Notte di nebbia in pianura

La nebbia. La nebbia in questa terra. La nebbia che d’inverno ricopre i campi che d’estate diventeranno un mare a quadretti.
Non serve a niente.
Non ti ci puoi nascondere.
Mai.

Dopo anni di corsi e lettura di manuali di scrittura, ho capito una cosa!

In scrittura non esistono regole. Non esiste uno stile. Non esiste un prontuario del giovane scrittore.

Quello che esiste è lo stile che ognuno ricerca e le regole che ogni autore fa proprie.

Sono rimasta colpita da libri che erano al di fuori da ogni canone letterario e dalla particolarità stilistica scelta dallo scrittore.

Come in Notti di nebbia in pianura, romanzo di Angelo Ricci, che ancora una volta mi ha catturata in una lettura noir per me insolita.

È una storia forte, dura. Una vicenda di vite spezzate, avvolte dalla nebbia.

Nebbia che ricopre, congela, stravolge, confonde.

Nebbia in cui si perde tutto: l’arroganza dello Sticazzi, il colore degli occhi di Svetlana, il cemento della tomba che ormai sarà tutto spaccato, la felpa di Ibrahim così calda, l’avvocato che vende opere d’arte a trecentonovantanove euro…

Le storie dei vari personaggi si snodano nella notte della Vigilia di Natale; sono vite apparentemente divise, le une dalle altre, ma allo stesso tempo accomunate dallo stesso clima e strappate alla stessa amarezza.

Lo stile di Angelo Ricci è ancora una volta unico, mi piace definirlo “uno stile al di sopra dello stile”: una scrittura in cui non esistono regole e la narrazione, anziché essere banalizzata, viene esaltata.

Vite come polvere.

Vedo la polvere che danza nel cono di luce che producono i riflettori. La polvere che adesso si stenderà piano piano su queste croste da poco prezzo e su queste povere suppellettili placate argento mille.
Vedo la polvere che si agita attorno a noi.
Che ci domina.
Che ci governa.
Che respiriamo.
Tutti i giorni.
Sempre.

Notte di nebbia in pianura è un romanzo scritto da Angelo Ricci e pubblicato nella collana Officina Marziani di Tombolini Editore.

Volevo solo te

Bellissimo, il romanzo di Federica D’Ascani, una storia erotica “d’altri tempi”, ambientata negli anni fra le due guerre, in una parte di Italia dove si viveva principalmente del lavoro della terra.
Flora, diciassettenne, s’innamora di Fausto, un bellissimo giovane dai capelli scuri, che diventa il suo pensiero fisso nonché un desiderio fisico costante. Un amore framezzato dal bisogno di appartenersi. Un intreccio di anime e di umori che sconvolgono i due protagonisti fino all’innamoramento superiore, quello che diventa amore per la vita.
Con Fausto, Flora conosce per la prima volta il sesso. Come fantasia notturna in solitudini amplessi fra le lenzuola e poi fra le sue braccia, incollata al suo corpo possente, dove quello che aveva tanto desiderato e immaginato si realizza. Si scoprono desiderosi di conoscersi, anche intimamente, attenti l’uno ai desideri dell’altra. Desideri che soddisferanno di notte, lontano dagli occhi di chi non deve vedere, perché nessuno, soprattutto i genitori, deve sapere.
Volevo solo te è una storia d’amore vera e intensa, in cui il sesso diventa il complemento fondamentale, il riconoscersi e scoprirsi nelle pieghe della vita e del corpo.
Scrittura magistrale, curata nei particolari e scorrevole nella sua semplicità. Negli anni ho scoperto che “essere semplici” in scrittura è un pregio, una qualità fondamentale; è quello che ho trovato nello stile di Federica, una sapiente ricerca della semplicità di parola per rendere grande un’opera. Mentre leggevo Volevo solo te pensavo ad un aggettivo che potesse descriverne la scrittura e la parola che più facilmente mi saliva alle labbra era rotonda. Rotonda come i seni o le natiche di Flora, come fianchi morbidi e seducenti o come una frase nell’atto di descrivere, accogliere, riempire spazi vuoti ed evocare immagini. Rotonda e morbida perché sa descrivere tutto, nei particolari, nei gesti e nei movimenti, senza mai essere volgare o sconveniente.

Ah, dimenticavo! Devo ringraziare l’autrice per il finale (che ovviamente non racconterò)! Ho temuto, leggendo, ho sperato, tremato per Flora e tifato per Fausto.
Quello che posso aggiungere, a conclusione di questa breve recensione, è che, grazie ad una cara amica ed a Volevo solo te, ho conosciuto un’autrice italiana, giovane e veramente Brava (con la BBB maiuscola), che consiglierò a tutti i miei amici! In effetti lo sto facendo già in questo momento 😀

Volevo solo te è scritto da Federica D’Ascani e pubblicato dalla casa editrice Damster – Eroxé, dove l’eros si fa parola.

Scritto sull’acqua

Sottotitolo: Scritto con il cuore e grande maestria.

Scritto sull’acqua è una raccolta di sei brevi racconti, sei magnifiche perle che raccontano, ognuna, una condizione umana o un sentimento e che rimandano, a mio avviso, tutti indistintamente, alla fede.

Fede non per forza in un credo religioso di qualsiasi tipo, ma fede in un modello, in una persona, in un sentimento, in un ideale, in uno stile di vita.

In ogni racconto la forza trainante è quella del protagonista. Di colui, o colei, che ha fede in qualcosa. E tanta è la forza che esprime in ciò che crede che il lettore si sente catapultato lì, al suo fianco, ad avere paura, ad emozionarsi, a scappare, ad inorridire, ad amare, a fidarsi esattamente come lui.

Mi sono ritrovata anch’io, lì, e mi sono commossa, ho sperato fino all’ultimo che le cose succedessero sì, ma come volevo io, perché mi sentivo piena di quel sentimento che il personaggio viveva attraverso parole che non sono scelte a caso, ma studiate, meditate, costruite apposta per definire ogni più piccolo dettaglio.

Già dal sottotitolo (di mia attribuzione) è chiaro il mio giudizio su Scritto sull’acqua.

Vorrei aggiungere solo una cosa, come lettrice e come quasi-autrice.

Scrivere racconti è molto più difficile che scrivere un romanzo alla Guerra e pace (senza sminuire il lavoro del grande Tolstoj). È difficile perché l’autore deve riuscire a portare il lettore dentro una storia che è una parte infinitesimale della vita dei personaggi (di solito uno o due massimo). Il racconto è una contrazione, un concentrato di vita in tre o quattro cartelle. È il pasticcino mignon della narrativa: piccolo, gustoso, ricco di sapori che si spandono ovunque… una goduria.

Ecco! Mi permetto, e spero che l’autrice non me ne voglia, di paragonare Scritto sull’acqua ad un vassoio d’argento, con un bellissimo piatto di porcellana al centro sul quale sono disposti sei pasticcini finissimi, unici nel loro genere, ma tutti assolutamente gustosi e irresistibili.

Scritto sull’acqua di Carla Casazza
Carta e Calamaio

Sette sono i re

Immagini. Come pennellate su una tela.

Pennellate nere su uno sfondo grigio. Il grigio del fumo, delle strade, delle macchine, delle fabbriche, della città.

Sette sono i re è lo spaccato di una società marcia, il retroscena della nostra bella vita, quello che c’è dietro e non vediamo.

Le parole, sapientemente utilizzare dall’autore, trascinano il lettore in un mondo in cui gli odori, i colori, le case, la terra, le persone puzzano di merda e di morte. Una morte seminata a suon di proiettili. Dove il protagonista alterna i ricordi di un suo passato da guerrafondaio ad un presente in cui la guerra la fa perché c’è qualcuno che lo paga per uccidere.

Molto interessante l’alternanza fra passato e presente (fra i ricordi del protagonista e la vita attuale), caratterizzata da un passaggio armonico delle forme verbali. La lettura non inciampa mai, scivola fra presente e imperfetto con lucida facilità.

Sette sono i re è un romanzo nero, racconta di uno strato sociale depravato in cui i soldi girano a mazzette, i crimini si comprano come prodotti di un supermercato e gli uomini obbediscono agli ordini di altri uomini, per denaro.

Il protagonista è un uomo che ha visto il dolore, il sangue, ha vissuto la guerra, ma sembra non riuscire a separarsi dall’idea di morte che ormai fa parte della sua vita. Nel borsone che porta con sé ha armi micidiali, che non risparmiano e non perdonano. Armi che uccidono a distanze impensabili. Che folgorano un uomo a bruciapelo senza dargli neanche il tempo dell’ultimo respiro.

Io tengo il metallo del San Luigi sotto al giubbotto. Sento il suo freddo contro la pelle. Il freddo del metallo. Il freddo che, per miracolo, diventa incandescente quando incomincia a sparare. Per miracolo. Il miracolo di un santo.

Storia che ti trascina dentro la storia, raccontata con uno stile particolare. Frasi brevi. Cortissime. Di una parola o due. Parole scelte, una per una. Con un lavoro sapiente di cesellatura.

Parole semplici e frasi che si ripetono danno alla lettura un ritmo incessante, inesorabile, come una scarica di mitra.

Sette sono i re – Angelo Ricci
Officina Marziani – Antonio Tombolini Editore

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