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NULLA ACCADE PER CASO (LE AVVENTURE DI PINOCCHIO E GEPPETTO) — IL COLOPHON

 

Qualcosa da leggere? Vi propongo il mio ultimo racconto, pubblicato nell’edizione di giugno de Il Colophon, la bellissima rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore.

E’ on line! Potete leggerlo QUI.

La rivista contiene articoli, racconti, recensioni di qualità, a firma di importanti autori.
QUI trovate l’editoriale del direttore Michele Marziani.

 

La ricetta della crostata di frutta

 

Non perdetevi il numero di ottobre de Il Colophon, la rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore. Ricco, di qualità e, per me, particolarmente prezioso.

Contiene il mio ultimo racconto.

Leggetelo qui!

Se vi siete persi gli altri racconti pubblicati sulla rivista, potete leggerli qui!

 

 

Racconto: Non sono affascinante

 

Non sono affascinante. Normale, è così che mi considero. In effetti sono l’antifemminilità in persona: evito gli specchi e davanti alle superfici riflettenti chiudo gli occhi. Niente trucco e tacchi 4 centimetri. Gli abiti – i tailleur e le giacche aderenti – sono ormai un ricordo.

Forse un giorno, chissà!

Per rientrare in uno dei miei tubini con abbinato tacco 12 dovrò prima smaltire la zavorra che circonda il mio punto vita. Ho un marito che ama le donne curate, i sorrisi disegnati, gli occhi da egiziana, le curve morbide e le gambe nude… Come può sopportami se io non sopporto me stessa?

 

Ho le mani impastate – acqua, lievito, farina – quando arriva il primo segnale. La riconosco all’istante: una fitta interminabile che toglie il respiro e piega le gambe.

Respira! Ce lo ripetevano fino alla nausea. Respira! Io, con questo dolore, non ce la faccio a respirare. Mi lavo le mani e un’altra fitta squarcia l’inguine.

Ho una smorfia sul viso. Manca poco, presto incrocerò i suoi occhi.

Stai calma, penso. Ma come cazzo faccio a stare calma con questi dolori? Un bagno caldo, sì, è quello che ci vuole. Oppure… il training autogeno. Sì, è facile, diceva l’istruttrice al corso, lei sussurrava ordini e il nostro corpo rispondeva. Ma com’è che si faceva? Rilassa ogni arto con la forza della mente e poi quando arriva la prossima fitta… Io lo penso e lei arriva, ed è così terribile che mi piega in due. Il training autogeno non fa per me. Apro l’acqua calda e mi stendo nella vasca.

Quando mio marito torna mi trova così, immersa in un bagno di sudore e schiuma.

«Dobbiamo andare» gli dico «è ora».

 

La sala d’attesa è illuminata dalle luci notturne. Mi hanno detto «aspetta qui», ed io aspetto con le mie fitte, sempre più dolorose, e una piccola valigia. La visita conferma quello che il mio istinto sa già. Non serve essere dottori. Basta viverle certe cose, per capirle.

«Sei già di cinque centimetri» mi dice un Angelo moro; si chiama Giuseppe «prima di mezzanotte il tuo bimbo nasce». È una bimba, lo penso ma non lo dico.

Mi accompagna al travaglio e mi guarda negli occhi.

«Andrà tutto bene, vedrai».

Mi spoglia e mi lega al letto, con una fascia sulla pancia, collegata ad una macchina. Affonda lo sguardo nei miei occhi, spegne il monitor e mi dice: «Ok, per ora te la risparmio. Preferisci camminare, vero?»

«Sì, grazie».

«Devo andare. Mi raccomando, sii forte».

«Non mi lasciare, ti prego».

«Non posso restare».

Sulla porta si gira e il suo sorriso mi abbraccia.

«Ci vediamo domani mattina».

 

La notte più lunga della mia vita.

Giuseppe mi lascia in compagnia di una tipa che è più interessata al programma in TV che al mio travaglio. Mi dice che possiamo accelerare i tempi e pronuncia quella parola che odio: ossitocina. Vuole convincermi a partorire la mia bimba in mezzo a spasmi incontrollati, solo perché non ha voglia di trascorrere una notte in bianco con me. Non voglio un ago in vena, voglio Giuseppe e nessun altro.

Sono stremata, i dolori mi stanno abbandonando ma io non mollo. Mio marito dorme con la testa appoggiata al materasso. Gli accarezzo i capelli. Lui apre gli occhi e sorride.

 

Il mattino dopo non so più chi sono. Quando Giuseppe, alle sei e mezza, apre la porta e mi trova stesa sul letto della sala travaglio, ancora con la mia panciona intatta, esplode in un’esclamazione che riscalda il mio cuore ed in quell’istante tutto è chiaro: ho aspettato che lui tornasse.

«Fra poco nasce» mi dice con i suoi occhi buoni «ti fidi di me?»

Niente ossitocina! Come faccio a dirgli no?

«Adesso tieni duro, ti farò male».

Cosa ci può essere di più doloroso ancora?

Mi cullo nel suo abbraccio e tutto accade in pochi minuti: una fitta atroce, una corsa, una voce che mi dice di spingere, un vagito.

 

L’ho attesa per nove mesi. L’ho desiderata e amata dal primo giorno. La stringo a me e, con quel batuffolo fra le braccia, capisco tante cose. Mia figlia è dolce, forte e determinata come quell’Angelo che l’ha aiutata a venire al mondo. E lo è tutt’oggi.

Non dimenticarlo mai

L’afa di agosto rende l’aria irrespirabile. La sagoma dell’Airbus A320 si allontana dal piazzale e avanza lenta sull’asfalto bollente. Stefano osserva da lontano. Ha il viso tirato e lo sguardo vuoto, nascosto dietro ad occhiali scuri.

Il velivolo è a fondo pista. Il rumore assordante dei motori lanciati a tutta potenza gli ricorda che dentro quell’involucro d’acciaio c’è un’anima alla quale tiene più di ogni altra cosa. Alle 16.25 il volo Cagliari — Bologna inizia la sua folle corsa. A tre quarti di pista alza il muso verso il cielo, stacca le ruote da terra, si appoggia sull’aria e vola via.

Lo sguardo fisso sul punto in cui l’apparecchio è sparito nel nulla. La testa vuota. Una fitta lancinante allo stomaco. Pensieri dolorosi che emergono dal fondo della coscienza e che Stefano tenta di rimuovere; sono catalogati in uno scaffale della memoria evidenziato da un cartello di pericolo: “Zona ad alto livello di dolore! Vietato accedere senza protezione sentimentale”.

Sale in auto e si allontana dall’aeroporto. Accende la radio a tutto volume e canta a squarciagola; l’ansia che gli serra la gola non accenna a diminuire.

Alle cinque parcheggia l’auto con il muso verso il mare, apre il bagagliaio, afferra il borsone ed entra al Fitness Club. Sandro lo saluta con un pugno sulla spalla. Stefano fa un cenno con la mano e sparisce nello spogliatoio.

A quest’ora sarà ancora sul Tirreno.

Gli occhi azzurri di Marta affiorano in mezzo alle tante immagini scattate nell’ultima settimana. Il pensiero di saperla fra le braccia di un altro gli stritola lo stomaco.

«Ehi, Saraceno, dove hai lasciato la tua bella Principessa?»

Appoggiato alla porta, Sandro lo osserva.

«È partita?»

«Sì, mezz’ora fa».

«E tu, come stai?»

«Bene!»

Sandro strizza gli occhi e passa la mano fra i capelli.

«Forza, Romeo! Vieni ad allenarti».

Stefano infila i guanti, prende l’asciugamano ed entra in sala pesi. La palestra è deserta. Il volto roseo di Marta sbuca dai recessi della memoria e il suo sorriso radioso illumina ogni cosa. Un’ansia pungente spezza il fiato. Respira a fondo e cammina, avanti e indietro, sotto lo sguardo interrogativo di Sandro. S’infila sotto il bilanciere, lo solleva, piega le ginocchia e va giù.

«Stringi le natiche, Stefano, o ti spaccherai la schiena! Tira gli addominali!»

Dopo l’ultimo affondo, molla di colpo il bilanciere e centodieci chili di ghisa si schiantano a terra con un rumore assordante.

«Cazzo, Stefano, due tette e un culo ti hanno fatto rammollire. Sai quanti ne puoi avere?»

«Fottiti, Sandro!»

Stefano completa altre due serie e Sandro gli passa una borraccia d’acqua.

«Te la sei scopata, almeno?»

Stefano non risponde. Negli occhi il vuoto.

«Minchia… ti sei innamorato! Dai vieni alla panca, Principe Azzurro».

Stefano si stende, afferra il bilanciere e respira.

«Non ti allontanare».

«Tranquillo. Sono qui».

Spinge sulle braccia e solleva cinquanta chili. Ha il peso del mondo sulle spalle e una voragine nel cuore. Abbassa in bilanciere fino al torace e spinge in alto.

Uno.

Il sorriso di Marta e le sue risate fragorose gli spaccano la pancia in due. Giù per la seconda volta e poi su di nuovo.

Due.

Corpo sinuoso e curve morbide. Labbra rosse e carnose. Abbassa cinquanta chili per la terza volta.

Tre.

Ormai starà per arrivare a casa.

Stefano non ha fiato. Sandro se ne accorge, tira il bilanciere verso di sé e lo aggancia al supporto.

«Non puoi fare gli esercizi in apnea. Fatti una sauna e vattene a casa!»

Dopo mezz’ora Stefano è di nuovo in auto. Il Blackberry lo guarda muto: nessun sms, zero telefonate, su Facebook i soliti post inutili.

Alle 18.55 apre il portone di casa. Il profumo di Marta riempie le narici. L’appartamento è muto. Stefano gironzola in tutte le stanze. Si avvicina al divano e ne accarezza i contorni. È lì che hanno lottato, riso, chiacchierato fino a notte fonda e dormito l’una fra le braccia dell’altro. Come facevano da bambini. Ritrovarsi dopo trent’anni per scoprire che il tempo si era fermato solo per aspettarli.

Accende la radio, per spezzare il silenzio.

Stefano afferra un cuscino e affonda il viso in ciò che resta di lei: il suo profumo.

Un comunicato radiofonico straordinario interrompe la trasmissione musicale. Un incidente, sta dicendo il dj…

Mentre lo solleva, un foglietto di carta volteggia sull’aria, disegnando piccole onde incerte, fino a posarsi sul pavimento.

Un incidente aereo e sono tutti morti…

Stefano lo raccoglie e legge le parole scritte a matita. Chiare. Dirette. Che parlano al cuore.

Nessun superstite.

“Ti amo…non dimenticarlo mai”.

Diploma di merito al mio racconto “L’Hotel Rimini”

Concorso Scintille in 100 parole 2015: Diploma di merito al mio racconto L’Hotel Rimini – giudice: Marco Valenti


 

L’Hotel Rimini

Clochard, senzatetto, coperti di stracci e cartoni, sulle panchine e nei sottopassi della stazione.

Paolo sale sul taxi, con un senso di disagio nello stomaco. Davanti all’hotel ammira gli addobbi, le luci natalizie, l’enorme albero, le decorazioni costosissime. Entra in cucina ancora con la valigia in mano.

«Quanti pasti hai preparato?»

«Quaranta».

«Quanti altri ne puoi preparare?»

Il cuoco risponde e Paolo soddisfatto chiama Radio Taxi.

Tre auto. Sgancia cinquanta euro ad ognuno e parla con i taxisti. Dopo mezz’ora ritornano con un carico di uomini e donne vestiti di stracci e lo sguardo smarrito.

Paolo sorride. Ora è Natale!

 


 

Devo ringraziare in modo particolare Maggie Van Der Toorn per la magnifica organizzazione, Marco Valenti, giudice della categoria L’Hotel Rimini, per avere premiato il mio racconto e l’attore Francesco Tonti per la magistrale interpretazione dei racconti.

Complimenti a tutti i premiati!

Tutti i dettagli del Concorso Letterario sul Blog Scintille di Maggie e sulla pagina Facebook.

 

Ambrata dolce d’abbazia

Eccomi qua, alla soglia dei quarant’anni, rinchiusa in un involucro niente male (come dice Mirka) e con una collezione di uomini inutili da fare invidia alle corteggiatrici dei tronisti. Nonostante le rassicurazioni della mia unica amica e collega, ogni volta che passo davanti allo specchio di casa o della sala d’attesa dello studio prometto a me stessa di prendermi una settimana e traslocare in una Spa, a patto che riesca a convincere il Dottor Domenicangeli ad autorizzarmi le ferie. Una parola bandita dal vocabolario degli addetti agli studi commerciali e ripristinata solo a fine anno, dopo la chiusura di tutti gli adempimenti, quando il titolare si risveglia dal coma indotto dalle scadenze e si accorge che gli impiegati hanno ancora un bel portafoglio di giorni da consumare.

Mirka entra con due buste di plastica piene e le sbatte sulla sua scrivania, sbuffando e imprecando contro gli automobilisti e le vecchiette in bicicletta.

«Una novantenne mi si è buttata davanti all’improvviso, dietro avevo un SUV che mi stava appiccicato al culo e, quando ho inchiodato per salvare la vecchina, per poco non mi spiaccica sull’asfalto».

Mescolo il caffè col cucchiaino di plastica e schiaccio il tasto dello smartphone, quello che serve a risvegliare il mio telefono dal torpore ed illuminare lo schermo. Non basta avere alzato al massimo il volume di tutte le suonerie! Ora suona persino quando premo una qualsiasi App o immagine o funzione. Non basta, dicevo; devo accendere per forza lo schermo per verificare se nell’angolino in alto a sinistra c’è la stronzissima iconcina di whatsapp.

«Ancora niente, Cenerentola?»

Alzo gli occhi ma non la vedo. Eppure Mirka è bella, pienotta, florida e non passa inosservata. Sono passati quindici giorni da quel venerdì maledetto e ancora spero che… non so nemmeno io cosa!

Alfredo è stato uno dei tanti. Non perché io abbia avuto tanti uomini; quelli di cui posso dire di essermi innamorata si contano su quattro dita, Alfredo compreso. Uno dei tanti perché il mondo è pieno di tipi come lui.

Abbiamo poche cose in comune: il giorno del compleanno, il titolo di studio, la passione per la birra, l’iniziale del nome e un amore incondizionato per la cioccolata fondente, ma solo quella con la carta nera e il cuore morbido. E fino a quindici giorni fa queste poche cose in comune bastavano a considerarci l’uno innamorato dell’altra.

Apro la chat di skype. Lui non è online. Scorro la cronologia, rileggo le risposte alle mie domande, i testi delle canzoni che mi ha dedicato, le poesie d’amore. Parole rubate. Le uniche parole veramente sue sono state quelle che ha pronunciato la prima volta che ci siamo sentiti al telefono e che bruciano ancora sotto la pelle come una stupida e falsa illusione.

 

 

«Volevo sapere quanto devo versare di IRPEF ed entro quando devo portare i soldi» mi chiese.

«Mi scusi, signor Carlini, il Dottore si occupa personalmente della sua contabilità. Devo attendere il suo ritorno per darle questa informazione».

«Quando lo trovo in studio?» la sua voce sembrava impaziente.

«Oggi pomeriggio» dissi continuando a registrare le fatture di acquisto, imbrattate di olio e crema, della pasticceria Chantilly «comunque può chiamarlo sul cellulare».

«Preferisco parlare con lei, chiederò a Domenicangeli che sia lei a seguire la mia contabilità».

Parlammo mezz’ora e quando chiusi il telefono mi accorsi che avevo registrato le fatture della pasticceria nella contabilità del distributore di carburante. Persi un’ora per cancellarle tutte e registrarle sull’azienda giusta e, stranamente, non imprecai neanche una volta.

Quando tornò Mirka, dal suo solito giro posta-banca-ufficioimposte, mi guardò piazzandosi di fronte a me e mi chiese: «Dove hai preso quel rossetto?»

«Dalla mia borsa» confessai come si svela il peccato più innocente del mondo.

«Cosa ti è successo?»

«Nulla, perché?»

«Non hai mai indossato un rossetto da quanto ti conosco, cioè vent’anni. Allora?»

Il telefono mi salvò dall’interrogatorio, ma quello che successe dopo fu quasi peggio dell’inquisizione di Mirka. All’altro capo della cornetta, Alfredo mi chiedeva se potevamo incontrarci a pranzo, aveva trovato delle vecchie fatture e voleva consegnarmele. Il mio sì sussurrato, accompagnato da un sorriso da invaghita-sognante, non sfuggì al Grande Inquisitore che, appena chiusi il telefono, cominciò con la raffica di domande alla CSI.

«Chi era?»

«Cosa voleva?»

«Dove vai?»

Presi cappotto, borsa e telefono e urlai «ti racconto dopo» mentre mi scapicollavo giù per le scale.

Quando tornai in ufficio l’aria invaghita-sognante era stata sostituita da due cuori al posto degli occhi e uno sguardo lungo e disperso oltre il muro della stanza: vedevo lui seduto alla scrivania di Mirka, lui nel cliente che entrava per firmare il 740, lui al posto dell’omino al rifornimento del Gpl. E lo trovavo ovunque: su facebook, nelle e-mail, in whatsapp. I suoi messaggi mi accompagnavano ovunque andassi e ogni volta mi riempivano di un calore particolare. Era quello l’amore? Non avevo provato nulla di simile con i tre uomini precedenti. Significava che di Alfredo ero innamorata e degli altri no? Eppure avevo detto «ti amo» a tutti. Ad ognuno avevo lasciato un pezzo del mio cuore, anche se, a dire il vero, nessuno di loro si era dato a me con tutto se stesso. Quello che mi mancava era un uomo che mi amasse come lo amavo io. Era quello che volevo.

«Alfredo è quello giusto» dissi due giorni dopo a una Mirka che mi aveva quasi minacciata se non le avessi rivelato l’origine della mia improvvisa felicità e soprattutto il nome di colui che l’aveva causata. Mi guardò con un’espressione da «sarà ma non ci credo» e disse: «Tre mesi!»

«Tre mesi cosa?»

«È la durata dell’innamoramento. Ne riparliamo fra tre mesi».

Non so se fu colpa di Mirka e della sua premonizione assurda. Quello che so è che da quel momento il mio amore per Alfredo fu scandito da un inarrestabile conto alla rovescia. Un amore fatto di incontri clandestini, anche se eravamo entrambi liberi (single io, separato lui). La scusa era banale: l’avvocato della moglie e il timore che lei volesse rovinarlo economicamente, facendogli causa per alcuni contratti poco leciti che aveva stipulato qualche anno prima. Contratti verbali, si intende, ma i movimenti di prodotti che ne erano conseguiti non erano verbali.

Ci incontravamo nei motel appena fuori dall’autostrada, a Padova oppure in una piccola pensioncina sull’appennino toscano, a cento chilometri dalla nostra città, dove trascorrevamo il tempo chiusi in camera, perché «non sai mai dove puoi incontrare qualcuno che ti conosce».

Era avvilente. Lavoravo come una pazza, per riempire il tempo che lui non mi poteva dedicare e attendevo, annoiandomi fino alla morte, una telefonata o un messaggio che preannunciasse il suo arrivo. Il messaggio arrivava, la telefonata quasi mai, e mi avvertiva che era ancora in ufficio e che ne avrebbe avuto per altre due ore.

Ti aspetto, quando finisci chiamami, gli scrivevo. Bevevo due caffè, uno a distanza di mezz’ora dall’altro e, dopo un’ora, mi preparavo un tè nero bollente con limone e tanto miele, che sorseggiavo nell’attesa che si materializzasse. Mi scriveva a mezzanotte, con due ore di ritardo, scusandosi e raccontandomi persino i più piccoli dettagli di quello che gli era capitato, quando a me non interessava nulla di ciò che si sforzava di farmi capire. Non riusciva proprio a comprendere che l’unica cosa che volevo era il suo interessarsi a me. Mi sentivo una bambola depressa. Mi soffocava di parole che raccontavano solo di lui e poi, all’improvviso, come se qualcuno gli avesse ricordato che esistevo anch’io, mi inviava il testo di una, due, tre canzoni d’amore che mi scioglievano come burro sul camino. Una cascata di parole dolci, profonde, eccitanti che aumentavano il mio desiderio di lui, una voglia che diventava insopportabile.

Ti voglio, amore, gli scrivevo. E poi il nulla.

NULLA!

Spegnevo il telefono, staccavo e riattaccavo la connessione internet, inviavo messaggi di prova a Mirka pensando che non funzionasse whatsapp, gli scrivevo e-mail, sms o chat su skype. Nulla…

L’adrenalina e l’incazzatura mi tenevano sveglia tutta la notte. La mattina ero uno straccio. Arrivavo in ufficio e crollavo sulla poltroncina fino a che Mirka non mi metteva un cornetto alla nocciola e una tazza di caffè nero, lungo e bollente davanti al naso.

«Ottanta!»

Conto alla rovescia del cazzo! Un giorno me la presi anche con lei per avere instillato nel mio cranio quella fesseria sulla scadenza dell’innamoramento. Neanche fosse uno yogurt.

«Basta» urlai «finiscila con questa storia, mi stai torturando».

Uscii dallo studio, dimenticando borsa e cellulare, prima che Mirka potesse vedermi piangere. Lo studio del Dottor Domenicangeli aveva sede in una palazzina a pochi metri dal lido della Darsena, una piccola spiaggetta che delimitava il porticciolo degli yacht, dove anche il Dottore aveva attraccato il suo 20 metri.

Amavo il mare in inverno, ero una delle poche donne nate in riviera che mettevano piede in spiaggia solo da settembre a maggio. Odiavo le creme solari, i parei e gli smalti fluorescenti. Dell’estate adoravo soltanto le cene di pesce che io e Mirka ci sbafavamo almeno una volta alla settimana, nell’unico ristorante sulla spiaggia dove la Zdora Maria tirava ancora i tagliolini con e’ s-ciadur, il mattarello. Io adoravo il risotto di Marco, mentre Mirka non rinunciava mai agli strozaprit allo scoglio.

Ero fuggita dallo studio come una ladra, solo per paura di confessare a me stessa che quell’incessante conto alla rovescia aveva provocato una netta incisione nel mio cuore. Avevo troppi dubbi, troppe domande che non ricevevano risposta. Alfredo le sviava tutte. E rispondeva con un innocente «non perdi mai il vizio di domandare» lasciandomi svuotata e senza voglia di parlare per ore.

Dovevo scusarmi con Mirka. Lei era l’unica persona al mondo con la quale non avrei dovuto prendermela. L’unica che non mi aveva mai abbandonato. Tornai sui miei passi, comprai due baci e salii le scale due a due. Quando spalancai la porta del mio ufficio, quello che vidi mi lasciò a bocca aperta. Sulla mia scrivania c’era un mazzo di 24 rose rosse con alcuni grappoli di fiori bianchi che, Mirka mi spiegò, erano fiori di acacia. In una bustina rossa, scritto con calligrafia sgraziata, c’era il suo messaggio, quello che non avrei mai voluto leggere: Scusami per ieri sera, ero cotto, sono crollato. Stasera ti porto fuori a cena.

Attesi per tutto il giorno un messaggio che non arrivò e consumai tutta la batteria del Samsung a furia di accendere lo schermo. Mirka trascorse la giornata in silenzio, in rispetto del mio dolore. Più che addolorata, ero nera. Alle quattro del pomeriggio, per compassione, iniziò a spedirmi cuori e immagini di uomini muscolosi e affascinanti. Ogni volta che quel coso emetteva il suono di whatsapp, io mi fiondavo sullo smartphone nella speranza che fosse lui. Dopo tre cuori di colori diversi e sette foto osé, Mirka si arrese e mi dichiarò senza speranza.

 

 

«Cosa vi porto?» Marco ha il palmare delle ordinazioni in mano e, mentre aspetta che decidiamo cosa mangiare, osserva i camerieri, il pizzaiolo, il barista.

«Costata di maiale in crema di castagne» dice Mirka.

«E da bere?»

«Stasera ho voglia di una bionda».

«Vuoi provare una bianca? È leggera, un po’ dolcina».

«Mi fido di te».

«Bene» dice, poi mi fissa. Marco aspetta me, ma io non so decidermi.

«Cosa mi consigli?»

«Stufato di agnello e patate?»

«Perfetto» non ho voglia di scegliere. Qualsiasi cosa va bene purché io non debba pensare.

«Da bere? Ambrata dolce d’abbazia?»

«Ti adoro».

«Te ne sei accorta che Marco muore per te oppure no?» sussurra Mirka dopo che il nostro maître si è allontanato.

«Ma cosa stai dicendo?»

«Quello che è! Marco è preso da te e si vede lontano un chilometro».

Osservo Marco, dal posto dove sono seduta, e per la prima volta, dopo un anno che frequento il suo locale, lo vedo. Non mi ero mai soffermata su di lui, troppo presa dagli amori mancati, dalle lezioni di Pilates e dai versamenti delle imposte. Ha un’età compresa fra i quaranta e i sessanta, gli occhi ridanciani e due mani che possono reggere tre piatti l’una.

«È carino!»

«Annalisa, non è carino, è un figo da paura!» questo modo di esprimersi di Mirka ha sempre solleticato il mio umore «e ti vuole».

«Finiscila!»

Marco arriva con due piatti e due birre alla spina. Ci serve come se fossimo ospiti a casa sua, noto il riguardo, l’attenzione, qualche sguardo di troppo e una precisione maniacale nella disposizione dei piatti e dei bicchieri.

«Hai notato che Marco serve solo noi?»

È vero, Mirka ha ragione, dopo avere apparecchiato il nostro tavolo Marco si ferma alla cassa, con una sigaretta in mano e un bicchiere. Possibile che non mi sia mai resa conto di quello che era così chiaro davanti ai miei occhi? Offuscata dall’impeto di Alfredo non mi ero accorta dell’acqua cheta. Travolta dalla finta passione di un uomo che desiderava solo essere amato avevo perso di vista ciò che poteva farmi felice. Alfredo mi aveva adescata con una scusa banale e con una scusa altrettanto banale aveva lasciato la mia vita.

«A volte abbiamo paura di amare e ci innamoriamo delle persone sbagliate. Spesso non è amore, ma solo sopportazione della vita» mi dice Mirka.

Se non fosse che reggo benissimo gli undici gradi e tre della mia birra d’abbazia, penserei che sono ubriaca. Scolo l’ultimo sorso senza staccare gli occhi da Marco e penso all’ironia della vita. Dopo un mese dalla fine del mio amore per Alfredo (ma era amore?) provo a fare le somme del dare e dell’avere e scopro, con mia profonda delusione, che il bilancio ha chiuso in pareggio. Ho dato ed ho avuto. Uguale zero.

Guardo Mirka smarrita e le dico: «Chiamo Marco. Un’altra birra?». Lei sorride, so cosa pensa ma io, per la prima volta nella mia vita, non voglio decidere. Marco si avvicina, sorride e siede vicino a me, seguito dal cameriere che dispone sul tavolo un piatto di patatine fritte e tre boccali colmi.

© 2017 Roberta Marcaccio

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