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Parlami!

«Parlami!»

Era il suo imperativo.
Ogni volta era questo il suo monito.
Dovevo parlare.
Non sapevo chi fosse, che aspetto avesse e nemmeno in quale parte del mondo vivesse.
Sapevo che era femmina. Lo speravo.
Mi teneva incollato alla tastiera. Per ore.
Non riuscivo a lasciarla.
Lei, poche frasi, una ogni tanto. Io parlavo, parlavo, per ore.
Non riuscivo a lasciarla.

Era dolce, delicata, emotiva.

«Amo le tue parole» mi scriveva «sono musica; sei il mio siero per l’anima».

«Ogni giorno mi sento sempre più prosciugato da te» le rispondevo «anche io ho fame delle tue parole».

«Parlami!»

E le parole precipitavano in una cascata di acqua cristallina.
Erano dolci o salate, liquide o piene, morbide come ciò che immaginavo di lei.
Ero un artista, per lei dipingevo quadri con le frasi. Coloravo di poesia il suo presente, le sue notti.
L’avevo incontrata in chat.

Nickname: Ingorda.
La mia curiosità e un messaggio per chiederle perché si facesse chiamare così. La sua risposta creò vortici dentro di me e da quel momento non riuscii a lasciarla più.

«Sono ingorda di parole».

Aveva 28 anni e le chiesi di incontrarci.

«Non voglio conoscerti, voglio parlarti. Potrei morire senza parole. Toglimi il pane, l’aria, il sonno; non togliermi le parole. Dammi la poesia, l’anima, il cuore, ogni parola che tu mi lasci è un gioiello, una perla in un mare di gusci vuoti. Colora con le tue rime i miei cieli oscuri. Ridai vita alle gemme del mio giardino. Non lasciare che il mio tronco secchi, così come una pianta che, senz’acqua, si accartoccia su se stessa e lascia questo mondo. Non lasciarmi senza parole. Ho conosciuto freddezza, ho incontrato cattiveria, ho toccato l’indifferenza, la morte per me. Potrei vivere una vita senza amore, senza carezze, senza baci, ma non lasciarmi senza parole».

Dopo un mese il nostro primo appuntamento. Riuscii a convincerla ad incontrarmi.
L’aspettavo al centro della piazza e fu lì che la vidi arrivare. Un piccolo bulbo, raccolto in sé stesso; un bocciolo, gracile, indifeso. Occhi impauriti e terrore dentro. Il suo sorriso spento mi ferì il cuore.
Raccolsi le sue mani e entrai nei suoi occhi. Lei si eclissò. Le sue guance si accesero.
Non parlò, ascoltò soltanto la mia voce. La vidi ridestarsi, sollevarsi su se stessa ad ogni parola. La strinsi a me, era leggera, una bambina. Tremava, una foglia sbattuta dal vento. Celava sé stessa al mondo, soprattutto agli uomini.

Mi sussurrava: «Parlami!»

La sua voce mi eccitava, quelle poche parole, pronunciate così, sottovoce…
Io ero molto più grande di lei, molto più grosso. Non riuscivo a lasciarla. Non volevo farle male.

Quella notte l’amai recitandole poesie. Mi guardava con meravigliosi occhi verdi, che diventavano sempre più luminosi, ad ogni parola.
Di lei non sapevo nulla, nemmeno il nome.

Di lei conoscevo solo una cosa, l’unica che era stata capace di svelare.

Una parola. Una sola.

«Parlami!»

“Giulia nel paese delle meraviglie” – Backstage

Come nasce un racconto

Avevo una parola. Una sola. E partendo da quell’unico puzzle di lettere dovevo scrivere una storia.

Nascono così, di solito, i miei racconti.

Da una parola, un’idea, una sensazione, un ricordo, un sentimento, un colore, un profumo. Anche il più piccolo elemento può nascondere il germe della narrazione.

Giulia nel paese delle meraviglie prese vita, qualche anno fa, da un sostantivo; neanche sapevo cosa volesse dire. Lo ricevetti in dote dal mio professore di laboratorio e, sono sincera, in quel momento invidiai i miei colleghi: avevano tutti una parola più bella o interessante della mia. Andai a casa, sconsolata, e aprii il vocabolario, sperando che almeno il significato di quel nome potesse accendere in me la luce creativa.

Eccolo qua! Da Treccani con furore.

 ipònimo agg. e s. m. [comp. di ipo– e –onimo, sul modello di sinonimo]. – In linguistica (e più in partic. in semantica), è così definita una unità lessicale la cui estensione sia minore rispetto ad altra, della stessa classe ma di significato più generico, che la comprende: per es., cavallorosamotocicletta si dicono «iponimi» rispetto a animalefioreveicolo che sono ad essi «superordinati» (v. iperonimo).

Ora, pensate che riuscirò mai a ricordare cosa significhi iponimo senza chiederlo di nuovo al signor Treccani? E potete immaginate la mia depressione quando, nutrita della più rosea speranza, ho scoperto che il signor Treccani non mi era stato di nessun aiuto?

Ed è qui che entrano in gioco due qualità che, se lasciate libere di scorrazzare, possono rivelare idee straordinarie: la fantasia e la capa tosta (tradotto: testa dura) dell’autore.

Difficile era difficile. Tanto valeva provarci. Il significato della parola non mi era di nessun aiuto. O pensate che si possa scrivere un racconto su “una unità lessicale la cui estensione sia minore rispetto ad altra…”?

Decisamente no! Già dopo aver letto mezza definizione ero nel buio impenetrabile.

Dalla disperazione alla luce è stato sufficiente accendere la lampadina. Come un occhio di bue, il fascio luminoso è caduto sulla natura di quella parola: sostantivo maschile. Iponimo, un nome. Solo e semplicemente un nome.

Sarei stata capace di giocare con un nome sconosciuto? Cosa potevo associare alla parola nome?

Ma certoooooo!!!!!

“Nomi, cose, città”!

Il gioco della domenica sera a casa di amici. Dopo cena ci appartavamo con un foglio e una matita, tracciavamo sei righe verticali e intestavamo ogni colonna con la rispettiva categoria. L’ultima era il TOTALE, quella per il punteggio.

“Nomi, cose, città”. Un gioco bellissimo che se ci penso mi viene voglia di giocarci anche ora.

Era il passatempo delle ore buche a scuola, assieme a battaglia navale.

Che ricordi!

Ho scoperto che esiste anche un sito (nomicosecitta.net, ovviamente salvato nei preferiti) e si può giocare online, da browser o tramite app. Incredibile! I giochi della nostra infanzia sono ancora attuali, vivi, tecnologicizzati.

Da Iponimo a Ippogrifo il passo è stato breve! La lettera con cui giocano le protagoniste, Giulia e Lucia, è, per necessità imposte dal mio professore, la “I” e, quando giunge l’ora di scrivere il nome di un animale che inizia per I, Ippogrifo (durante le nostre sfide, l’animale più dichiarato era il povero istrice, qualche volta l’ippopotamo; obiettivo del gioco è quello di non scrivere la stessa parola degli altri concorrenti ed ottenere più punti) è la scelta più logica, istintiva, degna di una fan sfegatata della Rowling.

A quel punto il resto del racconto me l’hanno suggerito Giulia e Lucia, ma di questo (Sull’arte dello scrivere un racconto secondo me) parlerò in un prossimo articolo. Ai più potrebbe risultare noioso.

Il racconto Giulia nel paese delle meraviglie è nato da un dettaglio così comico da meritare un piccolo palcoscenico.

Il sì alla pubblicazione del direttore editoriale, l’attesa, l’uscita su Il Colophon, la sua bellissima immagine (opera sublime di Marta D’Asaro)… emozioni fortissime.

Ora dovete solo aprire la pagina della rivista e gustarvi la mia piccola Giulia…

Buona lettura!

Giulia nel paese delle meraviglie è online su Il Colophon, rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore.

Giulia nel paese delle meraviglie

Da pochi giorni su Il Colophon

E’ online su Il Colophon, dal 3 febbraio, il mio nuovo racconto “Giulia nel paese delle meraviglie”.

La mia prima “vera” pubblicazione.

La mia Giulia ha preso il volo ed ora è vostra. La trovate qui.

Buona lettura! Aspetto i vostri commenti.

(La bellissima immagine è di Marta D’Asaro)

 

L’Hotel Rimini

Il racconto L’Hotel Rimini, con il quale ho partecipato al Concorso Scintille in 100 parole, indetto ed organizzato con grandissima professionalità da Maggie Van Der Toorn, è stato premiato con il Diploma di Merito. Giudice della categoria “L’Hotel Rimini” lo scrittore Marco Valenti, che ringrazio davvero di cuore.

Lascio a voi la lettura del racconto, i commenti (sbizzarritevi; li attendo) e, soprattutto, le critiche!

Buona lettura!

 

L’Hotel Rimini

Clochard, senzatetto, coperti di stracci e cartoni, sulle panchine e nei sottopassi della stazione.

Paolo sale sul taxi, con un senso di disagio nello stomaco. Davanti all’hotel ammira gli addobbi, le luci natalizie, l’enorme albero, le decorazioni costosissime. Entra in cucina ancora con la valigia in mano.

«Quanti pasti hai preparato?»

«Quaranta».

«Quanti altri ne puoi preparare?»

Il cuoco risponde e Paolo soddisfatto chiama Radio Taxi.

Tre auto. Sgancia cinquanta euro ad ognuno e parla con i taxisti. Dopo mezz’ora ritornano con un carico di uomini e donne vestiti di stracci e lo sguardo smarrito.

Paolo sorride. Ora è Natale!

 

 

 

Russians

La guardia mi saluta, come fa ogni giorno. Muove il capo mentre sul viso accenna un mezzo sorriso. Rispondo assonnata, alzo la mano e agito le dita. Entro nell’immenso salone che a quell’ora del mattino è ancora deserto. Guardo in alto verso le vetrate. I raggi del sole non accarezzano ancora i marmi del soffitto e delle pareti. Incrocio la signora delle pulizie. Esce dall’ufficio del direttore con scopa e cestino della carta in mano. Soffoco un “buongiorno” fra i denti e sorrido muovendo un numero minimo di muscoli. Il silenzio prima del frastuono è la cosa che amo di più. Quei pochi minuti sola, senza il vocio di decine e decine di persone, il ticchettio delle tastiere, il trillo dei telefoni, senza domande né risposte… una vera delizia. Le otto meno dieci. Mancano trentacinque minuti all’apertura. Mi servo un caffè al distributore automatico e siedo alla scrivania. Accendo il computer e digito la password. Un sorso di caffè e un mandato. Inserisco nome, cognome, causale, data, importo nelle apposite sezioni, poi impilo il foglio a testa in giù su un mucchietto di contabili già trattate. È il lavoro dei novelli. L’ultimo impiegato assunto archivia, ordina, ripete, sorride davanti a qualsiasi compito, anche il più noioso.

Ed io sorrido perché sono felice. È il mio primo lavoro serio. A soli vent’anni.

Alle otto e dieci arriva il primo impiegato. Mi rivolge un buongiorno e un sorriso. Ha in mano caffè e quotidiano.

Sei mattiniera oggi, non riuscivi a dormire.

Siede alla scrivania di fronte a me e apre il giornale.

Mi sono svegliata presto.

Vittorio, il più anziano dell’ufficio, è il mio tutor, colui che si occupava dei lavori barbosi, che poi insegna agli ultimi arrivati. È dolce e buono. Non alza la voce e mi ricorda tanto il mio nonno materno.

Nel giro di cinque minuti l’ufficio si riempie di voci, di rumori di tacchi, di sedie strisciate sul pavimento, di telefoni irritati, di alito caldo e di clienti che alle otto e venticinque entrano in fila indiana e si smistano davanti ai diversi sportelli.

Alle dieci mi alzo e mi avvicino alle casse. Il cuore accelera. Dopo soli tre passi ho già i suoi occhi neri puntati addosso. Lo eviterei volentieri, ma devo farlo.

Sapevo già tutto, prima ancora che accadesse. È come camminare ad occhi chiusi su un filo sospeso a dieci metri d’altezza. Se non sai dove mettere il piede cadi giù. E così è ogni mio passo. Uno davanti all’altro, senza fermarmi, col cuore in gola.

Attraverso la sala, passando davanti agli impiegati e all’ufficio del direttore. Mauro sorride alla signora sessantenne che è davanti a lui, allo sportello. L’aiuta a compilare il documento e a contare i soldi. Lei prende il resto e copia della quietanza e si allontana con il sorriso felice di chi ha appena ricevuto un bel complimento.

Cosa le hai detto per renderla così felice?

Che è la più bella signora che avessi mai visto. Buongiorno Principessa. Pensavo non venissi a trovarmi oggi. Come stai?

Bene. E tu?

Ora che ti ho vista, va molto meglio. Questa sera sono al Novecento. Vieni?

Ci penserò…

Raccolgo il pacco di mandati che Mauro ha già incassato e torno alla mia scrivania.

Mentre mi allontano lo sento canticchiare Russians.

Trascorro un’ora buona seduta sul letto di fronte all’armadio aperto e indosso decine di abiti che ora riposano ammucchiati sul letto. Ho truccato e struccato il viso almeno tre volte prima di trovare la giusta combinazione di colori abbinati all’abbigliamento. Alla fine scelgo un paio di jeans azzurri molto attillati, una canotta grigio perla e trucco leggero. Parcheggio l’auto all’inizio dell’isola pedonale e percorro a piedi il tratto di molo che conduce al Novecento, maledicendo l’inventore dei tacchi a spillo. Il locale, ricavato dalla ristrutturazione di una vecchia palafitta usata anni addietro dai pescatori, è situato in cima alla banchina, dove il marciapiede termina sugli scogli.

Il vento soffia leggero e accarezza i capelli. Serata calda e serena. Silenziosa. In giro solo poche persone.

Il locale è buio e pieno di fumo. Il silenzio della notte contrasta violentemente con il rumore assordante che imperversa all’interno. Chiedo un tavolo davanti al palcoscenico e siedo. Ordino una Coca Cola e accendo una sigaretta.

Il cantante intona Russians ed io sobbalzo. Sollevo lo sguardo. Gli occhi neri di Mauro di fronte a me, incrociati ai miei. Sono nuda. Impaurita.

Vieni stasera?

Mauro mi aveva telefonato a casa, alle otto, pregandomi.

Verrò!

Non resisto alle sue richieste anche se so che è tutto sbagliato. Il tempo, il momento, la situazione. Non deve andare così. Doveva essere tutto diverso. Eppure…

La canzone è terminata e Mauro si avvicina a me col bicchiere in mano. I suoi occhi puntati addosso e il suo sorriso. Sono solo due mesi e ancora non mi abituo all’intensità della sua presenza. Siede vicino a me, accarezza la mia mano, la stringe e mi bacia.

Quello che non avevo considerato potesse succedere, si avvera senza che io me ne renda conto. E non ricordo nemmeno come fu che riuscimmo a gestire una relazione così complicata senza che nessuno se ne accorgesse. Complicata dagli eventi, dalla situazione, dalle nostre vite incasinate.

Mauro continua a ripetermi che mi ama ed io sono la donna più felice della terra. Sentirmi amata riempie ogni poro della pelle, ogni vena, ogni cavità del mio cuore. Lui è la mia ragione di vita.

O dovrebbe esserlo…

Lui mi bacia ed io tremo. Lui mi ama ed io piango. Mauro sa come arrivare al mio cuore e accenderlo. Ma non è come dovrebbe essere.

Mi guarda e il suo sguardo di uomo vissuto apre una crepa nella mia anima. Quegli occhi verdi trafiggono la mia sicurezza.

Devo andare.

Sei appena arrivata.

Sono venuta a dirti addio.

Come?

Mauro, è finita. Domani mi trasferisco alla filiale di Riccione e non ci vedremo più. È meglio così per tutti. Nessuno deve soffrire a causa nostra.

Non puoi… Senza di te nulla ha senso.

Accarezzo il volto stanco e triste dell’uomo che amo, mi alzo ed esco. Oltre le lacrime un domani che ancora non riesco a disegnare.

Senza di lui la vita non ha senso.

La ricetta della crostata di frutta

Il 27 novembre di un anno fa: due ore di sala operatoria, quattro per chi aspetta fuori.

Dal 31 ottobre 2013 fino al 21 gennaio 2014 sono i giorni della memoria. Ogni giorno è un ricordo. I controlli, le visite, l’intervento, la convalescenza, la faticosa risalita, mai conclusa…

Vorrei parlare di lui, di quanto sia stato importante per me e per la famiglia, raccontare chi era e quanto bene abbia fatto e gli abbiamo voluto. E vorrei farlo a modo mio.

Il racconto che segue è frutto della fantasia dell’autrice. La storia è ispirata a situazioni realmente accadute nell’ottobre 2006.

La ricetta della crostata di frutta 

Cinque milioni, cinque milioni, cinque milioni.

Ripete il numero per convincersi che sia vero, evitare che sparisca, si sgretoli una cifra alla volta e diventi un mucchietto di simboli senza valore.

Cinque milioni sono gli abitanti di una metropoli, il costo di cinque ville, dieci pullman, un albergo di lusso, centinaia di giri del mondo…

Francesca non si spiega come abbia fatto, eppure la prova è lì, evidente, davanti ai suoi occhi.

Percorre quasi di corsa il tratto che costeggia l’edificio, fino all’ingresso della Scala A. L’ascensore è al sesto piano. Preme il pulsante e osserva la lenta discesa. Il piccolo atrio si riempie di gente: una ragazzina, capelli rossi tutta lentiggini, tenuta per mano da un coetaneo, capelli a spazzola tutto brufoli; una signora anziana, bassa, spalle ricurve, con una busta del supermercato in mano; un giovane prete, in tuta da ginnastica e scarpe sportive, con un piccolo crocifisso appuntato sul petto; una donna sui trent’anni circa, capelli corti, jeans attillati e tacchi altissimi, che come vede la fila, comincia a battere i piedi e dopo pochi secondi sparisce.

Quarto piano. L’ascensore sosta, ad ogni livello, almeno due minuti. Un’attesa interminabile. Avrebbe accettato qualsiasi cosa, quel giorno, tranne dover attendere.

Non ci pensa troppo su. Afferra il corrimano e inizia a salire le scale, due gradini alla volta. La fatica serve a non pensare, occupa la mente.

Dopo due rampe di scale è costretta a fermarsi. Seduta sul primo gradino i ricordi iniziano a galleggiare.

Una vita intera passata a ritrovarsi, conoscersi, capirsi, per arrivare infine alla consapevolezza che sono molto più simili di quanto abbiano immaginato. Giungere oltre la soglia dei quarant’anni per comprendere i meccanismi della vita e poi scoprirlo così, in quel modo assurdo. Uno scherzo del destino.

Riprende a salire con più lentezza. In fondo che fretta c’è… Lui è lì e non andrà certo via.

Tira con forza la porta d’ingresso del sesto piano e trattiene il fiato.

L’atrio è vuoto e, come ogni giorno a quell’ora, dopo il pranzo e il giro dell’una tutti riposano. Le porte a destra del corridoio sono chiuse. Nessun rumore, tranne il ticchettio dei suoi tacchi sul pavimento.

Passa davanti alla porta dove tante volte è entrata con il cuore che pulsava in gola, si è seduta con un terrore sordo dentro, ha guardato la vita negli occhi, mentre parole, difficili da digerire, scuotevano il suo mondo, facendolo a pezzi.

Da quel maledetto dodici ottobre il tempo conta i giorni senza preoccuparsi del dolore che si dilata dentro al suo petto. Un dolore fitto, profondo, consapevole di un futuro che non conosce speranza.

Percorre il corridoio deserto, il cuore scandisce ogni suo passo.

Cinque milioni. Quel numero continua a rimbalzare in testa.
Non è possibile, come ha fatto a raggiungere quella cifra?

Davanti alla porta a vetri si spoglia di tutto quello che non può portare con sé. Infila il cellulare nella tasca dei pantaloni, chiude a chiave la borsa nell’armadietto e indossa indumenti sterili. Spinge la porta e dall’altra parte il silenzio diventa ancora più denso. In quella sezione il tempo per le visite è ridotto a poche ore al giorno e i pazienti vivono in un ambiente a bassa carica microbica.

Francesca entra nell’anticamera, lava accuratamente le mani e indossa i guanti in lattice. Un rumore di voci proviene dall’interno. Voci insolite, gioiose. Apre la porta e due occhi vispi, luminosi, uguali ai suoi, la scrutano.

«Ciao papà!»

«Ciao!»

«E quelle? Chi te le ha date?»

Sul viso segnato dall’età si allarga un sorriso. Da quando è chiuso là dentro non lo ha mai visto triste.

Francesca stampa un bacio sui pochi capelli rimasti e siede vicino al letto.

«Me le ha date Alessandra» risponde.

«E le puoi usare?»

«Se me le ha date!»

Dentro quella stanzetta quadrata il tempo rallenta all’improvviso. In assenza del rumore e della fretta della quotidianità i minuti durano il doppio, il triplo.

Alla TV Antonella Clerici spiega come preparare la crostata di frutta.

«Come stai oggi?»

Marco ha lo guardo fisso allo schermo e la matita in mano. Francesca siede sulla sedia vicina al letto.

«Papà, cosa dicono i medici?»

Occhiali calati sulla punta del naso, Marco solleva gli occhi verso il televisore, ascolta per qualche secondo e poi prende appunti . Segna tutti gli ingredienti e annota, con quella mano che da anni non smette di tremare, tutto il procedimento della crostata di frutta.

Quel tremito della mano, quasi impercettibile, invisibile ad occhio inesperto, Francesca lo conosce bene. Anni ed anni trascorsi a sollevare quintali con la forza delle braccia e costretto a vivere chiuso in una cabina, in un viaggio durato una vita intera. L’ultima tappa di quel viaggio, ora, la trascorre in una stanza simile a quella dove ha vissuto per anni. Solo un poco più grande.

«Papà, la mamma vuole sapere cosa ti deve portare stasera».

«Ah sì! L’acqua, i biscotti e un pigiama pulito».

«Ti salutano i ragazzi».

«Grazie! Stanno bene?»

«Sì».

«Dagli un bacio per me».

«Certo. Hanno voglia di vederti».

«Anch’io!»

«Papà, oggi è il dieci novembre».

«Lo so, Franci, conto ogni giorno da quando sono qui».

Francesca gli sfiora un braccio e, guardandolo negli occhi, osserva il riflesso di se stessa allo specchio. Non può che essere orgogliosa di lui. Ha dimostrato con i fatti quello che ha predicato per tutta l’esistenza.

Nulla è impossibile era la frase che ripeteva a tutti, ogni volta che la vita li metteva alla prova e fino ad ora aveva sempre avuto ragione.

«Il primario deve parlarti; fermati da lui prima di andare via».

Un altro colloquio oltre quella porta, l’ingresso dell’Inferno.
Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate…

Quale sentenza pronuncerà questa volta Lucifero? Dal dodici ottobre, suo padre, non è mai stato così bene come quel giorno. Ha un bel colore di pelle e gli occhi sono più vispi che mai. Sembra tornato bambino.

Francesca si tranquillizza. Qualsiasi cosa debba comunicarle non sarà peggio di ciò che le ha detto fino ad ora. Ripensa a quello che hanno passato nelle ultime settimane, ai rischi corsi, alla fortuna di essere arrivati in tempo, al timore che ogni giorno possa succedere ancora qualcosa, alla gravità della situazione… No, non può essere peggio di così.

La spiegazione della crostata è finita e Marco appoggia quaderno e matita sul comodino. Scivola piano sul letto, spingendo avanti una gamba alla volta e si corica sui cuscini.

Le prende la mano e sorride, con la naturalezza che ricorda da sempre.

Quel sorriso ha accompagnato ogni suo arrivo e ogni sua partenza. Era il regalo che lei desiderava. Un’infanzia trascorsa ad attenderlo, una vita passata a contare i giorni che mancavano al suo ritorno e poi ritrovarsi lì, soli, in quella stanzetta, affacciata sulla città, separata dal resto del mondo.

Francesca non l’aveva mai osservata dall’alto, la sua città, e guardarla ora, dal sesto piano dell’ospedale, le ricorda Piazzale Michelangelo con la sua vista su Firenze e la trova infinitamente bella.

Cinque milioni. Ma come ha fatto?

«Papà? Quanti viaggi abbiamo fatto assieme, ti ricordi?»

«Come no! Mi ricordo sì!»

Lui e lei soli, in uno spazio ristretto. Francesca li ricorda tutti: Sicilia, Valle d’Aosta, lago Maggiore, Roma… Partivano di sera e lei s’infilava sotto le coperte. Il dondolio della cabina e il rumore del motore la cullavano fino a farla addormentare. La mattina si svegliava con lo stesso dondolio, con lo stesso rumore. Apriva appena la tenda e guardava fuori. L’asfalto correva sotto le ruote, il sole era già alto e la calura estiva si percepiva dalla lieve foschia del mattino. Restava lì ancora un po’, mentre la radio in sottofondo trasmetteva notizie sul traffico.

«Come sta tuo fratello?»

«Bene, papà».

Anche lui, stessa sorte, stesso cammino. Un filo che prosegue. Un passaggio di testimone da un centometrista all’altro. Per Marco e Alessandro non era una gara per il primo posto, ma una corsa per la vita. Chilometri dopo chilometri, a disegnare su quattro ruote l’Italia intera. Una vita trascorsa da soli a contare pezzi, a caricare e scaricare merce, a macinare strade e autostrade nelle condizioni peggiori. E correre. Correre… perché c’è il tempo che respira alle spalle, perché qualcuno ha bisogno, perché un cliente attende, perché tutti si aspettano che loro arrivino presto. Una gara senza nessuna medaglia al traguardo.

«Papà, oggi sono salita sul camion» Francesca si ferma davanti alla porta e si gira per guardarlo negli occhi «sei arrivato a cinque milioni, lo sapevi?»

Marco sorride con occhi dolci.

«Certo, Franci! So contare!»

Francesca si sveste, raccoglie le sue cose e bussa alla porta dell’ambulatorio.

Una voce baritonale la invita ad entrare e lei spinge sulla maniglia con la mano che trema. Il primario sorride, si alza in piedi per andarle incontro e le afferra entrambe le mani.

Francesca ha il cuore in gola, la mente annebbiata, la testa che gira; il terrore s’impossessa di lei ogni volta che varca quella posta. Il medico le offre una sedia e inizia a parlare. Altre parole. Altre sentenze. Questa volta lui sorride.

Francesca capta alcune parole che profumano di speranza, parole che meritano di essere ascoltate.

«… a casa per quindici giorni. Questa è la cura che deve seguire» sta dicendo il primario mentre le consegna un foglio scritto a mano «può richiedere le medicine alla farmacia dell’ospedale».

Mentre Francesca si avvicina alla porta, con i fogli in mano e la paura che si trasforma in sorriso, il medico la chiama.

«Sa… non riesco a spiegarmi una cosa!»

Francesca si gira e lo guarda negli occhi azzurri che traspaiono oltre le lenti bifocali.

«Non mi spiego come abbia fatto a non perdere mai l’ottimismo, la pazienza, ad accoglierci con il sorriso ogni volta che aprivamo quella porta, anche nei giorni più bui, anche quando la nostra speranza era attaccata ad un capello. Mai, non ha ceduto mai! A volte mi chiedo se… sì, credo che il suo carattere, questo suo modo semplice di affrontare la vita, il suo abbandonarsi ad essa, l’abbiano salvato. Le analisi, ad oggi, non rilevano neanche una cellula malata, né nel sangue, né nelle ossa».

«Vuole dire che è guarito?»

«La strada è ancora lunga, ma io non ho mai visto una ripresa del genere, soprattutto considerando le condizioni in cui ha vissuto per un mese: da solo, senza uscire, senza parlare con nessuno tranne che per brevi momenti. Non ha sofferto di solitudine e non si è lamentato mai!»

Francesca sorride mentre una lacrima brilla nei suoi occhi.

«Dottore, non poteva».

«In che senso?»

«Non poteva lamentarsi».

«Perché non poteva?»

«Perché la solitudine è stata la sua unica compagna di viaggio per cinque milioni di chilometri».

© 2019 Roberta Marcaccio

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