Marco Mancinelli e io siamo amici esattamente da un anno. Amici come lo intendiamo oggi, grazie ai social e alla realtà virtuale, che non vuol dire meno amici, per me; è un’amicizia a distanza come ai miei tempi esistevano gli amici di penna (a quattordici anni corrispondevo con una coetanea tedesca). Oggi, con l’aiuto della tecnologia, la comunicazione è più veloce e immediata e consente la nascita di amicizie fra persone che altrimenti non si sarebbero incontrate mai.
E sarebbe stata una grande perdita.
Non vorrei dilungarmi in preamboli, il mio ospite è una splendida persona e saprà presentarsi con la classe che le contraddistingue.
Prima di accoglierlo vorrei lasciarti alcune informazioni biografiche.
Marco pubblica in self publishing quattro romanzi: Cyberblood (2013), In equilibrio sul silenzio (2014), Nero Uomo (2016) e 2068 – L’uomo che distrusse il futuro (2017) e quattro racconti: Sussurri dal profondo, La stagione della temperanza, Il sorriso di Elena e Il risveglio del male. Con BakemonoLab editrice ha pubblicato il racconto Il giardino dei bambini storti nell’antologia Yokai (2017) e il romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (2018).
Ama il surf, l’astronomia e l’hacking.
Se lo cercate e non è al computer, vuol dire che quel giorno ci sono le onde.

Pronti per incontrarlo? Io sono molto emozionata!

Benvenuto nel mio salotto, Marco. Spero ti senta a tuo agio in questo luogo per me molto speciale, dove i libri sono i protagonisti e gli autori miei graditi ospiti. Sono le cinque e solitamente offro tè e crostata, ma devo dire che i tuoi predecessori si sono sbizzarriti a più non posso e so che tu ami molto il whisky. Potrei stupirti con effetti speciali. Marco, cosa ti offro?

Ciao Roberta e grazie per avermi ospitato nel tuo salotto. In effetti chi mi conosce sa che ho una certa passione per il whisky. A quest’ora vedrei bene un Oban Little Bay invecchiato 14 anni, rigorosamente liscio, e una generosa fetta di torta di mele. Si può fare?

 

 

Certo che si può fare, in questo salotto è tutto concesso.
A questo punto siamo pronti per iniziare le nostre chiacchiere. I lettori attendono a bocca aperta di ascoltare la tua storia. Sei pronto?

Cercherò di soddisfare ogni curiosità allora, non vorrei che a restare a bocca spalancata qualcuno dei tuoi lettori si slogasse la mascella. Non me lo potrei perdonare. Non sarebbe neanche simpatico, in effetti.

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Subito dopo aver letto il mio primo romanzo, Le avventure di Tom Sawyer. Avevo nove anni e scrissi un racconto breve ispirato proprio al protagonista del libro di Twain.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Ho una sola mania: ascolto musica a tutto volume, di solito con le cuffie. La playlist, che non conosce neanche mia moglie, è sempre la stessa, da anni. Ed è composta soltanto da 5 brani, che mando in loop per ore.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

La mia città, Roma. Mi piace però descriverla nella sua parte meno conosciuta e più underground.

 

Il libro più bello che hai letto?

Ne ho letti molti, di libri belli. Così al volo mi viene in mente Nero, di Olivier Pauvert.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Scrivo soltanto seduto dietro la mia scrivania, che in effetti non ha nulla di strano. Però spesso siedo in maniera scomposta, con i piedi sul tavolo e la tastiera poggiata sulle gambe. Questa vale come stranezza?

 

Vale tutto come stranezza, qui a L’ora del tè, soprattutto in fatto di scrittura. Comincio subito con una curiosità.
Anche io ascolto musica in cuffia quando scrivo e la mia playlist è formata da brani che io non possa cantare altrimenti sarebbe un disastro.
Ci vuoi svelare quali canzoni contiene la tua?

Potrei svelarvi qual è la mia playlist segreta, ma poi dovrei uccidervi tutti. In quanti lo leggono, il tuo blog, Roberta? Tanto per sapere se devo fare una strage.

Posso dirvi che i brani musicali appartengono per la quasi totalità a generi musicali che di solito non ascolto. Molti sono strumentali e durano diversi minuti. In ogni caso, c’è sempre una canzone che fa un po’ da colonna sonora ai miei libri. La ascolto in fase di lettura e correzione, in loop. Se vuoi, posso associare un brano ad ogni romanzo che ho scritto. E considera che sto facendo un grosso strappo alla mia regola. Procedo in ordine cronologico di pubblicazione.

Cyberblood: March of the pigs – Nine Inch Nails
In equilibrio sul silenzio: Script for a Jester’s tear – Marillion
Nero Uomo: Something to remind you – Staind
2068: Carnival Rust – Poets of the fall
Di là dall’oscurità e nel tempo: Mary Ann’s Place – Volbeat

A nove anni scopri l’amore per la scrittura. Raccontaci il tuo percorso da 9 a “n” anni (non sveliamo la tua età).

A 9 anni iniziai a scrivere e la scrittura è stata la mia passione fin da subito. Croce e delizia, come si dice. A scuola facevo impazzire gli insegnanti. Un anno promosso con voti altissimi e quello dopo bocciato senza appello. Spesso il pomeriggio invece di studiare mi sedevo davanti alla Olivetti di mia madre e scrivevo, per ore, dimenticandomi completamente della versione di latino o degli esercizi di chimica.
Fino verso i venti anni coltivai la mia passione praticamente tutti i giorni.
Mi cimentai con diversi concorsi letterari, ricevendo premi e riconoscimenti. Poi, dopo l’anno di servizio militare, iniziai a lavorare come programmatore. I computer erano la mia seconda passione. Non smisi completamente di scrivere, ma rallentai la produzione.
Con l’avvento di internet spostai la mia bussola lavorativa verso lo sviluppo di siti web e riuscii a vendermi, tra le altre cose, la mia capacità di scrittura proprio nel mercato del web marketing. Molte aziende mi contattavano anche per scrivere le loro storie aziendali o per sistemare i testi da inserire nelle pagine web.
Poi verso il 2010 decisi di mollare tutto e di riprendere in mano la penna “quasi” a tempo pieno. Iniziai a lavorare part time e a dedicarmi alla mia passione con maggiore impegno. Nel 2012 pubblicai in maniera indipendente il mio primo romanzo: Cyberblood. Riuscii a vendere un migliaio di copie in meno di un anno, senza sapere niente di promozione e marketing. In realtà fui soddisfatto dell’accoglienza dei lettori, non tanto delle vendite. Sapevo che era un romanzo imperfetto, ma conteneva anche delle buone cose, che in tanti apprezzarono. Così, sulla scia dell’entusiasmo, mi rimboccai le maniche, aggiustai il tiro, provai a capire dove dovevo migliorare e sfornai, un anno dopo, In equilibrio sul silenzio. Soddisfatto delle critiche, proseguii per la mia strada. Oggi mi ritrovo con cinque romanzi pubblicati e due in uscita nei prossimi mesi del 2018, uno indipendente e l’altro con una casa editrice. Mi reputo soddisfatto, ma so che la strada è ancora lunga e tutta da percorrere. E io ho sempre avuto un gran fiato e gambe buone.

Marco, con te vorrei parlare non solo di scrittura perché so che sei impegnato un po’ su tutti i fronti, non solo come autore: sei editor, collabori con Extravergine d’Autore, un portale che dà visibilità al self di qualità, e sei esperto di editoria e marketing editoriale.
Quali consigli daresti a chi desidera pubblicare un libro oggi? Self? Editori? E quali sono i passi che un autore dovrebbe fare, post-pubblicazione, per raggiungere il maggior numero di lettori?

Provo a rispondere alle tue domande con un’unica risposta articolata. L’argomento è vasto, quindi non sarò breve. Iniziamo col dire che non vedo molta differenza tra pubblicare self o con un editore, almeno in termini di probabilità di riscontro. È ovvio che un conto è affidarsi ad Amazon per distribuire il proprio romanzo d’esordio e un altro è avere dietro una delle Big dell’editoria che decide di investire grosse cifre su di te. Ma con questo esempio siamo nella fantascienza, quindi restiamo coi piedi per terra e muoviamoci in un campo più realistico.
Immagina di dover raggiungere l’aeroporto per imbarcarti su un volo. Sono molteplici i modi in cui puoi arrivarci: auto privata, treno, pullman, taxi, scooter, uno strappo da un amico, bicicletta, a piedi se è vicino, metropolitana, car sharing. Ecco, ora portiamo l’esempio nell’editoria: l’aeroporto è la pubblicazione e il selfpublishing e le case editrici sono i modi per raggiungerla. L’importante è che non perdi il volo, poi come arrivi al check-in poco importa. Self e case editrici sono due percorsi di pubblicazione validi allo stesso modo, ognuno con i propri limiti, i propri pregi e punti di forza, e ognuno con il medesimo grado di fallibilità. Io stesso pubblico affidando una parte dei miei scritti al selfpublishing e l’altra a una casa editrice, e la mia esperienza è stata ed è positiva in entrambi i casi. E in entrambi i casi devo sudare per ottenere risultati.
Non amo molto la diatriba che spesso si accende tra autori self e case editrici, come se uno dei due dovesse necessariamente rappresentare il male dell’editoria. In questo senso il mio consiglio è di scegliere il percorso che più si sente di voler affrontare, con serenità e obiettività. Nel self l’autore ha la grande responsabilità di essere editore di se stesso. Per questo io suggerisco in ogni caso di non esordire col selfpublishing, se non si conoscono a fondo le dinamiche dell’editoria. Si rischia di fare un bel botto e di perdere l’entusiasmo. Oggi pubblicare con un editore è diventato molto più semplice rispetto a qualche decina di anni fa, perché è aumentato il numero delle piccole case editrici e perché la follia che muove il mercato dei libri ha costretto gli editori a pubblicare molti più titoli rispetto a prima. Con un po’ di pazienza e caparbietà qualcuno disposto a pubblicare un buon manoscritto si trova. Non è impossibile.
La mia idea è che il selfpublishing sia più adatto ad un autore già svezzato a livello editoriale. Ad esempio, un grosso ostacolo verso la strada del successo è rappresentato proprio dal marketing e dalle strategie per raggiungere i lettori. Farsi conoscere dal grande pubblico è difficile tanto per il selfpublisher quanto per l’autore pubblicato da casa editrice. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno, e questa è la parte in cui tutti devono rimboccarsi le maniche, gli autori per primi. Che tu abbia fatto tutto da solo (non scendo nello specifico, ma ci tengo a precisare che selfpublishing non significa letteralmente fare tutto da soli, ma solo avere la responsabilità della filiera editoriale) o che un editore ti abbia aiutato a pubblicare, quando si tratta di vendere non esistono scuse: l’autore deve rimboccarsi le maniche e muovere il culo. L’autore, lo ripeto per chiarezza. La bacchetta magica, non la posseggo neanche io, ma se dovessi dare consigli ad un amico che ha appena pubblicato, gli suggerirei di iniziare creando un pubblico nella sua cerchia di conoscenze. È inutile bearsi di avere il proprio libro venduto nell’unica libreria della più sperduta cittadina della Valle d’Aosta, se a casa tua, a Catania, il salumiere dove fai la spesa tutti i giorni non sa che sei un autore e che hai scritto dei libri. Il successo raramente si muove a salti. Se devi arrivare da A a Z, prima devi passare per tutte le altre lettere dell’alfabeto. Quindi, il mio primo consiglio è di procedere per gradi. Il secondo è scrivere. Mai fossilizzarsi sul primo romanzo, che nella maggior parte dei casi sarà un lavoro imperfetto e acerbo. Il miglior biglietto da visita di un autore è rappresentato dai suoi libri, quindi bisogna mettersi sotto e scrivere. Il terzo consiglio è di non isolarsi e, dove possibile, cercare di inserirsi in un contesto editoriale (casa editrice, associazione, fondazione, gruppi, ecc.) e di rimanere agganciati alle dinamiche che smuovono il mercato, conoscendo altri autori, operatori e divulgatori. Più si amplia il giro di conoscenze e maggiori opportunità si hanno di essere riconosciuti e letti. L’Italia organizza ogni anno decine di fiere dedicate all’editoria, in quasi tutte le città. Partecipare a questi eventi, anche solo come semplici spettatori, può essere già un buon modo per conoscere persone e addetti ai lavori, e per rimanere sintonizzati su quanto accade nell’editoria (fondamentale per un selfpublisher).

Questi sono i miei consigli. Se poi qualcuno inciampa nella bacchetta magica, vi pregherei di spedirmela per posta, ché due colpi di polvere di stelle farebbero comodo anche a me.

 

Il professore mi punta il dito, quasi con fare minaccioso. «Ricorda le mie parole, perché tanto tempo fa le disse a me tuo nonno: alcune persone ti entrano nel cuore, altre nella testa, altre ancora fanno breccia in entrambe. La vita e la felicità si rincorrono lì, in quello spazio, tra sentimento e follia. Non perdere mai la tua possibilità di vivere accanto a chi riesce a lasciarti cicatrici nel cuore e nella mente, perché persone simili non sono facili da trovare. E quando sarai vecchio, come me, quelle cicatrici le amerai più di te stesso, perché ti ricorderanno che sei stato vivo e che hai vissuto, e che c’era un motivo per vivere. Certe cicatrici, col tempo, prendono il sapore del miele, e saranno il tuo nutrimento prima della morte, ti accompagneranno fino all’ultimo respiro e allora morire avrà il sapore che tu avrai saputo dare alla tua vita. E forse non ti farà così paura».
Io sono rigido sulla poltrona e osservo questo vecchio saggio, mezzo guercio, che mi ha inchiodato alla realtà con le sue parole. Vorrei abbracciarlo, ma temo che mi beccherei uno dei sui montanti famosi. «Sicuro che mio nonno abbia detto proprio così?», mi limito a dire.
Lui fa una smorfia e inizia a tirarsi i peli candidi dei baffi. «Giurerei di sì, però mi sa che eravamo ubriachi tutti e due. Oddio, magari me lo sono immaginato, sai l’alcol…».
E ci viene da ridere, con la spontaneità e la naturalezza di due amici di vecchia data. E per un attimo mi dimentico delle mie ansie, delle paranoie e tutto il resto. E quasi mi sembra di essere felice, come quando ero bambino.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

Grazie Marco, credo che tu abbia delineato esattamente tutte le sfumature del mondo dell’editoria, indispensabili soprattutto per coloro che si avvicinano a questo mondo e desiderano scrivere per pubblicare. Scrittori ed editori non ci si inventa, dietro c’è un lavoro immenso da fare ed è bene iniziare con il giusto passo.
Prima di parlare dei tuoi libri, vorrei sapere da te quali sono gli strumenti che riempiono la tua cassetta degli attrezzi. Quali manuali, vocabolari, libri, metodi consigli agli aspiranti scrittori.

Quando scrivo sono molto disordinato. La mia cassetta degli attrezzi ha sicuramente qualche buco, perché tendo a perdere quasi tutto. Di solito prendo tonnellate di appunti sul mio taccuino e registro appunti vocali sul mio cellulare. Alla fine organizzare il materiale diventa più complicato che scrivere la storia. Così improvviso e attingo di tanto in tanto a quello che ho raccolto, lasciando fuori, troppo spesso, buone intuizioni e spunti interessanti. Per il resto mi affido al mio word processor open source e ai miei dizionari online e cartacei dei sinonimi e dei contrari (lo ammetto, sono ossessionato dalle parole e a volte passo anche due ore su un’unica frase per renderla perfetta come voglio che sia). Accanto alla tastiera tengo, a proposito di cassette degli attrezzi, una copia di On Writing di Stephen King. Materialmente non mi serve a niente, ma mi piace averla lì.
Date le premesse, capirai che non sono proprio la persona adatta a dare consigli agli aspiranti scrittori. Quello che posso suggerire è di utilizzare un software come Bibisco che può aiutare in maniera efficace ad organizzare il lavoro. Per le trame più complesse lo utilizzo anche io, sebbene la mia scarsa propensione alla precisione non mi permetta mai di usarlo fino alla fine. Di solito lo mollo a metà del lavoro. Ma devo dire che è davvero un ottimo programma, che ogni scrittore dovrebbe custodire nella propria cassetta degli attrezzi. Per quanto riguarda il metodo, il mio suggerimento è di scrivere quando si ha voglia di farlo. A meno di avere scadenze troppo ravvicinate, mai forzare la mano. Il mio ultimo romanzo, 500 pagine, l’ho scritto in quattro mesi, ma sono stato anche più di una settimana senza buttare giù una singola parola. Hemingway suggeriva di smettere di scrivere quando si hanno ancora buone idee, in modo da riprende in un secondo tempo senza problemi da pagina bianca. Credo sia davvero un gran buon consiglio. Forse il più prezioso da custodire nella propria cassetta. E occhio ai buchi, non fate come me.

 Beh, Marco, visti i risultati che hai raggiunto e i libri che hai scritto penso proprio che i tuoi consigli siano assolutamente da seguire o, per lo meno, da tenere in considerazione, poi come dico io, quando “ricevi un consiglio prendi quello che ti serve e piace, il resto buttalo”. Parliamo dei tuoi romanzi? Credo sia giunta l’ora.
A quale dei tuoi libri sei più legato e quale invece butteresti nella spazzatura? (Domanda insolente che non si fa, ma stamattina mi sono svegliata così!)

Mi piacciono le domande insolenti, vediamo se riesco ad essere tale anche nella risposta.
Il romanzo al quale mi sento più legato è In equilibrio sul silenzio, perché per un lungo periodo della mia vita ho avuto molto in comune col protagonista principale della vicenda, Modesto. In realtà sono affezionato a questa libro anche perché è stato il secondo che ho scritto e, come canta Caparezza: il secondo album è sempre il più difficile!
Cyberblood, il mio romanzo d’esordio, ha ottenuto fin da subito un discreto successo, grazie ai suoi personaggi spregiudicati e cattivi, che hanno conquistato fin da subito i lettori. Col secondo romanzo mi sentivo un po’ sotto pressione, perché temevo che non sarei riuscito a replicare in maniera decente quella mia prima performance letteraria. Poi tutto è andato per il verso giusto e In equilibrio sul silenzio si è ritagliato un posto speciale accanto al mio cuore. Per certi versi è stato un ottimo compagno di viaggio in un momento critico, che ho vissuto non senza ansia.
Vuoi sapere qual è il libro che butterei nella spazzatura? 2068 – L’uomo che distrusse il futuro. Il motivo? Mi è venuto talmente bene che adesso mi tocca scriverne altri della stessa saga… e io detesto le saghe.

Il corridoio è immerso nella penombra. Sul fondo, la porta chiusa mi ricorda che devo occuparmi dei mostri. Non l’ho ancora fatto, per via del trasloco, e adesso forse sto cercando una scusa per non entrare in quella stanza.
Raggiungo la cucina e poggio la busta del supermercato sul tavolo. Alzo la serranda, ma lascio chiusa la finestra. Il terrazzino è allagato. Fuori c’è una specie di tempesta. Alla televisione hanno detto che pioverà per tutta la settimana, e le premesse ci sono tutte. Mi sciacquo le mani nel lavandino, usando il sapone per i piatti come detergente. È quasi ora di pranzo e devo mangiare, anche se non ho fame. Se prendo le pillole a stomaco vuoto, potrebbe venirmi un’ulcera, o qualcosa di simile. L’idea mi terrorizza e basta quella a togliermi l’appetito; in pratica mangio per non avere paura di non mangiare. La mia vita funziona tutta più o meno in questo modo.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Ed ora è il momento di svelarci qualche segreto sul tuo ultimo romanzo Di là dall’oscurità e nel tempo (la mia recensione al romanzo di Marco può essere letta cliccando QUI): dal come è nata l’idea a come hai disegnato i personaggi e poi vorrei conoscere, se ce ne sono, alcuni aneddoti legati a questo libro, più tutto quello che ti viene in mente.
Aggiungo, perché sono insaziabile, che vorrei anche sapere come ti senti mentre scrivi, cosa provi e qual è la sensazione che ti assale dopo l’ultima parola scritta.

Di là dall’oscurità e nel tempo è un romanzo complesso, che si offre a diverse chiavi di lettura. Vuoi un’aneddoto interessante? Te lo servo subito. Ero a Torino, a maggio scorso, con Valentina Cestra, l’editor in chief della BakemonoLab, casa editrice per la quale avevo appena pubblicato un racconto nell’antologia Yokai, Spiriti Inquieti. Parlavamo di progetti letterari e lei mi ha chiesto se non avessi una buona storia di fantasmi e mostri da proporle. Così ho iniziato a pensarci su. Nel viaggio di ritorno verso Roma, che ho affrontato in pullman di notte, nel dormiveglia ho avuto una specie di visione: un uomo e una donna che si scambiano libri, e ogni libro è una promessa d’amore. Questa immagine l’ho portata fino a casa, anche se non sapevo bene cosa ci avrei fatto. Un paio di giorni dopo ero davanti al pc che vedevo un film di Jarmusch, Only Lovers Left Alive, e sulla scena che apre il film, dove si vede una affascinante Tilda Swinton stesa ai piedi di un letto circondata da decine di libri, ho pensato: “Sarebbe divertente ficcare una donna in una casa ai confini di un luogo oscuro, e darle i libri come unica compagnia. Anzi tutti i libri scritti dagli uomini”.
Così ho messo insieme le due idee e ho iniziato a lavorare alla trama di Di là dall’oscurità e nel tempo. Ho lavorato alla prima stesura del romanzo da maggio a ottobre, scrivendo oltre 130 mila parole. Il risultato è una storia completamente diversa da quella che avevo in mente all’inizio. Ma devo ammettere che il risultato mi ha soddisfatto fin da subito. E oggi sono molto orgoglioso e geloso della mia piccola creatura.
Per quanto riguarda i personaggi, sono tutti frutto della mia fantasia, tranne quello di Giovanni Corvi che ho ricalcato fedelmente sulla vita di mio nonno, grande pittore, amante delle donne, del vino e delle scienze occulte. Da bambino trascorrevo ore ad ascoltare i suoi racconti sulla guerra e sulla vita, tra una partita a dama e una passeggiata al parco. Alla fine di lui mi sono rimaste soltanto le sue storie, e alcune erano troppo belle per non provare a metterle sulla carta. Se oggi fosse vivo, credo sarebbe orgoglioso anche lui del lavoro che ho fatto. Almeno mi piace pensare così.

Per rispondere alla tua ultima domanda, ti dico che mentre scrivo mi sento come se in me ci fosse un fiume in piena. Molti autori scrivono per sentirsi liberi, io invece scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me e che non riesco più a trattenere. La scrittura per me è come un parto, tra dolori e disagi. Da questo puoi intuire che quando metto il punto ad una storia è come una specie di liberazione. Mi sento sicuramente più leggero, ma poi inizio ad avere l’ansia per la mia piccola creatura che dovrà affrontare il mondo dopo essersi staccata da me. Io scrivo per liberare qualcosa che è dentro di me. Se non lo facessi, credo che finirei per esplodere ad un certo punto.

Di’ la verità: ti ho fatto venire l’ansia con questa risposta? È che volevo restituirti un po’ di insolenza.

 

Nessuna ansia e accetto l’insolenza! Due parole sul tuo ultimo romanzo che ho apprezzato davvero tanto. È un libro esigente ed egoista e ti costringe a restare lì, in sua compagnia, fino all’ultima pagina. L’ho letto chiusa in una bolla dove non esistevano spazio e tempo, e dove ogni minuto era rotto dal respiro di quello precedente e così via, fino alla fine. In un unico, lungo, apnoico respiro. Non si legge d’un fiato perché è un bel tomo, ma è davvero ben scritto e molto coinvolgente. Voglio regalare un altro brano estratto dal tuo romanzo ai nostri lettori.

 

Il caffè gorgoglia nella moka e il suo aroma avvolge la cucina. A volte penso che dovrei cominciare a berlo anche io. Poi mi vengono in mente le emicranie e l’insonnia che mi procura anche una piccola tazzina e lascio stare questi propositi, godendomi solo il profumo intenso della miscela che sta per trasformarsi in bevanda. «Credo che prima o poi mi lascerà, appena si accorgerà che con me perde solo tempo», commento a bassa voce. «Prima o poi ci lasciano tutte… è destino», sentenzia il professore versando il caffè nella tazzina. Il tintinnio del cucchiaino che scioglie lo zucchero accompagna il resto del discorso, mentre lui si siede al tavolo. «In ogni caso, noi uomini facciamo cose inutili per gran parte della nostra vita. Amare e capire, ecco le uniche cose che davvero valgono il tempo che gli si dedica. Quindi il tempo speso ad amare non è mai realmente perduto. Quando ami qualcuno, ci credi sul serio. L’amore vive nel presente, nel momento attuale. E allora non è mai tempo perso, perché in quel momento si sta dando un senso alla propria vita, anche se poi ci accorgiamo che non amiamo più, o che abbiamo amato la persona sbagliata. Io la vedo così». Lo squadro con espressione incerta. «Va bene per quanto riguarda l’amore. Ma da capire cosa ci sarebbe?», chiedo serio. «Capire è il secondo compito più importante della nostra vita. Esistere senza cercare di capire il mondo che ci circonda equivale ad attraversare la sala di un museo bendati e sordi. Passeremmo davanti alle opere d’arte più meravigliose e alte della creatività umana senza rendercene conto. Non sarebbe uno spreco di tempo? Cosa c’è di più coinvolgente e gratificante a livello umano del comprendere la propria vita e il mondo intorno ad essa? Amare e capire, è tutto quello che devi fare per dare un senso alle tue giornate, dammi retta», chiosa il professore prima di sorseggiare il caffè bollente. «Lei ha amato, professore?», gli chiedo di getto, senza pesare prima le parole. Lui poggia la tazzina sul tavolo e abbassa lo sguardo. «Un tempo ho amato tanto…». «Beh, oggi ha la sua bella postina a cui pensare, o sbaglio?», dico notando lo scoramento sul suo volto. «Amare è come andare in bicicletta: non lo dimentichi mai una volta che hai imparato», commenta un po’ meno tetro.

(Estratto da Di là dall’oscurità e nel tempo)

 

 

Marco, l’ora sta per finire ma, se sei d’accordo, andiamo avanti un altro po’.
Tu sei una persona impegnata in attività diverse, la tua giornata è scandita da lavoro, famiglia, scrittura e in più collabori con Radio Impegno e con l’associazione Extravergine d’Autore. Io ti conosco già da un po’ e durante le nostre chiacchierate private è emersa la tua bella personalità. Per questo motivo vorrei che raccontassi ai nostri lettori di cosa ti occupi in radio e in Extravergine d’Autore e, come ultima cosa, ti chiedo una chicca: tre consigli per diventare autore di successo che scriverò su tre post-it, li appenderò alle ante dell’armadio e li leggerò tutte le mattine durante il make-up. E inviterò chiunque voglia diventare autore a fare lo stesso (compreso il make-up).

Radio Impegno è una bella realtà romana, nata a Corviale, uno dei quartieri simbolo della lotta alla criminalità e del recupero del territorio. Circa due anni fa un incendio doloso rischiò di distruggere uno dei luoghi simbolo di questa rinascita sociale, Il Campo dei Miracoli. Da quella notte un manipolo di volontari ha creato una rete che è un presidio attivo, rivolto proprio a custodire il Campo da ulteriori azioni intimidatorie. Decine di cittadini, che non hanno paura di sfidare la mano infame e armata della criminalità, persone volenterose che ogni notte animano il palinsesto dell’unica radio che va in onda 365 giorni l’anno, dalle 24 alle 8.30 del mattino, rigorosamente in diretta. Durante la notte, col favore delle tenebre, qualcuno ha voluto colpire uomini, donne e bambini di Corviale, e allora di notte noi rispondiamo, con le nostre voci impegnate e appassionate. Io sono entrato a far parte della grande famiglia di Radio Impegno, che qualche giorno fa ha ricevuto una onorificenza dal Presidente Mattarella, perché ho seguito la mia amica Lucilla, che aveva bisogno di un folle che la aiutasse nell’impresa di tirare su una trasmissione notturna. Abbiamo creato un gruppo, gli Emozionati, e una volta al mese parliamo in radio di emozioni, affrontando l’argomento dal punto di vista sociale, psicologico, artistico e umano. La prossima puntata, se volete ascoltarci e vederci (abbiamo le telecamere in studio), andrà in onda la notte tra il 18 e il 19 marzo, e sarà incentrata sulla gelosia. Potete collegarvi in diretta streaming all’indirizzo www.radioimpegno.it oppure ascoltarci sulle frequenze F.M. 97.7 di Radio Città Futura.
Extravergine d’Autore è invece l’associazione culturale della quale faccio parte da oltre un anno e con la quale cerchiamo di far conoscere il self-publishing e, dove possibile, dargli lustro. Il progetto, nato da un’idea di Michel Franzoso circa tre anni fa, è cresciuto tantissimo negli ultimi tempi. Oggi, oltre ad offrire una vetrina di qualità per i libri self più meritevoli, siamo in grado di seguire molti autori nel loro percorso di pubblicazione, fornendo loro un aiuto concreto in termini di assistenza editoriale e di promozione. Siamo anche impegnati nella divulgazione del self-publishing, collaborando con molte delle voci che animano il sottobosco editoriale del nostro paese. Ad esempio, proprio pochi giorni fa, abbiamo lanciato un nuovo servizio in collaborazione con Michele Amitrani e il suo canale Youtube Credi Nella Tua Storia. Il servizio si chiama Fare Self e ogni settimana Michele risponderà alle domande poste direttamente dagli autori. All’interno dell’associazione io mi occupo del comitato di lettura e valutazione delle opere per la selezione nella nostra Vetrina di Qualità e svolgo il compito di consulente editoriale, che vuol dire essere a contatto con gli autori, ascoltare le loro richieste e cercare di aiutarli nel loro percorso di pubblicazione e promozione.

Per quanto riguarda i tre consigli che mi chiedi, non so se io sia la persona più adatta per darne. Di solito mi piace seguirli, i consigli, e dispensarne mi mette in difficoltà. Io credo che ogni percorso autoriale sia estremamente personale e che ognuno di noi debba trovare la propria strada seguendo strategie personali. In ogni caso, ci provo, alle brutte ti rovino il make-up mattutino. Il primo consiglio è quello più scontato, ma che per molte persone non sembra esserlo: scrivere. Non so se sia colpa dei social network che tendono a distrarre, ma a volte ho l’impressione che troppi scrittori, anche alle prime armi, dimentichino che devono scrivere. La promozione, il marketing, il personal branding sono tutte cose che aiutano a vendere, ma non bisogna dimenticare che prima di ogni cosa siamo scrittori, quindi scriviamo, possibilmente tutti i giorni, avendo sempre ben definiti i nostri progetti.
Il secondo consiglio, altrettanto banale, è leggere. Non conosco nessun scrittore di successo che non sia anche un lettore da competizione. Io ad esempio riservo alla lettura almeno un’ora al giorno, di solito prima di cena, o al limite dopo, se non ho avuto tempo di dedicarmici. Scrivere e leggere sono due attività che ormai fanno parte della mia quotidianità, da molto tempo. Sinceramente fatico a ricordare un solo giorno degli ultimi anni in cui non abbia letto almeno una decina di pagine. È più facile che non scriva per un po’, ma la lettura è un’attività imprescindibile.
Il terzo consiglio è di non prendersi troppo sul serio. Questo di solito me lo rivendo come consiglio generale di vita, ma può e deve essere applicato anche alla nostra attività di autori. Nel momento in cui saliamo su un piedistallo, perdiamo aderenza con la realtà. Ho conosciuto persone che dopo aver pubblicato un paio di romanzi self hanno iniziato ad atteggiarsi a grandi intellettuali o fini pensatori ormai arrivati al capolinea del successo. Io credo che la chiave per riuscire nel mestiere di scrittore sia tutta nella nostra capacità di rimanere curiosi e di pensare al successo come un orizzonte sempre lontano, che ci spinge ad andare avanti, costantemente. Quando ti fermi a lodarti e sbrodarti, ecco, in quel preciso momento, inizi a fallire.

Quindi, ricapitolo i tre suggerimenti: scrivere, leggere, non prendersi sul serio. Ci metto la mano sul fuoco che per diventare bravi scrittori non serva altro. Anzi, guarda, sono pronto a mettercele tutte e due.

 

Clicca sulla copertina per acquistare il romanzo di Marco Mancinelli

 

 

 

Non credo che mi rovinerai il make-up. Sono pronta, io per prima, a seguire i tuoi consigli e a divulgarli. Soprattutto il terzo!
Marco, ci fermiamo qui. Io ti ringrazio di cuore di essere stato mio ospite e invito i nostri lettori ad acquistare e leggere i tuoi libri, soprattutto l’ultimo romanzo che ricordiamo si intitola Di là dall’oscurità e nel tempo, edito dalla casa editrice BakemonoLab.
In bocca al lupo per la tua carriera di scrittore e per il tuo impegno con Radio Impegno e Extravergine d’Autore.

Arrivederci alla prossima puntata!