Una matrona. Una personalità forte ed invadente. Una di quelle donne che sembrano dirti: “Io sono la migliore. Io ho ragione. Io sono la più brava.”

Camminava altezzosa, capo eretto, spalle indietro e petto in fuori.

Petto enorme, due seni esuberanti e pieni. Come meloni. La maglietta aderente metteva ancora più in risalto la sua abbondanza esplosiva.

Quando la guardavo passare mi eccitavo.

Si sedeva alla tavola ed anche in quella posizione era superba. Il petto sempre in fuori, appoggiato,  i capezzoli evidenti, la scollatura profonda.

Era di corporatura abbondante, gambe lunghe, robuste, cosce sode, braccia muscolose.

Era una donnona.

Quando entrava lei, dominava tutto e tutti.

Con la sua personalità condizionava la personalità di coloro che incontrava.

I suoi capelli lunghi e ricci erano una cornice: corvini, gretti, pungenti come spine.

Passava a fianco alle persone senza degnarle di uno sguardo. E se uno sguardo lei donava era sempre dall’alto in basso.

Non era facile stare in sua compagnia. Era viziata, immatura, prepotente e troppo sicura di sé.

Il suo eccesso di autostima derivava da una educazione fatta di troppi vizi e di troppi “sì” ricevuti.

Era difficile immaginarla remissiva, impacciata e indifesa. Era impenetrabile.

Ogni cosa o persona che veniva a contatto con lei, rimaneva condizionata. Era padrona di tutto ciò che la circondava: il marito, i figli, i colleghi, i genitori.

Il suo modo di vestirsi e di agghindarsi era appariscente.

Indossava pizzi e merletti, reggicalze e corsetti strizzati. Le sete ed il voile erano i suoi tessuti preferiti. Le scollature, le trasparenze e gli spacchi mettevano in risalto le sue curve.

Infinite curve. Immense curve.

Non riuscivo ad immaginare come fosse suo marito. Ma che marito poteva avere una donnona del genere.

Piccolo, normale o gigante?

Se era piccolo come faceva a fare l’amore con cotanta donna?

Si perdeva nelle anse delle sue pieghe, si immergeva con tutto il corpo nel suo umido adipe. Si tuffava con mani e piedi sulle sue carnose colline rosa e succhiava da lei, come da una mamma, il latte bianco del piacere. Che uomo fortunato, potere godere di simile abbondanza!

Lo immaginai gigante e mi venne da ridere.

Due stalloni che si inseguono attorno al letto e che quando si agguantano si rotolano come animali sul pavimento, si strappano i vestiti di dosso come niente, si baciano mordendosi e si accarezzano con i pugni. La loro arma di seduzione è il lazo. Lei non porta pizzi, ma lingerie di pelle di vacca. Lui la scopa con indosso gli stivali con gli speroni. Il letto è di ferro rinforzato e cigola come una vecchia carrucola. Gli ululati che emettono si sentono fino a un chilometro: più che un atto d’amore è una corrida.

No, era di certo un uomo normale.

Ero curiosa di conoscerlo, di notare il loro comportamento. Soprattutto quello di lei. Mi chiedevo se lei in amore fosse una vera femmina, dolce, comprensiva, umile o se anche nel rapporto con il suo uomo era una donna d’acciaio.

Desideravo fare l’amore con lei. Ero disposta a tutto.

La guardo. Lei è lì, a due passi da me. Altera come sempre.

Ad un certo punto si alza. Dopo dieci secondi la seguo. Entra in bagno. Non resisto, mi inchino e la spio attraverso il buco della serratura.

Sono sudata, tutti i nervi in allerta. I brividi mi percorrono la schiena.

Troppe volte ho immaginato questo momento. Spiarla mentre si spoglia.

Le sue natiche sono due mappamondi, gigantesche, tonde, immense.

Il reggicalze è impegnato in una lotta estenuante. Le coulotte di seta e pizzo sono attillatissime.

Le abbassa e si siede sul water. Uno spettacolo vedere la sua coscia enorme, un prosciutto di vacca di razza. Una bontà da mordere.

La guardo rivestirsi e sistemare la sua biancheria intima. Si apre la maglia e si slaccia per un istante il reggiseno.

Per poco svengo, quando lei mi mostra, ignara, i suoi meloni. Li guardo e sogno affondare il mio volto in mezzo a quelle montagne, giocare con i suoi capezzoli e morderli fino a farla godere.

Gioielli preziosi.

Ah, se avessi potuto allungare la lingua e affondarla in mezzo a tanta ricchezza. Assaporare il suo umore e il suo liquido vitale!

Aveva finito di rivestirsi. Mi allontanai in fretta, ma mi attardai fuori dalla porta. Mentre lei usciva, io feci finta di entrare in bagno.

Per poco non ci scontrammo. Lei mi guardò come sempre con superficialità.

Ciao Carolina.

Ciao Giovanna.

Come sei elegante oggi?

Grazie, Carolina. Tutto bene?

Tutto bene! Ti volevo chiedere: vuoi fare l’amore con me?

Con te?

Sì! Con me.

Ma non so. Mi prendi alla sprovvista.

Ti dispiace?

No, non credo.

Allora, se per te va bene, quando vuoi.

Quando vuoi tu.

Si girò e se ne andò. I suoi orecchini ciondolavano e tintinnavano ad ogni passo. Un suono melodioso che annunciava la sua presenza come le vacche al pascolo.