Ho conosciuto Anna Maria Falchi grazie ad un comune amico e devo dire di essere grata di avere avuto la possibilità di incontrarla, parlarle e conoscerla sia attraverso le sue opere sia attraverso le sue parole.
Anna Maria è una splendida scrittrice nata “per caso a Firenze” e vissuta in Sardegna fino ai vent’anni.
Quando le ho chiesto di raccontarmi qualche dettaglio della sua vita ho percepito immediatamente l’amore che Anna prova per la terra in cui ha vissuto da bambina, adolescente e ragazza, quella terra che ritorna prepotentemente nella sua prosa: «Ho vissuto in Sardegna quasi 20 anni, a Cabras precisamente, il paese famoso per lo stagno e le lagune, per l’asfodelo, per il mare cristallino, per i chilometri di spiagge meravigliosamente uniche e… per la bottarga di muggine. Ci sono rimasta fino al 1988, data della mia ‘rimpatriata’ a Firenze».
Una vita ricca di passione per la famiglia, il marito, il figlio, il lavoro e poi la scrittura.
«La scrittura è arrivata dopo, molto tempo dopo. Fino a qualche anno fa ho dato la precedenza a tante altre cose, la famiglia, il lavoro, la casa, il figlio, la scuola. Tutte cose belle, cercate, volute, ma avevo escluso dai miei progetti ciò che amavo di più fare, ovvero disegnare e scrivere. Il disegno l’ho abbandonato da tempo, ma la scrittura mi ha trascinato con forza lungo un percorso nuovo ed emozionante».
Ed è davvero emozionante leggerla, come lo è stato trascorrere con lei le ultime due settimane per costruire questa bellissima ed intensa chiacchierata. Sono contenta di averla conosciuta e di potervela presentare.

Anna Maria Falchi ha pubblicato due romanzi L’isola delle lepri e La spiaggia di quarzo (edizioni Guanda) ed alcuni racconti.

Anna, è un piacere averti mia ospite qui a L’ora del tè. Di solito inizio preparando tè e offrendo dolci. Cosa gradisci?
Il piacere è tutto mio, sono felice del tuo invito e adoro il tè verde, meglio se accompagnato da alcuni biscotti al cioccolato.

Direi di iniziare subito con la nostra chiacchierata! Sei pronta?
Adoro anche chiacchierare, quindi sì, sono pronta.

A che età hai iniziato a scrivere?
Ho pubblicato il mio primo romanzo, L’isola delle lepri, a 46 anni. Ho sempre amato la scrittura, ma non avevo mai pensato di scrivere un romanzo prima di allora. Poi una serie di fortunate coincidenze mi hanno accompagnato fino alla mia prima pubblicazione.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Più che manie le definirei esigenze. Ho bisogno di silenzio, di pace. Ho bisogno di ascoltare mentalmente la mia voce mentre scrivo.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Luoghi che conosco bene, perché ci ho vissuto o perché me li hanno descritti. Amo descrivere l’ambiente, la natura è uno dei principali protagonisti dei miei romanzi.

Il libro più bello che hai letto?
Ne ho letti molti bellissimi, l’ultimo Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, che ho riletto dopo trentadue anni. Un romanzo potente.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Non ho una casa grande, vado alla ricerca delle stanze più silenziose quindi mi sposto tra il salotto e la camera da letto. Talvolta scrivo in cucina, per non dimenticare le pentole sul fuoco.

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Eccoci qua, Anna Maria, ora che abbiamo scaldato l’ambiente, vorrei entrare con te nel tuo mondo. Qui a L’ora del tè amiamo curiosare nella vita dei nostri ospiti, scoprire cosa amano, che rapporto hanno con la scrittura ed i libri in genere.
Noi abbiamo già fatto conoscenza ma vorrei che raccontassi a chi ci legge come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura, quando hai capito che potevi sviluppare a fondo questa passione e raggiungere il grande pubblico dei lettori. Durante la stesura de L’isola delle lepri hai mai pensato che un giorno l’avresti pubblicato? Come è avvenuto l’incontro con Guanda?
A dire il vero ho sempre avuto un rapporto piacevole con la scrittura. A volte mi sono affidata alla stesura di brevi racconti per descrivere situazioni che avevo vissuto, ma non avevo mai pensato ad una pubblicazione. Farlo avrebbe significato raggiungere un numero di lettori più ampio, rispetto alla ristretta cerchia di amici cui affidavo i miei pensieri, non mi sentivo pronta per un passo del genere, e non mi interessava.
Nel 2011 è successa una cosa incredibile, una serie di ‘fortunate coincidenze’, cose straordinarie, non volute, non cercate, che hanno cambiato totalmente il mio approccio nei confronti della scrittura.
All’improvviso ho capito che il manoscritto al quale stavo lavorando poteva trasformarsi in qualcosa di diverso dalle mie solite, intime riflessioni, e che se fossi riuscita a prenderne le distanze avrei potuto farlo leggere e mettermi alla prova.
Per parlarne devo tornare indietro nel tempo.
Nel 2009 ho dovuto affrontare un periodo molto difficile, una serie di disgrazie familiari mi aveva abbattuto al punto da rendermi incapace di reagire, di affrontare i piccoli problemi di tutti i giorni. Avevo bisogno di aiuto e mi sono rivolta a un medico il quale mi disse che la soluzione ai miei problemi era dentro di me, dovevo cercarla.
Mi chiese di dedicarmi soltanto alle cose che riuscivano ancora a regalarmi equilibrio e pace. Così ho fatto, ho iniziato a scrivere un racconto del quale ero gelosissima, per due anni l’ho tenuto per me, nascosto agli occhi di tutti, anche dei miei familiari. Ricorrevo alla scrittura ogni volta che mi sentivo fragile. Inizialmente ho messo nero su bianco le mie paure, cercando così di prenderne le distanze. A poco a poco mi sono liberata di un peso e a quel punto la scrittura è diventata leggera, scrivevo per costruire un mondo alternativo e parallelo al mio, attraverso il quale vedere riflessi i miei stati d’animo riuscendo a osservarli da un punto di vista nuovo. Per mesi è stato come riscrivere la storia della mia famiglia alternando alcune situazioni autobiografiche a molte altre totalmente immaginarie, mi sono sentita padrona del mio passato e ho potuto manipolarlo a mio piacimento. Affidavo ai protagonisti le mie emozioni, ma allo stesso tempo mi sentivo padrona di cambiare il loro destino, la loro storia. Era una sensazione incredibile che giorno dopo giorno mi restituiva forza e fiducia.
Non avevo mai pensato a una pubblicazione. Scrivevo per ritrovarmi e questo era appagante.
Nel frattempo, sono entrata in contatto con uno scrittore fiorentino, Marco Vichi. Avevo letto un suo romanzo, Un tipo tranquillo, che mi aveva profondamente turbato. Ho sentito la necessità di scrivergli per parlargli di ciò che avevo provato e così ho fatto. Gli ho inviato una lettera ‘ottocentesca’, come dice Marco, scritta a mano e spedita per posta. Lui gentilmente mi ha risposto comunicandomi però il suo indirizzo email. Da allora ci siamo scritti saltuariamente e per mesi, quasi sempre per commentare l’uscita di un suo nuovo romanzo. Leggendo i suoi libri ho capito che avrei potuto condividere il mio grande segreto senza timore, così ho trovato il coraggio di parlargli del manoscritto. Mi ha chiesto di inviargliene una copia, lo avevo incuriosito. Ho esitato per mesi, non mi decidevo a separarmene. Alla fine però l’ho fatto, non so bene perché, avevo bisogno di capire fin dove mi ero spinta, volevo il parere obiettivo di chi i libri li sapeva scrivere sul serio.
Forte del suo incoraggiamento, ne ho inviato una copia in lettura alla casa editrice Guanda, che mi ha proposto di pubblicarlo.
Da quel momento in poi ho vissuto settimane di incertezza, a volte ero felice, altre emozionata, molto spesso impaurita.
Per mesi ho letto e riletto le bozze, ero indecisa su tutto. Ho smesso di farlo quando alla fine ho ricevuto a casa le prime copie omaggio. Allora ho capito che quello che avevo tra le mani non era più il ‘mio manoscritto’, ma una storia dalla quale ero riuscita a separarmi e che quindi non mi apparteneva più.

 

C’è una cosa che ci accomuna, Anna, ed è l’amore per la Sardegna, la terra in cui hai vissuto fino ai ventun anni. La Sardegna è una terra che comunica, coinvolge, esprime, è un luogo intenso, colorato, forte. Nel tuo romanzo, di cui parleremo fra poco, emerge tutto il tuo rapporto con questa terra che immagino abbia influito prepotentemente anche sui contenuti delle tue storie. Ce ne vuoi parlare?
E poi vorrei un tuo parere su questa mia riflessione: il paese in cui l’autore vive o ha vissuto per buona parte della vita influisce sulla scelta dei luoghi in cui ambienta le sue storie. Cosa ne pensi?
Nelle mie storie l’ambiente ha sempre un ruolo da protagonista.
Sono convinta che i luoghi possano influenzare i nostri stati d’animo.
Nei miei libri la natura è sempre presente, talvolta osserva ciò che accade, come uno spettatore impassibile, altre ancora invece freme, ansiosa di partecipare. In ogni mio romanzo o racconto l’ambiente accompagna le inquietudini che agitano i protagonisti.
La Sardegna inoltre è una terra unica, mi ha aiutata a dare voce e colore alle emozioni. È un’isola capace di esprimersi in mille modi diversi e a me piace molto l’idea di usare i luoghi per far parlare i sentimenti.
Credo sia impossibile dimenticare il posto nel quale si è cresciuti, il luogo della propria formazione, pertanto penso che per uno scrittore sia naturale lasciarsi influenzare. Non per niente i miei primi due romanzi sono ambientati in Sardegna. Nonostante siano passati tanti anni non sono mai riuscita ad allentare la presa, è un’isola che mi chiama a sé ogni volta che sento bisogno di solidità, di sicurezza, di conforto.
Mi è venuto spontaneo ambientarci due storie familiari, sebbene così diverse tra loro, accomunate da un ritorno difficile ma necessario, quando si fa forte il desiderio di ritrovare se stessi.

 

Non è difficile credere che un luogo così intenso come la Sardegna sia capace di influenzare e caratterizzare una storia. E confermo quanto hai affermato: «Nelle mie storie l’ambiente ha sempre un ruolo da protagonista». Ho letto La spiaggia di quarzo e devo dire che la tua capacità di teletrasportare il lettore nel luogo in cui si svolge la storia senza appesantire la narrazione è davvero singolare e unica.
Uno dei miei maestri mi ha insegnato che esiste un luogo della scrittura, che non è solo il luogo in cui si scrive o il luogo di cui si scrive, ma è anche il luogo (predisposizione, senso creativo, ispirazione, idea, passione…) che c’è dentro di noi e che deve esistere nel momento in cui ci sediamo davanti alla macchina da scrivere (nel mio immaginario lo scrittore siede sempre alla macchina da scrivere).
Il luogo della scrittura è un insieme complesso di condizioni che mettiamo in moto e che ci facilitano nel complicato atto di scrivere. Ci racconti qual è il tuo luogo della scrittura? Sia fisico (luogo in cui scrivi e luogo di cui scrivi) sia interno (predisposizione, ispirazione, idea…).
Il mio luogo fisico è la casa, spesso un angolo del salotto, ma anche la cucina.
Ho bisogno di un posto silenzioso e raccolto, un luogo familiare.
Devo scrivere in assoluta libertà, libera di alzarmi e di muovermi quando ho necessità di raccogliere le idee o di staccarmi dalla storia.
Libera di sfogliare un libro o delle foto per ritrovare il filo, di parlare da sola quando mi inceppo su una parola che proprio non vuole venire, di coccolare il gatto quando ho bisogno di rilassarmi.
Un luogo che mi dia la sicurezza necessaria per andare lontano e trasferirmi altrove con la mente.
I luoghi di cui parlo non sono mai vicini, devo fare appello al ricordo e all’immaginazione per riuscire a descriverli come se in quell’istante mi trovassi davvero lì.
Pertanto non è importante che il posto in cui scrivo sia proprio quello che andrò a descrivere, anzi. Più bianche e spoglie sono le pareti che mi circondano e più riesco a immaginare e a fantasticare luoghi dei quali sento persino nostalgia, ne ricordo i profumi, gli odori, sono capace di percepire la luce e il buio, il caldo e il freddo. A ogni luogo che descrivo attribuisco una percezione fisica molto forte.
Quando esco di casa sento il desiderio di toccare tutto ciò che vedo, soprattutto quando mi trovo a stretto contatto con la natura.
Raccolgo i sassi e li accarezzo per sentirne la ruvidità o la politezza, annuso le conchiglie, raccolgo foglie, rami secchi, tutto ciò che ha una forma particolare devo toccarla e molto spesso la porto con me per un lungo tratto.
Non so resistere lontano dal mare, quando visito una spiaggia sconosciuta devo subito immergermi in acqua e sporcarmi di sabbia, diversamente ho come la sensazione di non esserci mai stata.
Forse è proprio per questo che nei miei libri riesco a descrivere in modo così realistico i luoghi.
Ho un rapporto molto fisico con l’ambiente, trovo emozionante riuscire a descrivere uno stato d’animo anche attraverso il movimento leggero di un’onda che si rompe sulla riva, un cielo che si rabbuia all’improvviso o che so, grazie al rumore del vento.

 

isola quarzoÈ arrivato il momento di parlare de La spiaggia di quarzo, il tuo secondo romanzo pubblicato da Guanda. Io l’ho letto, l’ho recensito QUI e mi è piaciuto davvero tanto.
Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea della storia, a cosa ti sei ispirata e quali difficoltà hai incontrato (se ce ne sono state) durante la stesura del libro.
E poi svelaci (tutti noi lettori siamo curiosi di saperlo) se contiene qualcosa di autobiografico.
L’idea è nata nel 2013. Era estate, mi trovavo in Sardegna per il festival letterario di Gavoi. Da Firenze mi avevano chiesto di scrivere un brevissimo racconto che sarebbe uscito sul Corriere fiorentino. Dovevo scrivere una storia che avesse i colori e gli odori dell’estate. Dopo il festival ci siamo trasferiti nel Sinis, il luogo nel quale ho vissuto una buona metà della mia vita. Ho cercato l’ispirazione immergendo i piedi nella sabbia di quarzo della spiaggia di Is Aruttas. Ho chiamato a raccolta tutte quelle sensazioni che avrebbero potuto ispirare il racconto. Pensare all’adolescenza in quei momenti mi è venuto spontaneo. Cercavo un contrasto forte tra il candore della spiaggia, la sua purezza, le trasparenze dell’acqua e una condizione emotiva travagliata, complicata, sporcata dai pregiudizi. Lo stato d’animo di un adolescente, in pratica, in quella stagione della vita che ci accompagna verso nuove scoperte, nuove sensazioni, e che può essere causa di turbamenti anche dolorosi.
Tornata a casa mi sono resa conto che quella breve storia mi era rimasta dentro, come un compito in classe consegnato al suono della campanella, ma non ancora finito. Sentivo la necessità di farla crescere, di arricchirla, completare la descrizione di quelle sensazioni che in ottomila battute avevo solo accennato, sfiorandole appena.
Così dopo qualche settimana ho ripreso il breve racconto e ho iniziato a scrivere.
Parlare di adolescenza non è facile, si rischia di cadere in facili banalità o in retorica spicciola.
E qui rispondo anche alla domanda più spinosa.
Per parlarne con sincerità ho ricordato la mia adolescenza, i dubbi, le incertezze, le mie fragilità. Ma anche il desiderio forte di fare nuove esperienze, di sentirmi libera, di staccare quel filo sottile e resistente che mi legava alla famiglia al punto da farmi sentire prigioniera. Il personaggio di Alessia raccoglie molte mie pulsioni, le riflessioni di un tempo sul significato della vita e delle amicizie, sulla lealtà, le prime delusioni. Le ingenuità di Alessia sono le mie, la sua sincerità anche e, perché no, la sua imbranataggine. E ora farò una grande rivelazione: quel motorino Sì Piaggio rosso, che nel romanzo rappresenta la fuga verso la libertà desiderata, era proprio il mio. Me lo regalarono per i miei quindici anni. Esiste ancora.
Anche le baracche descritte nel romanzo sono esistite davvero. La storia raccontata no, è frutto della mia fantasia.
Devo dire che ho incontrato molti più ostacoli dopo la stesura del romanzo, in particolare tra alcuni familiari. Come spesso accade, quando in una storia ci sono anche pochi riferimenti autobiografici, l’intera narrazione può diventare motivo di imbarazzo, specie in chi non è riuscito a cogliere il significato più profondo del romanzo e si limita a un giudizio approssimativo e superficiale.
Per leggere La spiaggia di quarzo è necessario abbandonare i pregiudizi, sforzarsi di ricordare quali e quante pulsioni hanno accompagnato la crescita e la formazione di ognuno di noi.

 

Anna1Siamo arrivate alla fine, Anna. L’ora trascorsa con te è stata piacevole e molto intensa. Sentirti raccontare del tuo mondo, ha suscitato immagini, colori e sapori che corrispondono alla tua scrittura che io definirei “sensoriale”. Leggerti mette in moto tutti i sensi. È un ascensore di emozioni che salgono e scendono, riempiono gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e il cuore. E che non ti consentono di scendere.
Nel tuo curriculum hai due romanzi e diversi racconti.
Ci racconti la tua esperienza come scrittrice di short story, che rapporto hai con i due generi, il romanzo e il racconto, e per quale ti senti più portata?
Ai racconti mi sono avvicinata in un secondo tempo, dopo la stesura del primo romanzo. È stato un incontro casuale, Vichi cercava autori per il Decameron 2013 e mi ha chiesto se me la sentivo di partecipare con alcuni miei scritti.
Mi sono accorta che sul computer avevo archiviato alcune storie brevi che avevo iniziato e lasciato lì, in attesa che potessero prendere vita. Le ho riprese e le ho elaborate portandole a una conclusione breve. Non è stato facile, mi sento più portata per le storie lunghe che mi danno il tempo di rallentare, quando la narrazione si fa intensa, e di riprendere, allontanando nel tempo la fine, che mi preoccupa.
Per me è difficilissimo chiudere un racconto o un romanzo. Iniziare non mi spaventa, ma concludere mi obbliga a pensare che su quelle pagine non ci tornerò più e questo mi agita, perché penso che, così come nella vita, le storie non hanno mai una fine definitiva.
I primi tempi, quando mi chiedevano di scrivere un racconto, mi facevo sorprendere dall’ansia, la sintesi non è la mia migliore dote.
Ora invece vivo l’idea della brevità di una storia come una sfida, uno stimolo a sintetizzare in poche pagine emozioni che, di solito, riesco a sciogliere solo se diluite in un intero romanzo.

 

Ringrazio di cuore Anna Maria per avermi accompagnato in questa bellissima ed emozionante chiacchierata ed invito tutti i lettori che ci seguono a leggere i suoi romanzi.
Arrivederci presto con un’altra puntata de L’ora del tè.