Tagofficina marziani

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Angelo Ricci

Benvenuti nel mio salotto per la consueta chiacchierata con l’autore durante L’ora del tè. Oggi conosciamo Angelo Ricci, noto scrittore italiano, che ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Angelo ha scritto la trilogia della pianura, tre romanzi noir ambientati nella pianura della Lomellina e pubblicati da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani; inoltre ricordiamo, fra gli altri libri pubblicati, i racconti di Padania Blus e Borges aveva un tumblr.

angelo2

La trilogia della pianura è formata da Sette sono i re, Notte di nebbia in pianura e L’odore del riso. Di questo ed altro parleremo oggi con Angelo.

Ciao Angelo e benvenuto nel mio salotto. Solitamente alle cinque io offro tè e una fetta di crostata. Va bene anche per te o gradisci altro?
Ciao Roberta. Grazie per l’invito, sono felicissimo di essere qui. Tè e crostata vanno benissimo.

Ottimo! Allora possiamo partire con le prime cinque domande brevi?
Sono pronto!

A che età hai iniziato a scrivere?
In modo narrativamente organizzato dopo i trentacinque anni.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ne ho, o almeno così credo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Nella mia terra, la Lomellina, principalmente e comunque nella Pianura Padana.

Il libro più bello che hai letto?
“Martin Eden”, di Jack London.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Scrivo sempre e solo in cucina.

Ho una curiosità, Angelo, che è scaturita dalla lettura dei tuoi romanzi, di cui poi parleremo. Immergendosi nella trilogia della pianura appare evidente un elemento che contraddistingue i tuoi libri. Si parla tanto, ai corsi di scrittura, de “il luogo in cui scrivere” che a mio avviso non è solo il luogo in cui l’autore si siede per scrivere ma anche il paese, la città, lo stato in cui la storia che racconta è ambientata. Io ho anche un’altra convinzione personale, molto opinabile: “il luogo di cui decido di scrivere” può influenzare il mio modo di scrivere. Ti dico questo perché secondo me la tua scrittura risente dell’umidità tipica della nebbia, è ricca dell’odore del riso e cruda del sangue che scorre nelle tue storie. Quanto è vero questo secondo te? Quando la tua amata Lomellina influenza il tuo modo di scrivere? Non hai mai pensato di “girare” le tue storie in luoghi diversi?
Hai perfettamente ragione. La mia scrittura è fortemente calata nelle atmosfere della mia terra, ne trae spunto e ne è al contempo decisamente influenzata. Ogni essere umano proietta la propria anima sui luoghi in cui vive e i luoghi, a loro volta, si riflettono nell’anima di chi li abita, di chi li respira. È un rapporto di reciproca simbiosi, nel bene nel male, un rapporto cui non ci si può sottrarre tanto facilmente. Non è semplicemente un mezzo per scrivere solo di ciò che si conosce, come insegnava Hemingway, ma è una sorta di feedback narrativo e narrante tra organismi pluricellulari, una comunicazione, uno scambio di informazioni genetiche e culturali che fonde il trasferimento di parole e di visioni tra l’unità senziente a base carbonio che scrive e l’insieme di paesaggio, persone, posture, pietre e pensieri che lo circonda in ogni nanosecondo della sua vita e che, a sua volta, si muta in un’altra unità senziente, e spesso questa mutazione avviene in modo misterioso e inquietante e comunque mai uguale a se stessa. Si crea un intervallo infinito di spaziotempo quantistico in cui l’osservatore e l’osservato si modificano a vicenda e giungono alla consapevolezza della reciproca esistenza proprio in quanto si osservano l’un l’altro.
Certamente e più volte ho pensato di scrivere al di là di ciò che significa per me la mia terra, e accadrà ed è già accaduto e accade e saranno proprio queste costanti di comunicazione genetica e culturale che si fondono a creare un altrove che altro non potrà essere, una volta ancora, se non questo attimo di trasfigurazione in cui chi scrive osserva la sua propria scrittura intenta a osservarlo mentre sta scrivendo.

angelo1

 “…chi scrive osserva la sua propria scrittura intenta a osservarlo mentre sta scrivendo.”
Fantastica Angelo la tua citazione. Partiamo da qui per affrontare un altro argomento che mi sta a cuore e che non so dove ci condurrà in questa chiacchierata. Come scrittrice io mi sono già data una risposta, ma vorrei sapere da te cosa ne pensi.
Non è solo il “luogo di cui scriviamo” che influenza la nostra scrittura, giusto? Ma anche il nostro vissuto, la vita di ogni giorno, le persone che incontriamo, il lavoro che svolgiamo, i libri che leggiamo, l’educazione che abbiamo ricevuto… Quale di questi elementi agisce maggiormente sulla tua penna? La scrittura è solo osservare e narrare oppure c’è dell’altro? Cosa contiene la scrittura di Angelo di ciò che di vero c’è nella vita di Angelo? Quando scrivi osservi la vita e la narri oppure è la vita che si fa narrare da te?
Direi che tutti tutti gli elementi che hai indicato più che influenzare la mia scrittura ne costituiscono delle basi di partenza; non ce n’è qualcuno che pesi di più, tutti sono sullo stesso piano. Scrivere è anche e soprattutto rubare, rubare visi, posture, voci isolate, fattezze, rubarle per poi rimescolarle in qualcosa che viene infuso in una struttura narrativa, in uno schema che spersonalizzi chi scrive. Certo, come giustamente dici il vissuto, la propria formazione di vita, le paure, i sentimenti entrano a forza nell’azione dello scrivere. Attenzione però. La scrittura intesa come un’organizzazione narrativa degna di lettura, perché possa portare a una storia che viva di vita propria, deve prendere da tutti questi elementi ma poi da questi elementi se ne deve in qualche modo allontanare. In questo senso parlavo di spersonalizzazione. La storia che nasce dalla scrittura deve diventare altro da chi la scrive, deve diventare estranea a chi l’ha pensata. Solo così riuscirà ad avere una sua forza, una sua cittadinanza. Ogni romanzo, ogni racconto è un po’ come un figlio. Lo metti al mondo, lo ami, lo fai crescere, poi però deve prendere la sua strada. Questo è quell'”altro” che secondo me va oltre la scrittura intesa solo come osservazione e narrazione. Nella mia scrittura cerco sempre di mettere pochissimo della mia vita, le considero due cose rigorosamente separate e faccio moltissimo per tenerle lontane l’una dall’altra. Nel tempo ho imparato a non usare la scrittura come un mezzo per fare i conti con me stesso o con la mia vita o per fare bilanci di qualche tipo. Uso la scrittura per tentare di scrivere storie che in qualche maniera cerchino di stare in piedi dignitosamente. Non mi pongo altri obiettivi. In questo senso osservo la vita per prendere appunti per una storia ma poi è la vita (o la storia, che forse è la vera vita) a farsi raccontare da me. Io sono solo un tramite.

Parliamo allora di tuo figlio, anzi, dei tuoi tre figli. Mi riferisco ai tre romanzi che compongono la trilogia della pianura (Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re, L’odore del riso). Tre noir d’autore: uno stile personale molto marcato, vicende dai tratti duri, personaggi connotati da caratteristiche forti. Io che non sono abituata al noir, mi sono appassionata al tuo stile ed alle storie che hai scritto. Ho amato gli odori, le luci soffuse, la nebbia. I personaggi che si mimetizzano con l’ambiente in cui vivono e che insistono per raccontare la loro storia.
Sono rimasta molto colpita. Non è un genere che amo particolarmente, ma grazie ai tuoi romanzi mi sono avvicinata al noir e ne ho apprezzato la lettura.
Faccio una piccola digressione e poi torniamo sull’argomento.
La lettura di un noir non è cosa facile. I tuoi, poi, sono testi che richiedono attenzione, un po’ come una bella donna. Hanno bisogno del giusto tempo e dello spazio adatto. Di concentrazione e silenzio. Vanno goduti.
Quando scrivi pensi al tuo lettore tipo? Alcuni autori scrivono riferendosi a colui che leggerà il loro romanzo. È così anche per te? Ti domandi come reagirà al contatto con le tue storie? Se ne resterà influenzato, deluso, sorpreso, eccitato.
E poi, sempre per sedare la mia curiosità di femmina, hai un Lettore Ideale (come lo definisce S. King) a cui sottoponi le tue storie in anteprima e che critica in modo costruttivo il tuo lavoro? A volte abbiamo bisogno di conferme, no?
Usi per i miei piccoli libri parole bellissime, parole di cui ti ringrazio e che probabilmente non merito. Mi chiedi se quando scrivo penso a un mio lettore tipo. Probabilmente chiunque abbia provato l’esperienza della scrittura si è immaginato la figura del lettore, si è immaginato le sue reazioni, i suoi pensieri. È naturale, la scrittura è inevitabilmente un rapporto biunivoco, un dialogo silenzioso tra chi crea una storia e chi la fa sua leggendola. Io però scrivo i libri che mi piacerebbe leggere. Con questo non voglio negare che non pensi al lettore, tuttavia la scrittura è per me uno strumento che si posiziona principalmente tra me e la storia che cerco di scrivere, una sorta di interfaccia, di soglia cui prima o poi la trama, i personaggi, i dialoghi, le atmosfere, il detto, ma anche il non detto, giungono a soffermarsi e a porsi alla mia attenzione di tramite narrativo. Non ho un Lettore Ideale e probabilmente non lo vorrei nemmeno perché finiremmo per detestarci a vicenda. Quando ho finito di scrivere un libro lo leggo e lo rileggo e lo aggiusto finché non mi dà la sensazione che a scriverlo sia stato non io ma un estraneo. Solo in quel momento capisco che può avere una qualche speranza di essere letto.

È quello che penso, Angelo, e ti ringrazio perché ci hai donato tre capolavori. Anche perché, i libri, quando diventano tali, non sono più dell’autore, non credi? Ma diventano miei, tuoi, suoi e di qualsiasi persona decida di comprarli e leggerli.
Ed ora veniamo a noi. Tu sai che io ho amato in modo molto particolare L’odore del riso, una storia così intensa che quando l’hai finita rimani imbrigliato ancora nelle sensazioni, negli odori, nei colori. Che non ti stacchi di dosso.
Io vorrei davvero che tutti coloro che amano leggere conoscessero Angelo Ricci, la sua scrittura pungente, le sue storie crude, le sue pennellate su carta. Non voglio chiederti come sono nati Sette sono i re, Notte di nebbia in pianura e L’odore del riso (anche se muoio di curiosità) perché credo che l’atto della creazione sia un momento molto particolare che solo l’autore comprende. Però una cosa vorrei saperla, anzi più di una.
Quali sono state le tue sensazioni, le tue emozioni, le tue percezioni durante le fasi di progettazione e di realizzazione della trilogia? Io solitamente vivo nella pancia quello che scrivo e credo sia così per la maggior parte degli autori. Capita lo stesso a te? Quando hai scritto la parola fine dopo il terzo romanzo cosa ti è rimasto dentro l’anima?
Innanzi tutto ti devo dire che all’inizio non avevo programmato questi tre romanzi come una trilogia. Sono tre romanzi che ho scritto dal 2006 al 2013 (il primo è stato “Notte di nebbia in pianura”) e hanno avuto genesi diverse, sono legati a momenti e a esperienze della mia vita differenti, si riferiscono a versioni di un me stesso inteso come scrittore che forse non c’è nemmeno più, che inevitabilmente è mutato come tutto, d’altra parte, è destinato a mutare. La trilogia si è come composta da sé quando, conclusa la scrittura del terzo romanzo, “Sette sono i re”, tutti e tre si sono come autoassestati in modo da poter essere considerati come parti di una trilogia, anche perché erano attraversati da un filo rosso che è quello dei luoghi di una pianura che spesso diventa il personaggio principale. È un po’ come se i tre romanzi avessero deciso loro, al di là del loro stesso autore, di unirsi in questo modo, di considerarsi parti, comunque del tutto autonome, di qualche cosa di più grande che li abbracciava e li coniugava. Sai che io considero i miei romanzi come qualcosa di altro da me, qualcosa che vive di vita propria, qualcosa che mi prescinde e va oltre me. La stessa cosa fanno i miei personaggi. Io non li creo, sono loro che, uno ad uno, si presentano alla mia attenzione e mi dicono cosa vogliono fare, cosa vogliono dire, cosa amano, cosa odiano. E così è accaduto in ognuna delle stesure dei tre romanzi. Tra l’altro quando immagino una nuova storia la fase della scrittura è per me solo la fase finale, una sorta di verbalizzazione di quello che per mesi ho vissuto e si è sviluppato nel mio pensiero. È lì che la storia nasce e prende vita, cambia rotta, si adegua e si trasforma. Il tutto, naturalmente, sempre seguendo la via maestra che mi indicano volta per volta i vari personaggi. Per parte mia seguito a fare la mia vita solita, cerco di mantenermi il più possibile come osservatore esterno degli sviluppi della trama del romanzo. Poi arriva il momento in cui tutte le tessere del mosaico vanno al loro posto, inizia la fase della scrittura, della stesura del verbale, e poi compare un libro che riporta in copertina il mio nome, cosa che, il più delle volte, osservo con pensieroso stupore. In questo senso quando ho scritto la parola fine la mia anima era uguale a prima. È l’anima dei miei personaggi che invece era irrimediabilmente cambiata. 

angelo3

Mi ritrovo molto nelle cose che dici. E come me, credo, tanti altri autori. L’immagine che dai dello scrittore è realistica: colui che osserva la storia che altri (i personaggi) gli raccontano. Sembra surreale ma non lo è. È vivere la vita con altri abiti e raccontarla.
Ultima curiosità. Tu non sei solo autore dei tuoi romanzi, se non erro. Sei anche editor e correttore bozze. Giusto?
Come riesci a coniugare tre fasi così particolari e diverse fra di loro in una persona (tu) sola? Progettare, scrivere, valutare se il testo è valido per la pubblicazione, correggere refusi ed errori di italiano… non è facile essere obiettivi quando si tratta del nostro lavoro.
Essere editor di se stessi, come si fa?
Quello che dicevo prima, sul fatto che per me un mio lavoro è pronto soltanto quando leggendolo mi sembra che a scriverlo sia stato un altro, ha un valore personale, nel senso che rappresenta il momento in cui un mio libro per me ha finalmente raggiunto una vita propria. Certamente, quando si pubblica con un editore, il proprio lavoro, una volta accettato, viene letto e sottoposto alla visione di un editor. Per parte mia ho avuto diversi editori e il lavoro dei loro editor sulle mie opere non è mai stato invasivo, tutte sono sempre state lasciate come apparivano nel manoscritto, tranne alcuni minuscoli aggiustamenti in un paio di casi (nel primo l’editor mi aveva chiesto di trasformare una frase, che era scritta in dialetto, in modo che apparisse comprensibile a un pubblico più vasto, nel secondo si trattava di sviluppare un po’ di più un certo capitolo) ma mai nessun editor ha stravolto o riscritto parti dei miei libri, anche perché mi sarei opposto. Questo è quello che cerco di fare anche sui testi di altri. L’editor non deve stravolgere o riscrivere un testo. Il suo compito è quello di verificare se il testo ha un suo particolare ritmo, se la struttura narrativa regge, se esiste un senso della e nella scrittura, consigliando l’autore a fare, se necessario, degli aggiustamenti in quel senso. Se intende seguire queste indicazioni è comunque sempre l’autore che deve intervenire sul proprio testo perché è solamente lui che, in fin dei conti, ne conosce l’intima essenza. Quanto all’essere editor di se stessi sicuramente è possibile nel senso che, come autori, bisogna essere spietati con le proprie opere. Prima di presentarle a un editore vanno ripensate, rilette, eventualmente anche riscritte. Bisogna fare tesoro della propria esperienza di scrittura, di lettura, di affinamento di una certa tecnica. Poi però c’è la necessità che questi scritti passino al vaglio di un lettore professionale o editor che dir si voglia. Non va intesa come una prova terribile. È semplicemente una necessità. Fa semplicemente parte del gioco, così come le attese, i silenzi e i rifiuti da parte degli editori. Attendere che un proprio libro venga accolto da un editore è una prova faticosa e snervante che come scrittore purtroppo conosco benissimo per esperienza personale. Tuttavia verrebbe da dire: “È l’editoria, bellezza!”.

E anche oggi, purtroppo, la nostra ora del tè è finita. Purtroppo perché parlare con gli autori delle loro esperienze di lettura e scrittura non siamo mai sazi, vero?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate dei nostri primi tre numeri e dei primi autori con i quali abbiamo chiacchierato. Mi aspetto che compriate i loro libri e che li commentiate come meritano.
Grazie Angelo e alla prossima occasione.

L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Massimo Lazzari

Benvenuti alla seconda puntata de L’ora del tè, il salotto in cui si parla di libri e di 13920039_10209966357338097_5427798882119535818_oscrittura; il nostro intento però è soprattutto quello di conoscere l’autore che di volta in volta ci farà compagnia.
Oggi è la volta di Massimo Lazzari, autore di Quando guardo verso Ovest, una raccolta di racconti legati alle più belle canzoni rock dei nostri anni, pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. I racconti di Massimo però non parlano solo di musica, anzi. Fra poco lo scopriremo.
Per conoscere meglio Massimo vi consiglio di fare una visita sul suo sito; ha una casa piena di libri, musica e persone interessanti… Questo è il link: www.massimolazzari.com

Benvenuto nel mio salotto, Massimo. Di solito offro tè e dolci. Tu cosa gradisci?
Grazie per l’invito Roby, è un piacere e un onore essere qui. Per me tè verde senza zucchero grazie.

Massimo, sei comodo? Partiamo con le cinque domande brevi?
Tre, due, uno, via!!!

A che età hai iniziato a scrivere?
La sera del mio trentesimo compleanno. Avevo bisogno di una data simbolica.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Quando scrivo un racconto o un capitolo di un romanzo la lunghezza deve sempre essere tre pagine word, non una di più non una di meno.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Non ho un luogo preferito. Il romanzo Esprimi un desiderio è ambientato nei luoghi immaginari dei sogni dei protagonisti; Quando guardo verso Ovest contiene racconti ambientati sia in Italia che all’estero (Irlanda, Sudafrica, Australia, …). Il terzo libro che uscirà nel 2017 è ambientato in India.

Il libro più bello che hai letto?
Domanda difficile. Se devo scegliere un libro solo allora dico Il Maestro e Margherita di Bulgakov.

Il luogo più strano in cui scrivi?
THE END, uno dei racconti contenuti in Quando guardo verso Ovest l’ho scritto seduto su una scogliera, mentre il sole si tuffava nell’Oceano Atlantico. Ero a Finisterre (Spagna), nel punto in cui termina il cammino di Santiago.

Massimo, rispettiamo l’indice e cominciamo dalla fine, ossia da THE END, il primo racconto della tua antologia Quando guardo verso Ovest. C’è un argomento che mi tocca sempre molto profondamente ed è quello del CAMMINO INTERIORE. Cammino visto come passaggio di età o crescita personale o spirituale o altro. Una cosa non esclude l’altra ed a mio avviso sono tutte legate fra di loro. Tu ami molto camminare, ami la montagna, la solitudine delle cime o dei boschi, il contatto con il te stesso che batte dentro di te. Qual è il significato delle frecce gialle nella tua vita? Quale strada indicano?
Le frecce gialle a cui faccio riferimento nel primo racconto del mio libro sono quelle che indicano la via di Santiago ai viandanti che intraprendono il Cammino. Chi ha fatto questa esperienza sa che deve seguirle, è naturale farlo perché la meta è la stessa per tutti. Nella vita di ognuno di noi le cose cambiano. La meta cambia da persona a persona, oppure anche per la stessa persona in fasi diverse della vita. Eppure le frecce gialle sono sempre lì, a indicarci un cammino che non è il nostro, a spingerci verso una meta che non ci appartiene. Come avrai capito parlo dei condizionamenti, impostici dalla famiglia, dalla scuola, dal lavoro, dal contesto sociale in cui viviamo. Il filo rosso che lega tutti i racconti di Quando guardo verso Ovest è proprio questo: fotografare il momento in cui i protagonisti dei racconti riconoscono i condizionamenti delle loro vite, li affrontano di petto e decidono deliberatamente di non seguire più le frecce gialle che qualcun altro ha posizionato sul loro cammino. Mi chiedi che significato abbia tutto ciò sulla mia vita. Beh, in uno dei racconti del libro il protagonista sono io, quindi la risposta è contenuta lì…

Vorrei tornare un attimo ad un tema a cui ho accennato nella domanda precedente, perché lo sento molto mio. Ritorno a quel tuo amore per la montagna e per le camminate in mezzo alla natura, da solo: tu, la tua anima e il mondo. Dalla tua scrittura e dalle tue passioni questo amore emerge in modo quasi esplosivo. Ci racconti quando è nato e se ha un qualche legame con la scrittura?
Piccolo stimolo alla riflessione: la solitudine è uno stato molto particolare. Molte persone la temono, noi scrittori la desideriamo. Che rapporto ha Massimo Lazzari con la solitudine?
Anche la passione per il trekking e per le immersioni nella natura è iniziata tardi. La mia prima esperienza di viaggi a piedi l’ho fatta a 33 anni, quando in un periodo particolare della mia vita ho deciso di fare il Cammino di Santiago. Da lì in poi mi sono imposto di fare almeno un viaggio a piedi all’anno, percorrendo la Via degli Dei da Bologna a Firenze, un tratto della Via Francigena toscana, il sentiero delle Foreste Casentinesi e il Parco dei Monti Sibillini (una parte d’Italia dalla bellezza sconvolgente che purtroppo sta attraversando un terribile momento). Al di là di questi veri e propri viaggi itineranti, appena posso scappo dalla città per ritrovare il contatto con la natura. Quando la maggior parte delle persone si dirige verso spiagge affollate, centri commerciali e terme, io punto in direzione di fiumi, boschi, montagne. Spesso queste mie escursioni sono in solitaria, perché come dici tu la solitudine è una condizione che noi scrittori cerchiamo. Io amo stare in buona compagnia, ma amo altrettanto stare da solo. In quei momenti, specie se sono immerso nella natura, trovo uno stato di pace interiore e ispirazione che nella vita quotidiana mi è spesso interdetto. Penso che faccia bene a chiunque dedicare dei momenti a se stessi, isolandosi dal resto del mondo. Non è necessario diventare degli eremiti o degli asociali, né cercare la solitudine in cima a un monte o in mezzo a un bosco. Basta sedersi ogni tanto in un bel posto tranquillo, chiudere gli occhi per qualche minuto e ascoltare la propria voce interiore. Già questo è sufficiente a cambiare non solo la nostra giornata, ma addirittura il modo in cui approcciamo la vita intera. Provare per credere.14141482_10209180301696131_2120604001352222404_n

Proveremo, Massimo, il tuo invito è talmente convincente che tutti i nostri lettori ascolteranno la loro voce interiore. Ovviamente anch’io lo farò! A volte abbiamo paura di ascoltarci, di scoprire cose scomode, che conosciamo benissimo ma che fingiamo di non sapere.
C’è un rischio in tutto questo, a mio avviso: che una parte della vita interiore dello scrittore finisca nelle storie che scrive. Dopo anni e tanti errori di scrittura ho capito che al lettore non interessa conoscere la mia vita. Vuole una storia che lo tenga incollato alla pagina, non dia spazio al lavoro, a mangiare, a dormire. Se la riempio di vita mia personale questa s’impoverisce e rischia di annoiare.
Da quel che ho percepito i tuoi racconti parlano di storie reali, ma non annoiano. Ci spieghi quale alchimia hai inventato?
Grazie mille Roby, ma forse qualcuno la pensa diversamente. Credo che i miei racconti ti abbiano fatto questo effetto perché, come dici giustamente tu, sono tutte storie vere, o verosimili. Ogni racconto ha come protagonista una persona che conosco (parenti, amici, colleghi), e in molti casi è stata proprio la persona in questione a decidere l’episodio da descrivere nel suo racconto. Quel particolare momento della sua vita in cui ha guardato verso Ovest e ha sentito il bisogno di cambiare qualcosa. In effetti nei 33 racconti che compongono il libro non c’è quasi nulla della mia vita privata, ma c’è molta vita vissuta da altre persone, persone comuni che affrontano difficoltà e inseguono sogni che il lettore può ritrovare come propri.

33 racconti per 33 giri. Quando guardo verso Ovest ha un forte legame con la musica rock. Racconti intensi, profondi, pieni di vita che si percepisce.
Ho apprezzato molto il legame che hai creato fra scrittura e musica, due elementi che ho capito essere fondamentali nelle tue giornate. Ho trovato geniale anche l’idea di abbinare ogni racconto ad una canzone rock.
Quando si scrive un romanzo o un racconto si parte da un’idea, la si sviluppa e poi si procede con la scrittura vera e propria. Spesso la domanda che uno scrittore si sente porre è: da dove è nata l’idea per questa storia?
Nel tuo caso invece io chiedo: come è nata l’idea di costruire un’antologia di racconti dove ogni racconto ha il titolo di una canzone rock? E inoltre, come è avvenuta la scelta di abbinare ogni canzone ad una storia (che come dici tu è legata ad una persona che conosci)?
Quando ho partorito l’idea di Quando guardo verso Ovest volevo realizzare un libro che fosse al tempo stesso una compilation della migliore musica rock del secolo scorso. La musica che amo e che, come dici tu, rappresenta una parte importante della mia vita. Ti confesso che non è stato facile abbinare ogni persona e la sua storia alla canzone che dà il titolo allo specifico racconto. In alcuni casi sono state le persone a scegliere il brano, anche se ho dovuto negare a molti Stairway to heaven, che ovviamente era la canzone che avevo scelto per il mio racconto. In altri casi ho scelto io, cercando un legame tra la persona o la sua storia con uno dei pezzi che avevo deciso di inserire. Legame che si può ritrovare nel testo della canzone stessa, nel titolo o semplicemente nel ritmo. La soddisfazione più grande che ho ottenuto da questo sforzo è che adesso tutte le persone più importanti della mia vita hanno una loro canzone. Quando la sento per radio penso a loro, e sarà così per sempre.

14595678_10210753756822592_6705845623316848577_n

Quello che hai creato è qualcosa di veramente originale. Ed originale è anche il modo in cui lo porti in giro, lo promuovi. L’idea del reading con la lettura del racconto e la sua canzone abbinata, cantata dal vivo, penso sia davvero unica. Hai altre idee nel cassetto per la promozione di Quando guardo verso Ovest? Quale altra sorpresa ci riservi? Ho visto sul tuo profilo facebook una interessante iniziativa umanitaria legata al tuo libro, ce ne vuoi parlare?
Si Roby in effetti ho da poco lanciato una nuova iniziativa che spero abbia un grande successo, e ti ringrazio per l’opportunità di parlarne anche qui. Ho deciso di devolvere tutti i miei proventi derivanti dalla vendita di Quando guardo verso Ovest, sia in cartaceo che in ebook, all’Associazione Mondobimbi Onlus (http://www.mondobimbi.org) che gestisce alcune scuole a Tulear, una cittadina nel Sud Ovest del Madagascar. Con il ricavato l’associazione acquisterà tutto ciò che serve per garantire l’istruzione scolastica dei bimbi di questa città: quaderni, libri, divise, zaini, mensa, ecc. Questa mia decisione è nata dopo avere visitato il Madagascar, un Paese bellissimo ma molto povero. Due bambini malgasci su tre non hanno l’accesso all’istruzione scolastica, e questo per un Paese in cui oltre la metà della popolazione ha meno di 18 anni, è un grande problema. Spero davvero di riuscire a dare il mio modesto contributo a chi, come i volontari dell’associazione, dedica tempo, denaro ed energie a combattere tutti i giorni questo problema. Per farlo però ho bisogno dell’aiuto di tutti. Con 100 libri venduti riusciremo a mandare a scuola un bimbo per un anno, con 2.000 libri riempiamo una classe intera. A noi costa poco, ai bimbi del Madagascar arriva molto!
Grazie ancora a te e a tutte le persone che, acquistando il mio libro, mi aiuteranno a raggiungere questo obiettivo.

Grazie per avermi fatto compagnia nel mio salotto. Voglio ricordare a tutti la bellissima iniziativa di Massimo alla quale io stessa parteciperò acquistando una copia di Quando guardo verso Ovest. La prossima la compro di carta, così avrò anche la dedica dell’autore.
Arrivederci alla prossima chiacchierata!

Consigli di lettura per le vacanze.

Eccomi qua, a tenervi compagnia prima di partire per le vacanze, con alcuni, spero, utili consigli.  Il momento della partenza è sempre speciale: la frenesia del viaggio, il bisogno di staccare la spina, il desiderio di pensare, per qualche settimana, solo ed esclusivamente a noi stessi. Personalmente non amo fare le valigie che, con il passare degli anni, ho imparato a sintetizzare ed ottimizzare: poche cose,  l’indispensabile.

Non abbiate paura, non vi spiegherò come piegare gli abiti o dove mettere le scarpe, ma come lettrice vorrei ricordare a tutti noi che in borsa non possono mancare alcuni importanti compagni di viaggio.

Ecco quelli che vorrei consigliarvi di portare di tutti trovate la recensione sul mio sito):

  1. L’odore del riso del grande scrittore Angelo Ricci, Antonio Tombolini Editore, un noir dalla voce graffiante e dagli insoliti colori. L’odore del riso è il libro dei sensi; pagine che evocano odori, immagini, sensazioni a pelle, sensazioni vissute dall’autore e trasmesse, come un fluido, nell’anima del lettore. Un libro che non si legge in due giorni: pretende attenzione e la merita!  Se vi appassionerete alla scrittura travolgente di Angelo leggete anche Sette sono i re Notte di nebbia in pianura, gli altri due romanzi della trilogia.
  2. Quando guardo verso ovest la racconta di racconti scritta da Massimo Lazzari, Antonio Tombolini Editore, un LP di storie che coinvolgono e vi portano dentro le vicende dei protagonisti e che, mentre leggi, ti fa canticchiare Hotel California o Wish you where here.
  3. Un solo sangue, il capolavoro della bravissima Lea Rivalta, Antonio Tombolini Editore, un romanzo forte, che travolge, fa urlare, sobbalzare, una storia potente che non lascia indifferenti. Un solo sangue è un’esplosione, un groviglio di sentimenti e sensazioni che ti trascinano in una discesa senza fiato da cui emergi solo alla fine e ti accorgi che hai vissuto meno di ventiquattro ore in apnea e con il cuore in gola, fino alla parola FINE. Dalla prima pagina all’ultima è un unico, continuo, lungo respiro.
  4. Il capolavoro di Amanda Melling, Antonio Tombolini Editore, un giallo femminile, ben costruito, solido, che spiazza ad ogni capitolo. Una storia che trascina, incolla il lettore alla protagonista e lo porta dove lei lo conduce.
  5. Volevo solo te della bravissima scrittrice Federica D’Ascani, Damster Editore; mentre leggevo Volevo solo te pensavo ad un aggettivo che potesse descriverne la scrittura e la parola che più facilmente mi saliva alle labbra era rotonda. Rotonda come i seni o le natiche di Flora, come fianchi morbidi e seducenti o come una frase nell’atto di descrivere, accogliere, riempire spazi vuoti ed evocare immagini. Una storia d’amore ed erotismo.
  6. E per ultimo, il romanzo che ancora sbanca della mia top ten: Umbero Dei Biografia non autorizzata di una bicicletta, Ediciclo editoreDifficile scrivere con poche parole un romanzo inestimabile. L’ho letto due volte, in ognuna delle diverse edizioni. Una storia che vorrei non finisse mai. Un libro che non si può non leggere.

Come lettrice mi sento di dare un consiglio: diventate lettori intraprendenti e trasformate, la vostra passione per i libri e le parole, in una fede. Cercatevi le recensioni, indagare sulla genesi delle storie che leggete, conoscete gli autori, curiosate nella loro bibliografia, indagate sulla loro vita di scrittori, leggete i loro blog. Scoprite quanto amore c’è dietro una pagina scritta e quanto sudore è costata. Leggere è un atto di fede.

Per le mie vacanze, quest’anno, ho scelto libri didattici che serviranno a nutrire la storia che inizierò a scrivere in autunno, ma mi porterò anche qualche altro bel romanzo Antonio Tombolini Editore da recensire, di cui vi racconterò a settembre.

Non dimenticate Il Colophon, la rivista letteraria di ATE, con le sue storie e gli articoli interessanti. Il numero di agosto è uscito da poche ore.

Infine ricordiamoci che un libro non è “il libro di carta” o “l’ebook” ma è quello che contiene, è un’esperienza di lettura e di vita.

Non partite senza un libro.

Buone vacanze a tutti e  buona lettura!

Quando guardo verso Ovest

Come fai a non sentire risuonare le note di Hotel California o a canticchiare Wish you where here mentre leggi Quando guardo verso Ovest?

Oppure ti incanti sulle parole di Nothing else matters, non la canzone, ma il racconto di Massimo Lazzari contenuto in Quando guardo verso Ovest. Nasce con note leggere, come il bellissimo brano dei Metallica, e poi esplode dentro.

Quando arrivi a Angie, sei già a un buon punto verso la commozione profonda. Con la voce graffiante di Mick Jagger che risuona dentro l’anima e le parole di Quando guardo verso Ovest che ti riportano nella vita vera.

Se non fosse chiaro a questo punto, Quando guardo verso Ovest è una raccolta di racconti, ognuno legato ad una canzone rock di qualche anno fa. Ogni racconto è una storia a sé e racconta un pezzo di vita o è legato ad un sentimento o desidera in qualche modo scuotere l’animo del lettore.

Credo fosse questa l’intenzione dell’autore, riportare a galla quella parte vera di vita che a volte proviamo a celare, a ricoprire di nullità per evitare di trovarci a contatto con emozioni che fanno male.

Ognuno di noi ha il suo Ovest. Prima o poi, nel corso della vita ne sentirà il richiamo. E allora dovrà fare una scelta: iniziare a camminare, oppure restare a coltivare il campo per il resto della vita. Se parte, sa per certo che non potrà cambiare idea dopo qualche giorno e tornare indietro.

Parole che scuotono, che ci sbattono in faccia le nostre scelte di tutti i giorni.

Ho letto Quando guardo verso Ovest con una strana sensazione dentro, un’inquietudine narrativa che non riuscivo a decifrare fino a quando l’occhio non è caduto sul mio comodino. L’illuminazione!

Ma certo! La scrittura asciutta, in apparenza distaccata, un occhio di bue sulla scena, una cronaca senza troppi dettagli o particolari, un finale che lascia spesso con il fiato sospeso e la palla in mano al lettore…

Quando guardo verso Ovest di Massimo Lazzari mi ha ricordato Carver!

Leggetelo, merita davvero!

Quando guardo verso Ovest è un’antologia di racconti pubblicata nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore.

 

SINOSSI

Quando Guardo Verso Ovest è una compilation di ritratti narrativi. Trentatré storie per altrettante canzoni che hanno scritto la storia del rock del ventesimo secolo. Dai Doors ai Pearl Jam, passando per Beatles, Rolling Stones, Jimy Hendrix, Queen, Led Zeppelin, Pink Floyd, Aerosmith, Guns n’ Roses, Nirvana, U2, Red Hot Chili Peppers e molti altri protagonisti della scena musicale degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Trentatré storie compiute e, al tempo stesso, legate tra loro in maniera indissolubile da un sottile filo rosso, o meglio, da una freccia gialla. Trentatré ritratti di persone comuni, che si ritrovano in un particolare momento della loro vita a fare i conti con “quel sentimento che provano quando guardano verso Ovest e il loro spirito grida per andarsene”.

RIP di Marco Valenti

RIP è una storia di vita. Di quelle che tutti prima o poi viviamo.

È l’incontro fra la vita e la morte. È la perdita della persona che amiamo, quella importante. In RIP tutti possiamo riconoscerci. Tutti abbiamo vissuto la perdita, il distacco, l’assenza, il bisogno di sedare i sensi di colpa per quello che abbiamo o non abbiamo fatto. E dopo la perdita, il ritrovarsi a gestire una burocrazia insensibile del post-mortem. Anche questo l’abbiamo vissuto tutti.

Luca, il protagonista di RIP, si scontra anche con una serie di vicende sfortunate. Dopo la malattia, l’assistenza costante, le corse in ospedale, deve fare i conti con regolamenti che non gli consentono di assolvere alle ultime volontà del padre defunto: la cremazione e la dispersione delle ceneri.

Nella storia raccontata da Marco Valenti aleggia un senso di inquietudine: non è mai facile accettare la morte, il distacco spezza fili che non sempre siamo pronti a troncare, neanche quando la sofferenza ha invaso tutto lo spazio vitale. Si ritorna col pensiero a quello che è stato, ai momenti vissuti, a ciò che è stato donato, all’amore condiviso.

RIP è la storia della vita dopo la morte, quando tutto ormai è avvenuto e restano i ricordi, le condoglianze dopo il rito funebre, gli sguardi di quelli che non vedevi da tanto e che si sono fatti vivi proprio per l’occasione, i pensieri che tornano a tutto ciò che hai vissuto con lui e per lui.

Un romanzo che tocca le corde dell’anima. Suscita ricordi. Riporta a galla dolori.

RIP, il romanzo di Marco Valenti, è edito da Antonio Tombolini Editore all’interno della Collana Officina Marziani.

 

SINOSSI

Se in ogni morte c’è un prima ed un dopo, il filo dei ricordi del protagonista – con il decesso del proprio padre anziano e malato di Alzheimer – si annoda ai deliri di una macchina burocratica grottesca e borbonica. Luca ha sempre fatto quel che doveva e la morte del padre, Giovanni, era iniziata da un po’. Ma quando ha pensato fosse un finale su cui riflettere ha dovuto rendersi conto che la guerra non era finita. O cresci o impazzisci. Quel filo che intreccia bianco e nero, spietate esattezze dei ricordi del vissuto e imprese picaresche davanti a mulini a vento di inettitudine, menzogne e verità, anche attraverso la forza di chi è in grado di supplire con l’amore alla inadeguatezza del mondo, diventerà nitida percezione di ogni sfumatura fino ad un riposare in pace consapevole. “Fino all’ultimo respiro?”. “No: anche dopo.”. Luca, impiegato cinquantenne, oltre al dolore per la dipartita del padre deve affrontare anche la beffa di una burocrazia ottusa e complicata che non gli permette di farlo cremare entro tempi brevi, come era desiderio di Giovanni, ma lo costringe ad un complicato percorso ad ostacoli attraverso avvocati, uffici comunali, leggi e regolamenti. Il romanzo si snoda tra flash back che ricostruiscono l’affettuoso ma difficile e faticoso rapporto di un figlio adulto con un genitore sempre meno autosufficiente, sempre più assente, e una cronaca dettagliata delle battaglie intraprese da Luca per rispettare gli ultimi desideri di Giovanni e condurlo – finalmente – verso il riposo eterno. L’ultimo gesto di affetto che il figlio può fare per chiudere il cerchio dell’esistenza del padre, placare il proprio dolore e riappropriarsi della sua vita.

Questo cerchio sei tu.

Romanzo di Fabio Locurcio, pubblicato da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani.

 

L’Autrice si girò verso il Personaggio, lo fissò negli occhi con uno sguardo imperturbabile.
«Tu non esisti» disse.
Lui la guardò smarrito.
«Nemmeno io esisto» concluse.

Per un motivo inspiegabile Pietro svanisce nel nulla, durante le riprese di un film, mentre recita una frase del copione che Michela ha scritto.
Michela e il padre di lui lo cercano invano. Solo nel momento in cui capiscono dov’è finito, Michela parte per un viaggio che avrà lo scopo di trovarlo e riportarlo a casa. Ma per farlo Michela dovrà fare i conti con una parte di sé che aveva accantonato; dovrà ripercorrere strade già battute, rivivere il passato che ritorna impertinente, tuffarsi in sogni-incubi che riportano tutto a galla solo se si ha il coraggio di stare lì, a nuotare in un mare di ricordi anche terribili.

Questo cerchio sei tu è un viaggio all’interno di sé stessi che ogni persona dovrebbe fare.
È una scrittura pulita, per nulla scontata, piacevole e sorprendente.
Quando ho letto la sinossi non avevo immaginato nulla del genere; è stato bello aprire, pagina dopo pagina, la mente creativa dell’autore, scoprire il suo orizzonte e osservare tramite i suoi occhi la storia di Michela e Pietro.

Immagini. Questo cerchio sei tu è forte nelle immagini. Fabio Locurcio è molto bravo nell’evocare le sensazioni che provengono dalla natura, dai sentimenti dei personaggi, dal dolore della protagonista e dall’assenza di vita nel tutto.

Una lettura che lascia con il fiato sospeso fino alla fine.

 

SINOSSI

Michela, giovane regista romana, coinvolge il suo compagno Pietro nelle riprese del suo film. Pietro interpreta il Personaggio, abbandonato in una città vuota, che si ribella alla sua Autrice e decide di scomparire. Mentre stanno girando la scena conclusiva, i due litigano a causa del finale e dopo l’ultimo ciak Pietro sparisce. Quando Michela dice sconvolta a Giovanni, il padre di Pietro, che suo figlio è realmente scomparso dalle immagini, egli elabora una teoria: per ritrovarlo Michela deve ripartire dal proprio mondo interiore, che simbolicamente rappresenta con un cerchio, per modificare il finale della sua storia. Michela inizia così – su suggerimento di Giovanni – a scrivere un diario in cui racconta l’incubo che sta vivendo.
“Questo cerchio sei tu” è un viaggio nell’atto creativo, un percorso alla ricerca del sé, una passeggiata nel mondo interiore e immaginario di Michela.

 

L’immagine di copertina è di Marta D’Asaro.

© 2019 Roberta Marcaccio

Theme by Anders NorenUp ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: