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L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Max O’Rover

Chiacchierare con Massimiliano Roveri ha il sapore dell’Irlanda, in tutte le sue sfumature. L’ora del tè è diventata ormai il nostro modo (il mio e il tuo) di girare il mondo. Non siamo andati lontanissimi ma, durante le chiacchierate con gli autori, qualche viaggio per il continente l’abbiamo fatto.
Massimiliano Roveri, in arte Max O’Rover, dopo essersi innamorato dell’Isola di Smeraldo ha cominciato a scrivere e a sognare una vita nella sua nuova terra. Oggi vive a Dublino, in un luogo molto simile alla Barrytown di Roddy Doyle, lavora sul web ed è social media manager di Catherine Dunne, grande autrice irlandese, e di Antonio Tombolini Editore.
A Roddy Doyle, o meglio, a un libro del famoso Roddy Doyle, è ispirato il suo romanzo #igcird (Il giorno in cui incontrammo Roddy Doyle); ne parleremo fra poco
Ero curiosa di conoscerlo e devo dire che la mia aspettativa non è stata delusa. Max ha una personalità multicolore, ricca, sorprendente. È un autore insolito, non ripetitivo, la sua grafia traccia linee che nessuno ha mai disegnato. Inutile imitarlo. Max ha uno stile semplice e complesso, duro e leggero, bianco e nero.
E magari con un pizzico di Verde.
Bene! Non ho raccontato granché di lui, volutamente, perché vorrei conoscerlo assieme a te. A questo punto sono impaziente di iniziare. E tu? Accogliamo Max assieme.

 

Ben arrivato nel mio salotto, Max, è un immenso piacere averti mio ospite. Prima di iniziare offro sempre qualcosa e visto che è L’ora del tè, cosa preferisci?
Tè Lapsang Souchong, marca Taylors of Harrogate. Grazie.

Ottima scelta! Siamo pronti per iniziare a chiacchierare. Partiamo?
Certo!

 A che età hai iniziato a scrivere?
Il primo “lavoro” pubblicato è una poesia sulla pagina dei lettori di Topolino, avevo nove anni, direi.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Potrei dire il tè, tanto tè (il Lapsang di cui sopra), ma lo bevo anche quando non scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
La mia terra: l’Irlanda.

Il libro più bello che hai letto?
Domanda complessa, rispondo “di pancia”: Il Signore degli Anelli.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Mi è capitato di iniziare a scrivere un romanzo con un lapis, su un blocco notes, al primo piano di un letto a castello in una camerata da sei, alle quattro di notte, al buio.

Dopo aver letto il tuo romanzo ho riflettuto molto sui personaggi, sulle loro storie, su quanto l’autore possa influire sulla loro “vita”, se così la possiamo chiamare. E sono sempre più convinta che lo scrittore sia incarnato in ogni suo personaggio.
Io mi sono fatta questa idea ma vorrei la tua opinione. Se ti va di aprire l’anima di Max O’Rover ai nostri lettori, raccontaci quanto c’è di te nei tratti e nella vita dei tuoi personaggi.

Hai visto giusto, Roberta.
Anche se almeno in teoria nel romanzo c’è un personaggio che è il mio alter ego, in realtà ci sono tratti, segnali, tracce, di me nascosti nei diversi personaggi.
Ho cominciato a capire che per me uno dei motivi importanti dietro allo scrivere è quello di vivere altre vite: quelle dei personaggi. Questo non significa che tali vite debbano essermi completamente aliene. Credo che il tema delle identità in discussione sia una delle cose che mi interessano davvero molto (usare uno pseudonimo, avere un personaggio alter ego, vivere, avere coscienza del fatto che sto diventando un’altra persona anche grazie allo scrivere), e diluirsi nei personaggi è un modo di essere empatici con loro e con l’umanità “vera”.
Riflettendoci bene, c’è, però, una eccezione, forse. Bob è molto caratterizzato e non credo che abbia niente di me. Chissà se questo è il motivo per cui forse è il mio personaggio preferito.
Altra cosa da dire è che, forse, comunque, immedesimarsi nei personaggi di #igcird, che sono dei “buoni”, è stato più semplice. Ho dovuto lavorare molto di più su Patrick, uno dei quattro personaggi de La Terza Vita, in uscita a marzo, proprio perché è una testa molto, molto diversa dalla mia.

Il tuo amore per l’Irlanda traspare in ogni parola. Ti confesso che sono sempre stata affascinata dalle persone che provano un amore così forte e incondizionato per una terra che non sia la propria, tanto da decidere di appartenere a quella terra. Quando è nato tutto? Quando hai capito che questo amore era così forte e intenso da costringerti a cambiare nazione? Fra l’altro, nel tuo romanzo, questo amore e questo desiderio così forti sono incarnati in uno dei personaggi. Vorrei che ci raccontassi la tua storia.

Era il 1999. Ho visto le isole Aran nuotare tra il cielo e l’oceano in una bellissima giornata di sole. È stata una folgorazione. Una sensazione praticamente fisica, come se mi avessero liberato i polmoni. Sapevo di essere rinato, sapevo che era accaduto qualcosa di importante.
Non so spiegare il perché di tutto questo. Se vuoi, il libro è un tentativo di rispondere a questa domanda fondamentale, al perché a un certo punto ho cominciato a trasformarmi, culturalmente e non solo, in un’altra persona. Questa persona è ancora in divenire, ma vivere a Dublino e cominciare anche a scribacchiare in inglese sono stati passi fondamentali per farla crescere questa persona, questo nuovo me.
Volevo che nel libro ci fosse altro, per questo ci sono anche personaggi disillusi, o cinici. Ma il personaggio – Massimo è decisamente il tentativo di comprendere il – mio – rapporto con l’Irlanda.
E, bada bene, con questo io non faccio proclami sul fatto che l’Irlanda sia un luogo perfetto. È casa, per me. È abhaile, Casa con la “C” maiuscola. Certo: non solo per me a quanto pare. Ci sono molti irlandofili in giro. Molti “irlandesi Dentro” come li definisco io. Con #igcird parlo a queste persone. Ma anche a chiunque non si trovi al suo posto e lo stia cercando ancora, il – suo proprio – posto. Di sicuro io l’ho trovato, il mio posto.

 

Ci sono momenti catartici, a mio avviso, nella vita e nelle giornate di uno scrittore, momenti che possono essere compresi solo da chi li vive. Questi momenti sono il completo distaccamento dal mondo reale, il sogno onirico e vivido di una vita parallela, la materializzazione di persone, ambienti, colori e profumi di una dimensione che appartiene a una storia raccontata. E, a mio avviso, sono il motore della scrittura.
Non è una domanda, Max, è una riflessione a cui ti chiedo di aggregarti.

Sono, parafrasando una vecchia gag calcistica… completamente d’accordo a metà 😉
Un mio caro amico, un ex collega, parlava di “retrocranio”. Il retrocranio è un posto dove stanno “altre” cose. Io credo che il mio retrocranio sia occupato con la creatività, con la scrittura. Non sento, però, un salto tra la vita di tutti i giorni e la scrittura. Sento, invece, molto spesso, che il retrocranio sia all’erta per cogliere cose della vita di tutti i giorni e cominciare a elaborarle. Da questo punto di vista, anche se per moltissimi altri aspetti sono di fatto nient’altro che un vecchio scrittore alle prime armi, mi sento molto sicuro di me: so che devo solo lasciar fare al retrocranio che, quando è il momento giusto, sa come aprire il flusso della creatività, e molto spesso facendolo, appunto, a partire dalla vita di tutti i giorni, da stimoli altrimenti ben poco rilevanti.

 

Irlanda, venerdì
Messaggi in bottiglia

La stessa mattina in cui Massimo aveva capito che non avrebbe avuto il posto, Bob Robertson era da sua madre.
Era il giorno del funerale di suo padre Colm e lui, in quanto figlio maggiore, doveva accollarsi gli onori e gli oneri della faccenda.
«Come va, ma’?» la salutò, baciandola sulla fronte.
«Oh, buongiorno Bob. Come vuoi che vada… Ci prepariamo un tè?»
«Sì, certo. Che stavi facendo? Che cosa leggevi?»
«La madre di tuo padre era originaria delle Aran, lo sapevi, no?» rispose sua madre, alzandosi e lasciando sul tavolo, a bella posta, dei fogli.
Bob pensò che fossero dei vecchi documenti provenienti dalle Aran che sua madre, in vena di commemorazioni, aveva tirato fuori.
Non rispose, non aveva voglia in quel momento di parlare del passato.
Nuala Dirrane, vedova di Colm Robertson da tre giorni, riempì il bollitore e preparò le tazze per sé e per suo figlio Robert, il padre di Aoife.
La cucina dava sul piccolo giardino sul retro. Dalla doppia porta
a vetri si vedevano l’erba e un paio di cespugli di rose bianche, tristi per il cielo grigio.
Sull’erba, il triciclo arancione, rovesciato, di uno dei nipoti più piccoli.
Orientare lo sguardo dal rubinetto del lavello della cucina alle rose, guardare l’ora sull’orologio da pub marchiato Guinness, sopra il frigorifero alla destra della porta, e far tornare gli occhi sul lavello, corrispondeva alla quantità di tempo necessaria per riempire il bollitore di tanta acqua quanta ne bastava per una tazza.
Ma Nuala non aveva mai fatto una tazza di tè solitaria in tutta la sua vita. Per cui concedeva sempre ai suoi occhi delle pause che consentissero di ottenere abbastanza acqua almeno per due tazze: sul muro perennemente scrostato che delimitava il giardino rispetto a quello speculare dei vicini, sui rametti di semi di miglio a disposizione degli uccellini, sui fili per stendere il bucato, così spesso inutili.
Tanti anni prima, quando vivevano in quindici, in quella casa, usavano semplicemente una grossa pentola…
La base del bollitore, attaccata alla presa di corrente a cui non era mai stato attaccato nient’altro se non un bollitore, era sul mobiletto a sinistra del lavello.
Un passo e il bollitore è sulla sua base. Nuala prende dal pensile sopra il mobiletto due tazze con impugnatura e lo zucchero. Tre contenitori di metallo nascondono Lapsang Souchong, Earl Grey e Irish Breakfast.
Oggi è una giornata particolare e non ha praticamente dormito per tutta la notte, quindi va bene il Lapsang Souchong anche a quest’ora. Non ha mai chiesto ai suoi figli quale tipo di tè volessero. Semplicemente bevono lo stesso che lei sceglie per sé. Semplicemente, è così che funziona.
Richiude l’opportuna dose di foglie in due sferette di fine rete metallica che depone ciascuna in una tazza.
In questo mentre, quasi distrattamente, accende il bollitore. Certe mattine d’inverno l’acqua esce così fredda dal rubinetto che sembra impossibile che possa arrivare mai ad ebollizione.
Versa l’acqua dal bollitore spento nelle due tazze, meravigliandosi, come ogni volta, delle volute di colore che le foglie trasmettono all’acqua.
Per un attimo c’è ancora solo acqua, poi il tè comincia a farsi strada con quelle volute di colore, come un animale che scappa e improvvisamente rallenta per un qualche motivo a noi ignoto.
Sedersi al tavolo dal lato del lavello è ovvio, per aspettare i cinque minuti sbirciando l’orologio.
Il tè è tempo.
Un qualsiasi irlandese saprà come utilizzare al meglio, come economizzare quei minuti.
Per capire se il marito è ancora sbronzo. Per capire se la figlia ha fatto l’amore la notte precedente.
Se sei al pub: – perché sì, è possibile bere del tè anche in un pub… – ti servono per vedere se il tizio accanto a te ha voglia di chiacchierare.
Quando sono passati i cinque minuti, il tè ti farà da sponda. Per mandare affanculo il marito, per chiedere alla figlia se è tutto a posto, per chiedere al tizio del pub da dove viene e perché è lì.
Nuala aveva una teoria: la Guinness era una birra come tutte le altre, non c’era veramente bisogno di aspettare per completare la pinta.
Ma Arthur Guinness aveva inventato una spillatura ad hoc per gli Irlandesi, per costringere chi beve e chi spilla a studiarsi, in quei momenti in cui la pinta non è ancora pronta. A gettare i ponti per passare la serata.
E questo, Nuala era sicura, Arthur Guinness lo aveva imparato dal tè.

(Estratto da Il giorno che incontrammo Roddy Doyle)

 

 

Dammi i nomi di due autori i cui libri non dovrebbero mancare sul comodino di uno scrittore e dimmi perché li ritieni così fondamentali. L’altra domanda che poi ti rivolgo su questo tema è la seguente: mi è capitato di leggere un libro durante la prima stesura di un racconto e rendermi conto che quella lettura influenzava fortemente il mio stile; a te è capitato? Credi, inoltre, che sia fondamentale la lettura per costruire o migliorare il proprio stile?

Sarò banale. Joyce e Beckett. Joyce perché non puoi aggiungere nient’altro alla scrittura meglio di lui, Beckett perché non puoi togliere altro alla scrittura meglio di lui. Le mie letture influenzano sempre il mio stile. È una cosa di cui sono cosciente e cerco di usarla. Ho un modello per i dialoghi, ho un modello per le similitudini, ho due modelli di scrittura al femminile da cui cerco di trarre ispirazione quando affronto personaggi femminili. Quindi, da un certo punto di vista, la risposta è che mi accade continuamente. E, sì: leggere è fondamentale per lo scrivere. Dal leggere una storia archetipica per raccontarla in modo nuovo, al cercare di raccontare una storia completamente nuova ma usando uno stile che è risultante da tutto ciò che abbiamo letto.

 

 

Clicca sull’immagine qui a fianco per acquistare il romanzo di Max O’Rover #igcird
Antonio Tombolini Editore – Collana Oceania

 

(La mia recensione a #igcird puoi leggerla QUI)

 

Wow!! Temevo che mi rispondessi che “no, la lettura non contagia la scrittura” e sarei caduta nella più profonda disperazione! Vorrei fare una cosa insolita, senza precedenti qui a L’ora del tè. Chiedo una riflessione da parte tua, nostro caro lettore di oggi, per chiederti quale sia la tua esperienza in merito. Se anche tu, come me e Max, credi che la lettura di altri autori contamini lo stile dello scrittore. Attendiamo le tue considerazioni nei commenti di questo articolo.

Torniamo a noi, Max. Oltre a scrivere storie, scrivi anche per il Web e, come abbiamo anticipato, curi tutta la comunicazione marketing di due importanti realtà letterarie internazionali: sei social media manager di Catherine Dunne, grande scrittrice irlandese, e responsabile della comunicazione di Antonio Tombolini Editore. Come sono nate queste due collaborazioni? Di cosa ti occupi in questi due ambiti e quanto sono di ostacolo alla tua carriera di scrittore o, al contrario, la arricchiscono?

La prima, quella con Catherine, è nata dall’esistenza di italish.eu e dal rapporto di amicizia nato con Federica Sgaggio, scrittrice e giornalista italiana anche lei irlandofila che aveva già avviato una sua collaborazione, letteraria, con Catherine: l’Italo Irish Literature Exchange, che ha dato vita all’antologia italo – irlandese “lost between / una vita altrove”. Grazie a Federica, Catherine ha avuto modo di comprendere le finalità e la professionalità dietro a Italish Magazine, e ha ritenuto opportuno affidarsi a quella professionalità per promuovere il suo essere scrittrice sul web e sui social.
Nel frattempo, avevo conosciuto a Dublino Michele Marziani, che aveva scelto di pubblicare il mio #igcird e che mi ha proposto di lavorare come social media manager anche per ATE.
Credo che la mia doppia veste (non mi preoccupo della schizofrenia: schizofrenico lo sono sempre stato, non scriverei con uno pseudonimo, altrimenti) aiuti entrambe le mie professionalità. Da scrittore so che non posso fare a meno del web, a ora, per “esistere”: se una scrittrice del calibro di Catherine non ne fa a meno, come potrei io? Da social media manager e responsabile della comunicazione da un lato cerco di aggiungere una qualità testuale nella scrittura che non sempre è caratteristica di quanto troviamo sul web; dall’altro, so che cosa vorrebbero tutti gli scrittori di cui devo raccontare la “storia”. Si crea una bella sinergia, come per esempio nel caso del 6Nazioni letterario, che ho proposto ad Antonio e Michele e che è attivo proprio in questo periodo.

 

Fra poco racconteremo del 6Nazioni, abbiamo lanciato il sasso e non possiamo nascondere la mano.
Della tua vita e delle tue passioni, affetti a parte, ho catturato quattro elementi fondamentali: la scrittura, i libri, l’Irlanda, la Guinness!! Aggiungi pure se non ho colto qualcosa.
Domanda antipatica: se dovessi tornare indietro e scegliere una via diversa, quale sceglieresti? Hai un sogno nel cassetto non realizzato oppure li hai tirati fuori tutti?

Fammi aggiungere qualcosa sugli affetti: Donal Ryan, collega e conterraneo, ha detto che in realtà scrive per fare bella figura con sua moglie. Beh, mi sa che è abbastanza vero anche per me… E senza Maria Grazia che mi sopporta e supporta non so dove sarei, francamente. Sugli interessi dovresti aggiungere la lettura (anche se in effetti è un lato della scrittura, forse) e la fotografia.
Se potessi tornare all’agosto del 1999, strapperei il biglietto di ritorno per l’Italia da Dublino.
Il sogno del cassetto è quello di uno scrittore: vincere il Nobel per la letteratura. Se lo ha vinto uno che gli è servita la chitarra per vincerlo, c’è anche speranza…
Ah: non dimentichiamoci il tè. il Lapsang.


Un bellissimo sogno nel cassetto, Max, non c’è che dire. I sogni sono quella piccola fiammella sempre accesa che alimentiamo per evitare che si spenga. E non deve spegnersi!
È stato un piacere parlare con te e spero che mi verrai a trovare quando uscirà il tuo prossimo libro che è in cantiere.
Sono certa che gli ascoltatori de L’ora del tè abbiamo apprezzato le nostre chiacchiere e li lasciamo con qualcosa da interessante da leggere. Che ne pensi?

 

I racconti del TORNEO 6 NAZIONI LETTERARIO.

Ispirato al torneo 6 Nazioni di Rugby, il 6 NAZIONI LETTERARIO è una vera e propria sfida fra squadre, il cui oggetto del contendere non è una palla ma racconti. La sfida consiste nel scrivere racconti, pubblicarli e raccogliere i maggiori voti possibili. Le partite letterarie si svolgono negli stessi giorni delle partite di Rugby del 6 NAZIONI.

Sulla pagina FB di Antonio Tombolini Editore e sul sito ATE sono disponibili tutte le partite.

Puoi leggere i racconti, che sono bellissimi, e votare quello che ti piace di più. E nel frattempo conoscere ATE, una bella casa editrice che pubblica libri di qualità e dà spazio soprattutto a nuovi scrittori che merita di essere letti alla stessa stregua dei grandi nomi altisonanti.

E così ho fatto un po’ di pubblicità anche a ATE. Sono di parte, lo so! Non ci posso fare niente!
Alla prossima puntata de L’ora del tè.
Buona lettura!

 

#igcird alias Il giorno che incontrammo Roddy Doyle

In scrittura non esistono regole. Tranne quelle grammaticali.
Qualche regola c’è ma è stata inventata affinché qualcuno potesse infrangerla.
Con coraggio. Convinzione. Determinazione.
La scrittura ha subito cambiamenti, evoluzioni. In una sorta di maturazione ha trovato il seme per diventare quella che è oggi.
Una forma d’arte straordinaria.
L’espressione dell’anima di colui o colei che ha così a cuore il senso delle parole e ha deciso di donarle agli altri.
È quello che trasmette #igcird, ossia Il giorno che incontrammo Roddy Doyle, il romanzo-antologia di Max O’Rover, scrittore, social media marketing, direttore della comunicazione di Antonio Tombolini Editore. Un romanzo in cui ogni capitolo ha un suo significato e che nell’insieme formano una storia più grande.
I personaggi che O’Rover ha chiamato sul palcoscenico sono personalità forti, delineate in maniera perfetta, cesellate. Dietro questo lavoro di limatura esiste un amore profondo per l’umanità, per i rapporti personali, di rispetto verso l’uomo.
Ho interpretato ogni capitolo come un racconto. Un pezzettino della vita di uomini e donne che cavalcano il palcoscenico e raccontano uno scorcio di Irlanda, la terra dalle alte scogliere, dove il vento travolge la natura e la Guinness è la bevanda nazionale.
Tutti pazzi per l’Irlanda, avrebbe potuto essere il sottotitolo di #igcird, una storia dove i personaggi cercano di raggiungere l’isola Verde, di viverla o abbandonarla, tutti attratti e affascinati da questa terra stregata.
In fondo è l’elemento comune di tutti i personaggi, ognuno con la sua storia che si intreccia a quella degli altri, in una sorta di destino comune. C’è anche un Roddy Doyle che diventa personaggio, con la sua vicenda e i suoi libri. In particolare uno, quello che tutti gli altri personaggi vogliono.
Max O’Rover ha il tratto deciso, dell’autore che non teme il foglio bianco, che sa tener testa alle parole, piegandole al suo servizio. O forse sono le parole a piegare l’autore. Chi lo sa?

Il giorno che incontrammo Roddy Doyle  è scritto da Max O’Rover e pubblicato nella collana Oceania  di Antonio Tombolini Editore.

Su Italish Magazine trovi altre informazioni sul romanzo.

Puoi acquistarlo su StreetLib!

 

Squilibri

Squilibri, quella mancanza di uniformità o di senso di normalità che cerchiamo negli occhi degli altri o nella vita stessa.

Quante volte ci siamo chiesti cosa sia la normalità, cosa sia folle e cosa no. Squilibri è la parola che racchiude tutte le altre parole, quelle che compongono le storie e formano una catena di umori, sensazioni, sentimenti sani e bruciati.

Squilibri è la parola che spaventa, la copertura alla finta apparenza.

Squilibri è letteratura dell’anima, profonda, intensa, difficile da digerire.


Ho cercato nella mia anima qualcosa di importante da dire su questo meraviglioso libro e per giorni ho rincorso le parole giuste. Poi mi sono seduta e ho lasciato alle mie dita e al filo dei pensieri il compito di pescare dentro di me e scegliere la forma adatta e i termini appropriati.
Squilibri è una raccolta di racconti, sapientemente scritta da Milvia Comastri, pubblicata nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. Racconti che alternano equilibrio precario a squilibrio profondo, che raccontano di vite impossibili, spezzate, difficili da comprendere o immaginare.
Bravissima l’autrice che associa uno stile curato e ordinato a una narrazione fuori dai binari del nostro considerare normale la vita.
Belli i racconti. Intensi, pieni di emozione, storie che galleggiano per un po’ di tempo ancora, dopo l’ultima parola, e restano lì, per farsi ricordare.

 

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Stefano Rossini

Conosci l’autore di oggi, Stefano Rossini? No? Allora mettiti comodo, recupera una buona mezz’ora libera da dedicare a questa lettura e fai rifornimento di pop corn, patatine e birra (per la gioia di Piero De Fazio) o Martini Rosso (per quella di Ilaria Vitali).


Credevo di avere provato tutto, qui, a L’ora del tè. L’erotismo, l’ironia, la seriosità, il pragmatismo, la razionalità, il sentimentalismo, l’emozionalità e anche la spiritualità.
Mi mancavano il surrealismo e l’onirismo ed ero al completo.
Faccio un piccolo passo indietro per raccontarti il dietro le quinte de L’ora del tè.
Le interviste che leggi sul mio blog sono rigorosamente virtuali. Il salotto, il tè, i biscotti – ehm, scusa Piero, anche la birra… – sono tutta una finzione. Ah non lo sapevi? Io e il mio ospite di turno colloquiamo via mail: è più comodo per tutti, ci raggiungiamo facilmente anche a distanza e possiamo farlo senza stravolgerci la vita.
Questa volta, però, è stato diverso, un’avventura alla Jules Verne. E per evitare di fare anche noi il giro del mondo in 80 giorni, ho condiviso con l’autore l’idea di un incontro ravvicinato a colazione (in effetti gli sono letteralmente corsa dietro, visto che lui stentava, e non poco, a rispondermi in tempi decenti).
Prima di pianificare l’incontro però ho sbirciato sul suo calendario biografico. Non sai cos’è? Se clicchi QUI lo scoprirai, e, tranquillo, non lo sapevo neanche io prima di diventare amica di Stefano Rossini, l’unico uomo al mondo le cui personalità (SETTE) sono strettamente condizionate dal giorno della settimana, profondamente diverse e in antitesi l’una dall’altra; per decidere con quale Stefano Rossini parlare, le ho analizzate attentamente una per una.
Avevo poche alternative visti i miei impegni, o sabato o domenica. E considerando che StefanoDomenica mangia, dorme e guarda telefilm, mi restava un’unica scelta, la personalità più complessa di tutta la settimana: StefanoSabato!!

Il 7 ottobre 2017 io e Stefano Rossini ci incontriamo al Bio’s Cafè di Rimini per una colazione fra amici, per parlare delle nostre scritture ed esperienze editoriali e concludere l’intervista che stenta a procedere (via email ci siamo arenati alla seconda domanda).
Questa è la prima edizione de L’ora del tè che si svolge (in parte) seduti a un tavolino, faccia a faccia.

Eccoci qua, Stefano! Questa sarà L’ora del tè più stravagante di tutta la serie. Abbiamo ordinato un tè, un caffè, un estratto di frutta e due brioche bio (Piero De Fazio starà rabbrividendo al pensiero). Siamo seduti in una sala-verde, tranquilla e silenziosa, pronti per continuare la nostra chiacchierata, iniziata in modalità virtuale come tutte le altre e terminata come i grandi intervistatori sanno fare, con il registratore acceso.
Pronti. Via!

A che età hai iniziato a scrivere?
Dodici anni circa. Scrivevo giornali con fumetti, rubriche e storielle. Poi ho ricominciato a sedici con la poesia. Poi a venticinque anni col giornalismo e i racconti.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ho particolari manie. Ma in generale cerco di scrivere al mattino, quando sono più lucido e fresco.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Mi piace ambientarle in una sorta di “realtà aumentata”, il nostro mondo, ma pieno di fantasmi, creature strane, divinità e tutto quello che ha popolato la storia umana in questi secoli.

 Il libro più bello che hai letto?
Domandona. Così a bruciapelo mi viene Delitto e Castigo.

Stefano, perché sei tu e, a rischio di un colpo di stato da parte di tutti gli altri autori de L’ora del tè, ti concedo un secondo libro, oltre a Delitto e Castigo. Cosa scegli?
Il gioco delle perle di vetro di Hermane Hesse.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Noiosamente scrivo nel mio studio. Però ho sempre con me un taccuino in cui appunto idee e dialoghi che mi vengono in mente. E in quel caso scrivo ovunque mi trovi!

 

Stefano, sono molto contenta di averti mio ospite. Iniziamo con una domanda a bruciapelo. Tu vivi nel mondo dell’informazione e della comunicazione a 360 gradi: sei scrittore, giornalista, blogger, ti occupi di viaggi, cultura, comunicazione sociale, storia locale, più varie ed eventuali (le varie ed eventuali mi hanno sempre fatto sorridere, è il punto più ambito dell’ordine del giorno delle riunioni aziendali; forse lo è anche in questa intervista).
Iniziamo dalle varie ed eventuali.
Stefano-giornalista e Stefano-scrittore. Raccontami di queste due figure che ti rappresentano e quali immagini scaturiscono in te, quali ricordi, pensieri, previsioni e poi dimmi chi dei due butteresti dalla torre.

Queste due figure, di cui tu parli, lo Stefano giornalista e lo Stefano scrittore, si scontrano in me continuamente, ma siccome nessuna delle due ha il modulo di constatazione amichevole, finiscono per non mettersi mai d’accordo. Cominciamo da quello che avrei voluto. E devo dire che ci hai azzeccato con rara precisione.
Sì, perché avrei sempre desiderato laurearmi in Varie ed Eventuali. Detta così sembra una battuta, ma in realtà nasconde la mia profonda e insaziabile indecisione su ogni cosa. E in quest’ottica, le varie ed eventuali diventano un po’ la vecchia soffitta della nonna in cui non sai cosa trovare, in cui si nasconde un po’ di tutto, in cui puoi far vivere una scrittura liminale, di oggetti dimenticati, di storie al confine tra realtà e fantasia, dei racconti e dei dialoghi che corrono sul filo tra il grottesco e l’illuminante.
Quindi diciamo che convivono. Capita che alcuni spunti giornalistici diventino narrativa e che alcune idee che avevo pensato per un racconto o un romanzo trovino invece una declinazione giornalistica..
Ho il sospetto che i due Stefani abbiano le scarpe legate assieme, io butterei uno dei due indifferentemente, giusto per lasciare un po’ più spazio in cima alla torre, ma quello che cade trascinerebbe giù anche l’altro. No, forse con un po’ di snobismo intellettuale butterei giù il giornalista e lascerei lo scrittore, però davvero ho il timore che tirerebbe giù anche l’altro. Alla fine penso che certa narrativa, oggi, faccia quello che il giornalismo non è più capace di fare: raccontare la realtà in modo onesto, dal punto di vista di chi scrive, certo, non neutro, ma neanche fazioso.

 

“…le varie ed eventuali diventano un po’ la vecchia soffitta della nonna in cui non sai cosa trovare, in cui si nasconde un po’ di tutto, in cui puoi far vivere una scrittura liminale, di oggetti dimenticati, di storie al confine tra realtà e fantasia..”
In queste parole è inclusa, io credo, l’essenza della narrazione, quel frugare in mezzo ai ricordi, a ciò che abbiamo stipato nel magazzino di ciò che abbiamo visto, sentito, vissuto, per poter estrarre al momento opportuno una caratteristica, un colore, una musica e incastrare tutto come tessere di un puzzle.
La scrittura è un “varie ed eventuali”, cioè il raccogliere le tessere sparse sul tavolo, provare a incastrarle e vedere cosa ne viene fuori, oppure deve partire da un messaggio forte, da qualcosa che spinge da dentro e ti costringe a tirare fuori la storia che vuoi raccontare? E poi ti chiedo: cos’è la scrittura per Stefano-scrittore?

Per quanto mi riguarda la scrittura viene fuori in entrambi i modi. Alcune volte è un messaggio, un’idea che si fa strada nella mente e vuole uscire e passando dai corridoi bui del mio cervello, sporcandosi con ricordi e immagini accatastati lì da chissà quanto tempo. Altre volte, però, nasce da un gioco, dalla voglia di divertirsi con i pezzi di narrazione che galleggiano qua e là nella testa e prendono forma all’improvviso, come illuminazioni. Una non esclude l’altra, e il più delle volte, anzi, convivono.
Cos’è la scrittura? Urka, domandona. Io ho cominciato con la poesia, poi sono passato al giornalismo e infine alla narrativa. Nel primo caso la scrittura è un’urgenza. Scrivere poesia vuol dire dare forma alle inquietudini dell’esistenza, ma anche alle gioie, ai sentimenti più sottili e vaporosi. È una scrittura dolorosa e faticosa, che giunta alla fine lascia un senso di spossatezza e benessere. Il giornalismo richiede molto rigore, la voglia di trovare la quadra nel racconto della realtà che è sì, soggettivo ma anche sociale.
Quello che scrivo ora, invece, nasce proprio dalla voglia, e dal divertimento di inventare storie e raccontarle. La vivo come una necessità antropologica.
Dopo tutta questa serietà potrei risponderti che la scrittura è stata per me in tanti anni il tentativo di portare a casa la pagnotta, fallita con la poesia, altrettanto fallita con le tesi universitarie e di dottorato, così così col giornalismo e vediamo con la scrittura!

Da qui in poi l’intervista diventa reale: io e Stefano siamo seduti al bar, ingurgitiamo carboidrati, zuccheri e scrittura.

Come lettrice-scrittrice sono curiosa e invadente.
E allora ti chiedo: cosa c’è nella cassetta degli attrezzi di Stefano-scrittore? Il contenuto è lo stesso per Stefano-giornalista?
E infine: cosa non deve mancare sulla tua scrivania (intesa come piano del tavolo e desktop del PC) quando scrivi?

“Come immaginerai sulla mia scrivania reale (e virtuale) c’è una gran confusione. A seconda di quello che scrivo mi circondo delle cose che mi servono. Quando ho scritto Podissea ho recuperato tutti i libri che potevano essermi utili: l’Odissea, I viaggi di Gulliver, Cuore di tenebra, il Don Chisciotte, Le città invisibili di Calvino, tutti romanzi che parlano di viaggi surreali; e ho riempito quaderni di appunti. Questi sono gli strumenti che normalmente uso quando scrivo, più ovviamente un accesso alla rete internet, utile per approfondire qualsiasi spunto o idea e in cui mi perdo a leggere milioni di cose…
Gli stessi strumenti li uso anche come giornalista; ultimamente tendo a romanzare gli articoli che scrivo. Ho fatto questa scelta dopo aver letto Considera l’aragosta di David Foster Wallace, una serie di articoli e saggi giornalistici scritti come farebbe uno scrittore, che hanno cambiato molto il mio modo di scrivere. Sono arrivato alla conclusione che il giornalismo non sia solo una cronaca di fatti ed eventi accaduti, ma il racconto di qualcosa in cui l’autore aggiunge il suo punto di vista onesto, sfacciato, esponendo le cose come le vede e raccontandole senza troppi giri di parole. Di cronaca ce n’è tanta, fatta in modo scolastico, lineare, canonico. Io invece lo faccio a modo mio.
Da quando scrivo così anche giornalisticamente ho avuto le mie soddisfazioni, dare un taglio personale, anche rischioso, funziona; in mezzo a tanti giornalisti che scrivono tutti allo stesso modo che cercano di essere il più obiettivi possibile con il risultato di non riuscirci o risultare noiosi, tanto vale metterci del proprio e vedere cosa ne viene fuori. Questa è la mia idea.”

 

Come scrivi solitamente? A mano e poi ricopi oppure direttamente al computer?

“Scrivo a mano, su un quaderno, spunti o idee o quando devo creare i personaggi: chi sono, i collegamenti fra loro, ecc. Quando invece lavoro alla stesura del romanzo, anche la prima, scrivo direttamente al computer.”

 

Ed ora arriviamo al tuo romanzo.  Hai parlato più volte di questo viaggio particolare che tu hai vissuto davvero e da cui è nata l’idea di scrivere Podissea, che ricordiamo è pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. È tipico, degli autori, partire per un’avventura in Africa o una gita al Fumaiolo o una visita a Bologna e rientrare a casa con una lampadina accesa in testa: nuovi personaggi, nuove vicende, nuove emozioni da scrivere.
Il tuo viaggio aveva uno scopo preciso e non era quello di realizzare un nuovo libro. Ti aspettavi che saresti tornato con questa storia surreale, avevi già un’idea che dalla risalita del Po potesse nascere un romanzo?

«Assolutamente no. Il quel periodo lavoravo molto come giornalista e mi occupavo di viaggi ed enogastronomia per cui il mio intento era quello di raccogliere materiale utile per i miei articoli, immaginavo di intervistare persone che avevano scelto di abbandonare le città e portare avanti tradizioni di vita e culinarie che altrimenti sarebbero andate perse. Quello che abbiamo trovato, io e il mio compagno di viaggio Michele Marziani, è stata una cosa radicalmente diversa: tranne l’incontro con Dio, tutto quello che racconto in Podissea è successo davvero: personaggi strani, pescatori di frodo ungheresi, pescatori tedeschi che fungono da poliziotti, paesi abbandonati con un unico bar gestito da cinesi… Ricordo che un giorno, dalle parti di Piacenza, dopo una lunga serie di sfighe, dissi a Michele: «Sembra quel passo del libro di Giobbe, in cui Dio e Satana scommettono per vedere cosa succede, perché qui ne stanno accadendo troppe…» Nel nostro blog di viaggio che aggiornavo tutte le sere, riportai proprio quel brano del libro di Giobbe che poi divenne l’inizio del romanzo, l’idea da cui è partito tutto.
Il romanzo è surreale, ma la realtà è stata ancora più surreale.»

 

«Villanova Marchesana» disse Dio «hai qualcosa da mostrargli anche qui? Per ora mi sembrano ancora colmi di Fede, Speranza, Carità e Gianna».
«Chi è Gianna?» chiese Lucifero.
«L’ultima delle quattro virtù teologali. Gli uomini l’hanno dimenticata, ma a me piace nominarla ancora».
«Non la conosco».
«Un tempo, devi sapere, le virtù teologali non erano tre, ma quattro. Fede, Speranza, Carità e, appunto, Gianna. Quest’ultima si occupava di Carità, mentre Carità, a dispetto del nome, gestiva il catering. Poi, alla fine del V secolo, scoppiò un gran putiferio tra le virtù teologali e quelle cardinali, anche queste quattro, per chi dovesse avere la preminenza. “Le virtù teologali sono più importanti, perché competono direttamente a Dio” dicevano alcuni. “No”, rispondevano gli altri, “senza le virtù cardinali e il controllo del proprio corpo e del proprio spirito le altre non servono a nulla”. Insomma non se ne veniva fuori. Già gli eserciti si ammassavano, e nelle città i pro-cardinali e i pro-teologali si scontravano in continui tafferugli. Poi il Metatron mi suggerì un’idea. In realtà, grazie alla mia preveggenza e onniscienza, fui io a suggerirgli di suggerirmela, ma questo non gliel’ho mai detto. «Dicevo: l’idea era questa. Se in uno dei gruppi ci fosse stata una virtù in meno, la questione si sarebbe risolta in automatico, e il totale dei due gruppi sommati assieme sarebbe stato sette. Ora, vedi, agli umani il sette piace molto, e davanti a quel numero sono disposti ad accettare ogni cosa e a mettere assieme anche i concetti più disparati. Bisognava eliminarne una. Impossibile farlo da quelle cardinali. Troppo antiche, troppo prestigiose. Platone e Aristotele ci avevano riempito libri su libri; troppo complesso da gestire. Per cui era necessario sacrificarne una teologale. Fu la stessa Gianna a proporsi. E io, a malincuore, accettai. Carità ne prese il posto, il catering venne abbandonato e Gianna si trasformò per alcuni secoli nel prete Gianni, prima di scomparire inghiottito da un castoro gigante della Kamchakta».
«Una storia affascinante» disse Satana «ma per riprendere il discorso: sì ho in serbo una bella sorpresa per i nostri naviganti a Villanova Marchesana».
«Cosa hai in mente?» chiese Dio.
«Guarda» disse Satana. E batté le mani.
Davanti ai due si materializzò un acre e puzzolente fumo, nero come il cuore della notte. Quando i vapori si diradarono, un grosso pesce dall’aspetto malvagio li guardava.
«Kun!» esclamò Dio.
«Sì! Kun» disse Lucifero «il mitico pesce gigante cinese. Una creatura infida, malevola, che fomenta l’ambizione e il sospetto tra gli uomini».

(Estratto da Podissea)

 

Podissea potrebbe essere considerato un fantasy…

«La mia più grande difficoltà è sempre stata quella di mettere assieme le mie due anime, quella seriosa e quella demenziale e Podissea è stato un po’ questo: ho vissuto in una realtà talmente surreale che quando ho scritto il romanzo mi sono detto: «Qui bisogna spingere a fondo il gas della fantasia».
Podissea ha avuto una gestazione molto lunga, era il mio primo romanzo, era da poco nato mio figlio, in un periodo complicato, professionalmente e personalmente. Non sapevo bene come scriverlo, mi sono posto il problema del genere, se dovesse essere realistico o fantasy, come dici tu, o più demenziale e divertente, perché, nel bene e nel male, Podissea ha molte anime, forse troppe e metterle tutte assieme e trovare un equilibrio non è stato facile, forse avrebbe avuto bisogno di più attenzione da parte mia, di più tempo.»

 

Liu seguì un piccolo viottolo in terra battuta che tagliava i campi perpendicolarmente fino ad un canale in cui l’acqua del fiume entrava a nord e usciva a sud creando un piccolo isolotto. La campagna era in parte incolta e in parte coltivata. Non si vedeva nessuno. Di fronte a lei si stendeva il canale, poi l’isolotto, il fiume e l’argine opposto, appena velato da volute di foschia. Dietro, invece, la terra senza strade proseguiva piatta sino all’argine.
Dopo essersi guardata intorno più volte, si tolse i vestiti ed entrò in acqua. La corrente era molto forte e il fondo, melmoso, rendeva difficile camminare senza cadere. Dovette fare uno sforzo notevole per rimanere in piedi con l’acqua solo alle ginocchia. Si trasformò in pesce e si tuffò.
Le ci volle qualche secondo per abituarsi ai nuovi sensi e cominciare a percepire il mondo che la circondava anche attraverso i barbigli e le pinne. L’acqua era torbida e rendeva impossibile riuscire a vedere qualsiasi cosa. Si lasciò trasportare dalla corrente verso il fondo del canale, ma era chiuso da un istmo di terra. Per cui tornò indietro, risalendo la corrente. Si spostò avanti e indietro alcune volte, in mezzo agli altri pesci.
Poi scese verso il fondo, a smuovere la sabbia col muso, cercando qualche piccolo insetto o larva. L’acqua la circondava ovunque e la sensazione le piaceva. C’era una sorta di godimento fisico nel nuotare e sguazzare in un fiume che non era il suo. Per quanto avesse avuto sempre un ottimo rapporto con il fratello, quel gesto, nuotare e fare come se fosse a casa sua in casa di altri, la rendeva partecipe di un orgasmo cosmico che si aprì d’un tratto davanti ai suoi occhi. Era nel centro di un’immensità d’acqua. Ovunque guardasse vedeva solo acqua popolata dalle più strane creature. Sciami di ragni danzavano leggeri mentre pesci d’ogni specie roteavano in coreografie arabescate sopra e sotto di lei.
Sipari d’acqua si aprivano e chiudevano lasciando entrare lame di luce ambrata che si riflettevano sulle livree metalliche dei pesci. Un caleidoscopio di colori esplose come fuochi d’artificio, e in un attimo Liu si ritrovò nei fiumi della Mesopotamia, negli altipiani siberiani, nelle gelide acque dei fiumi russi, e poi nei sontuosi fiumi francesi, in quelli impetuosi delle regioni alpine, ancora fino in Cina, nella sua casa, nel Fiume Giallo e in quello Azzurro e poi da lì nelle acque dei fiumi canadesi e americani che avevano mantenuto le loro caratteristiche primigenie. Tutti i fiumi erano un solo fiume, collegato da cavità, bacini, paludi, laghi, mari e ghiacciai.
D’un tratto fu fuori dal mondo, nel fiume cosmico che circonda la terra e fa cadere le proprie acque per generare la pioggia. Salì fino alle vette più alte, superando le cime dell’Hymalaya, in un enorme bacino che correva e si espandeva per tutto il cielo.
In alto poteva vedere le stelle algide e bianche che si riflettevano sulla superficie del fiume, dove i ragnetti erano tutti ghiacciati in sculture artistiche. Percorso il mondo in tutte le direzioni, guardò il sole sorgere e tramontare nello spazio e trafiggere l’acqua con lame di fuoco.
Poi cadde. Dall’alto dei cieli fino alle profondità dei fiumi. E si risvegliò sulla riva del Po, nel punto in cui si era immersa. Era nuda e sporca di fango. I piedi ancora bagnati dalla corrente. Si rimise il vestito e tornò verso gli altri.

(Estratto da Podissea)

 

Clicca sull’immagine qui a fianco per acquistare Podissea 

 

 

 

 

Usciamo dalla scrittura, abbandoniamo Stefano-giornalista e Stefano-scrittore e parliamo con Stefano-lettore.
Come scegli i libri che leggi, quindi al di là del raccontarmi quali letture preferisci, quando scegli un libro come orienti le tue scelte? Segui i consigli di altri lettori? Leggi libri che ti possano servire? Li usi in modo didattico? Scegli gli autori che sono più vicini al tuo modo di scrivere? Oppure leggi qualsiasi cosa senza motivo, solo perché ti piace leggere?

«Uno scrittore volontariamente o involontariamente quando legge lo fa in modo didattico, perché quando trova un passaggio bello, una struttura narrativa o una tecnica particolare dice: “Cavolo, bella questa, non ci avevo pensato, mi piace”. Tornando alla tua domanda, in realtà sono dieci anni che mi sono affacciato alla letteratura moderna. Fino al 2000 mi sono dedicato principalmente ai classici: i libri Tolstoj, Dostoevskij, Flaubert, Proust, mi piacciono, rappresentano il tipo di lettura che amo, pesante, impegnativa…
Quando ho bisogno di staccare la spina da tutto io prendo un bel volume di filosofia, solitamente Boezio oppure un autore medievale, e mi perdo. È una lettura complessa, che mi costringe a stare lì, non consente di pensare ad altro e, di conseguenza, mi rilassa. Le letture sono tutte le cose che hai detto: a volte leggo un libro, mi piace e ne cerco un altro di quell’autore (ho scoperto da poco Carrère e sto divorando un libro dopo l’altro), oppure ascolto i consigli di amici, prendo spunto dalle citazioni o da riferimenti che trovo su altri libri e che mi incuriosiscono, altre volte mi sfogo con acquisti bulimici in libreria da quarta di copertina oppure leggo articoli, blog e giornali di cui mi fido e che parlano di libri.
Sono un lettore esigente, ci sono tanti libri che abbandono, ho superato il timore reverenziale del libro, se non mi piace lo lascio. Può essere anche bello, scritto bene, di successo, ma se è un genere che io non amo, come ad esempio i gialli e i polizieschi, non mi prende più di tanto.»

 

Possiamo definire quindi un tuo genere preferito?

«Sto pensando ai due libri tra cui ero indeciso, come miei libri preferiti, Delitto e Castigo di Dostojeskj e Il gioco delle perle di vetro di Hesse e provo a chiedermi che cosa hanno in comune, in realtà molto poco, tranne forse un’analisi e una introspezione dei personaggi molto approfondita. Forse è questo il genere di libri che amo.»

 

Ti piace una lettura che ti costringa a riflettere, che lavori un po’ dentro di te…

«Sì, non amo la lettura tanto per staccare, leggere così per leggere, per far passare il tempo…»

 

Quindi il tuo libro preferito è Delitto e Castigo

«Sì, ma poi mi sono pentito perché io sono un eterno indeciso, ho riscritto la prima mail otto volte e poi mi sono pentito appena l’ho inviata.»

 

Se vuoi lo correggiamo…

«No, perché poi mi pentirei della correzione!»

 

Aggiungo anche Il gioco delle perle di vetro fra i tuoi preferiti, sei l’unico a cui ne ho concessi due.

«Grazie, questo mi conforta molto.»

 

Io e Stefano terminiamo la nostra chiacchierata con una disquisizione (che non riporterò qui) su Dostojesky, un autore che entrambi amiamo molto e che ci accomuna così come ci accomunano l’amore per la scrittura, per il tè e per la nostra città, Rimini.
Vorrei aggiungere, a questa intervista un po’ fuori dai canoni, una nota di serietà: Stefano si occupa di giornalismo sociale e di tutte quelle tematiche che toccano problematiche umane: emarginazione, emigrazione, economia, cooperazione e servizi.
Da pochi giorni dirige Dedalo, la collana di libri-game di Antonio Tombolini Editore. Segui QUI la pagina della collana.
A Stefano va, ovviamente, il nostro in bocca al lupo.

 

Aurelio si svegliò. Erano le cinque di mattina. La cena era stata sontuosa. Al culatello preparato da Spigoni si era aggiunto lo strolghino, il cappone, il timballo di riso, oca e salsiccia e il pesce del fiume, tra cui spiccava l’anguilla fritta. Dopo l’ennesimo rutto il giovane viaggiatore decise di alzarsi, vestirsi, e bere qualcosa.
La corte Spigoni Zibello era silenziosa e ieratica. Le massicce porte di legno e le grosse travi del soffitto sembravano aver assorbito tutti i rumori del giorno passato. Aurelio uscì dalla sua camera e passò lungo il corridoio sul quale si affacciavano le altre stanze. Scese nella grande cucina, in cui si sentiva ancora l’odore di brace. In piedi, illuminato di sbieco dalla luce di una piccola applique, Marco stava bevendo un bicchiere d’acqua.
«Cena pesante?» disse sorridendo quando vide entrare Aurelio.
«Già. Sono venuto a bere un bicchiere d’acqua».
«Che ne dici invece di un caffè?»
«Buona idea».
Come se seguisse un antico rituale, Marco prese la macchinetta, la lavò con l’acqua fredda e riempì il filtro con la polvere di caffè. Nessuno dei due parlò mentre il profumo si diffondeva in tutta la stanza e il liquido nero e bollente gorgogliava sul fuoco. Solo quando furono seduti a tavola con le tazzine colme Marco interrogò Aurelio.
«Allora? Cosa pensi?»
«Non lo so davvero, siamo partiti a cercare un pesce e abbiamo incontrato un mondo assurdo. Penso che ormai non mi sorprenderebbe più nulla».
«Non dirlo troppo forte».
«Sì… hai ragione» rispose Aurelio scoprendosi scaramantico «e tu?»
«Mi sta salendo la malinconia da fine viaggio».
«E ti dispiace?»
«Devo ammettere che… sì, mi dispiace. È stato un viaggio bizzarro. Ma chi l’avrebbe mai detto che mi sarei fatta amica una salama da sugo?»
«In effetti. E non è la cosa più strana».
«No. Decisamente».
«Tu cosa senti, Marco? Si prepara il tuo incontro con lo storione d’argento? Tutti lo predicono… ma tu?»
Marco rimase un attimo in silenzio. Il suo sguardo si perdeva nei cinquant’anni del suo passato che ora si rimescolavano creando mulinelli di immagini e ricordi.
«Sì» disse a bassa voce «o tutto questo non avrebbe senso. È stato come se una mano guidasse il nostro viaggio».

(Estratto da Podissea)

 

 

LA LEGGENDA DEL LAGO GERUNDO

Per restare in clima con Podissea, la nostra curiosità di oggi, grazie al suggerimento di Stefano Rossini, riguarda il lago Gerundo, un lago oggi scomparso, che si trovava in territorio lombardo, in una zona compresa tra la bergamasca meridionale e il territorio a nord di Cremona. Il lago Gerundo era formato dalle esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero.
Esistono testimonianze storiche, del periodo romano, relative alla presenza di questo lago. Fonti più significative però sono del 1110 d.C., a firma del monaco Sabbio, il quale racconta di torri utilizzate per l’ormeggio delle barche, i cui resti sono presenti ancora oggi.
La leggenda narra di misteriose creature che vivevano in quelle acque, descritte come enormi serpenti dall’alito pestifero. Si dice anche che le popolazioni locali avessero eretto mura alte tre metri e lunghe 15 chilometri per difendersi da quei mostri.
Realtà o leggenda?

Per approfondimenti accedi a questa pagina.

 

Grazie a Stefano per la simpatia, l’amicizia, la profondità d’animo; grazie per il tempo trascorso assieme (davanti a una brioche bio) e alle attese (lungheeeeee) di sue risposte.
A parte gli scherzi, il piacere di averti mio ospite è stato immenso.

Godetevi la lettura di questa chiacchierata e, mi raccomando, comprate e leggete Podissea!

 

Detto questo, ho una comunicazione di servizio per tutti i lettori di questa rubrica.
L’ora del tè si prenderà una pausa: per motivi organizzativi e di urgenza riguardanti altre attività in cui sono impegnata, la rubrica subirà dei rallentamenti. Non chiuderà ma verrà aggiornata più raramente.
Per non perdere gli articoli che pubblicherò sul mio sito e che non riguarderanno solo L’ora del tè, puoi iscriverti utilizzando l’apposito frame presente nella home page “ISCRIVITI AL BLOG TRAMITE E-MAIL”.

Buona lettura!

 

Presentazione presso la libreria Bianca&Volta di Riccione (nella foto, da destra: Stefano Rossini, Roberta Marcaccio e Michele Marziani; a sinistra di Michele Marziani, c’è Massimo Lazzari, ingiustamente tagliato dalla foto). Momento memorabile con i miei cari amici!8

Una giornata su Libersfera

Chi cerca, sfoglia… è il motto della pagina Facebook di Libersfera, la vetrina degli autori che hanno scelto di improvvisarsi editori, adottando come strumento di produzione la piattaforma Streetlib, una delle più utilizzate in Italia.

Libersfera, alla cui pagina puoi accedere da QUI, propone, agli autori che scelgono di seguire la pagina in modo attivo (condividendo, commentando…), la pubblicazione del libro in vetrina e una giornata completamente dedicata all’autore e al suo libro.

Il 24 ottobre (segnalo in agenda) la prima pagina di Libersfera sarà dedicata a Tranne il colore degli occhi, il mio primo romanzo, la storia di Michela e Annamaria, due amiche inseparabili che un destino crudele dividerà per moltissimi anni.

Contestualmente alla giornata autore, Tranne il colore degli occhi è presente anche nella vetrina della pagina, nella categoria Narrativa contemporanea, fiction.

Ricordo le modalità di acquisto del romanzo:

  • su tutti i siti online (Streetlib, Amazon, Libersfera, IBS, Kobo, ecc…) in versione audio, cartacea ed ebook (epub, mobi…)
  • presso la libreria caffetteria Alidangelo Caffè Extro di Rimini, dove con l’acquisto del libro riceverai in omaggio l’ottimo caffè di Angelo e il meraviglioso sorriso di Alice
  • presso la libreria Bianca&Volta di Riccione, dove ad attenderti ci sarà Giulia, la bravissima libraia che saprà esaudire tutti i tuoi desideri di lettura
  • infine dalla sottoscritta con autografo e dedica

E ora, penna in mano e agenda e non dimenticare di fissare il nostro appuntamento: 24 ottobre, dalle nove del mattino alle nove di sera. Ci conto!

Ti aspetto!

 

Il libro perfetto di Massimo Lazzari

Un viaggio in India

Uno degli ultimi romanzi nati in Officina Marziani, collana di Antonio Tombolini Editore, è Il libro perfetto dalla penna di Massimo Lazzari.

La storia si svolge nell’India dei nostri giorni con il suo popolo dondolante, il colore del tramonto e l’odore caratteristico del cibo. Lorenzo, il protagonista, parte per un lungo viaggio sabbatico, lascia alle spalle qualcosa da superare e con lo zaino in spalla e poche pretese inizia il suo cammino. Parte da Nuova Delhi senza nessuna meta per “un viaggio vero. Zaino in spalla e zero programmazione”.

La programmazione la crea lei, Vanessa, una ragazza incontrata durante uno degli spostamenti, con la quale scambia il numero di telefono deciso a raggiungerla a Rishikesh. Nonostante Lorenzo sia reduce da un matrimonio fallito, la bella ragazza di Toledo lo fa fremere al punto giusto da volerla rivedere. Si recherà dopo qualche giorno a Rishikesh per incontrarla senza sapere il suo soggiorno nell’ashram di Krishna lo porterà al suo incontro con la meditazione, con lo yoga e con qualcosa che non si aspettava e che non svelerò qui.

Il viaggio di Lorenzo prosegue con una meta da raggiungere e un obiettivo da portare a termine.

Cosa è cambiato dalla sua partenza da Rishikesh? Cosa gli ha detto Krishna? Cosa gli ha consegnato? Perché l’incontro con il guru sconvolge così tanto Lorenzo?

Ottima la costruzione dei luoghi e dei personaggi che Lorenzo incontra. Il libro perfetto chiude con una morale che tutti noi conosciamo bene ma che spesso la vita troppo frenetica di ogni giorno ci fa dimenticare.

La lascio scoprire a voi.

Buona lettura e buon viaggio!

 

SINOSSI

Lorenzo ha quasi quarant’anni, uno studio di consulenza avviato, un matrimonio appena finito e una storia da scrivere, di cui conosce la conclusione ma non l’inizio.

Un viaggio nell’India nel Nord si trasformerà per lui in una straordinaria avventura: inseguirà le tracce del misterioso autore di un altro libro di cui è stato scritto l’inizio, ma non la fine.

L’autore di questa seconda storia è Leo, un musicista che, come Lorenzo, si è recato in India alla ricerca di ispirazioni per scrivere la canzone perfetta.

La ricerca di Leo porterà Lorenzo dalla mistica città di Rishikesh, attraverso le regioni del Punjab, del Kashmir e del Ladakh, fino a un monastero isolato della Valle di Nubra, circondato dalle vette dell’Himalaya.

Un viaggio nelle affascinanti e selvagge regioni dell’India del Nord, attraverso il dedalo di religioni, etnie e culture che le caratterizzano. Ma anche un viaggio alla ricerca del sé perduto.

© 2019 Roberta Marcaccio

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