con Federica ho macinato più strada e credo le sia davvero più affezionata…

 

Bene, ora ci rilassiamo (si fa per dire), ti chiedo cosa posso offrirti (tè, caffè, alcolici, biscotti, torta di carote, tramezzini o altro) e poi iniziamo l’intervista.

Mi sta bene tutto. Non farti problemi, sono un’ottima ospite da quel punto di vista!

 

E allora presentiamoti subito!

 

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Credo a 7 anni. Mi sembra fosse quello il periodo. Scrissi un racconto basato su un incubo fatto. Era horror, parlava di gelatine aliene e stranamente lo ricordo molto bene. Forse non è tanto strano, in fondo…

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Non ne ho. Anzi, forse una: il titolo e la citazione iniziale.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Non ne ho uno in particolare, dipende da cosa mi ispira in quel momento quella determinata storia.

 

Il libro più bello che hai letto?

Il più bello… Credo che risponderò sempre e per sempre IT.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Accanto alla porta d’entrata di casa.

 

 Federica D’Ascani, una donna vulcano, esplosiva, vitale, ironica, generosa, affettuosa, nostrana e pacioccona. In quale di questi aggettivi-qualità ti riconosci di più? E se dovessi descrivere, invece, Federica D’Ascani-scrittrice con tre aggettivi o sostantivi o verbi, quali utilizzeresti?

La Federica D’Ascani normale direbbe esaurita, agitata e mai soddisfatta, ma la scribacchina… be’, quella è davvero vulcanica, esplosiva e ironica, anche se alla fine della fiera spesso e volentieri nei miei libri si piange e non si ride 😀

 

Non importa, che si rida o si pianga quello che conta sono le emozioni.
Ogni autore ha le sue motivazioni per scrivere, chi lo fa per vivere, chi per passione, chi per esigenza…
E allora ti chiedo: perché hai decido di “scrivere per vivere” anziché iscriverti a vulcanologia? Come sei arrivata alla scrittura? E poi raccontaci il miliardo di altre attività in cui sei impegnata ogni giorno. Hai mezz’ora di tempo!

Dio santo, solo mezz’ora? Mi devo impegnare! Dunque, vediamo… Ho iniziato a scrivere e ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2008. All’epoca volevo solo scrivere per provare a me stessa di esserne in grado, per sfogare tutto il marasma horror che avevo nelle vene (a venti anni si ama questo genere di amore viscerale!) e per fare qualcosa che mi appagasse al di là del lavoro ufficiale che era quello di impiegata in un ufficio aeroportuale. Dopo i primi due, però, mi sono fermata, fagocitata dalla vita e da esperienze che mi hanno, malgrado tutto, fortificata. Ho ricominciato a studiare e a scrivere solo 4 anni fa, complice la gravidanza del mio primo (e non so se unico) cucciolino. Da lì è ripartito tutto e, presa da un istinto folle di imprenditoria kamikaze, ho mollato il lavoro che avevo all’epoca (che non mi manca neanche un po’) e mi sono messa d’impegno per diventare una buona editor. In effetti, il mestiere ufficiale, quello che finora mi ha consentito di contribuire alle spese di casa, è proprio quello. Non la scrittura, che in ogni caso rimane ciò che desidero fare sempre e comunque. Ultimamente molte cose stanno cambiando, non ultima la mia entrata nelle forze dell’Editoriale Aurea (editore di Lanciostory e Skorpio, fra gli altri) in qualità di soggettista e sceneggiatrice. Non mi sognerei mai di dire che sono fumettista, sono autodidatta con l’immensa fortuna di aver conosciuto Enzo Marino (direttore) dal quale continuo ad assorbire informazioni come ne dipendesse della mia vita.
Insomma, perché scrivo? Perché sarei fare tanto altro, ma preferisco fare questo 😉

 

 

Ogni autore ha una cassetta degli attrezzi che rifornisce di tutto ciò che gli serve per progettare, fare ricerca, scrivere, revisionare, correggere. Ogni autore ha un suo metodo di lavoro, un modo personale di trovare l’ispirazione, costruire i personaggi, farcire le storie di eventi realmente accaduti oppure di pura fantasia.
Ogni autore ha una sua metodologia di approccio alla scrittura.
Ci racconti la tua, se non è protetta da segreto professionale inviolabile?
E poi vorrei anche sapere come nasce il tuo amore per la scrittura erotica e in particolare m/m (spiegaci anche cos’è).
Vai! A te la parola!

Uhm, domanda bella complicata. Però io sono per le cose semplici e ti risponderò di conseguenza: scrivo quando posso, se posso, ma anche quando non posso, a costo di svenire sulla tastiera. Se sono sotto stesura di romanzo, ho una tabella di marcia ferrea quotidiana che non mollo a meno che non ci siano eventi straordinari (e non conta Natale, Pasqua o vacanza, per capirci). Non ho riti propiziatori o chissà che altro: mi siedo e parto. Non importa dove sia rimasta, se prima di sedermi abbia o no le idee chiare. Io parto, chi c’è c’è! L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento, ma spesso e volentieri la sprono e la piego al mio volere. Non è semplice, richiede esercizio e esperienza, ma se si deve lavorare si impara a farlo. E poi… Be’, sai, l’ultima domanda è un po’ difficile. Io scrivo quello che voglio, che sia erotico o meno. Non ho un genere prestabilito: dipende dalla storia che devo narrare. Vero è che ormai le mie sono solo storie a sfondo lgbt, ovvero che presuppongono storie d’amore tra persone dello stesso sesso, specialmente uomini. Perché? Perché il mio cervello al momento non concepisce altro. Non riesco proprio a vedere altre situazioni, anche se amo leggere romanzi etero. Non saprei dirti come mai, forse è solo la mia indole.

 

Oltre a scrivere sei anche editor, quella strana figura che bazzica nelle case editrici (o freelance), che gli autori guardano con sospetto: è colui (o colei) che mette le mani e la testa nella loro creatura e cambia qui, cambia là, toglie qui, toglie là.
Guai eliminare anche una sola parola!
Guai cambiare il senso di quella frase, perfetta così com’è!
Guai anche solo pensare che quel personaggio non sia il miglior personaggio mai ideato.
Siamo antipatici, scontrosi e insopportabili, noi autori. Non abbiamo mai provato a metterci dall’altra parte della barricata e guardare per davvero con occhi nuovi. Io sto lavorando per diventare anche editor di me stessa e so che molti altri autori lo fanno.
Ci racconti come si sta dall’altra parte del muro e cosa vedono, per davvero, gli occhi del nostro editor? Quali mostri deve combattere? Quanto è difficile il rapporto autore-editor?

Domanda complessa, per alcuni versi quasi impossibile da affrontare. Il discorso è che per essere un buon editor bisogna riuscire ad approcciarsi al testo che si ha davanti con il distacco adatto, giusto, ma leggere comunque il romanzo come se si fosse un lettore. Cosa vede l’occhio dell’editor? Tutto: dalla coerenza dei personaggi alla struttura, dalla trama e la sua effettiva “consistenza” alla forma impiegata per trasporla su carta. Un lavoro complesso che chi è dall’altra parte della barricata, o non ci ha mai avuto niente a che fare, stenta a comprendere. Ho sentito persone che si facevano “editare il romanzo da mio marito che di mestiere fa l’impiegato in una società di macchine” per dire… oppure la solita cugina (solo io ho parenti che non mi guardano neanche da lontano, figurarsi leggere testi miei?!) e la beta. La beta, questa figura onnipresente e onnisciente che sembra detenere tra le mani il futuro del mondo…
Senza dubbio quello dell’editor è un mestiere, nel 2017, difficile e controverso, soprattutto perché ci si improvvisa senza averne le facoltà (e facendo danni inenarrabili). Per lavorare con un autore non basta aver studiato, aver conseguito la famosa laurea (non è neanche indispensabile, quella, se si sono condotti gli studi giusti), ma serve anche saper “sentire” il testo, saperci parlare, sapersi immedesimare nello scrittore e capirlo. Una sorta di psicologo? A volte. Il rapporto con il romanzo è particolare, quello con l’autore sacro. E due cose sono basilari in questa relazionenonrelazione: il rispetto e la fiducia da ambedue le parti. Se queste vengono a mancare, non ne uscirà niente di buono.
Ovviamente parlo da freelance, lavorare in una casa editrice implica mille altre cose in più, anche se per alcuni aspetti è più semplice. Discorso lungo e complesso (ma vi annoierei e… no, non posso, ho un cuore, nonostante tutto!).

 

 

«Ok, allora io vado» disse schiarendosi la gola per non apparire ancora più impacciato di quello che in effetti era, e vide il mezzo sorriso sulle labbra di Richard comparire di nuovo. Era divertito? Tyrone si morse il labbro e fece per voltarsi, pronto a darsela a gambe, quando un braccio dell’uomo scattò in avanti e ne bloccò la fuga.
«Non farlo…»
«Cosa?» domandò di getto, sentendo una goccia di sudore imperlargli la fronte prima di scendere giù, verso la tempia, in un rivolo fastidioso.
«Non morderti il labbro in quel modo. Potrei davvero non rispondere di me…»
«Non…» tentò Tyrone, ma quasi soffocò di nuovo, il respiro corto e i polmoni stretti in una morsa.
«Ci vediamo domani» gli promise Richard prima di voltarsi e andare via. E Tyrone rimase lì, in piedi, a osservare le spalle possenti di uno sconosciuto che era appena entrato a gamba tesa nella sua vita.

(estratto da Sono solo un ricordo)

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È giunto il momento di parlare delle tue creature, di fare conoscere i tuoi libri. Ne hai scritti e pubblicati diversi. Hanno tutti una base romantica, che in alcuni spazia nell’erotico o nell’m/m, ecc.
Innanzi tutto vorrei sapere da te quanti ne hai scritti e poi vorrei ci raccontassi qualcosa del tuo romanzo preferito (fra quelli che hai scritto): come è nata l’idea, come l’hai sviluppata, se i personaggi sono i tuoi vicini di casa o…
Poi, per finire (anche se non siamo ancora all’ultima domanda), vorrei ci raccontassi in due parole (Fede, due!) perché dopo aver pubblicato con case editrici anche importanti hai scelto il self.

Cominciando dall’ultima, perché è la più facile, le due parole (due!) sono: libertà pura.
Per quanto riguarda tutto il resto… è un altro paio di maniche. Dunque, diciamo che la base romantica è sempre presente perché, per quanto adori squartare gente su carta, ho scoperto che senza sentimento non riesco a concepire il realismo. Per me la realtà comprende tutto, per questo, per esempio, ho adorato la serie Dexter (non c’entra nulla, ma se vi capita recuperate le stagioni e guardatele, almeno le prime tre!).
Quanti ne ho scritti? Non tengo il conto. Sono una di quelle bestie rare che deve andare a controllare sugli stores e contare uno a uno i titoli a seconda dello pseudonimo utilizzato (e sono a quota tre identità, per ora… posso fare di meglio!) Diciamo che dovrei aver raggiunto la ventina, tra romanzi lunghi e brevi… Una volta ti avrei detto che IL libro era un romanzo non ancora pubblicato, che adoro e ho adorato per la tematica, e per alcuni versi rimane ancora quello, ma… Be’, Sono solo un ricordo è entrato nel mio cuore in maniera inaspettata, rievocando ricordi e sensazioni che non credo riuscirò mai a dimenticare. L’idea è nata tre anni prima della stesura, quando mio nonno ha iniziato a stare male davvero, ma forse ancora prima, quando mia nonna lo ha lasciato stroncata da un cancro e ho visto il dolore vero, la nostalgia pura. Volevo qualcosa che riuscisse a raccontare quell’amore che li aveva uniti, soffermandomi sul dopo e sul prima, non sul “durante”. Ho “ricevuto” la chiave di lettura quando ho iniziato a scrivere il male to male, trovando il mio mondo perfetto, e da lì… sono nati Ty e Richard. Nessuno dei due ha un volto predefinito, sono più anime che mi si sono presentate e hanno narrato ciò che dovevo scrivere.
Ecco, Sono solo un ricordo è il mio preferito, si può dire 😉

 

Non mento quando ti dico che sei stata la cosa migliore del mio vivere, perché me ne rendo conto una volta di più adesso che non posso guardarti.
Stare senza parlarti è un aspetto sul quale avevo riflettuto: avrei potuto sopportarlo.
Stare senza vederti camminare al mio fianco, magari spingendo una carrozzina, era un altro aspetto sul quale avevo meditato abbastanza: avrei potuto accettarlo.
Ma sapere di non poterti più avere, come se Dio ti avesse strappato a forza dalle mie braccia, no: non posso proprio tollerarlo.
Se potessi esprimere un desiderio, uno solo, di certo non sarebbe quello di non averti mai conosciuto. Sarebbe stato più facile, più semplice, non sapere nulla della tua esistenza, ma io avrei vissuto senza vivere, avrei camminato senza sapere dove stessi mettendo i piedi. Perché sei la mia strada, il mio bastone, le mie certezze.
Ho paura. Ho paura di quello che sei stato e di quello che non sarai più. Ho paura di saperti senza me. Ho paura dei tuoi pensieri, del corso dei tuoi voli mentali, del freddo che potrai sentire senza il mio corpo accanto. Ho paura che tutto questo sia reale, che tu invece non lo sia. E sentirmi in questa maniera rende ancora più vivido il ricordo dei nostri giorni, del calore che mi infondi con un tocco. Dio, se potessi averti di nuovo sotto alle mie mani, a occhi chiusi solcherei le tua pelle, facendoti sentire tutto ciò che ho dentro, tutta la pena che cresce e aumenta. Ti bagnerei con le mie lacrime, ma solo per sentire il balsamo delle tue rassicurazioni, e dischiuderei le labbra per dirti che ti amo, e ti amo ancora, più di prima.

(estratto da Sono solo un ricordo)

 

Sapevo che mi avresti tolto il pane di bocca. Ma oggi sei tu la regina del salotto e ti è concesso tutto.
La prossima domanda sarebbe stata proprio su Sono solo un ricordo (di cui riportiamo due estratti in questa intervista), un libro coinvolgente, emozionante, una storia che travolge, anzi che ti trascina dentro ed esplode nel cuore del lettore. L’ho divorato (la mia recensione qui) e invito tutti a fare altrettanto. La scrittura pulita e scorrevole di Federica si sposa perfettamente a storie semplici, che hanno il gusto delle piccole cose quotidiane e non ti abbandonano fino all’ultima parola.
Stiamo per arrivare alla conclusione e ti rivolgo la più antipatica delle domande. Non l’ho ancora fatta a nessuno dei miei ospiti e c’è un motivo se la porgo a te su un piatto d’argento (so che mi odierai).
Cosa consiglieresti a uno scrittore che vuole emergere in un mercato già strapieno di gente che scrive e che rischia di confondersi in un mare di libri di pessima qualità? Cosa gli diresti per incoraggiarlo? Qual è il modo giusto per approcciare la scrittura a scopo di pubblicazione?

Non pensare alla pubblicazione, ma a raccontare la storia che hai. Partendo dal presupposto che lo scrittore in oggetto abbia gli strumenti basilari che dovrebbero far parte della cassetta degli attrezzi di uno “scribacchino” tipo, consiglierei di leggere molto, ovviamente, e di lasciarsi trasportare dalla narrazione. Se ci si ferma a pensare a quello che il lettore vuole, desidera, a quello che va di moda, a quello che fa fare i soldi (come se poi, di questi tempi, fosse possibile) si può anche arrivare, ma nel modo sbagliato. Oltre a non lasciare proprio niente, di sé, si rischia di perdere di vista il perché. Perché si è iniziato a scrivere, perché ci si è voluti sfidare e spronare, il perché ci si senta così bene durante la stesura di un romanzo. Se si scrive solo a comando, solo con lo scopo di “emergere” ci si lascia dietro molto, e in quel molto c’è anche la passione e il piacere.
Non deve accadere.
Oltretutto, nonostante le case editrici siano fossilizzate su alcuni generi e tematiche “che fanno cassa” la vera differenza la fa l’originalità. Snaturarsi non fa mai bene: penalizza.
Insomma, scrivete quello che sentite scrollandovi di dosso la moda. Magari incorrerete in delusioni, magari invece la spunterete comunque, ma in maniera sana. Sana e costruttiva.
Sono stata brava? 😉

 

Sei stata bravissima e simpatica come sempre.
Spero che i miei lettori si siano divertiti e che l’ora trascorsa in nostra compagnia sia stata piacevole.
Grazie, Fede, torna a trovarci presto!

 

La curiosità di oggi riguarda un libro che io e Federica consigliamo di leggere a tutti gli aspiranti scrittori. Più che un suggerimento, è un must! Una lettura indispensabile per chi si avvicina al complesso mondo della scrittura narrativa.
Vi lascio con alcuni brani tratti dalla nuova edizione di ON WRITING di Stephen King, il Re dell’horror e vi do appuntamento alla prossima ora del tè.

 

ESTRATTO ON WRITING – prefazione

 

 

ESTRATTO ON WRITING – sulla scrittura

 

 

ESTRATTO ON WRITING – sulla scrittura

 

 

 

© 2018 Roberta Marcaccio

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