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Squilibri

Squilibri, quella mancanza di uniformità o di senso di normalità che cerchiamo negli occhi degli altri o nella vita stessa.

Quante volte ci siamo chiesti cosa sia la normalità, cosa sia folle e cosa no. Squilibri è la parola che racchiude tutte le altre parole, quelle che compongono le storie e formano una catena di umori, sensazioni, sentimenti sani e bruciati.

Squilibri è la parola che spaventa, la copertura alla finta apparenza.

Squilibri è letteratura dell’anima, profonda, intensa, difficile da digerire.


Ho cercato nella mia anima qualcosa di importante da dire su questo meraviglioso libro e per giorni ho rincorso le parole giuste. Poi mi sono seduta e ho lasciato alle mie dita e al filo dei pensieri il compito di pescare dentro di me e scegliere la forma adatta e i termini appropriati.
Squilibri è una raccolta di racconti, sapientemente scritta da Milvia Comastri, pubblicata nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. Racconti che alternano equilibrio precario a squilibrio profondo, che raccontano di vite impossibili, spezzate, difficili da comprendere o immaginare.
Bravissima l’autrice che associa uno stile curato e ordinato a una narrazione fuori dai binari del nostro considerare normale la vita.
Belli i racconti. Intensi, pieni di emozione, storie che galleggiano per un po’ di tempo ancora, dopo l’ultima parola, e restano lì, per farsi ricordare.

 

Il libro perfetto di Massimo Lazzari

Un viaggio in India

Uno degli ultimi romanzi nati in Officina Marziani, collana di Antonio Tombolini Editore, è Il libro perfetto dalla penna di Massimo Lazzari.

La storia si svolge nell’India dei nostri giorni con il suo popolo dondolante, il colore del tramonto e l’odore caratteristico del cibo. Lorenzo, il protagonista, parte per un lungo viaggio sabbatico, lascia alle spalle qualcosa da superare e con lo zaino in spalla e poche pretese inizia il suo cammino. Parte da Nuova Delhi senza nessuna meta per “un viaggio vero. Zaino in spalla e zero programmazione”.

La programmazione la crea lei, Vanessa, una ragazza incontrata durante uno degli spostamenti, con la quale scambia il numero di telefono deciso a raggiungerla a Rishikesh. Nonostante Lorenzo sia reduce da un matrimonio fallito, la bella ragazza di Toledo lo fa fremere al punto giusto da volerla rivedere. Si recherà dopo qualche giorno a Rishikesh per incontrarla senza sapere il suo soggiorno nell’ashram di Krishna lo porterà al suo incontro con la meditazione, con lo yoga e con qualcosa che non si aspettava e che non svelerò qui.

Il viaggio di Lorenzo prosegue con una meta da raggiungere e un obiettivo da portare a termine.

Cosa è cambiato dalla sua partenza da Rishikesh? Cosa gli ha detto Krishna? Cosa gli ha consegnato? Perché l’incontro con il guru sconvolge così tanto Lorenzo?

Ottima la costruzione dei luoghi e dei personaggi che Lorenzo incontra. Il libro perfetto chiude con una morale che tutti noi conosciamo bene ma che spesso la vita troppo frenetica di ogni giorno ci fa dimenticare.

La lascio scoprire a voi.

Buona lettura e buon viaggio!

 

SINOSSI

Lorenzo ha quasi quarant’anni, uno studio di consulenza avviato, un matrimonio appena finito e una storia da scrivere, di cui conosce la conclusione ma non l’inizio.

Un viaggio nell’India nel Nord si trasformerà per lui in una straordinaria avventura: inseguirà le tracce del misterioso autore di un altro libro di cui è stato scritto l’inizio, ma non la fine.

L’autore di questa seconda storia è Leo, un musicista che, come Lorenzo, si è recato in India alla ricerca di ispirazioni per scrivere la canzone perfetta.

La ricerca di Leo porterà Lorenzo dalla mistica città di Rishikesh, attraverso le regioni del Punjab, del Kashmir e del Ladakh, fino a un monastero isolato della Valle di Nubra, circondato dalle vette dell’Himalaya.

Un viaggio nelle affascinanti e selvagge regioni dell’India del Nord, attraverso il dedalo di religioni, etnie e culture che le caratterizzano. Ma anche un viaggio alla ricerca del sé perduto.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Clara Piacentini

La mia ospite di oggi è una cara amica. La nostra amicizia è nata dopo la mia recensione a Bianca come l’Africa, il libro che Clara ha pubblicato nel 2016 per Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani.
Clara Piacentini è stata docente di Lettere in Italia e all’estero ed ha vissuto sette anni in Bulgaria e altrettanti in Etiopia. I sette anni trascorsi in Etiopia hanno profondamente segnato il suo modo di pensare, il suo sguardo sulla vita.
Al rientro in Italia ha scelto come sua dimora un piccolo paese dell’entroterra romagnolo perché dalla sua casa si vede il mare.
Si è diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari conseguendo il titolo di Consulente in scrittura biografica ed autobiografica e conduce Seminari e Laboratori di scrittura di sé, coniugando la forza creativa della parola con il linguaggio poetico.
Nel 2015 e nel 2016 è stata selezionata con i racconti “Corale” e “L’anima si è fatta re” nell’ambito del Concorso Nazionale Lingua Madre. I racconti sono pubblicati nelle antologie “Lingua Madre Duemilaquindici/Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27.
Sempre nell’ambito del Concorso Lingua Madre, è stata selezionata, negli stessi anni, per il Premio speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo con le foto ABABA-FIORE e ATTESA.

A questo punto non ci resta che incontrarla!

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Clara, è un vero piacere averti qui nel mio salotto. Vista l’ora, ai miei ospiti offro tè e dolci, ma lascio piena libertà di scelta. Tu cosa gradisci?

Gradirei, se puoi, un caffè freddo. Puoi aggiungere acqua e ghiaccio a un caffè appena fatto. Poiché lo bevo amaro, lo accompagno volentieri con un dolcetto. Grazie.

 

Ottimo! A questo punto possiamo iniziare la nostra chiacchierata. Sei pronta?

Prontissima!

 

A che età hai iniziato a scrivere?

Se si esclude la cospicua scrittura epistolare, cartacea e telematica che parte dall’adolescenza, la scrittura voluta e consapevole è cominciata nell’età matura durante gli anni trascorsi in Etiopia e da lì è continuata.

 

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Penna V5 HI-TECPOINT- 0,5 di qualsiasi colore, quaderni e quadernetti “preziosi”, tavolo completamente sgombro per computer e quaderno se sono in casa.

 

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Il luogo ha poca importanza. Non parto da un luogo, ma da una persona che diventa personaggio e che nel luogo o nei luoghi agisce.

 

Il libro più bello che hai letto?

Domanda “difficile”. Il primo che mi viene in mente: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

 

Il luogo più strano in cui scrivi?

Le sale d’attesa di qualsiasi genere, così mi estraneo, a meno che… l’immaginazione non si posi su persone particolari che mi offrano un nuovo spunto.

 

Bene, Clara! Sono felice di averti con me oggi. Noi ci conosciamo da un anno; sei la prima autrice targata Antonio Tombolini Editore con cui sono diventata amica dopo aver recensito la tua bellissima antologia di racconti. Partiamo da qui, dall’Africa. Del libro parleremo alla fine. Hai fatto riferimento all’Etiopia. Ad un luogo che tu ami molto e che è parte importante della tua vita. Corretto?

Eccoci, Roberta! È un grande piacere anche per me essere in tua compagnia.
Sì Roberta, è corretto ciò che dici. L’Etiopia è il mio paese d’adozione, ha avuto un ruolo fondamentale nella mia esistenza. Ha segnato profondamente il mio modo di pensare, il mio sguardo sulla vita.

 

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Foto ATTESA di Clara Piacentini

Tu hai un legame particolare con le persone, con la mentalità e con gli usi di un popolo così lontano da noi ma così vicino nel tuo cuore. Ci racconti come è nata l’occasione di questo viaggio in Africa, cosa è successo durante il tuo soggiorno in Etiopia e come vivi e hai vissuto tutto ciò?

Vedi, Roberta, questo viaggio è durato sette anni.
In Etiopia sono andata per lavoro in seguito a un concorso fatto al Ministero degli Affari Esteri. Sono stata docente di Lettere presso la Scuola Italiana di Addis Abeba.
Non è facile rispondere alla tua domanda. Mi viene in mente una frase, letta, credo, nella rivista dei Padri Bianchi, Africa, che esprimeva più o meno questo concetto, chiaramente un po’ provocatorio: Chi va in Africa per un mese, torna e scrive un libro, chi vi passa un anno scrive una guida o un articolo, chi vi passa una parte di vita o una vita intera, preferisce star zitto davanti alla sua complessità. Quanto a me, poiché ti ho detto del motivo della mia vita in Etiopia, posso dirti che laggiù ho vissuto con pienezza, lavorando, viaggiando, cercando di capire, a contatto con la popolazione. Non è stato il mio un viaggio turistico, ma un viaggio dell’anima nel suo significato più ampio. Questo è ciò che è successo.
Come ho vissuto ha il nome di gratitudine, riconoscenza, un senso affettivo del ringraziamento.
Come vivo ha il nome di nostalgia, che secondo l’etimologia, dal greco, significa “dolore del ritorno”, nostalgia come sentimento di tristezza, di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari, per un passato che si vorrebbe rivivere.
Dopo il cosiddetto rimpatrio, sono tornata due volte in Etiopia, ma… Nei puntini di sospensione il significato di un passato che non si può rivivere.
Vorrei aggiungere una cosa, ma forse emergerà quando mi farai domande sul mio libro: il mio amore per l’Etiopia non ha niente a che vedere con un che di romantico, sdolcinato o, quel che è peggio, colonialista.
Ho visitato altri Paesi africani, ma da turista…

 

Ho percepito quel “dolore del ritorno” sia durante la lettura di Bianca come l’Africa che dei due racconti Corale e L’anima si è fatta re pubblicati nelle antologie Lingua Madre Duemilaquindici/Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia.
La tua è la scrittura dell’anima. Rispecchia quello che tu sei. Rispecchia quello che trasmetti in chi ti sta accanto. Di quella tua anima che un po’ doni agli altri.
C’è tanto nella tua scrittura di ciò che hai visto e vissuto. C’è anche tanta nostalgia.
Qual è il tuo desiderio di scrittrice? Il tuo obiettivo? Ogni scrittore ha il suo. Chi desidera diventare famoso, chi ricco, chi noto, chi semplicemente vuole essere letto.
Clara cosa desidera dal suo futuro di scrittrice?

Ho cominciato a scrivere da adulta, come dicevo rispondendo alla prima domanda. Ho sentito la scrittura come un bisogno, ho desiderato scrivere della mia vita, per me sola. Mi sono diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e ho scritto la mia autobiografia che è riposta nel mio cassetto segreto, in attesa non so bene di cosa.
Intanto scrivo.
È stato pubblicando Bianca come l’Africa che mi sono accorta del mio ruolo di scrittrice. Non mi pongo un obiettivo particolare, non sicuramente quello di diventare famosa o ricca. Forse è il desiderio di essere letta, la gratificazione di un “riconoscimento” dei temi che affronto, unitamente alla capacità di una buona scrittura, ciò che mi aspetto dal mio futuro di scrittrice, se un futuro ci sarà.

  

clara2Vorrei tornare per un attimo ancora all’Etiopia e chiederti di raccontarci dell’Africa dal tuo punto di vista femminile per mostrarci ciò che hai visto: come vive la popolazione etiope, qual è il ruolo delle donne e quali sono le difficoltà che le persone devono superare ogni giorno. Non quello che ci raccontano i media, ma ciò che veramente è!

 Cercherò di essere breve e puntualizzare ciò che mi hai chiesto, perché l’argomento è molto vasto e complesso. Sono rientrata nel 2006 dall’Etiopia dove ho trascorso sette anni come docente alla Scuola Italiana di Addis Abeba. Ci sono ritornata per più di un mese nel 2010 e nel 2015. Ti parlerò un poco dell’Etiopia che ho amato. I viaggi in altri Paesi africani fatti per turismo per me non fanno testo. L’Etiopia, quando sono arrivata era, nelle statistiche, il penultimo paese fra i più poveri del mondo. La capitale era un insieme di villaggi separati da rigagnoli d’acqua putrida, un paio di quartieri con edifici in stile fascista, retaggio della nostra colonizzazione (Piassa, deformazione di Piazza perché manca in amarico la esse, Casancis, deformazione di Case Incis, gli edifici destinati agli italiani), poi la grande zona di Mercato dove potevi perderti e non era molto sicuro inoltrarti da solo, poi le nostre ville, intendo quelle dei bianchi. Nonostante la povertà estrema l’Etiopia era ed è ancora il più grande mercato dell’Africa orientale e ospita tuttora almeno duecento rappresentanze di Paesi stranieri, fra Ambasciate, Consolati e Organizzazioni Internazionali. La vita dei bianchi era a stretto contatto con la popolazione. Accanto alle nostre confortevoli abitazioni, le abitazioni o le capanne fatiscenti. La mucca dei vicini veniva a mangiarsi le mie calle che il guardiano si ostinava a piantare fuori del muro di cinta. A me stava bene così! Ero contenta. Altri bianche erano perennemente scontenti e nervosi. Ritengo che l’emarginazione sia un terreno in cui può attecchire il germe della violenza. La vicinanza crea rapporti di rispetto per l’altro, nonostante le differenze.
Oggi Addis Abeba è un grande cantiere. Palazzi sorgono come funghi senza regole e soprattutto senza alcuna misura di sicurezza per i lavoratori.
Si parla di grande ripresa economica.
Nessuno sa che dall’ottobre 2016 il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, ancora in atto, in seguito alle proteste della popolazione Oromo che si vedeva sottrarre le terre da coltivare, date alle multinazionali straniere. Cina e Arabia Saudita in primis. Ci sono state centinaia di morti. Coprifuoco e isolamento dei social e delle linee telefoniche.
Ti allego un brano di un articolo del Corriere della Sera del 24 agosto 2016 che fa capire come siano scoppiate le rivolte dopo il gesto del maratoneta etiope che ha vinto la medaglia d’argento.
Non è tornato da eroe. E neanche da nemico della patria. Mentre i suoi compagni atterravano in Etiopia, Feysa Lilesa è rimasto in Brasile. Non girerà per Addis Abeba mostrando la sua medaglia di argento. Perché la maratona più difficile, e non poteva non saperlo, Lilesa l’ha cominciata domenica arrivando sul traguardo di Rio, dopo due ore, nove minuti e rotti, con un gesto che nessuno a questi Giochi aveva osato compiere prima di lui. Un gesto di protesta politica. Alzando le braccia incrociate sopra la fronte, i pugni chiusi, gli occhi bassi. Il segno delle manette, che nelle strade di casa sua sono diventate il simbolo di una rivolta che negli ultimi mesi sta infiammando (nel silenzio internazionale) il Paese del miracolo economico africano (la cui stabilità è cara all’Occidente), la seconda nazione più popolosa del Continente con 95 milioni di abitanti e forti squilibri sociali che prendono la forma di tensioni etniche. «Il governo etiope sta uccidendo il mio popolo — ha detto il ventiseienne Lilesa dopo la gara —. Io sostengo la loro protesta, perché gli Oromo sono la mia gente. I miei familiari sono in prigione, se osano parlare di diritti e democrazia vengono uccisi. Se torno, rischio anch’io di essere ucciso. O di finire in carcere»”. 

Quando sono stata in Etiopia ho visto Addis Abeba così mutata da non riconoscere interi quartieri.
Nelle campagne nulla era mutato.
Come vive la popolazione? Vive per la sopravvivenza. Per procurarsi il cibo quotidiano con una agricoltura ancestrale.
Le donne? Forse un po’ di emancipazione è arrivata, sicuramente nella capitale. L’emancipazione delle donne passa solo e necessariamente attraverso l’istruzione.
Le donne sono di una bellezza incantevole. Fanno i lavori più umili e pesanti. Dipendono direttamente dal marito. Partoriscono numerosissimi figli. Non hanno alcun diritto. Mancano di istruzione, soprattutto nelle campagne. Ti si avvicinano con grazia se tu sorridi loro. È un popolo mite quello etiope. Un popolo di sorrisi e silenzi.
Nei racconti di Bianca come l’Africa faccio spesso riferimento a figure di donne, alla loro vita.
Ti allego un post del Concorso Lingua Madre che affronta un tema difficile e lo fa con rispetto verso le bambine.

Oggi, 6 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, istituita dalle Nazioni Unite quale giornata di riflessione internazionale per l’eliminazione in tutto il mondo di queste violente pratiche.

Anche il #Clinguamadre si unisce e lo ricorda con la fotografia “Ababa – fiore” di Clara Piacentini, selezionata per il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo del X CL.
Quello delle mutilazioni genitali femminili è un tema scottante che ho visto affrontato spesso con violenza verbale, pruderie e morbosa curiosità. E ciò mi indigna.
È una pratica, quella delle mutilazioni, che continua nonostante da anni sia vietata legalmente. È ovviamente una pratica tremenda che spero scompaia già con le piccole generazioni del presente.
Nel film “Mouladé” il regista Sembène Ousmane affronta il tema con forza e delicatezza nella sua aperta denuncia. Ribadisce che solo l’informazione può sollevare le donne dall’essere vittime indifese e offrire loro l’opportunità di essere in grado di spezzare una cruenta tradizione.
Ho postato su Facebook un filmato che finalmente circolerà nelle scuole, un filmato a difesa delle bambine, in cui si parla della consapevolezza e dei diritti delle donne.
Ci sono due bambine in Etiopia, ora ragazzine, figlie della fisioterapista mia e di una mia amica. Sono un po’ figlie nostre. Supportiamo i loro studi. La più grande è stata ammessa all’Università. Diventeranno, spero, donne indipendenti e consapevoli dei loro diritti. Non mi piace parlare di questo. Non è un grande merito. Non mi piace l’atteggiamento buonista di tanti occidentali. Si sentono buoni perché portano doni o aprono una scuolina e si mettono in mostra. Forse non se ne rendono conto “Loro”, intendo gli Africani, i bimbi soprattutto, non ci devono alcun “grazie”. Siamo noi che lo dobbiamo a loro, per il loro sorriso, la loro ingenuità, la loro povertà che dipende in gran parte dalla nostra ricchezza.

 

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FOTO ABABA-FIORE di Clara Piacentini

Molto commovente, Clara, a volte siamo sordi e ciechi davanti a certe realtà e credo faccia bene a tutti ricordarci quanto siamo fortunati rispetto ad altri popoli, ad altre donne, uomini e bambini.
Mi hai chiesto di accorciare, se ti fossi dilungata, ma credo fermamente che non si possa cancellare neanche una sola parola di ciò che ci hai trasmesso con così tanto calore.
Veniamo ora a Bianca come l’Africa, a cui hai già accennato. Sono racconti che contengono tanto di ciò che hai vissuto, sono storie di una intensità disarmante. Ricordo, quando li lessi, provai davvero le sensazioni che descrivevi e per me, che non ho mai visitato l’Africa, è stato come essere lì, viverla, amarla, sentire il dolore di quel distacco.
Sono storie tue, dove c’è la tua vita.
Bianca come l’Africa è una denuncia a ciò che molti di noi non hanno vissuto e non vivranno mai. È il manifesto pubblico di una società che tutti dovrebbero conoscere. È una libertà verso un mondo difficile, quello delle donne, delle bambine, che sopportano ancora condizioni per noi inaccettabili.
È questo Bianca come l’Africa? Cosa è per te?

Sì, Roberta, posso risponderti che Bianca come l’Africa è tutto questo. Ma non è una denuncia, potrei dire, in stile giornalistico o sociale. Solo a occhi attenti, come il tuo del resto, appare ciò che si legge tra le righe, mentre le storie dei singoli si dipanano tenuti insieme da un filo quasi invisibile che la protagonista, in questo caso addirittura la scrittrice che racconta, tiene fra le mani. C’è un racconto intitolato Requiem, dove a un certo punto nel narrare di un fatto tragico, interviene con forza un pensiero che è quasi un grido, una riflessione che esce d’impeto: “… quest’Africa forte di contrasti, di dolcezza e violenza, di sorrisi e pianti, in questi cieli esagerati di bellezza, in questo sole che magnifica e uccide la vita, in questi fiori rabbiosi di colore a coprire il capire, a confondere le menti. Africa piegata che nulla nega al potente e in sé soffoca la sofferenza antica e la vendetta acerba”.
Ci sono quadri descrittivi che, usando un’espressione forte, un ossimoro, potrei definire “apocalisse di bellezza”, altri che danno l’idea della distruzione di un Paese tanto amato.
Per finire, ma forse te l’ho già detto, l’Africa, o meglio l’Etiopia, ha il nome di nostalgia che dal greco significa “dolore del ritorno” e questa nostalgia è quasi impossibile da spiegare, è quella che ti fa muovere per un ritorno reale, come ho fatto più di una volta -ma la mia vita nel frattempo è cambiata-, è quella che ti attanaglia l’anima quando meno te lo aspetti, così in qualsiasi momento della giornata, mentre svolgi azioni apparentemente futili…

 

Devo ringraziarti, Clara, per le tue parole, per quelle di Bianca come l’Africa che invito tutti a leggere. Il tuo libro è un cuore aperto. È emozione pura. È amore per l’Etiopia e la sua gente. Sono racconti che, legati uno all’altro, formano un filo unico. Di parole cariche di tutto il peso che l’Africa porta con sé.
Altre due domande prima di salutarti.
La prima: qual è il racconto che ami di più e perché?
La seconda: tu sei diplomata alla Scuola Triennale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, hai conseguito il titolo di Consulente in scrittura biografica ed autobiografica e conduci Seminari e Laboratori di scrittura. Ci racconti, in breve, cos’è la scrittura autobiografica e perché, secondo te, le persone hanno un così forte bisogno di parlare di sé?

Il racconto che amo di più è senza dubbio “La collina degli eucalipti” (viene subito dopo il prologo – che ho scritto per ultimo, stanca di sentirmi chiedere del Mal d’Africa). L’ho scritto senza il presentimento che avrei continuato con altri racconti fino a farne un libro. L’ho scritto in Etiopia. Perché lo amo? Perché esprime tutto: dice chi io sono, dice della terra e degli orizzonti infiniti che ti si aprono davanti agli occhi e che in Europa è impossibile vedere, dice di bambini e donne. Dice di un presagio. Sono tornata in Etiopia due anni fa. Tutto è cambiato. La collina degli eucalipti no. È la stessa, troppo in alto e lontana dalla città non è ancora stata soffocata da una speculazione edilizia scriteriata e ladra.

Per rispondere alla seconda domanda e dirti in breve cos’è la scrittura autobiografica ti rimando a una citazione, tratta da un libro del filosofo Duccio Demetrio, mio maestro dell’età matura: “Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po’ d’ordine dentro di sé e capire il presente, per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, il racconto di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto.” (da: Duccio Demetrio “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé”, Raffaello Cortina Editore).

Se si ripercorre la storia della letteratura possiamo vedere che la scrittura autobiografica è stata praticata dall’antichità, attraverso i secoli, sono tantissimi gli scrittori e le scrittrici che hanno detto della propria vita. Ti cito solo Marco Aurelio, Sant’Agostino, Rousseau, per arrivare con un salto temporale di secoli a Simone De Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Daniel Pennac e alla scrittrice ultima di questo periodo che è Annie Ernaux.
Le persone hanno bisogno di parlare di sé e credo sia per un desiderio di riconoscimento. Ma il parlare, scusa la pedanteria, resta vano. È la scrittura che ci porta alla riflessione sulla propria vita, al recupero delle memorie, al prendersi cura. La scrittura di sé costituisce inoltre una modalità di cura alla quale donne e uomini ricorrono per oltrepassare momenti difficili, di fragilità della propria esistenza. Non vi è età della vita che non si avvalga della scrittura per raccontare un po’ di sé e per imparare a guardare nelle proprie pagine le occasioni di sollevarsi dal disagio.
Quante volte abbiamo scritto di noi! Nelle pagine di un diario, in una lettera, oggi in una mail, in un appunto, persino nella nota della spesa!
Non credo a coloro che scrivono negando che nella scrittura, seppure di finzione, ci sia qualcosa di sé, del proprio vissuto. Non possiamo scrivere del mare se non l’abbiamo conosciuto, anche indirettamente, così come non possiamo scrivere d’amore, per esempio, di un amore vissuto o solo desiderato, sognato o immaginato.
E con questo, cara Roberta, mi fermo, altrimenti correrei il rischio di tenere una lezione di un paio d’ore almeno!

 

Grazie Clara, dal più profondo del cuore; ascoltare i tuoi racconti di vita costringe chi ti ascolta a fermare il mondo in cui vive per immaginare ciò che scaturisce dalle tue parole.
Io ti conosco anche personalmente e quello che traspare da questa intervista è la bellezza di ciò che tu sei.
Vi invito a leggere Bianca come l’Africa, gustandolo a piccole dosi, nel silenzio di un salotto e in compagnia di una tazza di tè o caffè, come abbiamo fatto noi oggi, perché la lettura dei suoi spaccati di vita vi trasporterà altrove, in un mondo diverso, dove palpitano altri cuori come i nostri e la vita è meno facile. Vi resterà dentro e forse proverete anche voi il “dolore del ritorno”.

Ringrazio i nostri lettori e li invito al prossimo appuntamento con L’ora del tè.

PODISSEA di Stefano Rossini

Prima di leggere POdissea occorrerebbe conoscere Stefano Rossini. Io ho avuto il piacere di incontrarlo, conoscerlo, parlare con lui, presentare assieme i nostri rispettivi libri in un pomeriggio di maggio a Riccione e diventare amici.
Per me così è stato, prima ho conosciuto l’autore e poi ho letto il libro. È un po’ come guardare prima il film. Non perché Stefano sia un film, ma perché lui, quel libro l’ha vissuto davvero.
Andiamo per ordine.
Ci sono alcuni compagni, anzi in principio c’è un giornalista, Marco, con la passione per il fiume, l’acqua, i viaggi, le storie enogastronomiche e lo storione d’argento. E poi c’è il suo amico Aurelio, giornalista anche lui, che si convince a partire con Marco per un viaggio non solo avventuroso ma addirittura mitologico. Assieme a Marco e ad Aurelio partiranno anche due personaggi che avranno un loro ruolo durante il cammino: un ragazzo svedese e una salama da sugo parlante.
Beh, quando arrivi alla salama da sugo capisci subito che il taglio della storia sarà surreale e nel momento in cui entrano in scena personaggi come divinità antiche, uomini che non sono uomini, pesci giganti che parlano o altri soggetti insoliti ti rendi conto di vivere davvero dentro un’Odissea. Sono rimasta basita quando sono apparsi i maggiori esponenti delle divinità sia dei cieli che degli inferi. Basita e divertita.
POdissea è il primo libro, di uno scrittore che conosco, che mentre lo leggo non riesco a prescindere dall’autore. Sì, perché mentre si viaggia in compagnia di Marco, Aurelio e l’allegra brigata viene spontaneo domandarsi come abbia fatto Stefano a inventare una storia del genere, piena di personaggi particolari, che fanno cose strane, innaturali, fuori dal normale.
Potremmo definirlo un fantasy mitologico? Un romanzo di avventura? Un libro di viaggio?
O forse è tutto questo in un unico volume?
Quello che è certo è che POdissea è una vera Odissea.
Bello, divertente, spassoso, ma anche intenso, nel finale, che vi assicuro vi sorprenderà. A me ha addirittura commosso.
Strano vero? È quello che ho pensato io, ma per dimostrarvi che la narrazione di Rossini è completa a 360 gradi con tanto di morale inclusa, vi regalo un paio di brani tratti da POdissea (con l’autorizzazione dell’autore ovviamente).

C’era un sentimento diffuso nell’aria. Quel sentimento che aleggia quando si ha la sensazione di afferrare il significato ultimo dell’esistenza. Ma più lo si trattiene, più ci si rende conto che esso è inesprimibile. È solo un momento di comunione con il creato. Un vago lampeggiare impossibile da riferire. È come essere attaccato coi denti al ramo di un albero, sospesi sul dirupo, e qualcuno, dal ciglio del baratro, ci chiedesse il senso della vita.
Pur sapendolo non potremmo rispondere. Ma si sfiora per un attimo l’idea che ci sia una saggezza più grande di quanto mai il più saggio degli uomini possa comprendere. Il suo più grande mistero è il fatto di esistere. Non c’è etica, non c’è codice. Solo un perpetrarsi nelle diverse coscienze soggettive

Ciò che avevano fatto, visto e pensato in quegli ultimi momenti lo avevano scritto sulla superficie del fiume, e ora era scivolato oltre le anse di Cremona, verso l’Adriatico.
E da lì chissà. Forse i pensieri di Aurelio avrebbero preso la strada verso di Dardanelli, e poi il Bosforo, nelle gelide acque del Mar Nero, mentre quelli di Sven si sarebbero diretto oltre Gibilterra, nelle vastità oceaniche, e quelli di Marco, invece, avrebbero transitato sulle sabbiose coste del Maghreb, o magari verso le più placide acque della Costa Azzurra.
Le parole erano i fumi di un sogno che evaporavano con la veglia. Ma qualcosa era rimasto incastrato nella loro memoria. 

Un libro adatto a chi ama l’avventura, il cibo, il fantasy, l’ironia, le belle storie e le salame da sugo.

 

SINOSSI
Marco Alieni è un giornalista di viaggi ed enogastronomia che ha speso gran parte della propria vita a scrivere reportage da tutta Italia, in particolare dalla pianura Padana e dal fiume Po. Uno strano evento della sua infanzia, la visione di uno storione d’argento, lo lega a doppio filo al fiume più lungo d’Italia.
Cosa sia questo pesce nessuno lo sa. Gli storioni sono scomparsi dal fiume e nessuno crede che ne esista un tale esemplare, creatura mitologica e fantastica.
Marco decide di intraprendere un ultimo viaggio alla scoperta del misterioso abitante del fiume insieme ad un amico giornalista, un ragazzo svedese finito in Italia quasi per errore e una salama da sugo parlante.
Durante il tragitto scopriranno un mondo che non immaginavano, popolato da antiche divinità, popoli vecchi e nuovi che si contendono lo spazio del fiume, mondi sotterranei e strane creature uscite dalle pieghe dell’evoluzione.
Dopo mille peripezie, l’incontro con divinità dell’antico Egitto, delle pianure orientali, fiumi cinesi, comunità guerriere e bizzarri produttori di parmigiano reggiano e prosciutto crudo, Marco, Aurelio, Sven e la salama approderanno a Isola Serafini per il gran finale.
Dietro tutto questo, nell’alto dei cieli, Dio e Lucifero fanno una scommessa sul viaggio dei naviganti. Riusciranno i quattro esploratori a trovare lo storione d’argento? Cosa scopriranno sul mondo che li circonda? E cosa otterranno alla fine del viaggio?

 

POdissea è il romanzo “Odissea” di Stefano Rossini, pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Michele Marziani

Lo presento, ma il suo nome parla da sé. Michele Marziani – giornalista, scrittore, maestro di scrittura, editor, direttore editoriale di Antonio Tombolini Editore per il quale dirige anche la rivista Il Colophon – è nato a Rimini ma è cittadino del mondo. Ha vissuto in Romagna, in Piemonte e in Lombardia. Oggi vive in tre luoghi: a Rimini, a Dublino e sulle alpi piemontesi. Però se pensa a “casa”, pensa al Monte Rosa. Questa ce la faremo spiegare da lui!
Michele ha al suo attivo sette romanzi più una serie di libri di viaggi enogastronomici.
La scrittura non è il suo lavoro, ma la sua vita.
È un’emozione averlo qui con me, oggi, nel mio salotto. Prepariamo il tè e iniziamo subito la nostra chiacchierata.

Michele, benvenuto nel mio salotto e grazie per aver accettato il mio invito. Sono le cinque di mercoledì otto febbraio e stiamo per iniziare la nostra chiacchierata. Prima però ti chiedo cosa gradisci? Tè, caffè, infuso? Biscotti, crostata?
So che sarebbe l’ora del tè, ma prendo volentieri un caffè lungo, americano, senza zucchero e una fetta di crostata. Buona la marmellata di lamponi.

Fantastico! Se sei comodo, iniziamo con le cinque domande introduttive.
Comodissimo. Davvero onorato di essere qui.

A che età hai iniziato a scrivere?
A sei anni, più o meno. Quando ho imparato. All’inizio preferivo i fumetti. Poi la poesia. La narrativa è venuta dopo.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Tazza di caffè sempre piena.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Dove vivono i miei personaggi.

Il libro più bello che hai letto?
Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline.

Il luogo più strano in cui scrivi?
L’angolo delle macchinette del caffè al piano interrato del Trinity College a Dublino.

10858434_795450307171516_6764053761804055060_nPer me non esiste altro. Una frase bellissima di Bernard Malamud (che prenderò in prestito!) a cui fai riferimento nella tua biografia. I libri, prima come lettura e poi come scrittura, permeano la tua vita da sempre. Ci racconti com’è iniziata questa passione così grande?
Chi ti conosce (ed io sono fortunata ad avere questo onore) percepisce in te l’amore smisurato per la parola scritta. Un amore che supera ogni altra passione. So che la domanda può sembrare sciocca ma vorrei che tu ci raccontassi perché hai deciso che da grande avresti fatto lo scrittore e se hai mai preso in considerazione un altro mestiere. Io personalmente ti vedo bene nei panni che indossi, ma per curiosità, ti sarebbe piaciuto fare, che ne so, l’astronauta, il giardiniere, il cuoco? In fondo hai scritto anche libri di ricette…
Guarda, io sono sempre stato affascinato dalla parola scritta perché mi indica qualcosa di nuovo, mi insegna qualcosa che non so. Se non so leggere e vedo un cartello blu con dentro una scritta bianca non so nulla, ma quando imparo a leggere ci leggo dentro “Milano” e allora imparo dove sono.
Ho sempre letto di tutto, da quando sono nato, compresi i bugiardini delle medicine e le istruzioni degli elettrodomestici, mi piacciono le parole scritte dentro la vita vera, come i cartelli stradali. Per questo sin da bambino sono stato un divoratore di fumetti. Nei fumetti c’è la parola scritta dentro alla vita disegnata. Li amavo. E amavo il disegno, non facevo altro che disegnare, ovunque, comprese le pareti della mia stanza (mio papà era un seguace convinto del pediatra Benjamin Spock). Questo avrei voluto fare: il fumettista. Però non mi riusciva, non riuscivo a far combaciare quello che avevo in testa con quello che disegnavo. Il segno grafico mi tradiva. E tutto questo è stato per me molto frustrante, per parecchi anni. Leggevo tantissimo, ho sempre letto tantissimo, oltre ai fumetti, libri di ogni tipo. Lo facevo perché ero spesso malato e la televisione non c’era e andavo sovente dai medici, finivo in ospedale e i libri, assieme, appunto, ai fumetti, mi facevano compagnia, mi permettevano di vivere vite più interessanti di quella di un ragazzino nella sala d’attesa di un ambulatorio.
Non ho capito subito che oltre a leggere potevo scrivere. Ho avuto la ventura di comporre delle poesie, come tutti gli adolescenti. Erano brutte. Poi una sera ho attaccato i versi tra loro e ho visto qualcosa che non avevo compreso prima: un racconto scritto sì da me, ma nato da solo. La mia scrittura è questo: lasciare spazio a cose che nascono per conto proprio. Certo, dopo un lungo lavoro di ricerca e di immedesimazione, anche, ma le parole prendono posto autonomamente e come le ritrovo mi piace. A differenza dei disegni: anche loro vengono da soli, ma non sono come li vorrei. Racconti e romanzi non li immagino in qualche modo, li lascio liberi. Per questo, probabilmente, mi vengono abbastanza bene.
Appartengo a una generazione che ha creduto fortemente nella fine del lavoro: io, semplicemente, non vorrei lavorare. Se qualche volta ho immaginato un mestiere diverso dal mio è quello di non fare nulla, di andarmene in giro per il mondo, guardare che cosa accade. Mi piace moltissimo guardare la vita degli altri. Scrivere e leggere non sono un mestiere, sono la vita. La mia almeno.

Tazza di caffè sempre piena. Io di solito la riempio di tè o infusi. Il rito della scrittura in cui ogni scrittore si riconosce. Parlando di manie ed abitudini vorrei curiosare un po’ in casa Marziani, trasformarmi in farfalla ed osservarti nella tua giornata tipo dedicata alla scrittura: come ti organizzi, quale luogo scegli o preferisci, come gestisci i disturbatori, quando decidi che è il momento di iniziare a scrivere c’è qualcosa che deve succedere oppure inizia e basta? In sostanza, raccontaci quali sono le tue abitudini, se ne hai, quando scrivi.
Il punto è capire dove comincia la scrittura. Se inizia quando cominci a stendere le parole sul foglio allora ho poco da raccontare. Per me la scrittura parte molto prima, a volte anni prima, quando vengo avvolto da una sorta di frenesia e improvvisamente mi interessano cose di cui prima non mi importava niente e comincio a viaggiare dentro a idee che a volte diventano romanzi.
Provo a farti un esempio, sono un paio di mesi che penso a Garibaldi, all’Uruguay, alle fisarmoniche, ai migranti italiani, ai pellerossa americani, alla Beat Generation e a un viaggio coast to coast negli Stati Uniti che vorrei fare ma senza dimenticare Montevideo, il Rio della Plata, Buenos Aires… C’è nulla di sensato in questo? Ancora no, ma io avverto un prurito da qualche parte nell’anima che mi dice che anche solo un particolare di tutte queste cose diventerà una storia. Siccome però non so quale sarà mi guardo in giro, progetto viaggi, leggo libri, vado in luoghi che mi sembrano adatti. Adatti a cosa? Boh, lo scoprirò. Intanto obbedisco ad una sorta di istinto narrativo e ci vado. Poi mi faccio mandare vecchie riviste dai posti più strani. Cerco di incontrare esperti delle varie suggestioni che mi riempiono la testa. Questo accade piano piano. All’inizio sono pensieri che stanno di lato, mentre tu fai altro, ti occupi delle cose della vita. Poi diventano idee fisse. Infine un giorno, per caso, all’improvviso, come le illuminazioni Zen, intravedi una storia che spesso non c’entra nulla col casino che hai messo in moto. Però la riconosci e dici: quella è la storia. Così cominci a cercare con maggiore precisione e a costruirne il percorso nella testa. In tutto questo tempo io non scrivo una sola riga, disegno piuttosto, perché disegnare mi dipana i pensieri. Lo faccio su piccoli taccuini che riguardo raramente.
Poi un giorno qualcosa nella mia testa dice che è il tempo di scrivere. Allora mi apparto, mi metto in un angolo, metaforico e reale, chiudo la porta, non concedo accesso a nessuno e comincio a scrivere. A volte senza neppure fermarmi per giorni. Senza togliere il pigiama. Mangiando quello che avanza nel frigo e non rispondendo a nessuna sollecitazione dall’esterno. Nasce quasi sempre così la prima stesura.
Poi un giorno metto il punto e chiudo tutto in un cassetto. Mi guardo allo specchio. Mi faccio una doccia. Metto a posto la casa, mi vesto bene e esco a cena con la persona più cara che ho intorno. Rientro comunque nel mondo.
Dopo un mese, ritiro fuori il manoscritto e comincio a lavorare. Qui allora posso parlare di giornata tipo. Se riesco lavoro sul libro la mattina presto. Diciamo dopo colazione, dalle 7 alle 10. Poi se sono al mare vado in giro in bicicletta, pranzo e mi dedico alle altre cose della vita e del mio lavoro fino a sera quando vado a dormire prestissimo. Se invece sono in montagna vado a pesca oppure a funghi o semplicemente in giro fino all’ora di pranzo. Credo che sia in questo tempo liberato che la mente cominci a raccogliere stravaganze pronte per il libro successivo.
Il lavoro di limatura, riscrittura, messa a punto è il più lungo. Dura molti mesi. Con pause necessarie anche di un mese tra una lettura e l’altra, perché a quello che hai scritto con tanta ferocia verso te stesso e verso il mondo, adesso occorrono la cura del riposo e della riconciliazione. L’editing è spesso una carezza.

309443_2390791007480_1182024689_2746144_523145277_n1Grazie Michele, hai espresso molto bene quello che per te è la tua vita dedicata alla scrittura e come nascono le storie che scrivi. Prima di parlare nello specifico di alcuni dei tuoi libri, riprendo una cosa che hai detto poco fa, per ragionarci un po’ assieme. Le tue storie sono ambientate dove vivono i tuoi personaggi. Che è, più o meno, quello che tutti gli scrittori rispondono. La domanda forse sembra banale, ma l’ho rivolta a tutti gli autori per svelare quelle abitudini che tutti noi abbiamo quando scriviamo e di cui forse non ci accorgiamo, come ad esempio fare vivere i personaggi in luoghi più o meno sempre simili e vicini a ciò che amiamo. Ti faccio un esempio. Tempo fa feci leggere ad un’amica alcune storie che avevo scritto e dopo la lettura lei mi disse che facevo abitare i miei personaggi sempre in un casolare. Io non me ne ero accorta ma dovetti convenire che aveva ragione e da allora ci feci caso: amo la campagna e i miei personaggi di solito vivono lì.
Ho letto tutti i tuoi romanzi e la maggior parte di essi hanno un elemento in comune: l’acqua. Credo tu abbia capito cosa intendo. Ce ne vuoi parlare?
Ho scritto un libro per spiegare il mio rapporto narrativo con l’acqua e neppure so se ne sono stato capace fino in fondo. Comunque si intitola Il pescatore di tempo e attraversa tutti i luoghi e le mitologie della mia narrativa. Lo fa con la canna da pesca in mano, ma perché io sono anche un pescatore.
I protagonisti dei miei romanzi vivono tutti nei luoghi de Il pescatore di tempo, ne respirano il senso, ne percepiscono la forza anche quando odiano quella zona salmastra tra il fiume e il mare (Franco Botteghi in Barafonda); anche quando l’acqua è solo un pretesto cittadino (penso alla ciclofficina di Arnaldo Scura sulla riva del Naviglio della Martesana a Milano in Umberto Dei). Ma i due romanzi dentro ai quali io sono nato, perché dentro alla scrittura accade anche questo, di nascere un’altra volta, sono La trota ai tempi di Zorro in cui Stefano Baldazzi Morra impara a crescere grazie alle trote che nuotano nel torrente del suo paese e Fotogrammi in 6×6 dove il protagonista, un altro Stefano, fa esperienza diretta della diseguaglianza pescando i tritoni col suo amico Igor, uno zingaro, occasionale compagno di scuola. Persino in Nel nome di Marco che è la storia di un sacerdote tifoso di Marco Pantani, uno degli episodi cardine del libro è nell’incontro tra il padre del protagonista e il parroco del paese: sono su un torrente a pescare. La signora del caviale, poi, è completamente ambientato sulla golena del Po, cioè in quello spazio che sta tra il fiume e l’argine. Uno spazio che le stagioni regalano spesso agli uomini e ogni tanto al fiume in piena. Possibilità di vita e devastazione. Un rapporto che un tempo la gente accettava forzatamente e del quale oggi restano solo storie da raccontare: lungo il fiume Po ci sono 35000 (sì, hai capito bene, trentacinquemila) case abbandonate nelle golene. Nessuno oggi, giustamente, vuole più vivere lì, ma questo non vuol dire che chi ci è vissuto non abbia originato un’epica del fiume. Cito i primi autori che mi vengono in mente: Riccardo Baccelli e Beniamino Guareschi.
Per me l’acqua, narrativamente, è tutto. Ho scritto altri romanzi che arriveranno prima o poi in libreria: tutti seguono il filo di un fiume. Uno addirittura attraversa i mari, partendo da una piccola valle alpina italiana, passando per l’isola di Ventotene, poi la Spagna, per approdare nel Connemara, nell’ovest dell’Irlanda sulle sponde di un piccolo lago. In questo specchiarsi di acque si specchia la storia del Novecento. Sarà in libreria a luglio. Si intitola La figlia del partigiano O’Connor. Per la prima volta è una storia con una protagonista femminile. Di più ora non posso dirti.
L’acqua sulla quale si svolge la vita è il mio sogno infantile e lo ripeto all’infinito. Rubo le parole a Renzo Casali, indimenticato uomo di teatro e fondatore della Comuna Baires di Milano: «Tutto quello che faccio è cercare di realizzare quello che sognavo a otto anni». Anch’io.

libri micAllora, Michele, arrivata a questo punto della chiacchierata, di solito, cerco di catturare l’attenzione dei lettori sulla produzione letteraria del mio ospite. Come vedi, qui sul tavolino, ho una bella pila di tuoi libri: i romanzi, i racconti ed infine i libri dei viaggi enogastronomici. Ho l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto sono condizionata da due cose: dal mio amore per i romanzi e soprattutto per i tuoi romanzi. Non vorrei togliere importanza alle altre tue opere, come ad esempio Un ombrello per le anguille, una bellissima serie di racconti scritti sull’acqua, oppure Fotogrammi in 6×6, un piccolo libretto che contiene tre storie intense e forti o Nel nome di Marco il tuo bellissimo romanzo dedicato al grande Pantani. Non vorrei togliere importanza alle altre tue opere, dicevo, ma mi piacerebbe che ci parlassi di due tuoi romanzi in particolare. Iniziamo con il primo, e cioè con Umberto Dei, biografica non autorizzata di una bicicletta. Prima di tutto vorrei che ci raccontassi com’è nata l’idea di questa storia e perché hai scelto proprio, come protagonista, una Umberto Dei; poi vorrei sapere perché è una biografia non autorizzata di una bicicletta e come è nato il titolo; ed infine, già che ci sei, raccontaci anche qualche curiosità, se ce ne sono, su questo libro.
L’idea è nata percorrendo in bicicletta il Naviglio della Martesana ogni giorno. All’epoca abitavo a Milano. Non mi piace la metropolitana, se posso preferisco andare a piedi o in bicicletta. E in bici, appunto, andavo a lavorare in viale Monza. Ogni volta che passavo davanti al portone dove poi ho ambientato il romanzo qualcosa mi attraeva, mi costringeva lì. Piano piano è nato il personaggio, è nata la storia, ma era una storia del cavolo perché raccontava di un ex rivoluzionario, di un cocciuto, estremista ed estremo, che andava in giro con la cosa meno estrema che c’è al mondo, una paciosissima bici da città. Poi ho scoperto le Umberto Dei, biciclette per maniaci, per feticisti direi. La bicicletta estrema. È nato tutto così, ad ogni passaggio sul Naviglio. È una biografia di una bicicletta perché è lei, il mezzo meccanico, che accompagna tutto il percorso narrativo. Non è autorizzata perché Umberto Dei, il costruttore, mica l’avrebbe mai scritta una biografia così delle sue biciclette. E suonava bene. Come suona bene Umberto Dei, prova a ripeterlo ad alta voce: dura il tempo di un giro di pedale. La sonorità è tutto nella scrittura. Curiosità? Tantissime, non saprei da dove cominciare. Anzi sì, mandai il manoscritto da leggere a due amici e loro, dopo averlo terminato, per tutta risposta mi regalarono una bicicletta Umberto Dei. Fu commovente. Anzi no, fu molto bello. Commovente fu invece una lettera che ricevetti da un professore universitario di Milano che mi disse che gli avevo raccontato la sua vita, o almeno la parte che lui sognava, compresa, purtroppo, la moglie amatissima che muore di un tumore. Proprio come nel libro. Umberto Dei è stato il mio tributo a Milano, l’unica città italiana per cui provo affetto.

Giuro, ho provato a ripetere a voce alta Umberto Dei e suona davvero bene. Se dura il tempo di un giro di pedale non lo so perché qui non ho una Umberto Dei ma mi fido di te. Sono stupita nello scoprire che abbiamo a cuore la stessa città e non ti nascondo che ho passeggiato più volte lungo il Naviglio della Martesana curiosando nei portoni e cercando qualche indizio per capire quale fosse il luogo in cui avevi ambientato la bottega di Arnaldo Scura. È davvero emozionante andare a caccia dei luoghi e dei personaggi dei nostri libri preferiti.
Ed ora veniamo ad un altro tuo capolavoro; l’ho scelto perché mi ha incuriosito il titolo e quando l’ho letto mi sono ritrovata immersa in un sogno.
Nella mia recensione a questo tuo libro ho riportato un estratto particolarmente significativo: Per pescare sul serio serve imparare il silenzio e il passo felpato. Occorre lo stupore di trovare pesci incredibilmente grandi in corsi d’acqua spaventosamente piccoli, stretti, gallerie di frasche con sponde di rovi. Quasi rigagnoli. Luoghi intricati, dove l’accesso costa fatica, punture d’insetto, braccia segnate, sudore… I pesci vivono spesso in luoghi che non immagineresti mai. Saperli invece immaginare è l’arma vincente. Credere l’incredibile.”
Avrai già capito che mi riferisco a Il pescatore di tempo, a mio avviso, forse, il tuo libro più profondo. Profondo perché parla di acqua e di pesci da pescare? Profondo perché parla di vita? Di viaggi? Di tempo? E silenzio?
Raccontaci tu di cosa parla e del significato che hanno per te il tempo e questo piccolo grande libretto.
Ha a che fare anche con la leggerezza del vivere?
Che dire? Grazie di spendere delle parole così importanti, così grandi, per un libro piccino che in fondo racconta solo che un pescatore può avere una chance in più per affrontare la vita: immaginarla. Giacomo Leopardi diceva che l’immaginazione è il primo fonte della felicità umana. Credo che nessuno sia costretto a immaginare più di un pescatore che si trova di fronte all’acqua e deve pensare che lì sotto ci siano pesci di ogni specie, grandezza, tipo, colore, tane, sassi, piante, ostacoli sommersi… E magari non c’è nulla, ma lui pesca convinto perché immagina un mondo sotto alla superficie dell’acqua. Un mondo migliore. Pescare è un’applicazione pratica dell’immaginazione.
Poi a me, come al protagonista del libro, la pesca ha insegnato la libertà della natura, l’uguaglianza dettata dal merito, la fraternità delle osterie. La contraddizione eterna tra amare e uccidere (ami il pesce, ma lo uccidi), l’affascinante antinomia della parola amo che è l’uncino per prendere i pesci e la prima persona singolare del verbo amare.
Credo che Il pescatore di tempo sia prima di tutto un libro sulla vita, che racconta di un ragazzo che diventa un uomo, nel caso specifico uno scrittore, portando l’immaginazione a spasso sui fiumi, mescolando libri e natura, passione e istinto. È una storia di grande fortuna e anche di piccole cose. È infine un percorso personale, quello di un bambino innamorato di una canna da pesca per la sua somiglianza con una lancia di un indiano Cheyenne e che per questo ha imparato a pescare sui libri, portando poi quei libri a sentire lo scorrere del fiume.
Il pescatore di tempo è uno scritto nato per caso. Anzi su richiesta dell’editore. Ho risposto a un invito, quello di raccontare cosa fosse la pesca. Per me, come per tantissimi scrittori che ne hanno narrato storie bellissime, penso a Ernest Hemingway di Grande fiume tra due cuori (più tutto il resto che non è poco), alla follia di Pesca alla trota in America di Richard Brautigan, alla religiosità della natura di In mezzo scorre il fiume di Norman Maclean, alla vita sull’acqua raccontata ne Il grande silenzio di Thomas McGuane, all’utopia di Pesca al salmone nello Yemen di Paul Torday, alla pace bucolica e ironica di certe acque di pianura del centro Europa raccontate da Ota Pavel ne La morte dei caprioli belli ma anche, se vogliamo citare autori vecchi e nuovi di casa nostra, alla pennellata di Novecento italiano de L’amo e la lenza di Mario Albertarelli, al mitico Colombre di Dino Buzzati che fa il paio con le splendide descrizioni dello storione del Po scritte da Gianni Brera ne La pacciada, fino ad arrivare a Fabio Genovesi con il suo romanzo Esche vive. Credo che pescare sia, prima di tutto, occuparsi di sé e del proprio tempo. E farlo con leggerezza perché, come diceva Mark Twain, comunque non ce la faremo ad uscirne vivi.
Per raccontare tutto questo, per scrivere Il pescatore di tempo, non sapendo da dove iniziare, ho cominciato come quando si giocava coi Lego: ho sparso davanti a me libri, oggetti, canne da pesca, esche artificiali, un vecchio cestino di vimini, tante foto sbiadite, qualche mappa di sperdute vallate montane… Ho riempito il tavolo, mi sono versato un bicchiere di vino e ho cominciato a osservare tutte quelle cose appoggiate lì alla rinfusa. Guardandole ho sentito l’odore del fiume – che per me è quello della vita – e ho cominciato a scrivere.

947236_10201133272632234_385289796_nSe sostituisco la parola pescatore con la parola scrittore in una frase che hai appena detto ottengo: “uno scrittore può avere una chance in più per affrontare la vita: immaginarla”. Credo che avere la possibilità di poter vivere altre vite, oltre alla propria, sia una opportunità unica, sia per lo scrittore che inventa la storia, sia per il lettore che in quella storia si immedesima. Quando ho letto Il pescatore di tempo ho trovato tante analogie fra la pesca e la scrittura e dove tu scrivevi pesca io leggevo scrittura. È un libro che parla di vita e tutti dovrebbero leggerlo.
Il tempo è volato, Michele e la nostra ora del tè è giunta al termine.
Ti chiedo solo altre due cose prima di salutarci.
La prima è una richiesta: promettimi che verrai di nuovo a trovarmi dopo la pubblicazione del tuo prossimo romanzo.
La seconda è una curiosità: nella tua biografia hai scritto che se pensi a casa, pensi al Monte Rosa. Ci spieghi perché proprio il Monte Rosa?
Con questo io ti lascio la parola, perché voglio finire questa bellissima intervista con la tua voce. Saluto i nostri lettori e do appuntamento a tutti alla prossima puntata de L’ora del tè. Grazie di cuore, Michele, per essere stato qui con me oggi!
Beh, è stata un’ora piacevolissima, almeno per me, e quindi tornerò sicuramente dopo l’uscita del nuovo romanzo.
La domanda sul Monte Rosa è difficile. Provo a risponde e parto da lontano: mio nonno paterno è cresciuto in un casello ferroviario dell’alto Molise, dove i bisnonni facevano i casellanti, non so bene da dove venissero, credo dall’Abruzzo ma potrei sbagliare.
Domenico Tommaso Marziani, questo il nome del nonno, entrò in ferrovia, divenne capostazione e girò mezza Italia. Mio padre è nato a Gorizia, mia madre viene dal basso Friuli. Quando sono nato io vivevano a San Leo che allora era nelle Marche, dopo pochi anni ci siamo trasferiti a Rimini ma a tutte le feste comandate andavamo a Padova a trovare i nonni materni che nel frattempo erano andati ad abitare lì.
Finite le scuole elementari ci spostiamo di nuovo, per motivi familiari, in Piemonte, nel Novarese, sul lago d’Orta. Credo che quegli anni siano stati i più belli della mia vita, a contatto con una natura che prima non avevo avuto occasione di conoscere.
Da Gozzano, dove abitavo, ma anche da Novara dove ho studiato e pure da Milano dove ho vissuto, nelle giornate terse si vede il Monte Rosa. Il vederlo mi rende sicuro dello stare al mondo. Mi fa sentire meno sradicato, meno perduto nei miei venticinque traslochi.
Mi sono innamorato della Valsesia, il versante più bello del Monte Rosa, quando da ragazzo in certe giornate di primavera invece di andare a scuola prendevo il trenino per Varallo. È un amore che è rimasto sempre lì. Ogni tanto torno e tutto mi sembra più bello. Ovviamente non lo è, anzi. Non c’è alcun motivo se non il respiro forte della montagna. Forse è solo un luogo dove immaginare delle radici che non ho. Magari perché è il posto di tante scorribande da ragazzo. Non è però l’unico luogo del cuore, ne ho altri, anche in montagna, la vicina val d’Ossola ad esempio.
L’ho fatta lunga inutilmente, la verità è che il Monte Rosa è semplicemente il pezzetto di mondo dove senza nessun motivo mi sento a casa. Grazie per la pazienza di tanto ascolto.

Il sito di Michele Marziani è michelemarziani.org.
Per info sui suoi libri navigate questa pagina.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Lea Rivalta

Ed eccomi con voi, oggi, per l’ottava puntata de L’ora del tè, in compagnia di Lea Rivalta, l’autrice di Un solo sangue (Antonio Tombolini Editore), un romanzo intenso, imprevedibile e sorprendente. Scopriremo oggi la personalità molto particolare di questa scrittrice ed entreremo con lei nei meandri oscuri dell’anima.
Apro la porta alla nostra ospite e ve la presento.

Ciao Lea e benvenuta nel mio salotto. Gradisci un tè, un caffè, una tisana?
Ciao Roberta. Grazie, un earl grey con un dito di scotch whisky sarebbe perfetto. Anche del bourbon va bene.

Ottimo! Allora iniziamo con le prime cinque domande, se sei d’accordo.
Vai.

Intanto grazie per la tua disponibilità e per avermi dedicato un po’ del tuo tempo. In questo spazio desidero fare conoscere gli autori, non solo per quello che scrivono ma anche per quello che pensano, sentono, ascoltano, leggono. Leggendo un po’ di te e ascoltando le tue parole, la sensazione che ho è quella di avere di fronte una persona molto precisa, organizzata, programmata. Con abitudini consolidate e un approccio pragmatico alla vita e a tutto ciò che essa contiene. Però non è tutto qui. C’è un lato particolare di te che galleggia oltre le parole, oltre ciò che scrivi. C’è una Lea più razionale e una emozionale. Una che controlla e programma ed una che cerca invece di uscire dalle righe e tirare fuori dalla pancia una storia come quella contenuta in Un solo sangue di cui parleremo fra poco. Vorrei che ci raccontassi un po’ chi è Lea Rivalta e che smentissi quanto ho affermato poco fa oppure no…
Credo di essere come tutti gli esseri umani di questo mondo. In ognuno di noi esistono aspetti divergenti della personalità, ciò che ci differenzia è il modo di gestire questa complessità. La vita, spesso, impone di nascondere i lati meno ortodossi, che finiscono per diventare oscuri. Quando vengono alla luce, queste identità nascoste assumono sembianze che agli occhi del senso comune possono sembrare sovversive, minacciose… talvolta criminali.
lea

Lo pseudonimo Lea Rivalta è la mia voce libera di parlare della sostanza profonda delle cose, nella forma ruvida e dura che preferisco, senza che ciò possa interferire con la mia vita ordinaria in cui tiro avanti con un altro nome e cognome. Anche Lea è precisa, analitica, acuminata ma esplora le pieghe nascoste dell’anima, va dove si annida il dolore e lo affronta guardandolo in faccia.

Visto che hai tirato fuori l’argomento (l’avrei fatto senz’altro anch’io) parliamo di Lea Rivalta.
Come hai appena detto, Lea è la parte interiore di te, quella che, nonostante la modalità pragmatica di affrontare la quotidianità, sa guardare in faccia alle difficoltà della vita. È un po’ la tua parte più vera o, forse, quella che non puoi mostrare? Quando scriviamo qualcosa di noi emerge sempre fra le pagine dei nostri libri. Un dettaglio, un sentimento, un ricordo. Che a volte fatichiamo a tirare fuori. Ci può aiutare lo pseudonimo in questo? Credo che molti di noi abbiamo vissuto, almeno una volta nella loro vita di scrittori, l’esperienza di pubblicare sotto mentite spoglie.
La scelta di usare uno pseudonimo è conseguente all’esigenza di tenere separata la mia vita “ordinaria” da quella creativa. Una questione di praticità, innanzi tutto, e poi personale: volevo che la mia esperienza nello scrivere non fosse in alcun modo inquinata da infiltrazioni narcisistiche. Negli atteggiamenti di tanti presunti scrittori trovo una crescente tendenza a magnificare la propria immagine di autori a scapito del contenuto e della qualità dell’opera. Lea Rivalta è solo ciò che scrive: se questo è interessante, bene. Altrimenti Lea non esiste.

L’uso dello pseudonimo ha condizionato il tuo modo di scrivere?
No, anzi: penso abbia fatto emergere la mia vera natura creativa. Il non dover rendere conto a nessun profilo preesistente ha fatto sì che le idee fluissero libere e la forma si adattasse alla sostanza di ciò che volevo dire, senza vincoli e condizionamenti. Il risultato è una narrazione istintivamente molto asciutta che non concede nulla all’auto-compiacimento, e punta sempre al cuore delle cose anche quando entra nella carne viva dell’anima.
Penso che solo Lea potesse addentrarsi nella personalità devastata di Gio e mostrarne le macerie più intime senza vergogna, senza pudore, senza paura.

35520873_un-solo-sangue-di-lea-rivalta-1Parliamo ora del tuo bellissimo romanzo, Un solo sangue, senza entrare troppo nel racconto per non fare spoiler. Un solo sangue ha una trama molto forte, ci sono passaggi di una intensità estrema e cose che succedono e che non ti aspetti. È scritto con uno stile asciutto e coinvolgente; quello che colpisce è la veridicità della storia e dei personaggi. Hai tratto spunto da qualcosa che hai letto o da qualcosa che ti è successo? Come hai lavorato per costruire i personaggi?
Un solo sangue intende parlare di un tema vero, che riguarda quote crescenti del mondo occidentale, e che produce danni sempre più grandi sia a livello sociale che individuale: l’abbandono della propria identità e la fuga verso un’io-immagine artificiale. Si tratta di una patologia grave, che ha sviluppato radici ormai profonde e che nasce con l’incapacità di gestire la difficoltà di vivere. Tendiamo, inconsapevolmente, a rinnegare la nostra identità che ci fa sentire impotenti di fronte a modelli di vita inarrivabili e a costruire ectoplasmi belli, sorridenti e performanti in apparenza ma che non contengono più l’essere vero delle persone. Ciò produce tragedie enormi, che spesso si consumano in silenzio ma che talvolta deflagrano spargendo il carico di dolore accumulato nel tempo. Di questo argomento tratta uno dei libri più interessanti che abbia mai letto, un saggio che tiene incollati alle pagine più di un thriller. È Il Narcisimo, di Alexander Lowen… andrebbe studiato al liceo.

lea2Ovviamente Un solo sangue non è un saggio: l’idea alla base del romanzo è pura fiction. Volevo una trama che andasse dritta al cuore del problema e affondasse senza remore e condizionamenti la lama narrativa. Per questo l’ho maturata per quasi un anno, prima di passare alla scrittura. La storia è comunque costruita su mattoncini di assoluta verità: praticamente tutte le situazioni e i personaggi nascono dalla mia esperienza personale, che ho assemblato in un’architettura di fantasia al servizio del tema di cui intendevo parlare.
Parlando di tecnica narrativa, ho preso un paio di decisioni molto ponderate che hanno fortemente caratterizzato il risultato finale: la scrittura in prima persona e la limitazione del set dei personaggi.

Ti va di dirci di più su queste due scelte?
La prima persona si è rivelata fondamentale per garantire la profondità e l’impatto del racconto dell’esperienza della protagonista, che vede la propria vita decomporsi e intraprende il viaggio nella sofferenza, verso la riscoperta di sé. Questo ha comportato l’ovvia difficoltà nel costruire un romanzo corale e multi-situazione: ogni scena, accadimento, dialogo avviene attraverso il punto di vista di Gio e questo impone scelte stilistiche e narrative forti e, a volte, limitanti. Ma volevo dare assoluta priorità all’esplorazione del dolore e l’unico modo di farlo era portare il lettore nell’anima di questa donna.
Da ciò deriva anche la scelta di limitare il numero e la profondità dei personaggi: “gli altri” esistono nella misura in cui partecipano alla tragedia di Gio, che è l’unica cosa che conta in questo romanzo. Ho quindi abbandonato ogni velleità accademica riguardante la costruzione quali-quantitativa dei personaggi.
Il risultato che volevo raggiungere era un libro da leggere tutto d’un fiato, e che non si perdesse in derive inutili. Con un ritmo interiore scandito da una trama serrata, che si mette in moto sin dalla prima pagina e non si ferma più, fino all’ultima.

Hai intenzione di continuare a farti leggere come Lea Rivalta? Ci sono nuovi progetti in cantiere o Un solo sangue – parte II?
Lea ha altre cose da dire e lo farà. Ho idee che andranno ancora più a fondo nella materia oscura di cui è fatta l’anima, e comporranno una trilogia di cui Un solo sangue costituirà il primo atto. Ritengo si tratti di soggetti potenti e sorprendenti, che si baseranno su uno storytelling non convenzionale e una scrittura spericolata. I tempi per la venuta al mondo di queste creature sono ancora in via di definizione anche perché, nel frattempo, Un solo sangue potrebbe diventare qualcosa di diverso da un libro. Ne parleremo più in là, Roberta.

Con molto piacere, Lea. Ti aspetto nel mio salotto quando sarai pronta a parlarcene.
Ed ora l’ultima domanda. Hai affermato che scrivi “di tutto da sempre”. “Di tutto” intendi qualsiasi genere letterario? Ci racconti quali generi hai approcciato e per quale provi maggiore affinità?
E “da sempre” significa che hai scritto storie fin da piccola? E che storie amavi raccontare?
Nella prima parte della mia vita ho scritto tanto per ragioni professionali, ma il contenuto non poteva certo permettersi di volare sulle ali della fantasia.  La fiction è arrivata tardi, con incursioni nel mondo ragazzi e young adults, in cui ho scoperto il valore della fuga nei mondi fantastici. Ma è con la creazione di Un solo sangue, il mio primo romanzo per un lettore adulto, che credo di aver trovato il vero valore della scrittura nel mio bilancio personale. Un’autrice molto in gamba ha detto che “la vita creativa è il risarcimento della vita ordinaria”. Per me la scrittura è una grande amica, che sa aiutarmi nei momenti di dolore e sa aspettare quando non ho tempo per lei. Perché mi vuole bene senza condizioni.

Lea è stato un piacere averti mia ospite a L’ora del tè. Ti ringrazio per la tua disponibilità e ricordo ai nostri lettori il tuo romanzo: Un solo sangue di Lea Rivalta, edito da Antonio Tombolini Editore.
Arrivederci alla prossima puntata!

© 2019 Roberta Marcaccio

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